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	<title>Prodotti &#8226; Food and Wine Italia</title>
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	<title>Prodotti &#8226; Food and Wine Italia</title>
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		<title>Tre ricette pasquali della tradizione, quasi dimenticate</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/tre-ricette-pasquali-della-tradizione-quasi-dimenticate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 13:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Colombe classiche e creative, dolci e pure salate; uova di cioccolato dichiaratamente artistiche e perfino di formaggio, casatielli e tortani originali o rivisti, e pizze al formaggio che diventano “oggetti gourmet”, pastiere napoletane che prendono pure accenti local. Ormai anche la Pasqua – a lungo rimasta in secondo piano, gastronomicamente parlando, rispetto al Natale – [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.foodandwineitalia.com/migliori-colombe-pasqua-2026-artigianali/"><strong>Colombe</strong> classiche e creative</a>, dolci e pure salate; <a href="https://www.foodandwineitalia.com/pasqua-2026-luovo-di-cioccolato-diventa-oggetto-del-desiderio/"><strong>uova di cioccolato</strong></a> dichiaratamente artistiche e perfino di formaggio, <a href="https://www.foodandwineitalia.com/la-pasqua-e-anche-salata/"><strong>casatielli</strong> e tortani originali o rivisti, e pizze al formaggio</a> che diventano “oggetti gourmet”, <strong>pastiere</strong> napoletane che prendono pure accenti local. Ormai anche la <strong>Pasqua</strong> – a lungo rimasta in secondo piano, gastronomicamente parlando, rispetto al Natale – ha i suoi imperativi che oltrepassano i confini regionali, e le sue proposte spesso felicemente contaminate e innovative.</p>
<p>Eppure, in molti luoghi d’Italia resistono <strong>usanze locali</strong> altrettanto interessanti – spesso dai profondi significati religiosi, e legate anche al passaggio di stagione e alla celebrazione della fertilità –, che non hanno (ancora?) catturato l’attenzione social: vengono custodite e trasmesse di generazione in generazione soprattutto in ambito domestico, o grazie al lavoro paziente e talvolta al recupero di cuochi, pasticceri e artigiani.</p>
<p>La lista è in realtà lunga, legata appunto a tante realtà e tradizioni regionali o anche più circoscritte. Noi ve ne raccontiamo tre, tra <strong>Umbria, Campania e Sicilia,</strong> nelle versioni dei loro interpreti più interessanti.</p>
<h2>La Ciaramicola di Rosso di Sera, a San Feliciano di Magione</h2>
<figure id="attachment_213195" aria-describedby="caption-attachment-213195" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-213195" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/2-10.png" alt="Pasqua" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213195" class="wp-caption-text">La Ciaramicola di Rosso di Sera, anche in apertura</figcaption></figure>
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<p>Una<strong> ciambella</strong> dall’impasto colorato di rosa (per via dell’Alchermes) e profumato dalla scorza di limone, ricoperta da una candida coltre di meringa su cui spiccano codette o confettini colorati: è la <strong>Ciaramicola,</strong> tipico dolce primaverile che si prepara a <strong>Perugia</strong> e in diverse altre zone dell’Umbria.</p>
<p>Le origini rimandano al Quattrocento, e alla città che oggi è capoluogo di regione: il rosso e il bianco ne riprendono infatti la <strong>bandiera perugina</strong> mentre, secondo alcuni, cinque dovrebbero essere le “gobbe” create con la meringa, in riferimento ai rioni di Porta S. Angelo, Porta Sole, Porta Susanna, Porta Eburnea e Porta S. Pietro.</p>
<p>Elemento immancabile della <strong>Pasqua perugina</strong> – e anticamente offerto dalle donne ai futuri mariti,  corrispettivo del maritozzo romano, che in origine era tipico del periodo di Quaresima e veniva regalato dagli uomini alle loro promesse spose –, a <strong>Gubbio</strong> si prepara invece per la festa di Sant’Ubaldo, il patrono della città, che cade il 15 maggio, e conosce numerose varianti locali e ricette che variano di famiglia in famiglia. In questo periodo, in Umbria la ciaramicola si trova facilmente tra pasticcerie, forni e ristoranti, mentre è ben poco nota oltre i confini regionali.</p>
<p>Una da non perdere? Quella proposta dal rinomato pasticcere <strong>Michele Piselli</strong>, ora in forze nella cucina dell’<a href="https://www.instagram.com/rossodisera_osteria/"><strong>Osteria Rosso di Sera</strong></a> a San Feliciano, frazione di Magione affacciata sul lago Trasimeno, guidata da Federica Trovati. Fedele alla ricetta di famiglia, di tradizione pasticciera, è però aggiornata nelle tecniche e in parte nell&#8217;ingredientistica per ottenere un <strong>impasto soffice e leggero</strong> (anziché la consueta texture un po&#8217; biscottata), la meringa non spatolata ma distribuita con la sac à poche a ricordare quasi la panna, e note aromatiche ben definite ma non invadenti, per non rinunciare al gusto semplice e vintage della tradizione.</p>
<p>La Ciaramicola di Piselli vede infatti l&#8217;uso di un Alchermes artigianale perugino – da cui anche la colorazione più intensa –, <strong>vaniglia del Madagascar</strong> in bacche e pasta d&#8217;arancia. Proposta tra i dessert della carta, si può anche ordinare e ritirare al ristorante per condividerla con amici e familiari a Pasqua o Pasquetta.</p>
<h2>La Pigna pasquale di Lisita, a Mondragone</h2>
<figure id="attachment_213103" aria-describedby="caption-attachment-213103" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-full wp-image-213103" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/3-7.png" alt="Pigna Pasquale" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213103" class="wp-caption-text">La Pigna di Pasqua di Lisita</figcaption></figure>
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<p>Se in tanti ormai conoscono – e amano – il poderoso casatiello salato della tradizione napoletana, non tutti sanno invece che in provincia di <strong>Caserta</strong> e nel Sannio se ne fa anche una versione dolce. Viene definito anche <strong>“casatiello dolce”</strong>, infatti, il gustoso lievitato dalla forma alta e compatta ricoperto da una glassa bianca con zuccherini colorati (che ricorderebbero la neve che si scioglie e i fiori che spuntano), noto da queste parti come <strong>Pigna pasquale</strong>, antico prodotto da forno legato al tema della rinascita primaverile al termine dell’inverno e dunque anche alla resurrezione.</p>
<p>Se il nome è legato probabilmente anche alla <em>pignata</em>, il recipiente di terracotta in cui un tempo l’impasto veniva lasciato lievitare – secondo tradizione, per tre giorni, anche a richiamare il tempo trascorso tra la morte e la resurrezione di Cristo – e poi cotto nel forno domestico, le origini sono probabilmente ancora più remote e si riallacciano alla simbologia beneaugurante del frutto del pino, la pigna appunto, considerata in molte civiltà un emblema di forza vitale, fecondità e <strong>rigenerazione</strong>.</p>
<p>In queste zone, la pigna dolce era dunque preparata nel periodo pasquale e donata nella mattina della domenica dalle giovani donne ai loro <strong>promessi sposi</strong>, come augurio di prosperità e felicità (un po’ come la ciaramicola umbra).</p>
<p>A <strong>Mondragone</strong>, paese casertano lungo il Litorale Domizio, la pasticceria <a href="https://www.lisita.it/"><strong>Lisita</strong></a> – a conduzione familiare fin dal 1967 – ne porta avanti la preparazione tradizionale, naturalmente rivista con cura moderna: a farine selezionate, uova, strutto e alle note aromatiche di liquore Strega e dell’anice si aggiunge infatti la fresca e delicata presenza della purea di arancia, che rende ancor più morbido l’impasto e ricorda il profumo della <strong>sfogliatella,</strong> specialità di Lisita. Sono solo 50 le pigne pasquali sfornate qui durante la Settimana Santa, e per accaparrarsene una bisogna recarsi di persona presso il negozio in via Domitiana 270, tappa obbligata per chi viaggia tra Napoli e Gaeta.</p>
<h2>Il Cucciddato siciliano di Pensiero Ristorante a Modica</h2>
<figure id="attachment_213107" aria-describedby="caption-attachment-213107" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="wp-image-213107 size-full" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/2-9.png" alt="Pasqua" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213107" class="wp-caption-text">Il Cucciddato siciliano di Pensiero Ristorante</figcaption></figure>
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<p>Se gli agnelli di marzapane della tradizione isolana e in particolare agrigentina hanno ormai da tempo conquistato<a href="https://www.foodandwineitalia.com/agnelli-pasta-di-mandorle-fenomeno-social-pasqua/"> l’attenzione socia</a>l, se pure in chiave goliardica, la <strong>Sicilia</strong> ha molte altre usanze da scoprire e assaggiare.</p>
<p>Nella zona sud-orientale, e in particolare a <strong>Scicli</strong> e dintorni, ad esempio, nasce il <strong>Cucciddato</strong>: pane rituale dalla forma a corona, un tempo realizzato con l&#8217;impasto in eccesso insaporito da ingredienti “poveri” ma gustosi presenti in dispensa, racconta la storia agricola e religiosa delle comunità locali ed è legato alla festa di San Giuseppe.</p>
<p>È in omaggio al santo, infatti, e in occasione della movimentata <strong>Cavalcata di San Giuseppe</strong> – che, in concomitanza o quasi con l’equinozio di primavera, mescola e profano, devozione e celebrazione del risveglio della natura – che si prepara il pane, un tempo portato in processione come ex voto, al braccio dei partecipanti o appeso alla sella dei cavalli bardati a festa, e poi condiviso tra i partecipanti. Una preparazione rustica e squisita, in cui l’impasto a base di semola di grano duro è insaporito da <strong>salsiccia al finocchietto e caciocavallo</strong>, che resta spesso sulle tavole delle case locali fino a Pasqua.</p>
<p>Ma, in questo periodo, si può assaggiare anche da <a href="https://pensieroristorante.it"><strong>Pensiero Ristorante</strong></a>, indirizzo gastronomico che trova spazio all’interno dello Stacci Rural Resort in Contrada Cannizzara, nella campagna modicana, dove gli chef <strong>Alessandro Musso e Pierclaudio Ruta</strong> attingono alla memoria gastronomica del territorio ibleo per mettere a punto la propria cucina e le proprie proposte, unendo tecnica contemporanea e radici popolari.</p>
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		<title>Pizza di Pasqua: origine, storia e tradizione della torta al formaggio tipica dell’Umbria</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/pizza-di-pasqua-umbra-cose-storia-torta-al-formaggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 09:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Partiamo dal principio, visto che questa ricetta non è notissima fuori dalle regioni di appartenenza: la pizza di Pasqua umbra è un grande pane lievitato arricchito con uova e formaggi, preparato tradizionalmente per la mattina di Pasqua e legato alla fine della Quaresima. Non è una pizza nel senso stretto del termine (potremmo dire anche [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="814" data-end="1249">Partiamo dal principio, visto che questa ricetta non è notissima fuori dalle regioni di appartenenza: la <strong>pizza di Pasqua umbra</strong> è un grande pane lievitato arricchito con uova e formaggi, preparato tradizionalmente per la mattina di Pasqua e legato alla fine della Quaresima. Non è una pizza nel senso stretto del termine (potremmo dire anche &#8220;moderno) ma una preparazione molto più antica, nata quando la parola “pizza” indicava genericamente una <strong>focaccia</strong> o una torta salata cotta in forno. La trovate sulle tavole pasquali da secoli, spesso accanto a salumi, uova sode e vino rosso.</p>
