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	<title>Leonardo Ciccarelli, Autore presso Food and Wine Italia</title>
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	<title>Leonardo Ciccarelli, Autore presso Food and Wine Italia</title>
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		<title>Caldo in vigna, come cambia la strategia dei produttori: teli ombreggianti o nuovi vitigni?</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/caldo-vigna-strategie-teli-ombreggianti-cambio-vitigno-studio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 16:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il caldo estremo sta cambiando anche il modo in cui i produttori devono ragionare sulla gestione dei vigneti. Non esiste una soluzione valida in ogni situazione: quando le temperature aumentano, può diventare più conveniente installare teli ombreggianti, cambiare vitigno o, in teoria, spostare la produzione in una zona più fresca. A stabilirlo è uno studio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">Il <strong>caldo estremo</strong> sta cambiando anche il modo in cui i produttori devono ragionare sulla gestione dei vigneti. Non esiste una soluzione valida in ogni situazione: quando le temperature aumentano, può diventare più conveniente installare teli ombreggianti, cambiare vitigno o, in teoria, spostare la produzione in una zona più fresca.</p>
<p class="isSelectedEnd">A stabilirlo è uno studio pubblicato sull’<a href="https://www.ajevonline.org/content/77/1/0770012" target="_blank" rel="noopener"><em>American Journal of Enology and Viticulture</em></a>, la rivista dell’American Society for Enology and Viticulture, che ha analizzato dal punto di vista economico tre diverse strategie di adattamento al caldo. Il caso preso in esame è quello del Cabernet Sauvignon nella Napa Valley, in California.</p>
<p class="isSelectedEnd">Intervenire su un vigneto significa assumere decisioni che possono avere conseguenze economiche per molti anni: modificare un impianto, introdurre sistemi di protezione o sostituire un vitigno comporta infatti investimenti che devono essere valutati insieme ai possibili ricavi futuri.</p>
<h2>Cosa conviene fare quando aumenta il caldo</h2>
<p class="isSelectedEnd">I ricercatori hanno costruito un <strong>modello</strong> di valore attuale netto prendendo in considerazione i costi di impianto, quelli di produzione e i ricavi nell&#8217;arco di 30 anni. Sono stati messi a confronto quattro diversi scenari climatici, dall&#8217;assenza di eventi di calore fino a condizioni caratterizzate da danni gravi e ricorrenti.</p>
<ul>
<li class="isSelectedEnd">Con temperature <strong>moderate</strong>, la soluzione più conveniente rimane quella più semplice: continuare a coltivare Cabernet Sauvignon nella Napa Valley senza modificare il sistema produttivo.</li>
<li class="isSelectedEnd">Quando il caldo <strong>aumenta</strong>, invece, entrano in gioco i <strong>teli</strong> ombreggianti, che nello scenario analizzato rappresentano l&#8217;opzione economicamente più vantaggiosa. La protezione delle uve consente quindi di intervenire sul vigneto senza sostituire il materiale vegetale o modificare la zona di produzione.</li>
<li class="isSelectedEnd">In presenza di condizioni ancora più <strong>estreme</strong>, lo studio indica invece il <strong>cambio di varietà</strong> come strategia più redditizia. I ricercatori hanno utilizzato il Carignan come esempio di vitigno più resistente alle alte temperature.</li>
<li class="isSelectedEnd">L&#8217;ipotesi di <strong>trasferire la produzione</strong> in una zona più fresca è risultata la meno conveniente tra quelle considerate. Nel modello, il confronto è stato fatto tra la Napa Valley e la vicina Lake County.</li>
</ul>
<h2>Anche i consumatori possono contribuire a sostenere i costi</h2>
<p class="isSelectedEnd">Lo studio ha preso in considerazione anche un altro elemento: la <strong>disponibilità</strong> dei consumatori a <strong>pagare</strong> un <strong>prezzo maggiore</strong> per un vino prodotto attraverso strategie di adattamento al caldo.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217444" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/caldo-vigna-strategie-teli-ombreggianti-cambio-vitigno-studio.png" alt="caldo-vigna-strategie-teli-ombreggianti-cambio-vitigno-studio" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">I ricercatori hanno intervistato 308 statunitensi. Nel caso dei teli ombreggianti, gli intervistati hanno dichiarato di essere disposti a pagare fino al 17% in più per il vino. Per il cambio di vitigno il sovrapprezzo arriva al 12%, mentre per il trasferimento della produzione in una nuova regione si ferma all&#8217;11%.</p>
<p class="isSelectedEnd">La ricerca precisa però che questa disponibilità a pagare tende a <strong>diminuire nel tempo</strong>. Allo stesso modo, i costi aggiuntivi legati alle nuove pratiche potrebbero ridursi man mano che queste diventano più comuni. Secondo lo studio, gli eventuali sovrapprezzi potrebbero mantenersi soltanto fino al <strong>quinto-nono anno</strong> di piena produzione.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il dato economico diventa quindi parte integrante della discussione sull&#8217;adattamento della viticoltura. Per i produttori non si tratta soltanto di capire quale soluzione funzioni meglio dal punto di vista agronomico, ma anche di valutare quanto costi adottarla e se il mercato sia disposto a sostenerne una parte.</p>
<p class="isSelectedEnd">«Il caldo estremo non è più un problema che si verifica una volta ogni 10 anni per i viticoltori», ha detto <strong>Kristen Barnhisel</strong>, enologa e presidente dell&#8217;<em>American Journal of Enology and Viticulture</em>. Secondo <strong>Markus Keller</strong>, redattore scientifico della rivista e professore di Viticoltura alla Washington State University, il valore della ricerca sta proprio nella possibilità di valutare tecnologia, materiale vegetale e localizzazione anche dal punto di vista economico.</p>
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		<title>Perché la temperatura standard nelle ricette è spesso 180 gradi?</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/perche-180-gradi-temperatura-standard-cottura-panificazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 08:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alcuni numeri in cucina hanno assunto quasi lo status di regola. Uno di questi è 180 °C: lo trovate nelle ricette di torte, biscotti, crostate, focacce e, spesso, anche in quelle del pane. È una temperatura talmente ricorrente da sembrare una convenzione tecnica universale. Ma non lo è. Se parliamo di panificazione, 180 °C non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">Alcuni numeri in cucina hanno assunto quasi lo status di <strong>regola</strong>. Uno di questi è <strong>180 °C</strong>: lo trovate nelle ricette di torte, biscotti, crostate, focacce e, spesso, anche in quelle del pane. È una temperatura talmente ricorrente da sembrare una <strong>convenzione</strong> tecnica universale. Ma non lo è.</p>
<p class="isSelectedEnd">Se parliamo di panificazione, 180 °C non è affatto una temperatura standard. Le temperature utilizzate per cuocere il pane possono essere molto più alte, generalmente nell&#8217;ordine dei 220-250 °C, con variazioni determinate dal tipo di pane, dalla pezzatura, dall&#8217;idratazione, dal forno e dal risultato che si vuole ottenere. Alcuni pani vengono cotti partendo da temperature elevate e poi abbassando il calore durante la cottura.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il motivo per cui 180 °C ci sembra invece così familiare è un altro. È diventata una sorta di temperatura di riferimento della <strong>cottura domestica</strong>, soprattutto per i prodotti da forno, perché rappresenta un calore <strong>abbastanza moderato</strong> da permettere alla parte interna dell&#8217;alimento di cuocere senza bruciare troppo rapidamente la superficie. In realtà non esiste una temperatura magica, esiste una relazione tra temperatura, tempo, dimensioni dell&#8217;impasto, quantità di acqua e trasformazioni chimiche che avvengono durante la cottura.</p>
<h2>La storia dei 180 °C è anche una storia di forni</h2>