<p data-start="1251" data-end="1583">Oggi la pizza di Pasqua è uno dei lievitati più importanti del <strong>Centro Italia</strong> e rappresenta un pezzo importante della storia gastronomica di <strong>Umbria</strong> e <strong>Marche</strong>. Perché sì, anche se è comunemente nota come &#8220;umbra&#8221;, la tradizione marchigiana è fortissima e probabilmente questa ricetta nasce proprio in questa regione. La foto cover infatti è di <strong>Pandefrà</strong>, una delle migliori pizze al formaggio d&#8217;Italia, e opera a Senigallia.</p>
<h2 data-section-id="jvcw7c" data-start="2567" data-end="2620">Le origini tra monasteri e ricettari ottocenteschi</h2>
<p data-start="1638" data-end="1952">La pizza di Pasqua umbra, chiamata anche <strong>torta al formaggio</strong>, è un pane alto e soffice realizzato con farina, uova, formaggio e lievito. La caratteristica principale è la presenza abbondante di pecorino e Parmigiano – o Grana – che danno all’impasto un sapore deciso e una struttura compatta ma profumata.</p>
<p data-start="1954" data-end="2242">La forma è un altro elemento distintivo. Tradizionalmente viene cotta in <strong>stampi alti e leggermente svasati</strong> che le danno un aspetto simile a quello di un grande panettone salato. Questo tipo di stampo deriva da utensili domestici antichi, un tempo in coccio e oggi quasi sempre in metallo.</p>
<p data-start="2244" data-end="2565">Il nome “<em>pizza</em>” invece da dove deriva? Nei documenti medievali il termine indicava preparazioni da forno lievitate, spesso legate a <strong>ricorrenze religiose</strong>. Questo fa pensare che la ricetta abbia origini molto antiche, precedenti alla diffusione della pizza napoletana moderna.</p>
<p data-start="2622" data-end="2868">La storia della pizza di Pasqua viene spesso collegata alle Marche e in particolare a un monastero: quello di <strong>Santa Maria Maddalena di Serra de’ Conti</strong>, dove secondo la tradizione alcune monache avrebbero codificato la ricetta durante il Medioevo.</p>
<p data-start="2870" data-end="3245">Le prime testimonianze scritte, però, arrivano più tardi. Nell’Ottocento compaiono nei ricettari locali alcune versioni dettagliate della ricetta, con <strong>dosi molto abbondanti</strong> pensate per comunità e famiglie numerose. In questi testi si trovano indicazioni che oggi raccontano molto del contesto storico: grandi quantità di farina, molto formaggio e soprattutto tante uova.</p>
<p data-start="3247" data-end="3539">Il <strong>numero</strong> delle uova non era casuale. In alcune ricette se ne contano quaranta, un riferimento simbolico ai <strong>quaranta giorni della Quaresima</strong> appena terminata.</p>
<h2 data-section-id="770mob" data-start="4567" data-end="4615">Quando si prepara e perché si mangia a Pasqua</h2>
<p data-start="3597" data-end="3850">Nel tempo la pizza di Pasqua si è diffusa in gran parte del <strong>Centro Italia</strong>, ma è in Umbria che ha assunto un ruolo particolarmente forte nella tradizione gastronomica locale. È uno dei prodotti simbolo del periodo pasquale.</p>
<figure id="attachment_213125" aria-describedby="caption-attachment-213125" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213125" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/pizza-di-pasqua-umbra-storia-torta-al-formaggio.png" alt="pizza-di-pasqua-umbra-storia-torta-al-formaggio" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213125" class="wp-caption-text">Foto da Wikipedia</figcaption></figure>
<p data-start="3852" data-end="4112">Gli ingredienti utilizzati – farina, uova, formaggi stagionati, olio – erano disponibili nelle campagne e permettevano di preparare un pane nutriente e ricco, perfetto per un giorno di <strong>festa</strong> dopo un periodo di restrizioni.</p>
<p data-start="4345" data-end="4565">Col tempo sono nate numerose varianti. Alcune ricette prevedono l’uso dello strutto, altre includono spezie come il pepe nero o lo zafferano. Ma la struttura della preparazione è rimasta sostanzialmente la stessa.</p>
<h3 data-section-id="7manml" data-start="5433" data-end="5464">La colazione di Pasqua umbra</h3>
<p data-start="5466" data-end="5682">Uno degli aspetti più particolari della tradizione umbra è la <strong>colazione</strong> di Pasqua. Potreste pensare a un pasto leggero ma in molte famiglie della regione si comincia la giornata proprio con questo lievitato per festeggiare la fine del periodo quaresimale. La pizza di Pasqua è il centro di questa tavola. Viene servita a fette insieme a salumi, uova sode e vino rosso.</p>
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		<title>Pasqua 2026: l’uovo di cioccolato diventa oggetto del desiderio</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/pasqua-2026-luovo-di-cioccolato-diventa-oggetto-del-desiderio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Martina Di Lena]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 14:18:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[cioccolato]]></category>
		<category><![CDATA[pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[uova di cioccolato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre i prezzi del cacao stanno subendo delle serie impennate, la creatività dei cioccolatieri non conosce limiti, specialmente nel periodo pasquale in cui l&#8217;uovo di cioccolato non viene scelto solamente per la sorpresa al suo interno. Oggi, questo prodotto è diventato un oggetto di lifestyle prima ancora che gastronomico, capace di raccontare identità, visione e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="326" data-end="653">Mentre i prezzi del <strong>cacao</strong> stanno subendo delle serie impennate, la creatività dei <strong>cioccolatieri</strong> non conosce limiti, specialmente nel periodo pasquale in cui l&#8217;<strong>uovo di cioccolato</strong> non viene scelto solamente per la sorpresa al suo interno. Oggi, questo prodotto è diventato un oggetto di lifestyle prima ancora che gastronomico, capace di raccontare identità, visione e perfino valori contemporanei come sostenibilità, design e benessere.</p>
<p data-start="655" data-end="901">La <strong>Pasqua 2026</strong> segna un punto di svolta: il cioccolato si fa più consapevole, più narrativo, più sofisticato. Non basta più essere buono. Deve evocare, sorprendere, dialogare con altri mondi – dalla moda all’arte, fino alla nutrizione funzionale.</p>
<p data-start="903" data-end="982">Ecco allora una <strong>selezione</strong> di uova che non sono solo prodotti, ma veri racconti.</p>
<h2 data-section-id="6uu0yk" data-start="989" data-end="1050">1. Marchesi 1824: la poesia della tradizione che si rinnova</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213036" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Marchesi-1824.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="1051" data-end="1248">Con &#8220;Il Ritorno delle Rondini&#8221;, Marchesi costruisce forse una delle narrazioni più eleganti di questa stagione. Il vero punto di forza sta però nella sostanza. L’introduzione del <strong>cioccolato Venezuela 74%</strong> segna un passaggio importante verso una ricerca più filologica del gusto. E poi ci sono le <strong>uova ripiene</strong> da 400 grammi – pistacchio e lampone su tutte – che rappresentano perfettamente la tensione contemporanea tra intensità e freschezza.</p>
<h2 data-section-id="1cf03d7" data-start="1659" data-end="1720">2. Amedei Toscana: quando il cioccolato incontra il design</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213020" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/LUovo-di-Cioccolato-di-Amedei-Toscana.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="1721" data-end="1870">L&#8217;<strong>azienda toscana</strong> sceglie la strada della contaminazione e lo fa con uno dei nomi più iconici del <strong>design</strong> italiano, <strong>Alessi</strong>. Il risultato è un oggetto che vive doppia vita: esperienza gastronomica e pezzo da collezione domestico. L’uovo <strong>Toscano Black 70%</strong> è forse il più rappresentativo – profondo, tecnico, costruito su blend di cacao complessi – ma per gli indecisi c&#8217;è anche la versione <strong>Bigusto</strong> in cui l&#8217;altra metà del guscio è al cioccolato al latte.</p>
<h2 data-section-id="xgsuh" data-start="2745" data-end="2805">3. La Perla di Torino: il fascino (intelligente) del trend</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213019" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/LUovo-di-Cioccolato-della-linea-I-Capolavori-Dubai-Style-La-Perla-di-Torino.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="2806" data-end="2934">In un panorama dove il rischio è inseguire le mode, La Perla di Torino riesce a fare un’operazione più raffinata: interpretarle. L’<strong>Uovo Dubai Style</strong> è emblematico. Pistacchio e kataifi – ormai iconici – vengono riletti con tecnica e qualità italiana. Il risultato è meno eccessivo, più equilibrato, ma comunque scenografico. Interessante anche il ritorno alla <strong>nocciola Piemonte Igp</strong>, che riporta il discorso su territorio e materia prima.</p>
<h2 data-start="2806" data-end="2934">4. Cova: l’eleganza milanese, senza tempo</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213024" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Cova-Montenapoleone-1817.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="3342" data-end="3468">Le vetrine della storica pasticceria milanese che dal 1817 presidia l&#8217;alta pasticceria in città, si mangia prima con gli occhi. Le vetrine sono una dolce trappola per i golosi. La maison, dal 2013 parte del Gruppo LVMH, per questa Pasqua sceglie le nuance pastello per i suoi eleganti gusci che spaziano dal gusto al latte al fondente, dai formati mini e maxi, fino alle uova di grandi dimensioni che<br />
raggiungono i 5 kg. Le <strong>Uova Gourmet </strong>danno una lettura più contemporanea del prodotto, con abbinamenti ricercati – fondente con<strong> nocciole d’Alta Langa</strong> o <strong>pistacchio</strong> – e la proposta <strong>Face to Face</strong>, bicolore, con sorpresa personalizzabile. L&#8217;uovo non viene declinato solamente nella sua più solita chiave – al cioccolato – ma trova spunti in altre ricette: dalla galette des rois ai biscottoni, dalla torta Spring Egg al <strong>PandUovo</strong>, il nuovo lievitato firmato dallo chef patissier <strong>Andrea Tortora</strong>.</p>
<h2 data-section-id="jge7wn" data-start="3696" data-end="3751">5. Charlotte Dusart: la Pasqua come gioco</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213022" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Charlotte-Dusart.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="3752" data-end="3926">Tra le proposte più narrative e leggere, quella della cioccolateria belga a Milano è forse la più immediata. Il tema dei <strong>pulcini</strong> trasforma la collezione in una piccola favola contemporanea. Ma sotto l’estetica giocosa c’è tecnica: l’uovo <strong>fondente pistacchio e lampone</strong> è un best seller non a caso: stratificazione, equilibrio, texture. Fino al primo aprile <strong>il negozio raddoppia</strong> anche negli spazi di via Sottocorno al numero 3.</p>
<h2 data-section-id="u62op5" data-start="4141" data-end="4191">6. Walter Musco: l’uovo diventa arte concettuale</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213021" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Walter-Musco.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="0" data-end="469">Cosa aspettarsi questa volta dall’ex gallerista romano Walter Musco che, da oltre dieci anni, trasforma la Pasqua in un’esperienza espositiva nella sua pasticceria? Dopo aver dialogato con immaginari che spaziano da <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Banksy</span></span> a <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Maurizio Cattelan</span></span>, fino ai tagli di <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Lucio Fontana</span></span>, passando per l’omaggio alla Capitale con <em>Roma Città Aperta</em> e le suggestioni manga del 2025, il 2026 segna un ritorno all’essenza. Nasce così <strong>Ovo Sapiens</strong>, una riflessione materica e concettuale in cui il cioccolato abbandona ogni decorazione per farsi superficie viva: grezza, imperfetta, volutamente non levigata. Un gesto radicale che sottrae invece di aggiungere, invitando a rallentare e a osservare prima ancora che a degustare. La collezione <strong>Origini</strong>, esposta per tutto il periodo pasquale nel <strong>Pastry Lab di largo Bompiani</strong>, si configura come una vera installazione multisensoriale: il <strong>cioccolato <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Valrhona</span></span></strong> diventa materia narrativa, arricchita da un percorso olfattivo creato in collaborazione con una profumeria per amplificare l’esperienza.</p>
<h2 data-section-id="kvjz6g" data-start="4544" data-end="4602">7. Niko Romito: il lusso della sottrazione</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213025" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Niko-Romito-Laboratorio.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="49" data-end="336">Tra le tante proposte che puntano su effetti speciali e abbinamenti sempre più spinti, quella del tre stelle Michelin abruzzese si distingue perché fa esattamente il contrario. Niente costruzioni complesse, niente stratificazioni scenografiche: l’idea è lavorare su pochi elementi, ma farli funzionare davvero. Il guscio in <strong>fondente Ecuador 66%</strong> è diretto, pulito, con un profilo deciso ma non aggressivo. All’interno, il <strong>cremino alla nocciola</strong> segue la stessa logica: morbido, rotondo, ma senza diventare stucchevole. La granella aggiunge una variazione di texture che rende l’assaggio meno lineare, senza complicarlo. Interessante anche tutto ciò che sta intorno: il <strong>foulard in seta</strong>, il <strong>ciondolo</strong>, la <strong>scatola</strong>. E poi c’è l’aspetto progettuale, con una quota destinata alla <strong>ricerca scientifica</strong>.</p>
<h2 data-section-id="1l7r3dr" data-start="4963" data-end="5017">8. Excelsior Gallia: una sosta golosa in hotel</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213026" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Excelsior-Hotel-Gallia-a-Luxury-Collection-Hotel-Milan.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="0" data-end="404">Le uova firmate <strong>Francesco Gramuglia</strong> sono tecnicamente interessanti – soprattutto per la lavorazione della massa cacao – ma il punto non è solo questo. È il contesto: brunch, musica, laboratorio per bambini. L’uovo, disponibile per l’acquisto al <strong>Gallia Lounge &amp; Bar</strong> dell’albergo, diventa parte di un’esperienza più ampia. È la direzione dell’hôtellerie contemporanea: vendere momenti, non solo prodotti. E poi c’è anche un lato molto pratico, che non guasta: la posizione. A due passi dalla stazione <strong>Milano Centrale</strong>, è la sosta perfetta dell’ultimo minuto prima di salire su un treno – quella deviazione intelligente per tornare a casa con un pensiero pasquale decisamente più interessante del solito.</p>
<h2 data-start="0" data-end="404">9. <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Grezzo Raw Chocolate: il</span></span> lato healthy delle feste</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213028" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Grezzo-Raw-Chocolate.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="76" data-end="386">Accanto alle proposte più ricche, si fa strada una linea più essenziale, che punta su lavorazioni meno invasive e ingredienti selezionati. In questo filone si inserisce <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Grezzo Raw Chocolate</span></span>, che lavora il <strong>cacao crudo bean-to-bar</strong>, senza tostatura, per preservarne aromi e componenti naturali. Tra le referenze più interessanti c’è l’uovo <strong>Delicato 65%</strong>: un fondente morbido, dolcificato con zucchero di cocco e sciroppo d’agave, pensato per essere accessibile anche a chi di solito non ama i gusti troppo intensi. Senza latte e senza glutine, è una proposta che funziona bene anche come scelta &#8220;trasversale&#8221;, adatta a tutta la famiglia.</p>
<h2 data-start="76" data-end="386">10. Maglio Cioccolato: un secolo e mezzo di cioccolato</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213018" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/LUovo-cremino-croccante-di-Cioccolato-Maglio.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="76" data-end="386"><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Una delle poche realtà pugliesi bean-to-bar</span></span> celebra i suoi 150 anni con una collezione di uova che racchiude tutta la sua filosofia: qualità delle materie prime, lavorazione artigianale e attenzione al dettaglio estetico. Tra le proposte spiccano l’<strong>Uovo Papuasia al latte monorigine con frutta secca</strong>, che unisce note di panna e caramello alla croccantezza di mandorle, nocciole e pistacchi, e l’Uovo fondente al 62% con fave di cacao, pensato per chi ama sapori più intensi e persistenti. <strong>Novità del 2026</strong> è l’<strong>Uovo Cremino Croccante</strong>, ispirato al celebre cioccolatino, con un perfetto equilibrio tra cioccolato al latte, cremino bianco e granella di nocciole. Non mancano versioni più giocose come <strong>latte e biscotto</strong>, ideali anche per i più giovani. Accanto alle uova, Maglio propone anche un grande classico della tradizione salentina, l’<a href="https://www.foodandwineitalia.com/agnelli-pasta-di-mandorle-fenomeno-social-pasqua/" target="_blank" rel="noopener">Agnello di pasta di mandorla</a> da 1 kg, una ricca specialità farcita con zabaione, perata di &#8220;petrucine&#8221;, croccante e cioccolato, disponibile nelle varianti a grana grossa o sottile: un dolce simbolo che completa un’offerta capace di trasformare ogni momento di festa in un’esperienza autentica di gusto e tradizione.</p>
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		<title>Tutte le differenze tra tortano e casatiello</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/differenze-casatiello-tortano-pasqua/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 14:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[casatiello]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[tortano]]></category>
		<category><![CDATA[tortano e casatiello]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Casatiello e tortano sono due preparazioni lievitate della tradizione campana spesso considerate simili, ma con differenze precise che riguardano ingredienti, struttura e perfino significato culturale. Sulle tavole della Pasqua in Campania li trovate entrambi, ma il modo in cui sono preparati e serviti permette di distinguerli con facilità. A prima vista il dettaglio più evidente [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="511" data-end="845"><strong>Casatiello e tortano</strong> sono due preparazioni lievitate della tradizione campana spesso considerate simili, ma con differenze precise che riguardano ingredienti, struttura e perfino significato culturale. Sulle tavole della <strong>Pasqua</strong> in <strong>Campania</strong> li trovate entrambi, ma il modo in cui sono preparati e serviti permette di distinguerli con facilità.</p>
<p data-start="847" data-end="1179">A prima vista il dettaglio più evidente riguarda le <strong>uova</strong>. Nel casatiello restano <strong>intere</strong> e <strong>visibili</strong> in superficie, bloccate da strisce di impasto disposte a <strong>croce</strong>. Nel tortano, invece, le uova sode e vengono <strong>inserite all’interno</strong> della farcitura: dall’esterno la superficie appare liscia e la loro presenza emerge solo al taglio.</p>
<p data-start="1181" data-end="1421">Questa differenza visiva è anche uno degli elementi che raccontano la funzione originaria delle due ricette nella cucina popolare della Campania, dove il periodo pasquale segna tradizionalmente il <strong>ritorno di piatti ricchi</strong> dopo la Quaresima.</p>
<h2 data-section-id="clic8f" data-start="1423" data-end="1462">Ingredienti e struttura dell’impasto</h2>
<p data-start="1464" data-end="1727">La base della <strong>ricetta</strong> è la stessa: un impasto lievitato con farina, acqua, uova e grassi come sugna o strutto, arricchito con salumi e formaggi. Cambia però l’equilibrio degli ingredienti e la composizione della farcia.</p>
<p data-start="1729" data-end="2079">Nel casatiello il formaggio più caratteristico è il <strong>pecorino</strong>, accompagnato da salame, cicoli, provolone piccante e pepe. Nel tortano, accanto al pecorino, è frequente l’uso di altri formaggi stagionati come il parmigiano, mentre la farcia può variare da famiglia a famiglia con l’aggiunta di provola, salumi diversi e ingredienti disponibili in casa. Come potete intuire dal nome, il sapore predominante del primo deve essere proprio quello del formaggio (casatiello/<em>caso-cacio</em>).</p>
<h2 data-section-id="1kgq0ac" data-start="2291" data-end="2343">Il casatiello tra religione e storia gastronomica</h2>
<p data-start="2345" data-end="2566">Il casatiello è considerato uno dei <strong>pani rituali</strong> della Pasqua napoletana. La ricetta tradizionale prevede un impasto ricco di strutto e formaggio, lavorato a lungo e lasciato lievitare per diverse ore prima della cottura.</p>
<figure id="attachment_212936" aria-describedby="caption-attachment-212936" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212936" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/differenze-casatiello-tortano-pasqua-napoli.png" alt="differenze-casatiello-tortano-pasqua-napoli" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212936" class="wp-caption-text">Il casatiello di Diego Vitagliano</figcaption></figure>
<p data-start="2568" data-end="3041">Le fonti storiche fanno risalire preparazioni simili già all<strong>’età romana</strong>, quando pani con formaggio e ingredienti stagionali venivano associati ai riti primaverili dedicati alla fertilità dei campi. Una definizione più precisa compare nell’Ottocento nel vocabolario napoletano-italiano di <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Raffaele D&#8217;Ambra</span></span></strong>, dove il casatiello viene descritto come un pane condito con strutto e pepe, modellato a ciambella e decorato con uova fissate da strisce di pasta.</p>
<p data-start="3043" data-end="3347">Nella lettura simbolica della tradizione popolare, la forma circolare richiama la corona di spine, mentre le uova rappresentano un segno di rinascita. Per questo motivo la preparazione è storicamente legata ai giorni che precedono la Pasqua, in particolare dal Giovedì santo fino al periodo di Pasquetta.</p>