<p class="isSelectedEnd">Per capire perché una temperatura sia diventata una convenzione bisogna fare un passo indietro. Per molto tempo le ricette <strong>non indicavano la temperatura</strong> del forno come facciamo oggi. Si parlava di forno «dolce», «moderato» o «caldo», lasciando al cuoco il compito di interpretare queste indicazioni sulla base dell&#8217;esperienza e del forno disponibile.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217074" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/perche-180-gradi-temperatura-standard-cottura.png" alt="perche-180-gradi-temperatura-standard-cottura" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">Il passaggio ai forni dotati di termometri e poi di impostazioni numeriche ha progressivamente trasformato queste indicazioni qualitative in numeri. Nel mondo anglosassone, per esempio, <strong>350 °F</strong>, cioè circa <strong>177 °C</strong>, è diventato uno dei valori più ricorrenti nella cucina di casa. La sua diffusione viene generalmente spiegata come l&#8217;evoluzione moderna dell&#8217;antica indicazione di «<em>moderate oven</em>»: una temperatura abbastanza alta per cuocere e dorare, ma non così <strong>aggressiva</strong> da bruciare rapidamente la superficie.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il passaggio a 180 °C nelle ricette europee è quindi anche una questione di <strong>arrotondamento</strong> e convenzione. 350 °F corrispondono a circa 177 °C, ma nei forni e nei ricettari europei il valore è stato spesso ricondotto ai 180 °C, molto più semplice da ricordare e da impostare. Non significa, però, che 180 °C sia stata individuata <strong>scientificamente</strong> come la <strong>temperatura ideale</strong> per qualsiasi alimento anche perché <a href="https://www.foodandwineitalia.com/scienza-forno-domestico-temperatura-cottura/" target="_blank" rel="noopener">i forni casalinghi sono imprecisi</a>. È una temperatura di <strong>compromesso</strong> che funziona bene in moltissime preparazioni.</p>
<h3>Il forno ventilato cambia le carte in tavola</h3>
<p class="isSelectedEnd">C&#8217;è poi un&#8217;altra variabile spesso sottovalutata: il <strong>tipo</strong> di forno. Un forno ventilato <strong>muove l&#8217;aria calda</strong> e aumenta il trasferimento di calore sulla superficie del prodotto. A parità di temperatura impostata, quindi, il comportamento della cottura può essere diverso rispetto a un forno statico.</p>
<p class="isSelectedEnd">Per questo molte tabelle di conversione suggeriscono di abbassare la temperatura quando si passa dalla modalità statica alla ventilata, anche se <strong>non esiste una conversione universale</strong> valida per ogni forno e ogni preparazione.</p>
<p class="isSelectedEnd">È anche uno dei motivi per cui seguire una ricetta alla lettera non garantisce necessariamente lo stesso risultato. Forni diversi possono avere distribuzioni del calore differenti, oscillazioni di temperatura e tempi diversi per raggiungere e mantenere il valore impostato.</p>
<p class="isSelectedEnd">I 180 °C visualizzati sul display, insomma, sono un&#8217;indicazione di lavoro, non una fotografia perfetta dell&#8217;ambiente in cui si trova l&#8217;impasto.</p>
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		<title>Il limone, il frutto dei miti che ha cambiato la cucina mediterranea</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/storia-del-limone-origini-diffusione-cucina-mediterranea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 13:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il limone è uno di quegli ingredienti che sembrano appartenere da sempre ai luoghi in cui li troviamo. Lo associate alla Costiera Amalfitana, alla Sicilia, ai giardini mediterranei, alle granite estive e ai piatti di pesce. Eppure la sua storia comincia molto più lontano e racconta secoli di commerci, migrazioni, agricoltura e trasformazioni. Anche il [&#8230;]</p>
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<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="467" data-end="821">Il <strong>limone</strong> è uno di quegli ingredienti che sembrano appartenere da sempre ai luoghi in cui li troviamo. Lo associate alla Costiera Amalfitana, alla Sicilia, ai giardini mediterranei, alle granite estive e ai piatti di pesce. Eppure la sua storia comincia molto più <strong>lontano</strong> e racconta secoli di commerci, migrazioni, agricoltura e trasformazioni.</p>
<p data-start="823" data-end="1282">Anche il suo ingresso nella cultura occidentale è avvolto dall’<strong>incertezza</strong>. C’è chi ha cercato nel limone il frutto dei <strong>pomi d’oro</strong> del <strong>Giardino delle Esperidi</strong>, quelli che <strong>Ercole</strong> avrebbe dovuto recuperare durante la sua undicesima fatica. La botanica, in questo caso, offre persino un curioso indizio: in italiano chiamiamo <em data-start="1145" data-end="1156">esperidio</em> il frutto degli agrumi. Ma identificare con certezza i pomi del mito con i limoni è un’interpretazione, non un fatto.</p>
<p data-start="1284" data-end="1654">La storia documentata è altrettanto interessante. Il limone che conosciamo oggi è il risultato di una storia botanica <strong>complessa</strong>: è infatti un <strong>ibrido</strong> derivato dall’incrocio tra <strong>cedro</strong> e <strong>arancio amaro</strong>. Le sue origini vengono generalmente ricondotte all’Asia, mentre la sua diffusione nel Mediterraneo è avvenuta attraverso una successione di scambi tra culture e territori.</p>
<h2 data-section-id="1t5uft0" data-start="1751" data-end="1817">Il limone potrebbe essere il frutto del Giardino delle Esperidi</h2>
<p data-start="1819" data-end="2132">Nella mitologia greca, il Giardino delle Esperidi era un luogo remoto e protetto nel quale cresceva un albero dai <strong>frutti d’oro</strong>. A custodirlo c’erano le Esperidi, ninfe associate alla sera, e il drago Ladone. Fu Ercole a dover recuperare quei frutti per ordine di Euristeo.</p>
<figure id="attachment_217236" aria-describedby="caption-attachment-217236" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" class="size-full wp-image-217236" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/storia-del-limone-origini-eracle-cucina-mediterranea.png" alt="storia-del-limone-origini-eracle-cucina-mediterranea" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217236" class="wp-caption-text">Un mosaico romano che racconta la scena risalente al III secolo d.C.</figcaption></figure>
<p data-start="2134" data-end="2395">Nei testi antichi si parla generalmente di <em data-start="2177" data-end="2183">mala</em>, cioè di pomi o mele, e non di limoni. Da qui nasce una delle interpretazioni più affascinanti legate alla storia degli agrumi: quei frutti dorati potrebbero essere stati agrumi, e in particolare limoni o cedri. Non sappiamo però se è davvero così perché la storia degli agrumi nel Mediterraneo è davvero complessa ma il colore e il termine esperidio hanno comunque contribuito a rendere ancora più suggestiva questa associazione.</p>
<h2 data-section-id="ysegyo" data-start="3038" data-end="3064">Da dove viene il limone</h2>
<p data-start="3066" data-end="3340">Il limone coltivato appartiene alla famiglia delle <em>Rutaceae</em> e il suo nome scientifico è <em>Citrus × limon</em>. La sua origine è legata alla lunga storia di ibridazione degli agrumi e viene generalmente ricondotta all’Asia meridionale e sud-orientale.</p>
<p data-start="3066" data-end="3340"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217241" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/storia-del-limone.png" alt="storia-del-limone" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="3342" data-end="3817">Il limone non è dunque una specie completamente autonoma comparsa in natura nella forma in cui lo conosciamo oggi. È un ibrido naturale associato al cedro (<em data-start="3498" data-end="3513">Citrus medica</em>) e all’arancio amaro (<em data-start="3536" data-end="3556">Citrus × aurantium</em>). Questo è uno dei motivi per cui la storia degli agrumi è <strong>difficile</strong> da ricostruire: per secoli l&#8217;uomo ha selezionato, incrociato e diffuso varietà diverse, rendendo spesso difficile distinguere l&#8217;origine di una pianta dalla sua successiva storia agricola.</p>
<p data-start="3819" data-end="4212">Anche il nome racconta i viaggi della pianta. <em data-start="3865" data-end="3873">Limone</em> deriva dall’italiano antico e passa attraverso il francese <em data-start="3933" data-end="3940">limon</em>, mentre l’origine più lontana viene generalmente ricondotta a termini arabi e persiani legati agli agrumi. È una piccola traccia linguistica di un fenomeno molto più grande: il limone si è spostato tra continenti insieme alle persone che lo coltivavano e lo utilizzavano.</p>
<h2 data-section-id="aw2g5" data-start="4214" data-end="4250">Il limone arriva nel Mediterraneo</h2>