<h2 data-section-id="5j246r" data-start="3349" data-end="3401">Il tortano, rustico nato dalla cucina di recupero</h2>
<p data-start="3403" data-end="3714">Il tortano condivide con il casatiello la tecnica dell’impasto lievitato, ma ha un’origine più legata alla <strong>cucina domestica</strong> e alla gestione degli ingredienti disponibili. In molte ricostruzioni viene descritto come una ricetta nata per <strong>utilizzare gli avanzi</strong> del maiale e altri prodotti conservati.</p>
<figure id="attachment_212937" aria-describedby="caption-attachment-212937" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212937" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/differenze-casatiello-tortano-pasqua-campania.png" alt="differenze-casatiello-tortano-pasqua-campania" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212937" class="wp-caption-text">Il tortano del Panificio Rescigno</figcaption></figure>
<p data-start="3716" data-end="4008">La farcitura tipica include uova sode, salame e formaggi a pasta filata come provola o provolone, ma <strong>non esiste una versione unica</strong> infatti non escludiamo che leggendo queste righe qualche campano possa storcere il naso. Ogni famiglia della regione mantiene una variante personale, trasformando il tortano in un rustico preparato durante tutto l’anno e non soltanto nel periodo pasquale (ma è molto più probabile trovarlo in primavera che in autunno-inverno).</p>
<p data-start="4010" data-end="4246">Questa maggiore flessibilità spiega perché il tortano sia oggi facilmente reperibile nei forni e nelle botteghe alimentari della regione, mentre il casatiello continua a essere percepito soprattutto come un piatto legato alla festività.</p>
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		<title>Le colombe da assaggiare a Pasqua 2026</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/migliori-colombe-pasqua-2026-artigianali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 16:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[colombe]]></category>
		<category><![CDATA[migliori colombe]]></category>
		<category><![CDATA[pasqua 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni anno, quando si avvicina la Pasqua, ci ritroviamo davanti alla stessa domanda che sembra semplice ma non lo è affatto: quale colomba vale davvero la pena portare in tavola? Il mondo della colomba artigianale sta vivendo una fase molto simile a quella che il panettone ha attraversato negli ultimi dieci anni. Più ricerca sugli [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="859" data-end="1408">Ogni anno, quando si avvicina la <strong>Pasqua</strong>, ci ritroviamo davanti alla stessa domanda che sembra semplice ma non lo è affatto: quale <strong>colomba</strong> vale davvero la pena portare in tavola? Il mondo della <strong>colomba artigianale</strong> sta vivendo una fase molto simile a quella che il <strong>panettone</strong> ha attraversato negli ultimi dieci anni. Più ricerca sugli impasti, più attenzione alle materie prime, più identità territoriale, ma anche una certa <strong>libertà creativa</strong> che sta cambiando il modo in cui pensiamo questo dolce.</p>
<p data-start="1410" data-end="1988">Se osserviamo il mercato ci accorgiamo che la colomba è diventata un <strong>terreno di confronto</strong> tra grandi maestri lievitisti, pasticcerie, pizzaioli, panettieri. E infatti nel 2026 troviamo tre grandi direzioni: la colomba classica fatta come si deve, che resta il vero banco di prova; le interpretazioni contemporanee, spesso più aromatiche o territoriali; e le versioni al cioccolato, sempre più amate perché ben fatte e l&#8217;universo del &#8220;senza&#8221;, per le intolleranze alimentari.</p>
<p data-start="1990" data-end="2410">Noi non stiamo scegliendo “<strong>le migliori</strong>” in senso assoluto, cerchiamo di capire quali <strong>raccontano</strong> davvero qualcosa del momento che sta vivendo la pasticceria italiana (anche se le vedete numerate, <strong>non è una classifica</strong>, è un elenco). Le colombe che vi suggeriremo non sono semplicemente buone: sono prodotti che mostrano una direzione, un’idea precisa di gusto, tecnica e cultura gastronomica. Una grande colomba si capisce già dal profumo, dalla struttura della pasta, dalla qualità degli agrumi canditi, dalla glassa che non copre ma accompagna. Sono dettagli che fanno la differenza e che, negli ultimi anni, i consumatori hanno imparato a leggere molto meglio.</p>
<h2 data-section-id="cubv3t" data-start="2890" data-end="2931">Le migliori colombe classiche</h2>
<p data-start="2933" data-end="3456">La<strong> colomba tradizionale</strong> è, paradossalmente, la più difficile da fare bene. L’impasto deve essere soffice ma elastico, la lievitazione lunga ma controllata, il burro presente senza appesantire. E poi ci sono loro, gli ingredienti che fanno discutere ogni anno: i <strong>canditi</strong>. Sempre più pasticceri stanno tornando a canditure di agrumi meno invasive, spesso lavorate internamente o selezionate da piccoli produttori, con profumi più puliti e meno zuccherini.</p>
<p data-start="3458" data-end="3781">Un’altra evoluzione riguarda la <strong>glassa</strong>. Negli ultimi anni alcune colombe artigianali avevano puntato su coperture molto ricche, quasi da dessert da ristorante. Oggi si sta tornando a un equilibrio più classico: mandorle ben tostate, zucchero croccante al punto giusto e una struttura che protegge l’impasto senza dominarlo.</p>
<p data-start="3783" data-end="3970">Se dovessimo dirlo in modo semplice, la colomba classica del 2026 cerca <strong>precisione</strong> più che effetti speciali.</p>
<h3 data-start="3783" data-end="3970">1. Panificio Davide Longoni</h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212890" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-davide-longoni.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-davide-longoni" width="763" height="627" /></p>
<p>Impasto soffice, lievitazione naturale e una selezione di ingredienti che arriva da una rete di piccoli produttori la colomba classica da 1 kg di Davide Longoni (43 euro). Il “Burro del Pozzo” piemontese di pura panna fresca centrifugata, a renderla ancora più profumata, il miele arriva dall’apicoltura nomade Millefiori Primavera” e vaniglia Bourbon del Madagascar in baccelli.. Il risultato è una colomba equilibrata, pensata per valorizzare l’impasto più che gli effetti speciali.</p>
<h3>2. Cremeria Capolinea</h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212891" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-cremeria-capolinea.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-cremeria-capolinea" width="763" height="627" /></p>
<div class="flex flex-col text-sm">
<section class="text-token-text-primary w-full focus:outline-none [--shadow-height:45px] has-data-writing-block:pointer-events-none has-data-writing-block:-mt-(--shadow-height) has-data-writing-block:pt-(--shadow-height) [&amp;:has([data-writing-block])&gt;*]:pointer-events-auto scroll-mt-[calc(var(--header-height)+min(200px,max(70px,20svh)))]" dir="auto" data-turn-id="request-WEB:1143de72-b748-48a9-9564-9fb59ca1a0aa-9" data-testid="conversation-turn-8" data-scroll-anchor="true" data-turn="assistant">
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<div class="markdown prose dark:prose-invert w-full wrap-break-word dark markdown-new-styling">
<p data-start="43" data-end="469" data-is-last-node="" data-is-only-node="">La colomba classica di Cremeria Capolinea nasce con lo stesso approccio che ha reso noto il laboratorio di Baragalla, a Reggio Emilia: lavorazione artigianale, ingredienti pochi e ben scelti, attenzione alla filiera. L’impasto segue la tradizione, con canditi d’arancia e una glassa croccante alle mandorle che definisce il profilo finale. Una colomba essenziale e pulita nel gusto (34 euro, 750 g), dove tecnica e materia prima restano al centro del racconto.</p>
<h3 data-start="43" data-end="469">3. Come una Volta pasticceria</h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212894" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-beatrice-volta.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-beatrice-volta" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="43" data-end="469" data-is-last-node="" data-is-only-node="">La colomba classica di Beatrice Volta (43 euro, 1 kg) punta tutto sulla semplicità della tradizione. La pasticciera <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">toscana</span></span> lavora con materie prime selezionate, senza aromi chimici né conservanti, seguendo la ricetta classica passo dopo passo. Il risultato è una colomba genuina, dove il gusto degli ingredienti emerge con chiarezza e racconta un’idea di artigianalità essenziale. Molto carina l&#8217;idea della degustazione: sul sito della pasticceria potete scegliere delle box da tre colombe differenti a prezzi e dimensioni ridotti.</p>
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</div>
</div>
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<h3 class="z-0 flex min-h-[46px] justify-start">4. Iginio Massari</h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212895" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-Iginio-massari.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-Iginio-massari" width="763" height="627" /></p>
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<p data-start="66" data-end="535" data-is-last-node="" data-is-only-node="">La colomba tradizionale di <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Iginio Massari</span></span></strong> (50 euro, 1 kg) resta un riferimento tecnico della categoria. L’impasto sviluppa una trama soffice e regolare, con scorza d’arancia candita e vaniglia naturale. La glassa alle mandorle, con granella di zucchero e mandorle intere, è precisa e ordinata. Il risultato è una colomba impeccabile negli equilibri, più classica e disciplinata che sorprendente, una di quelle colombe da sussidiario.</p>
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<h3 class="z-0 flex min-h-[46px] justify-start">5. Terra Candita</h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212896" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-terra-candita.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-terra-candita" width="763" height="627" /></p>
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<p data-start="38" data-end="493" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Tra le <strong>realtà emergenti</strong> della Pasqua di quest&#8217;anno c’è <strong>Terra Candita</strong>, laboratorio nato in Veneto, precisamente a Valbelluna, che ha scelto di puntare sui grandi lievitati artigianali. La colomba classica (32 euro, 750 g) è realizzata con lievito madre, scorze di arancia candita e glassa alle mandorle con granella di zucchero. L’impasto risulta soffice e profumato, fedele alla tradizione, ma racconta anche un progetto giovane che lavora su ingredienti naturali e lavorazioni lente legate al territorio.</p>
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<h2 data-section-id="wqmky3" data-start="0" data-end="54">Le migliori colombe al cioccolato</h2>
<p data-start="56" data-end="496">Se la colomba classica resta il banco di prova per ogni lievitista, negli ultimi anni la versione al <strong>cioccolato</strong> è diventata uno dei territori più interessanti della pasticceria artigianale italiana. Quest&#8217;anno vediamo una tendenza piuttosto chiara: meno effetti decorativi e più attenzione alla qualità del cacao, spesso proveniente da filiere <em>bean-to-bar</em> o da selezioni <strong>monorigine</strong> capaci di dare profondità aromatica senza coprire l’impasto.</p>