<p data-start="4252" data-end="4603">La diffusione del limone nel Mediterraneo non può essere riassunta semplicemente dicendo che <strong>gli Arabi lo portarono in Europa nel Medioevo.</strong> Le evidenze archeobotaniche suggeriscono infatti una presenza di agrumi nel mondo romano già in epoca antica, anche se la loro coltivazione e la loro diffusione erano molto diverse da quelle che conosciamo oggi.</p>
<p data-start="4252" data-end="4603"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217239" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/storia-del-limone-origini-mediterranea.png" alt="storia-del-limone-origini-mediterranea" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="4252" data-end="4603">
<p data-start="4605" data-end="4949">Gli studi condotti nell’area di <strong>Oplontis</strong> (una zona suburbana della vicina Pompei, corrispondente all&#8217;attuale Torre Annunziata), vicino alla villa attribuita a <strong>Poppea</strong>, hanno alimentato l’ipotesi che alcune varietà di agrumi fossero già coltivate in Italia in<strong> età romana.</strong> La questione resta discussa, anche perché distinguere un limone propriamente detto da altri agrumi antichi, come il cedro o forme ibride, non è sempre semplice.</p>
<p data-start="4951" data-end="5133">È quindi più corretto parlare di una presenza antica degli agrumi nel Mediterraneo e di una successiva, molto più ampia diffusione del limone durante il periodo islamico e medievale.</p>
<p data-start="5135" data-end="5471">Tra il Medioevo e l’età moderna, infatti, la coltivazione degli agrumi si sviluppa in modo importante in <strong>Sicilia</strong>, nella<strong> penisola iberica</strong> e in diverse aree del Mediterraneo. Gli agrumi diventano parte dei giardini, degli orti e dell&#8217;agricoltura specializzata, fino a trasformare alcune zone costiere italiane in veri paesaggi del limone.</p>
<h2 data-section-id="13y3ncl" data-start="5473" data-end="5514">Dalla Sicilia alla Costiera Amalfitana</h2>
<p data-start="5516" data-end="5799">La Sicilia è uno dei territori che più hanno contribuito alla <strong>storia del limone</strong>. Il clima, la disponibilità d’acqua e la possibilità di organizzare coltivazioni protette hanno favorito la diffusione degli agrumi, che nel tempo sono diventati anche una risorsa economica.</p>
<p data-start="5801" data-end="6109">Lo stesso vale per la <strong>Campania</strong> e per la <strong>Costiera Amalfitana</strong>, dove la coltivazione del limone si è adattata a un territorio tutt’altro che semplice da lavorare. Qui i limoneti si sviluppano sui <strong>terrazzamenti</strong>, sostenuti da muri a secco e pergolati che proteggono le piante e permettono di sfruttare i versanti. Grandi limoni appesi sotto le pergole, coltivazioni che seguono la morfologia delle montagne e frutti destinati tanto al consumo fresco quanto alla trasformazione.</p>
<p data-start="6348" data-end="6627">La fortuna del limone in Campania non dipende soltanto dal suo profumo. La sua <strong>acidità</strong> è diventata uno strumento essenziale della cucina locale: serve a bilanciare la dolcezza, alleggerire i grassi, valorizzare il pesce, accompagnare i latticini e costruire dessert.</p>
<h2 data-section-id="odwfg5" data-start="6754" data-end="6788">Il limone e la storia di Amalfi</h2>
<p data-start="6790" data-end="7133">La coltivazione degli agrumi ha avuto un ruolo importante anche nella <strong>storia economica</strong> della Costiera Amalfitana. Le condizioni climatiche particolarmente favorevoli permettono di coltivare varietà di <strong>grande pezzatura</strong> e <strong>profilo aromatico</strong>, mentre la particolare conformazione del territorio ha contribuito a creare tecniche agricole specifiche.</p>
<p data-start="6790" data-end="7133"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217238" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/storia-del-limone-origini-amalfi-cucina-mediterranea.png" alt="storia-del-limone-origini-amalfi-cucina-mediterranea" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="7135" data-end="7318">Il limone di queste zone è diventato progressivamente anche un elemento <strong>identitario</strong>. Lo trovate nelle insalate, nei dolci, nelle conserve, nelle bevande e naturalmente nel <strong>limoncello</strong>.</p>
<p data-start="7718" data-end="7958">Non è un caso che il paesaggio dei limoneti sia ormai parte dell&#8217;<strong>esperienza turistica</strong>. Qui l&#8217;agricoltura non è separata dal viaggio: la coltivazione del frutto è diventata una parte del modo in cui il territorio viene raccontato e visitato.</p>
<h2 data-section-id="uniym9" data-start="7960" data-end="8003">Il limone arriva anche sul lago di Garda</h2>
<p data-start="8005" data-end="8166">La storia italiana del limone non riguarda soltanto il Mezzogiorno. Un altro territorio particolarmente legato alla coltivazione degli agrumi è il <strong>lago di Garda</strong>.</p>
<p data-start="8168" data-end="8436">A <strong>Limone sul Garda</strong> la coltivazione degli agrumi ha una storia antica e ha lasciato tracce importanti nel paesaggio. Le limonaie permettevano di proteggere le piante dalle temperature più rigide attraverso strutture in muratura e sistemi mobili di copertura. Anche in questo caso il nome del luogo sembra quasi raccontare da solo il rapporto con il frutto, anche se la sua etimologia non deriva direttamente dal limone. Il filologo <strong>Dante Olivieri</strong> pensa al celtico <em>limo</em> o <em>lemos olmo</em> (cfr. Limonum in Gallia, l&#8217;odierna Poitiers in Francia). Meno probabile l&#8217;etimo latino <em>līma</em>, in riferimento a un fiume che avrebbe eroso il terreno a causa della corrente (come sosteneva Pieri, in analogia col corso d&#8217;acqua toscano); questa origine è senza giustificazione per motivi cronologici, in quanto il toponimo <em>Lemonum</em> è attestato già nel 1192. La tradizione locale lo vuole invece derivato da <em>līmen</em>, confine, con riferimento alla frontiera tra il bresciano e la giurisdizione del vescovo di Trento (oggi tra quella delle provincia di Brescia e di Trento).</p>
<p data-start="8600" data-end="8883">Tornando a noi: la coltivazione degli agrumi sulle rive del Garda dimostra soprattutto quanto il limone sia riuscito ad <strong>adattarsi</strong> a microclimi molto diversi. Nel Mediterraneo cresce in condizioni naturalmente favorevoli; più a nord, invece, la sua presenza ha richiesto tecniche agricole specifiche.</p>
<h3 data-section-id="yqsy4i" data-start="9033" data-end="9067">Il limone nella cucina italiana</h3>
<p data-start="9069" data-end="9278">Prima ancora di diventare il simbolo delle vacanze sulla Costiera, il limone ha conquistato la <strong>cucina</strong> perché possiede una caratteristica difficile da sostituire: è contemporaneamente <strong>aromatico, acido e fresco</strong>. La <strong>scorza</strong> contiene oli essenziali molto profumati, mentre il succo porta acidità. Sono due componenti che possono essere utilizzate separatamente e che permettono di ottenere risultati completamente diversi.</p>
<p data-start="9489" data-end="9731">La scorza può profumare un impasto, una crema, una pasta o un risotto senza aggiungere una componente liquida. Il <strong>succo</strong>, invece, modifica l’equilibrio gustativo di un piatto e può intervenire sulla percezione della dolcezza e della grassezza.</p>
<h2 data-section-id="10847mz" data-start="10225" data-end="10273">Dal limone contro lo scorbuto alla vitamina C</h2>
<p data-start="10275" data-end="10472">La storia del limone non riguarda però soltanto la cucina. Per secoli gli agrumi sono stati associati alla <strong>prevenzione</strong> e alla <strong>cura</strong> dello <strong>scorbuto</strong>, la malattia provocata dalla carenza di vitamina C.</p>
<p data-start="10275" data-end="10472"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217240" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/storia-del-limone-vitamina-c.png" alt="storia-del-limone-vitamina-c" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="10474" data-end="10704">Nel Settecento il problema diventò particolarmente importante per le <strong>marine europee</strong>. Le lunghe navigazioni impedivano ai marinai di consumare regolarmente frutta e verdura fresche e lo scorbuto poteva avere conseguenze devastanti.</p>
<p data-start="10706" data-end="11111">Nel <strong>1747</strong> il medico della Royal Navy <strong>James Lind</strong> condusse a bordo della HMS <em data-start="10780" data-end="10791">Salisbury</em> uno dei più celebri esperimenti della storia della medicina. Selezionò dodici marinai malati e li divise in sei coppie, sottoponendoli a trattamenti differenti. Una delle coppie ricevette ogni giorno due arance e un limone: nel giro di pochi giorni i miglioramenti furono evidenti.</p>
<p data-start="11113" data-end="11560">L&#8217;esperimento di Lind è spesso raccontato come la scoperta del potere del limone contro lo scorbuto. La storia è però più complessa: Lind non fu il primo a collegare gli agrumi alla malattia e, nonostante i risultati del suo esperimento, la Marina britannica impiegò <strong>decenni</strong> prima di adottare sistematicamente il succo di limone. Nel <strong>1795</strong> l&#8217;uso del succo di limone venne finalmente autorizzato su larga scala.</p>
<p data-start="11562" data-end="11731">Oggi sappiamo che il principio responsabile è l&#8217;<strong>acido ascorbico</strong>, cioè la vitamina C. All&#8217;epoca di Lind, naturalmente, il concetto stesso di vitamina non esisteva ancora.</p>
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		<title>In Germania il tofu piace così tanto che sta diventando difficile trovarlo</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/germania-tofu-carenza-domanda-produzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 08:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Germania il tofu è diventato così popolare che i produttori non riescono più a soddisfare la domanda. Negli ultimi quattro anni il consumo è raddoppiato e l&#8217;industria, ancora relativamente piccola e frammentata, non ha impianti abbastanza grandi per tenere il passo. Il risultato è che in alcuni supermercati il tofu è diventato difficile da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">In <strong>Germania</strong> il <strong>tofu</strong> è diventato così popolare che i produttori non riescono più a soddisfare la domanda. Negli ultimi quattro anni il consumo è raddoppiato e l&#8217;industria, ancora relativamente piccola e frammentata, non ha impianti abbastanza grandi per tenere il passo. Il risultato è che in alcuni supermercati il tofu è diventato difficile da trovare.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il problema è emerso con particolare evidenza nel caso di <strong>Taifun</strong>, uno dei principali produttori tedeschi. L&#8217;azienda produce circa <strong>7mila tonnellate di tofu all&#8217;anno</strong>, ma nel 2025 alcuni guasti ripetuti a un macchinario fondamentale per la lavorazione della soia hanno ridotto ulteriormente la produzione. In alcune settimane è arrivata a essere circa la metà di quella necessaria per soddisfare tutte le richieste.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il tofu si ottiene dalla <strong>cagliatura del succo ricavato dai fagioli di soia</strong> e dalla successiva pressatura in blocchi, con un procedimento che per alcuni aspetti ricorda quello utilizzato per produrre il formaggio. È un alimento tradizionale dell&#8217;Asia orientale, ma negli ultimi anni si è diffuso anche nei mercati occidentali, dove è passato da prodotto di nicchia a presenza abituale nei supermercati.</p>
<h2>Perché il tofu è diventato così popolare</h2>
<p class="isSelectedEnd">La crescita della domanda tedesca rientra in una tendenza più ampia che ha colpito anche l&#8217;Italia sebbene in volumi diversi. Il tofu viene scelto da <strong>vegetariani</strong> e <strong>vegani</strong> come <strong>alternativa alla carne</strong>, ma sempre più spesso anche da consumatori che non seguono queste diete.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217168" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/germania-tofu-carenza-domanda-produzione.png" alt="germania-tofu-carenza-domanda-produzione" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">A favorirne la diffusione sono stati diversi fattori: l&#8217;interesse per gli <strong>alimenti ricchi di proteine</strong>, la maggiore presenza della cucina asiatica nelle abitudini alimentari occidentali e l&#8217;attenzione verso prodotti considerati adatti a un&#8217;alimentazione più sostenibile. Anche la versatilità del tofu ha contribuito alla sua diffusione: può essere fritto, grigliato, marinato o utilizzato in preparazioni molto diverse.</p>
<p class="isSelectedEnd">La domanda è cresciuta più rapidamente della capacità produttiva. Secondo Mordor Intelligence, il mercato europeo del tofu vale oggi circa <strong>630 milioni di euro</strong> e potrebbe quasi <strong>raddoppiare</strong> nei prossimi cinque anni.</p>
<h2>Il problema è la produzione europea</h2>
<p class="isSelectedEnd">La difficoltà non riguarda soltanto la Germania e nemmeno soltanto Taifun. Il settore europeo del tofu rimane composto da aziende relativamente piccole. Per anni molti produttori hanno investito soprattutto nella <strong>qualità delle materie prime</strong> e nello sviluppo di filiere locali, procedendo con maggiore cautela sull&#8217;ampliamento degli impianti.</p>
<p class="isSelectedEnd">Ora quella scelta sta diventando un <strong>limite</strong>. Aumentare rapidamente la produzione non è semplice e importare tofu dall&#8217;estero non rappresenta necessariamente una soluzione conveniente. Il prodotto ha un prezzo relativamente contenuto e i costi di trasporto possono incidere in modo significativo sui margini.</p>
<p class="isSelectedEnd">Le difficoltà dei produttori si riflettono quindi anche sulla <strong>distribuzione</strong>. Supermercati e marchi commerciali fanno fatica a mantenere gli scaffali riforniti con continuità, proprio mentre il consumo continua a crescere.</p>
<h3>Le aziende stanno aumentando la capacità produttiva</h3>
<p class="isSelectedEnd">Per recuperare il ritardo, i produttori stanno accelerando gli investimenti. Taifun ha avviato la trasformazione di un&#8217;ex fabbrica di salumi in un nuovo stabilimento di grandi dimensioni, con l&#8217;obiettivo di aumentare sensibilmente la capacità produttiva nei prossimi anni. Anche altri grandi gruppi stanno entrando nel mercato, contando sul fatto che la crescita della domanda non sia soltanto una fase temporanea.</p>
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		<title>Perché le anguille stanno diminuendo: il viaggio più misterioso dei pesci europei</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/anguille-diminuiscono-europa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 16:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Comacchio oggi arrivano appena il 2-3% delle anguille cieche che raggiungevano le valli tra gli anni Settanta e Ottanta. Stando a quanto riporta Il Post però, per capire perché la popolazione sia diminuita così tanto bisogna però seguire un viaggio che comincia e finisce a migliaia di chilometri di distanza, nel mar dei Sargassi. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="879" data-end="1174">A <strong>Comacchio</strong> oggi arrivano appena il<strong> 2-3%</strong> delle anguille cieche che raggiungevano le valli tra gli anni Settanta e Ottanta. Stando a quanto riporta Il Post però, per capire perché la popolazione sia diminuita così tanto bisogna però seguire un viaggio che comincia e finisce a migliaia di chilometri di distanza, nel mar dei Sargassi.</p>
<p data-start="1176" data-end="1664">È uno dei grandi <strong>paradossi dell’anguilla europea</strong>: è un animale molto studiato, ma alcuni dei momenti fondamentali della sua vita non sono mai stati osservati direttamente. Non è ancora stato visto un esemplare <strong>riprodursi</strong> nel mar dei Sargassi, nell’Atlantico settentrionale, né è stato osservato cosa accada alle anguille <strong>dopo la riproduzione</strong>. Gli scienziati hanno ricostruito il loro ciclo vitale attraverso <strong>indizi</strong>, osservazioni e sistemi di tracciamento, ma molte domande restano aperte.</p>
<p data-start="1666" data-end="2075">Il <a href="https://lifeel.eu/" target="_blank" rel="noopener">progetto Lifeel</a>, al quale partecipano anche i ricercatori dell’Università di Ferrara, studia in particolare l’arrivo delle giovani anguille nelle valli italiane. In primavera vengono raccolte e analizzate le cosiddette cieche, esemplari di pochi centimetri quasi completamente trasparenti. Un tempo se ne contavano migliaia nelle reti utilizzate per il monitoraggio; oggi i numeri sono molto più bassi.</p>
<h2 data-section-id="1xmb092" data-start="2077" data-end="2138">Il viaggio dell’anguilla, dal mar dei Sargassi a Comacchio</h2>
<p data-start="2140" data-end="2430">Il ciclo dell’anguilla europea (<em data-start="2172" data-end="2191">Anguilla anguilla</em>) comincia <strong>probabilmente</strong> nelle profondità del mar dei Sargassi, una zona dell’Atlantico compresa tra le Azzorre e le Antille. È lì che sono state trovate le larve più giovani, chiamate leptocefali: sono piccole, piatte e quasi trasparenti. Sottolineiamo il &#8220;probabilmente&#8221; proprio perché in realtà, pur sembrando assurdo, ancora non lo sappiamo con certezza.</p>