<p data-start="498" data-end="1016">Il punto, quando si parla di colombe al cioccolato, è proprio questo <strong>equilibrio</strong>. Un grande lievitato <strong>deve restare tale</strong>: alveolatura ariosa, struttura elastica, profumo di burro e fermentazione naturale. Il cioccolato deve entrare in dialogo con l’impasto, non trasformarlo in un dolce completamente diverso. I migliori esempi che abbiamo assaggiato per la <strong>Pasqua 2026</strong> lavorano su questa linea sottile, scegliendo inclusioni ben dosate, glassature misurate o lavorazioni che integrano il cacao direttamente nella massa.</p>
<p data-start="1018" data-end="1528">C’è poi un elemento che distingue le colombe al cioccolato contemporanee da quelle di qualche anno fa: la <strong>pulizia</strong> aromatica. Molti laboratori stanno riducendo la dolcezza complessiva, preferendo cioccolati con note più <strong>complesse</strong> – cacao, frutta secca, spezie leggere – che mantengono leggibile la struttura del lievitato. È una scelta che riflette anche un cambiamento nel gusto del pubblico, oggi più abituato a riconoscere la qualità del cacao e la differenza tra un cioccolato industriale e uno artigianale.</p>
<p data-start="1530" data-end="1922" data-is-last-node="" data-is-only-node="">In questa selezione abbiamo quindi privilegiato le colombe che riescono a mantenere la <strong>promessa</strong> più difficile: <strong>restare grandi lievitati</strong> prima ancora che dolci al cioccolato. Prodotti in cui tecnica, ingredienti e identità del laboratorio si percepiscono chiaramente già dal primo taglio.</p>
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<h3 data-section-id="marf4o" data-start="0" data-end="48">Pasticceria Filippi</h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212897" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-cioccolato-filippi.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-cioccolato-filippi" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="49" data-end="458" data-is-last-node="" data-is-only-node="">La colomba al cioccolato di <strong>Pasticceria Filippi</strong> (33 euro, 1 kg) è pensata per chi cerca un grande lievitato dove il cacao diventa protagonista senza coprire l’impasto. Qui si utilizza un fondente al 62% ottenuto da varietà Criollo e Trinitario, con note erbacee e leggere sfumature acide che bilanciano la dolcezza. Il risultato è una colomba intensa ma armonica, capace di unire struttura artigianale e profondità aromatica.</p>
<h3 data-start="49" data-end="458">2. Panificio F<span style="font-weight: 400;"><strong>ørma</strong></span></h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212898" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-cioccolato-panificio-forma.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-cioccolato-panificio-forma" width="763" height="627" /></p>
<p>La colomba al cioccolato di<strong> Panificio Førma</strong> (35 euro, 1 kg) nasce da un impasto con lievito madre e da una selezione essenziale di materie prime: miele d’acacia locale, vaniglia, cioccolato fondente al 70% e cacao amaro. Il risultato è una colomba <strong>equilibrata</strong>, con un profilo aromatico pulito e una dolcezza mai invadente. Il cacao accompagna l’impasto senza appesantirlo, lasciando una sensazione complessiva armonica e piacevole.</p>
<h3 data-section-id="1c78zkc" data-start="0" data-end="40">3. Gay-Odin</h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212899" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-cioccolato-gay-odin.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-cioccolato-gay-odin" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="41" data-end="559" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Tra le novità più interessanti dell&#8217;anno c’è la <strong>Colomba Gocce di Foresta</strong> di <strong>Gay-Odin </strong>(45 euro, 1 kg), un lievitato “dark” che porta per la prima volta nel grande dolce pasquale il celebre <strong>Cioccolato Foresta</strong>, un tronchetto composto da sottili sfoglie di cioccolato ripiegate a mano, che creano una consistenza friabile e leggera, simile alle venature di un tronco d&#8217;albero; storica creazione di <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Isidoro Odin</span></span></strong>. Il cioccolato entra nell’impasto donando colore ambrato e profumo intenso, mentre le gocce in sospensione aggiungono profondità e texture. Il risultato è una colomba ricca ma equilibrata, golosa senza risultare eccessiva, con un’identità molto riconoscibile.</p>
<h2 data-section-id="1s0urme" data-start="0" data-end="71">Le interpretazioni creative fuori dalla tradizione</h2>
<p data-start="73" data-end="577" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Accanto alle versioni classiche e a quelle al cioccolato, ogni anno emergono alcune colombe che scelgono di <strong>uscire dai binari</strong> più tradizionali. Lievitati che introducono ingredienti meno consueti, combinazioni aromatiche diverse o lavorazioni che cambiano leggermente il profilo del dolce pasquale. Non si tratta di esercizi di stile, ma di colombe che cercano un equilibrio nuovo senza perdere la struttura del grande lievitato artigianale.</p>
<h3 data-section-id="qmf2yh" data-start="0" data-end="56">1. Colomba al caramello salato di Pasticceria Tiri 1957</h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212900" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-tiri.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-tiri" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="57" data-end="526" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Tra le colombe più particolari, amate, famose e premiate d&#8217;Italia c’è quella al <strong>caramello salato</strong> di <strong>Pasticceria Tiri 1957</strong> (47 euro, 1 kg), una delle ricette simbolo del laboratorio, forse più famosa di quella classica. Realizzata con il <strong>metodo Tiri</strong> – tre impasti e circa 72 ore di lavorazione – rinuncia ai canditi e alla glassa tradizionale per puntare su un impasto soffice arricchito da caramello salato artigianale e una lieve nota di Sale di Cervia. Il risultato è una colomba diversa dal solito, equilibrata tra dolcezza e carattere.</p>
<h3 data-section-id="14ratxl" data-start="0" data-end="45">2. “Puglia Mia” di Maison Petronella</h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212901" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-maison-petronella.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-maison-petronella" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="46" data-end="505" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Tra le colombe più originali della Pasqua 2026 c’è “Puglia Mia” di <strong>Maison Petronella </strong>(45 euro, 1,1 kg), vincitrice del Concorso Italiano Giovani Lievitisti 2025. È un lievitato che racconta il territorio con ingredienti poco convenzionali per una colomba: albicocca, finocchietto selvatico, una leggera bagna aromatica e glassa di mandorla Filippo Cea. Il risultato è una colomba profumata e equilibrata, dove creatività e identità territoriale trovano una sintesi convincente e sfiziosa.</p>
<h2 data-section-id="1im3egz" data-start="0" data-end="67">Le migliori colombe senza glutine e lattosio della Pasqua 2026</h2>
<p data-start="69" data-end="664" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Negli ultimi anni le <strong>colombe senza glutine e senza lattosio</strong> hanno conquistato un posto sempre più importante sulle tavole pasquali. Prodotti realizzati con farine alternative selezionate, burri vegetali o lattosio-free di qualità e lievitazioni controllate che preservano sofficità e aroma. Le migliori versioni riescono a restituire l’esperienza di un grande lievitato artigianale, equilibrato, fragrante e goloso, dimostrando che senza glutine e lattosio non significa rinunciare alla bontà.</p>
<h3 data-section-id="1cd37x8" data-start="0" data-end="68">1. Colomba senza glutine di <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Molino di Borgo San Dalmazzo</span></span></h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212902" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-senza-glutine.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-senza-glutine" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="69" data-end="527">Tra le colombe senza glutine più convincenti troviamo quella di <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Molino di Borgo San Dalmazzo</span></span></strong>, disponibile nella versione tradizionale con arancia candita o al cioccolato fondente (entrambe 39 euro, 800 g)  Entrambi i lievitati sono soffici e aromatici, con impasti equilibrati che mantengono la fragranza tipica delle grandi colombe. Nonostante l’assenza di glutine, ogni morso resta pieno e goloso, senza rinunciare al gusto e alla struttura.</p>
<h3 data-section-id="12a7ymb" data-start="529" data-end="598">2. Colomba senza lattosio di <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Sebastiano Caridi</span></span></h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212903" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-sebastiano-cardi.png" alt="migliori-colombe-artigianali-pasqua-2026-sebastiano-cardi" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="599" data-end="1026" data-is-last-node="" data-is-only-node="">La colomba senza lattosio di <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Sebastiano Caridi</span></span></strong> è un lievitato soffice e profumato, arricchito da scorze d’arancia candite e copertura con granella di zucchero che regala un piacevole contrasto di consistenze. Ogni fetta offre un equilibrio armonico tra dolcezza e aromaticità, confermando che anche senza lattosio è possibile ottenere una colomba gustosa, fragrante e appagante, perfetta per la Pasqua.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Cos&#8217;è il chawanmushi, il budino salato giapponese sconosciuto ai più</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/chawanmushi-budino-salato-giappone-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 14:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[chawanmushi]]></category>
		<category><![CDATA[cucina giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se vi chiedessimo di pensare alla cucina giapponese, probabilmente vi verrebbero in mente il sushi, il ramen, forse tempura. Difficilmente pensereste al chawanmushi. Una crema d’uovo salata, cotta a vapore in una tazza da tè, che nasconde una delle chiavi migliori per comprendere la storia della cucina del Giappone, la sua economia dell’essenziale e il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="490" data-end="927">Se vi chiedessimo di pensare alla <strong>cucina giapponese</strong>, probabilmente vi verrebbero in mente il sushi, il ramen, forse tempura. Difficilmente pensereste al <strong>chawanmushi</strong>. Una crema d’uovo salata, cotta a vapore in una tazza da tè, che nasconde una delle chiavi migliori per comprendere la storia della cucina del Giappone, la sua economia dell’essenziale e il suo rapporto quasi pedagogico con la stagionalità. Praticamente sconosciuto fuori dai confini continentali, impossibile da scrivere (vi confessiamo che ogni volta abbiamo copiato e incollato il nome da Wikipedia così da non sbagliare), dal gusto quasi impalpabile e dalla consistenza ancor più austera, vediamo insieme di che si tratta nello specifico.</p>