<p data-start="2140" data-end="2430"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217116" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/perche-le-anguille-stanno-diminuendo-viaggio.png" alt="perche-le-anguille-stanno-diminuendo-viaggio" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="2432" data-end="2729">Da quella zona inizia una migrazione oceanica che porta le giovani anguille verso le coste europee. Dopo una fase di sviluppo in mare, raggiungono estuari, lagune e fiumi. Alcune arrivano fino alle acque interne, mentre altre, come quelle studiate a Comacchio, rimangono nelle zone umide costiere.</p>
<p data-start="2731" data-end="3150">Qui trascorrono gran parte della loro vita. Le cieche diventano prima <strong>anguille gialle</strong>, con il corpo serpentiforme e una colorazione tra il giallo e il grigio. Possono rimanere nello stesso ambiente per molti anni e nutrirsi di piccoli pesci, vermi, larve, rane, lumache e insetti. Poi, quando raggiungono la maturità, cambiano nuovamente aspetto: il dorso diventa <strong>scuro</strong>, il ventre argenteo e gli occhi si ingrandiscono.</p>
<p data-start="3152" data-end="3439">Sono le cosiddette <strong>anguille argentine</strong>. A quel punto l&#8217;apparato digerente smette di funzionare e l&#8217;animale comincia a utilizzare le proprie riserve di grasso per affrontare il viaggio di ritorno verso il mar dei Sargassi. È probabilmente (di nuovo, non lo sappiamo con certezza) lì che avviene la riproduzione, prima della morte.</p>
<h2 data-section-id="16gsv8j" data-start="3441" data-end="3480">Perché le anguille stanno diminuendo</h2>
<p data-start="3482" data-end="3925">Il drastico calo della popolazione non ha una sola causa. Una delle principali è la <strong>perdita degli habitat</strong>. Dighe, centrali idroelettriche, bonifiche e altri sbarramenti hanno reso più difficile raggiungere molti dei luoghi in cui le anguille vivevano. Nel bacino del Po sono stati realizzati alcuni sistemi per permettere ai pesci di superare gli ostacoli, come scale di risalita e bypass fluviali, ma si tratta di interventi lunghi e costosi.</p>
<p data-start="3482" data-end="3925"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217115" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/perche-le-anguille-stanno-diminuendo-viaggio-comacchio-mar-dei-sargassi.png" alt="perche-le-anguille-stanno-diminuendo-viaggio-comacchio-mar-dei-sargassi" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="3927" data-end="4264">C&#8217;è poi la <strong>pesca</strong>, compresa quella <strong>illegale</strong> delle cieche. La domanda internazionale rimane elevata e le giovani anguille possono raggiungere quotazioni molto alte sul mercato nero. Dal 2010 l&#8217;Unione Europea <strong>vieta</strong> l&#8217;esportazione di anguille cieche al di fuori dei suoi confini, ma il traffico illegale continua a rappresentare un problema.</p>
<p data-start="4266" data-end="4630">Anche il <strong>cambiamento climatico</strong> può interferire con il ciclo della specie. L&#8217;aumento delle temperature e le modifiche delle correnti oceaniche possono alterare le condizioni del lungo viaggio tra l&#8217;Atlantico e l&#8217;Europa. Anche piccoli cambiamenti nelle correnti possono significare migliaia di chilometri aggiuntivi o rendere più difficile trovare la rotta corretta.</p>
<p data-start="4632" data-end="5032">A Comacchio gli effetti si osservano anche nel funzionamento delle valli. Il sistema dipende dall&#8217;<strong>equilibrio tra acqua dolce e acqua salata</strong>, temperatura, ossigenazione, vegetazione e presenza dei predatori. L&#8217;assenza dei periodi di gelo che un tempo caratterizzavano gli inverni modifica inoltre la protezione dei pesci nelle zone più profonde e rende più facile la predazione da parte dei cormorani.</p>
<h2 data-section-id="1d7xoir" data-start="5034" data-end="5067">L&#8217;anguilla è ancora un mistero</h2>
<p data-start="5069" data-end="5485">Per studiare una specie che attraversa mezzo mondo servono quindi strumenti particolari. I ricercatori dell&#8217;Università di Ferrara hanno utilizzato dispositivi di tracciamento e sistemi di rilevamento per seguire le anguille nel Mediterraneo. Finora sono riusciti a ricostruire le rotte per circa 200 chilometri nell&#8217;Adriatico: un risultato significativo, ma ancora lontano dal permettere di seguire l&#8217;intero viaggio.</p>
<p data-start="5487" data-end="5879">La ricerca prova anche a risolvere il problema alla fonte, tentando di <strong>riprodurre l&#8217;anguilla in cattività</strong>. All&#8217;Università di Bologna il professor <strong>Oliviero Mordenti</strong> e il suo gruppo sono riusciti a ottenere la schiusa delle uova e a mantenere in vita i leptocefali per circa 40 giorni. Il passaggio successivo, ancora irrisolto, è riuscire ad alimentarli fino a portarli alle fasi successive dello sviluppo.</p>
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		<title>The World’s 50 Best Hotels 2026: nove hotel italiani nella classifica dal 51 al 100</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/worlds-50-best-hotels-2026-classifica-51-100-hotel-italiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 13:40:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hôtellerie]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono nove gli hotel italiani presenti nella lista 51-100 di The World’s 50 Best Hotels 2026, la classifica internazionale che anticipa i 50 migliori alberghi del mondo, la cui graduatoria completa sarà annunciata a Parigi il 15 settembre. Le strutture italiane sono distribuite tra Campania, Toscana, Lazio, Trentino-Alto Adige, Puglia e Liguria, con una particolare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">Sono <strong>nove gli hotel italiani</strong> presenti nella lista 51-100 di <em>The World’s 50 Best Hotels 2026</em>, la classifica internazionale che anticipa i 50 migliori alberghi del mondo, la cui graduatoria completa sarà annunciata a Parigi il 15 settembre. Le strutture italiane sono distribuite tra Campania, Toscana, Lazio, Trentino-Alto Adige, Puglia e Liguria, con una particolare presenza lungo le coste e nelle destinazioni rurali.</p>
<p class="isSelectedEnd">La posizione più alta tra gli hotel italiani della lista estesa è occupata da <strong>Il San Pietro di Positano</strong>, (in copertina) al numero 58. Seguono <strong>Splendido</strong> a Portofino, al numero 60, <strong>Castiglion del Bosco</strong> a Montalcino, al 62, <strong>Orient Express La Minerva</strong> a Roma, al 66, e <strong>Forestis Dolomites</strong> a Bressanone, al 68.</p>
<p class="isSelectedEnd">Più in basso si trovano <strong>Borgo Santandrea</strong> ad Amalfi, numero 84, <strong>Borgo Egnazia</strong> a Savelletri, numero 88, <strong>Villa Treville</strong> a Positano, numero 91, e <strong>Reschio</strong> a Lisciano Niccone, al numero 95.</p>
<p class="isSelectedEnd">La presenza italiana comprende quindi sia hotel storici sia strutture più recenti, con caratteristiche molto diverse tra loro: dalle proprietà affacciate sul Mediterraneo agli alberghi inseriti nei paesaggi rurali dell&#8217;Italia centrale, fino a un progetto urbano nel centro storico di Roma.</p>
<h2>Gli hotel italiani nella lista 51-100</h2>
<p class="isSelectedEnd">Il risultato più alto è quello de <strong>Il San Pietro di Positano</strong>, al numero 58. L&#8217;hotel è costruito sulla scogliera sopra la perla della Costiera e dispone di una spiaggia privata e di un molo raggiungibili attraverso un ascensore ricavato nella roccia. Le camere sono distribuite lungo il pendio e caratterizzate da colori e materiali legati al paesaggio della Costiera Amalfitana.</p>
<p class="isSelectedEnd">Balzo in avanti (posizione 60) per lo Splendido, lo storico hotel di Portofino nato da un antico monastero sulla collina, 83esimo lo scorso anno. La struttura ha aperto come albergo all&#8217;inizio del Novecento e conserva un&#8217;impostazione residenziale, con giardini terrazzati, piscina all&#8217;aperto e camere arredate con mobili d&#8217;epoca.</p>
<p class="isSelectedEnd">La Toscana è rappresentata al numero 62 da <strong>Castiglion del Bosco</strong>, tenuta situata nella Val d&#8217;Orcia, nel territorio di Montalcino. Il complesso comprende un edificio storico del Settecento, cantine e un campo da golf a 18 buche, oltre agli spazi dedicati all&#8217;ospitalità.</p>
<figure id="attachment_217434" aria-describedby="caption-attachment-217434" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-217434" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/worlds-50-best-hotels-2026-classifica-51-100-hotel-italiani.png" alt="worlds-50-best-hotels-2026-classifica-51-100-hotel-italiani" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217434" class="wp-caption-text">Orient Express La Minerva</figcaption></figure>
<p class="isSelectedEnd">Al numero 66 compare <strong>Orient Express La Minerva</strong>, a Roma, il primo progetto alberghiero statico del marchio Orient Express. L&#8217;hotel occupa un palazzo del Seicento a pochi passi dal Pantheon e conserva elementi storici dell&#8217;edificio, tra cui soffitti affrescati e scalinate in marmo. Sul tetto si trova una piscina con vista sul centro della città.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il quinto hotel italiano è <strong>Forestis Dolomites</strong>, al numero 68. Si trova a circa 1.800 metri di altitudine nei boschi sopra Bressanone e punta su un&#8217;architettura caratterizzata da legno di larice e ampie vetrate. La struttura integra inoltre un&#8217;offerta dedicata al benessere e dichiara di utilizzare esclusivamente energia da fonti rinnovabili.</p>
<p class="isSelectedEnd">Al numero 84 torna la Costiera Amalfitana con <strong>Borgo Santandrea</strong>, costruito sulla scogliera tra Amalfi e Conca dei Marini, che lo scorso anno era in posizione 53. L&#8217;hotel, aperto nella sua configurazione attuale nel 2022, riprende elementi dell&#8217;architettura e del design degli anni Sessanta e dispone di un beach club e di un molo privato.</p>
<p class="isSelectedEnd">La Puglia entra nella lista al numero 88 con <strong>Borgo Egnazia</strong>, a Savelletri, 63° nel 2025. Il resort è stato progettato riproducendo l&#8217;idea di un borgo pugliese, con edifici in pietra, piazza centrale, ville e spazi comuni. Il complesso comprende anche un campo da golf e una spa.</p>
<p class="isSelectedEnd">Al numero 91 si trova <strong>Villa Treville</strong>, a Positano, già residenza del regista Franco Zeffirelli. La proprietà conta 16 camere distribuite su due ettari di giardini e dispone di una spa, una piscina e diversi spazi dedicati alla ristorazione.</p>
<p class="isSelectedEnd">Chiude la rappresentanza italiana <strong>Reschio</strong>, al numero 95 (n. 81 lo scorso anno), a Lisciano Niccone, in Umbria. Il progetto nasce dal recupero di un&#8217;antica chiesa e di un castello di origine etrusca e comprende vigneti, oliveti, attività agricole e ristorazione legata alla produzione della tenuta.</p>
<h2>Una lista internazionale di 50 hotel</h2>
<p class="isSelectedEnd">La classifica estesa 51-100 comprende complessivamente hotel distribuiti in <strong>23 nazioni e 40 città</strong>, con dieci strutture indipendenti. L&#8217;Asia è l&#8217;area più rappresentata, con 20 hotel, mentre l&#8217;Europa ne conta 16. La Francia porta quattro strutture nella lista, mentre tra le altre destinazioni figurano Giappone, Stati Uniti, Messico, Regno Unito, Turchia, Marocco, Australia e Nuova Zelanda.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il numero 51 è occupato da <strong>La Réserve Paris</strong>, mentre il 100 va a <strong>Gleneagles</strong>, in Scozia. La lista comprende 18 nuovi ingressi e cinque rientri rispetto alle precedenti edizioni.</p>
<h3>The World’s 50 Best Hotels 2026: la classifica dal numero 51 al 100</h3>
<ol start="51" data-spread="false">
<li><strong>La Réserve Paris</strong> — Parigi, Francia</li>
<li><strong>Janu Tokyo</strong> — Tokyo, Giappone</li>
<li><strong>Park Hyatt Tokyo</strong> — Tokyo, Giappone</li>
<li><strong>Palacio Nazarenas</strong> — Cusco, Perù</li>
<li><strong>Soneva Fushi</strong> — Maldive</li>
<li><strong>Rosewood London</strong> — Londra, Regno Unito</li>
<li><strong>Hotel Bel-Air</strong> — Los Angeles, Stati Uniti</li>
<li><strong>Il San Pietro di Positano</strong> — Positano, Italia</li>
<li><strong>Mandarin Oriental Hong Kong</strong> — Hong Kong</li>
<li><strong>Splendido</strong> — Portofino, Italia</li>
<li><strong>Mandapa</strong> — Bali, Indonesia</li>
<li><strong>Castiglion del Bosco</strong> — Montalcino, Italia</li>
<li><strong>Sofitel Legend Casco Viejo</strong> — Panama City, Panama</li>
<li><strong>Hotel Esencia</strong> — Tulum, Messico</li>
<li><strong>The Beverly Hills Hotel</strong> — Los Angeles, Stati Uniti</li>
<li><strong>Orient Express La Minerva</strong> — Roma, Italia</li>
<li><strong>Montage Los Cabos</strong> — Cabo San Lucas, Messico</li>
<li><strong>Forestis Dolomites</strong> — Bressanone, Italia</li>
<li><strong>The Okura</strong> — Tokyo, Giappone</li>
<li><strong>Rosewood Bangkok</strong> — Bangkok, Thailandia</li>
<li><strong>Amangalla</strong> — Galle, Sri Lanka</li>
<li><strong>Ritz Paris</strong> — Parigi, Francia</li>
<li><strong>Palace Hotel Tokyo</strong> — Tokyo, Giappone</li>
<li><strong>Four Seasons Tamarindo</strong> — La Manzanilla, Messico</li>
<li><strong>La Mamounia</strong> — Marrakech, Marocco</li>
<li><strong>Maçakızı</strong> — Bodrum, Turchia</li>
<li><strong>Hotel das Cataratas</strong> — Iguassu Falls, Brasile</li>
<li><strong>The Fifth Avenue Hotel</strong> — New York, Stati Uniti</li>
<li><strong>Hotel The Mitsui</strong> — Kyoto, Giappone</li>
<li><strong>Carlton Cannes</strong> — Cannes, Francia</li>
<li><strong>Capella Hanoi</strong> — Hanoi, Vietnam</li>
<li><strong>Huka Lodge</strong> — Taupō, Nuova Zelanda</li>
<li><strong>The Calile</strong> — Brisbane, Australia</li>
<li><strong>Borgo Santandrea</strong> — Amalfi, Italia</li>
<li><strong>Hoshinoya Tokyo</strong> — Tokyo, Giappone</li>
<li><strong>Four Seasons Hong Kong</strong> — Hong Kong</li>
<li><strong>Aman New York</strong> — New York, Stati Uniti</li>
<li><strong>Borgo Egnazia</strong> — Savelletri, Italia</li>
<li><strong>Waldorf Astoria Osaka</strong> — Osaka, Giappone</li>
<li><strong>Mandarin Oriental Shenzhen</strong> — Shenzhen, Cina</li>
<li><strong>Villa Treville</strong> — Positano, Italia</li>
<li><strong>The Greenwich Hotel</strong> — New York, Stati Uniti</li>
<li><strong>The Maybourne Riviera</strong> — Roquebrune-Cap-Martin, Francia</li>
<li><strong>The Johri</strong> — Jaipur, India</li>
<li><strong>Reschio</strong> — Lisciano Niccone, Italia</li>
<li><strong>Wynn Palace</strong> — Macao</li>
<li><strong>Capella Singapore</strong> — Singapore</li>
<li><strong>The Oberoi Udaivilas</strong> — Udaipur, India</li>
<li><strong>The Peninsula Shanghai</strong> — Shanghai, Cina</li>
<li><strong>Gleneagles</strong> — Auchterarder, Scozia</li>
</ol>
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		<title>Snow beer, la birra con la schiuma ghiacciata che sta conquistando l’Asia</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/snow-beer-birra-schiuma-ghiacciata-malesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 08:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Birra]]></category>
		<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Ipoh, in Malesia, la birra viene servita in un modo molto particolare. Il bicchiere viene lasciato in freezer per alcune ore e utilizzato quando è completamente ghiacciato: a contatto con il vetro, la schiuma si raffredda rapidamente e diventa densa, compatta e soffice, con un aspetto che ricorda quello della neve. Da qui il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">A <strong>Ipoh, in Malesia</strong>, la birra viene servita in un modo molto particolare. Il bicchiere viene lasciato in <strong>freezer</strong> per alcune ore e utilizzato quando è completamente ghiacciato: a contatto con il vetro, la <strong>schiuma</strong> si raffredda rapidamente e diventa densa, compatta e soffice, con un aspetto che ricorda quello della neve. Da qui il nome <strong>snow beer</strong>, una preparazione diventata negli ultimi anni particolarmente visibile sui social. Non è un prodotto nuovo ma un differente <strong>metodo di servizio.</strong></p>
<h2>Cos&#8217;è la snow beer</h2>
<p class="isSelectedEnd">La snow beer malese non va confusa con la <strong>Snow Beer cinese</strong>, la lager prodotta da China Resources Snow Breweries, uno dei marchi di birra più venduti al mondo. Il termine indica, in questo caso, una birra servita in un bicchiere precedentemente congelato.</p>
<p class="isSelectedEnd">In diverse zone del Sud-est asiatico, dal <strong>Vietnam </strong>alla<strong> Cambogia</strong> fino alla <strong>Thailandia</strong>, è inoltre piuttosto comune servire la birra con cubetti di ghiaccio. Una consuetudine che può sorprendere chi è abituato ai criteri di servizio occidentali, perché lo scioglimento del ghiaccio finisce per diluire la bevanda e perché la birra non dovrebbe essere servita troppo gelida se è di grande qualità ma qui fa veramente molto caldo e alle persone interessa meno della corretta temperatura di servizio.</p>