<h2 data-start="490" data-end="927">Alla scoperta del chawanmushi, che nel nome ha anche la sua tecnica di preparazione</h2>
<p data-start="929" data-end="1457">Il chawanmushi – letteralmente “cotto a vapore nella ciotola da tè” – non è un dessert, benché la parola “budino” possa trarvi in inganno. È un <strong>piatto salato</strong>, servito all’inizio del pasto, talvolta come intermezzo in un percorso <em>kaiseki</em>, altre volte come piatto leggero da fare a casa. La sua base è <strong>semplice</strong>: uova sbattute diluite con dashi, condite con salsa di soia e mirin.</p>
<figure id="attachment_212450" aria-describedby="caption-attachment-212450" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212450" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/chawanmushi-budino-salato-giappone-storia.png" alt="chawanmushi-budino-salato-giappone-storia" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212450" class="wp-caption-text">Foto da Wikipedia</figcaption></figure>
<p data-start="1459" data-end="2004">Funghi shiitake, gamberi lessati, kamaboko, semi di ginkgo, radice di giglio: ogni elemento non è solo un sapore ma un elemento atto a costruire la struttura <strong>tremolante</strong>. Il dashi, brodo di alga kombu e katsuobushi, è il sostegno invisibile che tiene insieme l’umami; il mirin arrotonda, la soia definisce il perimetro salino.</p>
<p data-start="2006" data-end="2584">La cottura a vapore, tecnica antica e diffusa in Asia orientale, presuppone un’idea di cucina domestica, una <strong>gestione del calore</strong> che non spreca energia, una relazione con il tempo che non è frenetica. Il chawanmushi si colloca in quella zona della gastronomia giapponese che, tra <strong>periodo Edo e modernizzazione Meiji</strong>, ha accompagnato l’emergere di una borghesia urbana attenta alla forma e alla ritualità del pasto.</p>
<p data-start="2586" data-end="3139">L’accento è sulla<strong> consistenza setosa</strong>, priva di bolle, ottenuta con una proporzione rigorosa tra uova e brodo. Una variante, l’<strong>odamaki mushi</strong>, prevede l’aggiunta di udon sul fondo: un piatto che avvicina la crema alla dimensione più <strong>sostanziosa</strong> del pasto completo.</p>
<p data-start="3503" data-end="4007">Dal punto di vista <strong>nutrizionale</strong> il chawanmushi è un modello di efficienza. Le uova sono una proteina relativamente accessibile; il brodo diluisce senza impoverire; gli ingredienti aggiuntivi possono variare in base alla disponibilità stagionale. È un piatto che assorbe le oscillazioni del mercato, adattandosi alla reperibilità di funghi, crostacei o ortaggi.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La storia delle raviole bolognesi, il dolce emiliano per la festa del papà</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/raviole-bolognesi-san-giuseppe-dolce-festa-del-papa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 09:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
		<category><![CDATA[festa del papà]]></category>
		<category><![CDATA[raviole]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.foodandwineitalia.com/?p=212602</guid>

					<description><![CDATA[<p>Se provate a capire davvero che cosa significhi il 19 marzo nella cultura gastronomica italiana, scoprirete che non è solo la festa del papà. È soprattutto un calendario di dolci che attraversa il Paese da nord a sud. In Campania compaiono le zeppole, in Sicilia le crispelle di riso, e a Bologna — città dove [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/raviole-bolognesi-san-giuseppe-dolce-festa-del-papa/">La storia delle raviole bolognesi, il dolce emiliano per la festa del papà</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="611" data-end="1011">Se provate a capire davvero che cosa significhi il <strong data-start="662" data-end="674">19 marzo</strong> nella cultura gastronomica italiana, scoprirete che non è solo la <strong>festa del papà</strong>. È soprattutto un <strong>calendario di dolci</strong> che attraversa il Paese da nord a sud. In Campania compaiono le <strong>zeppole</strong>, in Sicilia le <a href="https://www.foodandwineitalia.com/crispelle-riso-catania-festa-del-papa-san-giuseppe/" target="_blank" rel="noopener">crispelle di riso</a>, e a Bologna — città dove il cibo spesso racconta la storia meglio di molti libri — arrivano le raviole.</p>
<p data-start="309" data-end="813">Le <strong data-start="312" data-end="333">raviole bolognesi</strong> sono dolci tradizionali dell’Emilia, diffusi soprattutto a Bologna e nella sua provincia. Si tratta di <strong data-start="437" data-end="490">biscotti di pasta frolla dalla forma di mezzaluna</strong>, farciti con <strong data-start="504" data-end="526">mostarda bolognese</strong>, una confettura scura preparata con frutta molto matura — soprattutto mele e pere — cotta a lungo con mosto d’uva. Dopo la cottura le raviole vengono di solito cosparse di zucchero oppure bagnate nell’<a href="https://www.foodandwineitalia.com/alchermes-storia-curiosita/" target="_blank" rel="noopener">alchermes</a>, il liquore rosso che dona loro il caratteristico colore in alcune versioni di questo dolce.</p>
<p data-start="815" data-end="1312">Oggi si trovano nei forni bolognesi durante tutto l’anno, ma storicamente sono legate alla <strong data-start="906" data-end="944">festa di San Giuseppe</strong>, il 19 marzo, giorno che coincide con la festa del papà e che nel calendario contadino segnava il passaggio tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. In origine era un dolce domestico preparato nelle campagne, semplice negli ingredienti ma ricco di significato simbolico: celebrava la ripresa del lavoro agricolo e la condivisione del cibo all’interno della comunità.</p>
<p data-start="1314" data-end="1505">Dietro la loro forma banale — una mezzaluna di frolla ripiena — si nasconde quindi una storia molto più importante, che riguarda il rapporto tra cucina contadina, stagionalità e comunità.</p>
<h2 data-section-id="136a49s" data-start="1391" data-end="1431">Il dolce che annunciava la primavera</h2>
<p data-start="1433" data-end="1727">Prima di diventare il dolce della festa del papà, le raviole erano soprattutto un <strong data-start="1515" data-end="1533">dolce agricolo</strong>. La data del 19 marzo coincide quasi perfettamente con l’equinozio di primavera, il momento in cui nelle campagne emiliane terminava la lunga pausa invernale e ricominciava il lavoro nei campi.</p>
<p data-start="1729" data-end="2031">Con l’arrivo della bella stagione si riattivavano i cicli agricoli, e con essi la possibilità di reddito. La festa di San Giuseppe diventava quindi una sorta di <strong data-start="1964" data-end="1984">capodanno rurale</strong>, una celebrazione collettiva della ripartenza.</p>
<p data-start="2033" data-end="2440">In questo contesto nascono le raviole. Le massaie — le <strong data-start="2088" data-end="2097">zdóre</strong>, come si dice a Bologna — preparavano grandi quantità di questi dolci nel forno di casa o nel forno comune del paese. La ricetta era semplice ma intelligente: un impasto simile alla frolla, realizzato con ingredienti disponibili nelle case contadine, e un ripieno che permetteva di conservare la frutta a lungo.</p>
<p data-start="2442" data-end="2816">Quel ripieno è la <strong data-start="2460" data-end="2482">mostarda bolognese</strong>, una preparazione antica che ha poco a che vedere con le mostarde piccanti e salate del Nord Italia. È una confettura scura e intensa ottenuta cuocendo lentamente frutta molto matura — mele cotogne, pere, talvolta agrumi — nel mosto cotto. Il risultato è una crema densa, leggermente acidula, perfetta per bilanciare la dolcezza dell’impasto. In altre parole, come spesso accade in cucina, questi dolci nascono per <strong data-start="2883" data-end="2899">non sprecare</strong>.</p>
<h2 data-section-id="vx76oj" data-start="2902" data-end="2940">Un dolce condiviso lungo le strade</h2>
<p data-start="2942" data-end="3173">Uno degli aspetti più affascinanti di questa tradizione è il modo in cui venivano consumate. In diversi paesi della pianura bolognese esisteva un’usanza oggi quasi inconcepibile: <strong data-start="3121" data-end="3172">appendere le raviole alle siepi lungo le strade</strong>.</p>
<p data-start="3175" data-end="3529">Le famiglie preparavano grandi quantità di dolci e li mettevano <strong>a disposizione di chi passava:</strong> contadini, bambini, viandanti, vicini di casa. Era un modo per celebrare la festa e allo stesso tempo ribadire un principio semplice della cultura contadina: il cibo è prima di tutto <strong data-start="3512" data-end="3528">condivisione</strong>.</p>
<p data-start="3531" data-end="3817">La scena doveva essere piuttosto spettacolare: filari di biancospino decorati con biscotti dorati, pronti per essere staccati e mangiati lungo il cammino. Una sorta di <strong>buffet</strong> diffuso <em>ante litteram</em>, in cui il paesaggio stesso diventava tavola.</p>
<p data-start="3819" data-end="4107">Oggi questo gesto sopravvive soprattutto nella memoria e in alcune feste di paese. La più celebre è la <strong data-start="3922" data-end="3945">Festa della Raviola</strong> di Trebbo di Reno, nel comune di Castel Maggiore, una sagra che esiste da oltre due secoli e che continua a celebrare il dolce simbolo della primavera bolognese.</p>
<h2 data-section-id="8qhkn1" data-start="4109" data-end="4139">Perché si chiamano raviole</h2>
<p data-start="4141" data-end="4359">Il nome potrebbe trarre in inganno chi non conosce la tradizione emiliana. Le raviole non hanno nulla a che fare con i <a href="https://www.foodandwineitalia.com/la-via-invisibile-che-unisce-loriente-e-loccidente-grazie-alla-pasta-ripiena/" target="_blank" rel="noopener">ravioli salati</a>, anche se la forma richiama la logica della pasta farcita. In realtà il nome e la forma derivano dall&#8217;immediatezza delle <em>zdòre</em>: sapevano fare la pasta ripiena e quindi traslitteravano questo talento nel dolce.</p>
<figure id="attachment_212604" aria-describedby="caption-attachment-212604" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212604" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/raviole-bolognesi-san-giuseppe-festa-del-papa.png" alt="raviole-bolognesi-san-giuseppe-festa-del-papa" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212604" class="wp-caption-text">Foto da Wikipedia</figcaption></figure>
<p data-start="4616" data-end="4994">Esiste anche una <strong>leggenda</strong> curiosa, che gli storici della gastronomia citano spesso come esempio di marketing ottocentesco ma che non ha riscontri bibliografici (ovviamente, poi lo capirete da soli leggendo).</p>
<p data-start="4616" data-end="4994">In un racconto attribuito a <strong>Geremia Viscardi</strong>, autore di un fantasioso testo sulle “glorie” bolognesi, si narra che la forma della raviola derivi addirittura dal cappello di un carabiniere lasciato cadere durante un inseguimento immaginario a San Giuseppe.</p>
<p data-start="4996" data-end="5202">È una storia impossibile ma interessante perché dimostra come già nell’Ottocento si tentasse di costruire uno <strong>storytelling</strong> attorno ai dolci tradizionali, esattamente come fanno oggi molti brand.</p>
<h2 data-section-id="1dq733b" data-start="5204" data-end="5253">Dalla campagna alle vetrine delle pasticcerie</h2>
<p data-start="5255" data-end="5432">Nel corso del Novecento le raviole hanno seguito lo stesso destino di molti dolci contadini: sono passate dalle cucine domestiche alle vetrine dei forni e delle pasticcerie.</p>