<h2>Come si prepara la snow beer</h2>
<p class="isSelectedEnd">Il procedimento è semplice. Il boccale viene conservato nel freezer per alcune ore, fino a quando la superficie interna è completamente fredda. La birra viene quindi versata direttamente nel bicchiere congelato.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217402" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/snow-beer-birra-schiuma-ghiacciata.png" alt="snow-beer-birra-schiuma-ghiacciata" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">Il contatto con il vetro abbassa rapidamente la temperatura della schiuma, che tende a diventare più compatta e consistente. Il risultato è una parte superiore molto densa, quasi ghiacciata, mentre la componente liquida rimane sul fondo del bicchiere.</p>
<p class="isSelectedEnd">È proprio questo contrasto tra <strong>birra liquida e schiuma fredda e compatta</strong> a rendere la snow beer riconoscibile e instagrammabile, il che l&#8217;ha portata ad essere un trend su tutti i social network.</p>
<h2 class="isSelectedEnd">Quale birra si usa per la snow beer</h2>
<p class="isSelectedEnd">Non esiste una birra specifica associata alla preparazione. In genere vengono utilizzate <strong>lager chiare e a bassa fermentazione</strong>, caratterizzate da un profilo leggero, una gradazione alcolica moderata e una schiuma sufficientemente persistente.</p>
<p class="isSelectedEnd">Una lager tradizionale viene normalmente servita a una temperatura compresa indicativamente tra <strong>4 e 7 °C</strong>. Nel caso della snow beer, invece, la temperatura può avvicinarsi a quella del bicchiere appena estratto dal freezer, intorno agli 0 °C. Anche per ciò che abbiamo scritto sopra, sconsigliamo di fare questa prova con birre di grande qualità perché ne compromettereste il gusto ma se avete una birra non proprio elitaria e volete assaggiare una consistenza insolita, questo metodo potrebbe svoltarvi la serata.</p>
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		<title>In Italia non si può coltivare il riso basmati</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/perche-in-italia-non-si-coltiva-riso-basmati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 16:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il riso basmati che trovate nei supermercati italiani arriva quasi tutto dall’Asia, soprattutto da Pakistan e India. Nel 2024 l’Italia ha importato dal Pakistan circa 30mila tonnellate di riso, quasi la metà del totale acquistato dall’estero. La ragione non è soltanto economica: il basmati appartiene a varietà di riso che hanno caratteristiche difficili da riprodurre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="638" data-end="1045">Il <strong>riso basmati</strong> che trovate nei supermercati italiani arriva quasi tutto dall’Asia, soprattutto da <strong>Pakistan</strong> e <strong>India</strong>. Nel 2024 l’Italia ha importato dal Pakistan circa 30mila tonnellate di riso, quasi la metà del totale acquistato dall’estero. La ragione non è soltanto economica: il basmati appartiene a varietà di riso che hanno caratteristiche difficili da riprodurre nelle condizioni ambientali italiane.</p>
<p data-start="1047" data-end="1389">Il problema riguarda soprattutto il clima e i terreni. Il basmati appartiene infatti al gruppo <em data-start="1142" data-end="1150">indica</em>, caratterizzato da chicchi lunghi e sottili, mentre il riso più coltivato in Italia appartiene prevalentemente al gruppo <em data-start="1272" data-end="1282">japonica</em>, con chicchi più corti e tondi. Sono due tipologie che rispondono a condizioni di coltivazione differenti.</p>
<h2 data-section-id="yfatda" data-start="1391" data-end="1425">Dove si coltiva il riso basmati</h2>
<p data-start="1427" data-end="1671">Il basmati commercializzato in Europa comprende nove varietà di riso <em data-start="1496" data-end="1504">indica</em>. La sua coltivazione è concentrata quasi esclusivamente nelle pianure comprese tra i <strong>fiumi Indo e Gange</strong>, alle pendici dell’<strong>Himalaya</strong>, soprattutto tra India e Pakistan.</p>
<p data-start="1427" data-end="1671"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217119" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/perche-in-italia-non-si-coltiva-riso-basmati.png" alt="perche-in-italia-non-si-coltiva-riso-basmati" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="1673" data-end="1918">In questa zona si combinano temperature, umidità e precipitazioni adatte alla pianta, insieme alla particolare composizione dei terreni alluvionali. A queste condizioni si aggiungono secoli di selezione e tecniche agricole sviluppate localmente.</p>
<p data-start="1920" data-end="2278">È proprio questa combinazione a rendere difficile trasferire la coltivazione del basmati in altri territori. L’Italia è il <strong>principale produttore di riso dell’Unione Europea</strong> e possiede una risicoltura particolarmente sviluppata e storicizzata visto che lo coltiviamo dal tempo dell&#8217;<strong>antica Roma</strong>, ma il clima delle sue principali aree di produzione non è quello necessario per ottenere un basmati con le stesse caratteristiche.</p>
<p data-start="2280" data-end="2510">Il riso basmati è apprezzato soprattutto per il suo aroma e per il comportamento in cottura: il chicco si allunga molto più di quanto aumenti in larghezza, rimane relativamente asciutto e tende a non attaccarsi agli altri chicchi.</p>
<h2 data-section-id="3j6p95" data-start="2512" data-end="2555">Il <em>riso aromatico</em> italiano non è basmati</h2>
<p data-start="2557" data-end="2885">Negli ultimi decenni i risicoltori italiani hanno comunque provato a ottenere <strong>varietà con caratteristiche simili</strong>. Sono nati così diversi risi aromatici ottenuti incrociando varietà asiatiche e risi italiani. Tra questi ci sono Apollo, Asia, Brezza, Elettra e Gange, generalmente venduti con la denominazione di “<strong>riso aromatico</strong>”.</p>
<p data-start="2887" data-end="3186">Non possono però essere chiamati basmati. Il motivo non riguarda soltanto il nome commerciale: queste varietà hanno caratteristiche diverse da quelle del basmati originario. Sono in grado di sviluppare un aroma simile, ma il chicco non raggiunge lo stesso livello di allungamento durante la cottura.</p>
<p data-start="3188" data-end="3578">Come riporta Il Post «Il mercato delle varietà aromatiche italiane è molto di <strong>nicchia</strong>, anche se ci sono diverse aziende che provano a farsi spazio», spiegava <strong>Enrico Losi</strong>, responsabile economico dell’Ente Nazionale Risi. «Pur avendo un aroma competitivo con il basmati, le varietà italiane non hanno la capacità di allungarsi così tanto. In Italia si coltivano ottimi risi aromatici, ma non sono la stessa cosa».</p>
<h3 data-section-id="18j5umc" data-start="4710" data-end="4740">La disputa sul nome basmati</h3>
<p data-start="4742" data-end="4878">La concorrenza tra India e Pakistan riguarda anche la possibilità di tutelare il termine “<em>basmati</em>” attraverso un’indicazione geografica. Nel 2018 l’<strong>India</strong> presentò alla Commissione Europea una richiesta per ottenere l’<strong>Indicazione geografica protetta</strong> per il proprio basmati e riservare quindi il termine ai prodotti provenienti dalle aree riconosciute. La domanda venne pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nel settembre 2022. Il Pakistan si oppose e nel 2023 presentò a sua volta una domanda per il riconoscimento dell’indicazione geografica del basmati prodotto nel proprio territorio.</p>
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		<title>Ciceri e tria, la storia del piatto simbolo del Salento</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/ciceri-e-tria-storia-origini-salento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 13:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Considerata una delle preparazioni più rappresentative della cucina salentina, ciceri e tria unisce ceci e pasta fresca in un equilibrio insolito, nel quale una parte della pasta viene lessata e un&#8217;altra fritta. Un contrasto di consistenze che oggi appare moderno, ma che affonda le proprie radici in una tradizione secolare fatta di ingredienti semplici, influenze [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="573" data-end="1085">Considerata una delle preparazioni più rappresentative della cucina salentina, <strong>ciceri e tria</strong> unisce ceci e pasta fresca in un equilibrio insolito, nel quale una parte della pasta viene lessata e un&#8217;altra <strong>fritta</strong>. Un contrasto di consistenze che oggi appare moderno, ma che affonda le proprie radici in una tradizione secolare fatta di ingredienti semplici, influenze culturali dovute alle dominazioni e ricorrenze religiose molto sentite da queste parti.</p>
<p data-start="1087" data-end="1660">Il nome stesso racconta una <strong>storia</strong>: &#8220;Ciceri&#8221; è il termine dialettale salentino che indica i ceci, protagonisti della cucina mediterranea fin dall&#8217;antichità; &#8220;Tria&#8221;, invece, deriva dall&#8217;arabo <em data-start="1278" data-end="1287">itriyya</em>, parola con cui si indicava una pasta lunga simile alle attuali tagliatelle. L&#8217;etimologia testimonia il passaggio delle popolazioni arabe nel Mezzogiorno e l&#8217;influenza che questi scambi hanno avuto sulla gastronomia pugliese <strong>tra l&#8217;VIII e il IX secolo</strong>. La ricetta è quindi il risultato dell&#8217;incontro tra culture diverse, rimasto vivo nella tradizione culinaria del Salento.</p>
<h2 data-start="1087" data-end="1660">Alla scoperta di ciceri e tria</h2>
<p data-start="1662" data-end="2214">La caratteristica che distingue ciceri e tria è la <strong>doppia lavorazione della pasta</strong>. Una parte viene cotta in acqua insieme ai ceci, contribuendo alla cremosità del piatto, mentre una seconda porzione viene fritta fino a diventare dorata e croccante. L&#8217;incontro tra queste due consistenze rappresenta l&#8217;elemento più riconoscibile della preparazione e ne ha decretato il successo nel tempo. Un piatto costruito con pochi ingredienti, ma capace di valorizzarli attraverso una tecnica che continua a essere riproposta anche nella ristorazione contemporanea.</p>
<p data-start="1662" data-end="2214"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-216480" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/ciceri-e-tria-storia-origini-salento.png" alt="ciceri-e-tria-storia-origini-salento" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="2216" data-end="2619">Come molte ricette della tradizione contadina, anche ciceri e tria nasce dall&#8217;esigenza di preparare un pasto nutriente con materie prime facilmente reperibili e <strong>povere</strong>. I ceci, per secoli considerati la &#8220;carne dei poveri&#8221; per il loro apporto proteico, venivano abbinati a una pasta fatta in casa composta soltanto da farina e acqua. Una combinazione economica, sostanziosa e adatta a sfamare intere famiglie.</p>
<p data-start="2621" data-end="3184">La diffusione del piatto è legata anche alla festa di <strong>San Giuseppe</strong>, celebrata il 19 marzo. In molte località del Salento era consuetudine cucinare grandi quantità di ciceri e tria e <strong>offrirle</strong> a chiunque si presentasse alla porta di casa. Era un gesto di ospitalità e solidarietà che rifletteva il valore attribuito al santo, tradizionalmente considerato protettore della famiglia, dei lavoratori e delle persone in difficoltà. Anche la scelta dei ceci aveva un significato simbolico, richiamando l&#8217;idea di <strong>semplicità</strong> e <strong>condivisione</strong> propria della cultura contadina.</p>
<p data-start="3186" data-end="3813">Con il passare del tempo, la ricetta ha superato il confine della ricorrenza religiosa ed è diventata uno dei piatti <strong>identitari</strong> della cucina salentina durante tutto l&#8217;anno. Oggi è presente nei menu di trattorie e ristoranti della Puglia, dove viene proposta sia nella versione più tradizionale sia in interpretazioni contemporanee. Alcuni cuochi utilizzano farine speciali, come il grano arso, per preparare la pasta, altri introducono erbe aromatiche, peperoncino o una mantecatura finale con olio extravergine d&#8217;oliva, pur mantenendo intatto il principio che rende riconoscibile il piatto: l&#8217;alternanza tra pasta lessata e pasta fritta.</p>
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		<title>Studentenfutter: cos&#8217;è il mix di frutta secca che in Germania si mangia per studiare meglio</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/studentenfutter-frutta-secca-germania-concentrazione-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 08:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Germania esiste una merenda con un nome che non lascia dubbi sullo scopo: studentenfutter, letteralmente &#8220;mangime per studenti&#8220;. Si tratta di un mix di frutta secca — noci, mandorle, uvetta, nocciole, anacardi — consumato da secoli per favorire la concentrazione durante lo studio. Ancora oggi si trova in tutti i supermercati tedeschi, in confezioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In <strong>Germania</strong> esiste una merenda con un nome che non lascia dubbi sullo scopo: <strong>studentenfutter</strong>, letteralmente &#8220;<em>mangime per studenti</em>&#8220;. Si tratta di un mix di frutta secca — noci, mandorle, uvetta, nocciole, anacardi — consumato da secoli per favorire la concentrazione durante lo studio. Ancora oggi si trova in tutti i supermercati tedeschi, in confezioni pronte con combinazioni variabili di ingredienti.</p>
<h3 class="mt-6 mb-2 font-semibold text-xl" data-streamdown="heading-3">Le origini nel Seicento</h3>
<p>Lo studentenfutter compare per la prima volta nel <strong>XVII secolo</strong> in Germania, inizialmente come miscela di uvetta e mandorle. Nel tempo si sono aggiunti anacardi, noci brasiliane, arachidi, nocciole e altra frutta secca dolce come mirtilli rossi, more di gelso disidratate o bacche di goji.</p>
<p>La presenza dominante delle <strong>mandorle</strong> nel mix originale indica chiaramente il contesto sociale in cui è nato: le mandorle erano un <strong>prodotto costoso</strong>, accessibile solo ai ceti più alti della popolazione prussiana, gli stessi che potevano permettersi di mandare i figli a <strong>studiare</strong> nelle scuole superiori.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-216563" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/studentenfutter-frutta-secca-germania.png" alt="studentenfutter-frutta-secca-germania" width="763" height="627" /></p>
<p>La funzione iniziale, però, non era legata allo studio. I medici tedeschi dell&#8217;epoca ritenevano che mandorle e frutta secca avessero proprietà <strong>rinvigorenti</strong> e le prescrivevano come rimedio ai <strong>postumi della sbornia</strong>. Solo con il tempo lo studentenfutter è stato associato alla concentrazione e al rendimento scolastico, trasformandosi nella merenda per eccellenza degli studenti.</p>
<h3 class="mt-6 mb-2 font-semibold text-xl" data-streamdown="heading-3">Perché funziona</h3>
<p>La frutta secca e i semi oleosi contenuti nello studentenfutter hanno un profilo nutrizionale che <strong>giustifica la tradizione</strong>. Mandorle, noci e nocciole sono ricche di acidi grassi insaturi, vitamina E, magnesio e zinco, nutrienti che contribuiscono al normale funzionamento cognitivo. L&#8217;uvetta e la frutta secca dolce forniscono zuccheri naturali a rilascio graduale, utili per mantenere stabili i livelli di energia durante periodi di attività mentale prolungata.</p>
<p>Nelle scuole tedesche lo studentenfutter viene ancora oggi proposto ai bambini come <strong>spuntino</strong>. È uno snack equilibrato, con un buon apporto di sali minerali e vitamine, che non richiede preparazione e si conserva a lungo.</p>
<h2 class="mt-6 mb-2 font-semibold text-xl" data-streamdown="heading-3">La variante francese e Rossini</h2>
<p>La nobiltà francese ha adottato e modificato il concetto tedesco, trasformandolo in un dolce chiamato <strong>Quatre Mendiants</strong>, i &#8220;quattro mendicanti&#8221;. La <em>ricetta</em> tradizionale prevede mandorle, uva passa, fichi o datteri e nocciole. Il nome richiama scherzosamente i quattro ordini mendicanti medievali, associando ogni ingrediente al colore del saio dei confratelli: le noci per gli <strong>agostiniani</strong>, l&#8217;uva passa per i <strong>domenicani</strong>, i fichi per i <strong>francescani</strong>, le mandorle per i <strong>carmelitani</strong>.</p>
<p>A differenza dello studentenfutter, i Quatre Mendiants hanno una componente <strong>dolce</strong> più spiccata e sono meno equilibrati dal punto di vista nutrizionale. Nel XIX secolo erano però molto popolari nei salotti parigini. <strong>Gioacchino Rossini</strong>, che visse quasi quarant&#8217;anni in Francia e si fece una reputazione di grande buongustaio, ne era appassionato al punto da dedicare al dolce una composizione per pianoforte in quattro movimenti: Les Figues Sèches, Les Amandes, Les Raisins e Les Noisettes.</p>
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