<p data-start="5434" data-end="5757">Oggi a Bologna si trovano praticamente tutto l’anno, anche se la settimana di San Giuseppe resta il momento di massima produzione. I forni storici le propongono nella versione classica con mostarda, spesso cosparse di zucchero o immerse nell’<strong data-start="5676" data-end="5689">alchermes</strong>, il liquore rosso che regala al dolce il suo colore caratteristico.</p>
<p data-start="5759" data-end="6082">Accanto alla ricetta tradizionale sono nate molte varianti contemporanee. Confettura di albicocca, crema pasticcera, cioccolato, gianduia: ripieni pensati per incontrare i gusti di oggi. È il normale processo di <strong>evoluzione</strong> della pasticceria popolare, che continua a cambiare senza perdere completamente la propria identità e non deve scandalizzarci troppo.</p>
<p data-start="6084" data-end="6343">Eppure, quando si parla con i panificatori bolognesi, emerge sempre la stessa idea: la raviola vera resta quella <strong data-start="6197" data-end="6214">alla mostarda</strong>. Non solo per una questione di ortodossia gastronomica, ma perché quel ripieno racconta un pezzo di storia agricola dell’Emilia.</p>
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		<title>Tramezzino, questione di strato</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/tramezzino-questione-di-strato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Martina Di Lena]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 14:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Bar Motondoso]]></category>
		<category><![CDATA[Caffè Mulassano]]></category>
		<category><![CDATA[L'Altro Tramezzino]]></category>
		<category><![CDATA[Pandefrà]]></category>
		<category><![CDATA[tramezzino]]></category>
		<category><![CDATA[tramezzino veneziano]]></category>
		<category><![CDATA[Trattoria della Fortuna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si afferra con due dita, senza stringere né schiacciare. È morbido, cede subito e non ha crosta. Si mangia in piedi, spesso al banco. Il nome – e in parte la storia – raccontano anche altro. Nel 2026 il tramezzino compie simbolicamente cent’anni e a rivendicarne la paternità è Caffè Mulassano, il bar torinese dove [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Si afferra con due dita, senza stringere né schiacciare. È morbido, cede subito e non ha crosta. Si mangia in piedi, spesso al banco. Il nome – e in parte la storia – raccontano anche altro. Nel 2026 il <strong>tramezzino</strong> compie simbolicamente cent’anni e a rivendicarne la paternità è <strong>Caffè Mulassano</strong>, il bar torinese dove negli anni Venti del Novecento venne coniato il termine tramezzino, scelto da Gabriele D’Annunzio per sostituire l’inglese sandwich. Un panino “tra i mezzi”, pensato per sostenere Vermouth e conversazioni da salotto sotto i portici di piazza Castello. Dalla città della Mole, il tramezzino si è spostato altrove, ma è solo arrivando a Venezia che ha trovato una forma precisa: se non è bombato, non è veneziano.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212698" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Bar-Motondoso-a-Venezia-.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p class="p1">Il tramezzino che si <strong>mangia</strong> in Laguna è gonfio, tridimensionale e umido. Due fette di pancarrè bianchissimo vengono private della crosta, spalmate internamente con maionese, farcite in modo generoso e poi modellate con le mani. I lati sono sigillati con un coltello, poi viene avvolto nella pellicola e lasciato riposare. Una volta tagliato a metà, la sezione deve sembrare una cupola o, come dicono in molti, un sorriso. Una gestualità che si può imparare anche dai video social di <strong>Bar Motondoso</strong> (ex Alla Filovia), locale vicino alla stazione di Venezia Santa Lucia, attivo dal 1961 e oggi gestito dalla terza generazione della famiglia Novello. «Per i veneziani questo è “il” tramezzino, ma non è così scontato che si conosca», racconta Francesco Novello, nipote del fondatore, nonno Paolo scomparso nel 1995, e figlio di Michele che ha poi preso le redini dell’attività negli anni Novanta. Pane di un fornitore locale, ingredienti del territorio, salse tutte preparate in casa. I gusti classici restano – tonno e uova, prosciutto e funghi, salmone e uova – accanto a combinazioni più alla moda come burrata, mortadella e pistacchio. «Nella pausa veneziana, tre tramezzini sono una unità di misura precisa».</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212697" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/LAltro-Tramezzino-Milano.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p class="p1">A <strong>Milano</strong> il problema non è stato farlo buono, ma farlo capire. <strong>L’Altro Tramezzino</strong> nasce proprio da questa frizione nel 2015. A raccontarlo è <strong>Marta Matilde</strong> (Martilde per tutti) <strong>Favilli</strong>, imprenditrice veneziana che nel 2018 ha scommesso sull’insegna aperta tre anni prima dal compagno della madre. Il locale ha cambiato sede – da Duomo a Porta Romana – e si chiama semplicemente <strong>L’Altro</strong>. Favilli ha ridotto drasticamente i gusti in carta, introdotto la stagionalità, curato il packaging e avviato i catering. I tramezzini vengono preparati in un laboratorio a vista: sei gusti fissi – ben equilibrati tra carne, pesce e vegetale – più gli special mensili. «Il prossimo sarà con gamberi al curry mentre il baccalà mantecato non esce mai dal menu». Il suo tramezzino è arrivato persino al fashion, e tra le collaborazioni a cui Favilli è più affezionata c’è quella con Miu Miu durante una delle edizioni della Mostra del Cinema di Venezia. «Me lo ero sognato», dice. Poi è successo davvero.</p>
<figure id="attachment_212696" aria-describedby="caption-attachment-212696" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-212696 size-full" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Il-tramezzino-di-Pandefra-con-la-pizza-formaggio-marchigiana-ph.-Anna-Corti.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212696" class="wp-caption-text">ph. Anna Corai</figcaption></figure>
<p class="p1">Nelle Marche, a un certo punto, la pizza al formaggio ha smesso di essere solo un &#8220;panettone salato&#8221; ed è diventata pane in cassetta. È successo da <strong>Pandefrà</strong> a <strong>Senigallia</strong> dove il lievitato salato di <strong>Francesca Ceccacci</strong> cambia forma e si destagionalizza: non più legato alla Pasqua, ma pensato per essere mangiato tutto l’anno. La ragione è pratica: serviva qualcosa di buono e comodo, soprattutto d’estate. Le farciture cambiano ogni settimana: dal ciauscolo con carciofini alla versione con sardoncini in saor. «La bellezza del tramezzino è che resta un prodotto semplice e il giorno dopo è ancora più buono», dice Ceccacci. Lo scorso luglio questa idea è diventata una festa con Infra&#8217;mezzo, affidando lo stesso pane al formaggio a ristoratori amici – e clienti – che si sono sbizzarriti a farcirlo.</p>
<figure id="attachment_212701" aria-describedby="caption-attachment-212701" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212701" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Trattoria-della-Fortuna.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212701" class="wp-caption-text">ph. Andrea Di Lorenzo</figcaption></figure>
<p class="p1">Mettere un tramezzino in carta al ristorante non è scontato. Da<strong> Trattoria della Fortuna</strong>, a <strong>Monterotondo</strong>, alle porte di Roma, diventa un antipasto fisso. «Quello alla veneziana mi ha sempre colpito per la forma», racconta <strong>Francesca Gervasi</strong>. «Tagliato a metà sembra sorridere». Il suo è costruito come fosse un piatto, ma senza perdere identità: insalata russa (senza cetriolini) e Mortadella Bologna Igp affettata sottile. La tecnica è quella veneziana, senza deroghe: il pane viene inumidito, la farcitura è abbondante. In sala arriva come mezza cupola compatta e lucida. Da collezionista di ceramiche vintage, Francesca ha un rito: il primo tramezzino di ogni servizio esce sempre su un piattino che ritrae una scena veneziana con un cortigiano in abito d’epoca.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212699" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Il-tramezzino-di-Becco.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p class="p1">Dimenticate posate e stoviglie quando vi metterete in fila da <strong>Becco</strong>, tramezzineria romana in zona Prati. Il loro merito è aver reso cool il tramezzino con un’estetica che ricorda il katsusando giapponese. Il pane si può scegliere tra la brioche sfornata da Arte Bianca di Gabriele o la tipologia in cassetta di Bonci. Quasi tutti i tramezzini vengono piastrati (a eccezione di quello con uova marinate nella soia, crauti e patate) e serviti avvolti in una carta. Si mangia in piedi: i posti a sedere sono limitati a due sgabelli al bancone e una panca sul marciapiede. Il rimedio è attraversare la piazza e accomodarsi da Fischio, il chioschetto della stessa proprietà che punta su vini naturali e un’atmosfera un po’ underground.</p>
<figure id="attachment_212700" aria-describedby="caption-attachment-212700" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-212700 size-full" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Il-tramezzino-aperto-di-Walter-Musco-ph.-Andrea-Di-Lorenzo.png" alt="Walter Musco" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212700" class="wp-caption-text">ph. Andrea Di Lorenzo</figcaption></figure>
<p class="p1">Restando in città, il tramezzino compie un altro salto di categoria e approda in pasticceria. La prova del nove è da <strong>Walter Musco</strong>, dove il salato ha abbandonato da tempo la sequenza prevedibile di pizzette, vol-au-vent, tartine con maionese e pan brioche farcito a strati. Un repertorio stanco, spesso più decorativo che buono, che ha spinto Musco a trattare anche il tramezzino come un oggetto di ricerca: prima cambiandone la forma, poi lavorando soprattutto sulle ricette. Il suo banco segue la stagionalità e utilizza tecniche più vicine alla cucina che alla pasticceria: cotture a bassa temperatura, affumicature, marinature, brace. Piatti della tradizione vengono racchiusi tra due fette di pan brioche, accanto a contaminazioni internazionali e a proposte pensate anche per vegetariani e vegani. Si passa così dal tamakosando con uovo e maionese giapponese alla parmigiana di melanzane, fino al pastrami con coleslaw. In vetrina compaiono dalla tarda mattina all’ora dell’aperitivo, pensati per un lunch veloce o per accompagnare un calice: <strong>Laura Paone</strong>, f&amp;b manager di Walter Musco, consiglia il Trentodoc WM Cuvée ’85, etichetta nata dalla collaborazione con Cantine Monfort. Perché anche il tramezzino, in pasticceria, può permettersi una certa eleganza.</p>
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		<title>Crispelle di riso, il dolce di Catania che racconta la festa del papà</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/crispelle-riso-catania-festa-del-papa-san-giuseppe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 10:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Catania]]></category>
		<category><![CDATA[Crispelle di riso]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La festa del papà è un sogno per i golosi italiani perché lungo tutto lo Stivale ci sono tantissimi dolci deliziosi e quando parliamo di leccornie, la Sicilia non è seconda a nessuno. Prendiamo ad esempio le crispelle di riso di Catania, il dolce tipico di San Giuseppe. Sono frittelle allungate, dorate e irregolari, preparate [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="544" data-end="1097">La <strong>festa del papà</strong> è un sogno per i golosi italiani perché lungo tutto lo Stivale ci sono tantissimi <strong>dolci</strong> deliziosi e quando parliamo di leccornie, la Sicilia non è seconda a nessuno. Prendiamo ad esempio le <strong>crispelle di riso</strong> di <strong>Catania</strong>, il dolce tipico di San Giuseppe.</p>
<p data-start="1099" data-end="1546">Sono frittelle allungate, dorate e irregolari, preparate con riso cotto lentamente, aromatizzato con scorza d’arancia e poi fritto e irrorato con miele. Semplici da descrivere, difficili da replicare davvero.</p>
<h2 data-section-id="tfr896" data-start="1548" data-end="1599">Un dolce nato tra monasteri e banchetti rituali</h2>
<p data-start="1601" data-end="1971">Le origini delle crispelle affondano nel XVI secolo e sono legate al grande <strong data-start="1677" data-end="1718"><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Monastero di San Nicolò l’Arena</span></span></strong>, uno dei complessi monastici più imponenti d’Europa e oggi parte dell’Università di Catania. Qui i monaci benedettini svilupparono una cucina raffinata e sorprendentemente <strong>ricca</strong>, capace di unire disciplina religiosa e gusto per il piacere della tavola.</p>
<figure id="attachment_212589" aria-describedby="caption-attachment-212589" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212589" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/crispelle-riso-catania-festa-del-papa-san-giuseppe-sicilia.png" alt="crispelle-riso-catania-festa-del-papa-san-giuseppe-sicilia" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212589" class="wp-caption-text">Foto di Notiziecatania.it</figcaption></figure>
<p data-start="1973" data-end="2465">Furono proprio i benedettini a codificare la ricetta delle crispelle, allora chiamate anche “<strong>benedettine</strong>”. Il riso veniva cotto lentamente nel latte con cannella, modellato in piccoli cilindri e fritto prima di essere coperto con del miele profumato agli agrumi. Non era un dolce per tutti i giorni ma una preparazione rituale destinata ai banchetti organizzati per onorare <strong>San Giuseppe</strong>, figura centrale della cristianità.</p>
<p data-start="2467" data-end="2876">In Sicilia, in maniera particolare, la festa di questo santo è sempre stata associata all’idea di abbondanza e condivisione. Il <strong>19 marzo</strong> si preparavano tavolate pubbliche — le cosiddette “tavole di San Giuseppe” — ricche di pane, legumi, ortaggi e dolci fritti. Ogni città sviluppò il proprio simbolo gastronomico: a Palermo le <strong>sfince</strong>, nel trapanese le <strong>cassatelle</strong>, mentre a Catania il ruolo centrale spettò alle crispelle di riso.</p>
<h2 data-section-id="16axot7" data-start="2878" data-end="2918">Perché proprio riso, miele e arancia</h2>
<p data-start="2920" data-end="3309">Se osservate la ricetta con attenzione, noterete che non è casuale ma profondamente simbolica, come spesso accade nelle pietanze nate in occasione delle <strong>feste religiose</strong>. Il <strong>riso</strong> è stato per secoli un ingrediente prezioso ma diffuso nelle cucine monastiche e aristocratiche del Mediterraneo. Il <strong>miele</strong>, prima della diffusione dello zucchero industriale, era il principale dolcificante del pianeta. L’<strong>arancia</strong>, infine, rappresentava uno dei simboli della Sicilia orientale (e oggi di tutta l&#8217;isola).</p>
<p data-start="3311" data-end="3740">Le crispelle mettono insieme questi tre elementi in una combinazione che racconta molto più di un semplice dolce fritto. Parlano di economia, di stagionalità e di scambi culturali. Il riso arriva in Sicilia attraverso rotte commerciali che attraversano il Mediterraneo; il miele richiama una tradizione alimentare antichissima; gli agrumi raccontano la trasformazione dell’isola tra età moderna e contemporanea.</p>
<p data-start="3742" data-end="4013">Anche il nome dice qualcosa. “<em>Crispella</em>” deriva probabilmente dalla superficie <strong>ruvida</strong> e <strong>increspata</strong> della frittella dopo la cottura. In altre zone della Sicilia lo stesso dolce è conosciuto come <strong>zeppola di riso</strong>, ma a Catania il termine crispella rimane il più identitario.</p>
<h2 data-section-id="fbks82" data-start="4015" data-end="4050">Il legame con la Festa del papà</h2>
<p data-start="4052" data-end="4346">Il collegamento tra crispelle e Festa del papà nasce naturalmente dalla coincidenza tra la celebrazione civile e quella religiosa del 19 marzo. In Italia la festa del papà coincide infatti con il giorno dedicato a San Giuseppe, figura che la tradizione cristiana considera modello di paternità.</p>
<p data-start="4348" data-end="4814">In Sicilia questa simbologia si intreccia con pratiche popolari molto <strong>antiche</strong>. Una di queste riguarda l’offerta di <strong>pane e miele</strong> alla nascita di un figlio maschio: un gesto di augurio e prosperità che alcuni storici interpretano come un lontano <strong>antenato</strong> delle crispelle di riso. Secondo altre storielle popolari, invece, Giuseppe sarebbe stato anche <strong>friggitore</strong> oltre che carpentiere, e per questo il suo giorno viene celebrato con dolci immersi nell’olio.</p>
<p data-start="4816" data-end="5027">Sono racconti difficili da verificare storicamente, ma tipici della cultura gastronomica italiana: le tradizioni culinarie sopravvivono perché intrecciano memoria religiosa, racconti familiari e identità locale.</p>
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		<title>&#8220;Tra sacro e caso&#8221;: le ostie ripiene di Monte Sant’Angelo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 09:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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		<category><![CDATA[monte sant'angelo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le ostie ripiene di Monte Sant’Angelo sono un dolce tradizionale del Gargano composto da due sottilissime cialde di ostia che racchiudono un ripieno di mandorle tostate caramellate con miele e zucchero, profumato da una lieve nota di cannella. Un dessert di apparente semplicità, ma di grande densità simbolica, perché nasce all’incrocio tra cucina conventuale, ritualità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="752" data-end="1216">Le <strong>ostie ripiene di Monte Sant’Angelo</strong> sono un dolce tradizionale del <strong>Gargano</strong> composto da due sottilissime cialde di ostia che racchiudono un ripieno di mandorle tostate caramellate con miele e zucchero, profumato da una lieve nota di cannella. Un dessert di apparente semplicità, ma di grande densità simbolica, perché nasce all’incrocio tra cucina conventuale, ritualità religiosa e cultura contadina, in uno dei luoghi più carichi di spiritualità del Sud Italia.</p>
<h2 data-start="752" data-end="1216">Alla scoperta delle ostie ripiene (in Puglia e non solo)</h2>
<p data-start="1218" data-end="1629">Monte Sant’Angelo è il comune più alto del promontorio garganico, sospeso a quasi ottocento metri sul livello del mare, e custodisce uno dei santuari micaelici <strong>più antichi d’Europa</strong>, riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. In un contesto simile, dove il sacro permea ogni aspetto della vita quotidiana, non sorprende che anche un dolce popolare abbia un’origine profondamente legata al mondo monastico.</p>
<figure id="attachment_210945" aria-describedby="caption-attachment-210945" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-210945" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/ostie-ripiene.png" alt="ostie-ripiene" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-210945" class="wp-caption-text">© Italian Environment TRUST</figcaption></figure>
<p data-start="1631" data-end="2300">Le ostie ripiene, chiamate nel dialetto locale <em data-start="1678" data-end="1692">ostie chiene</em>, nascono infatti all’interno del monastero della <strong>Santissima Trinità di Santa Chiara</strong>, secondo una tradizione che affonda le radici almeno tra il tardo Medioevo e l’età moderna. Come spesso accade nella storia della gastronomia italiana, la loro invenzione è attribuita a un <strong>gesto involontario</strong>. Durante la preparazione delle ostie destinate alla liturgia, alcune monache avrebbero fatto <strong>cadere delle mandorle tostate</strong> in una ciotola di miele caldo appena cotto. Per recuperarle, si sarebbero servite di due cialde di ostia, che, a contatto con il miele, si sarebbero saldate tra loro, imprigionando il ripieno.</p>
<p data-start="2302" data-end="2866">Da quell’errore nasce un dolce che unisce <strong>sacro e profano</strong> in modo quasi perfetto. L’ostia, simbolo per eccellenza della dimensione eucaristica, perde qui la sua funzione liturgica ma conserva una forma e una purezza visiva che rimandano a un’idea di sobrietà e disciplina. Il ripieno, al contrario, racconta il mondo terreno: la dolcezza del miele, alimento arcaico e prezioso, la ricchezza calorica delle mandorle, il profumo delle spezie. È un equilibrio che riflette la cucina conventuale, fatta di ingredienti poveri ma trasformati con intelligenza e pazienza.</p>
<p data-start="2868" data-end="3389">Nel tempo, le ostie ripiene sono uscite dalle mura del monastero e sono diventate un simbolo identitario di Monte Sant’Angelo e di parte del <strong>Gargano</strong>. Venivano preparate in occasione delle festività religiose, donate come segno di rispetto o offerte ai pellegrini che raggiungevano il <strong>santuario di San Michele Arcangelo</strong> dopo lunghi viaggi. Un’antica testimonianza le descrive già come un prodotto tipico destinato anche alla vendita e allo scambio, segno che la loro fama aveva superato i confini della comunità monastica.</p>
<figure id="attachment_210944" aria-describedby="caption-attachment-210944" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-210944" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/ostie-ripiene-monte-santangelo-dolce-gargano.png" alt="ostie-ripiene-monte-santangelo-dolce-gargano" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-210944" class="wp-caption-text">Le ostie di Agnone | Foto di Turismo in Molise</figcaption></figure>
<p data-start="3391" data-end="3871">Le ostie ripiene si collocano in una famiglia più ampia di <strong>dolci italiani nati nei conventi</strong>, dove la scarsità di ingredienti spingeva a soluzioni creative. Esistono preparazioni simili in altre regioni, come in <strong>Molise</strong>, ad <strong>Agnone</strong>, altrettanto celebri o in alcune aree dell’Italia centrale, ma la versione di Monte Sant’Angelo si distingue per l’uso esclusivo delle mandorle e del miele, senza l’aggiunta di cacao o altri aromi, e per una struttura estremamente essenziale.</p>
<p data-start="3873" data-end="4414">Ancora oggi la lavorazione è rimasta fedele alla tradizione. Le cialde vengono preparate con un impasto liquido di farina e acqua, cotto in ferri roventi che imprimono una trama leggera e una forma ovale o rotonda. Il ripieno viene lavorato lentamente, fino a raggiungere una consistenza densa ma non dura, capace di aderire all’ostia <strong>senza romperla</strong>. Dopo l’assemblaggio, il dolce necessita di un <strong>lungo riposo</strong>, affinché il miele si stabilizzi e le cialde si ammorbidiscano leggermente, creando un equilibrio tra croccantezza e masticabilità.</p>
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