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	<title>vino Archivio &#8226; Food and Wine Italia</title>
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		<title>Vini d’Abbazia, appuntamento a Fossanova</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/vini-dabbazia-appuntamento-a-fossanova/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 08:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
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		<category><![CDATA[conventi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un filo rosso – ma anche bianco – che collega l’Abbazia di Novacella, in Alto Adige, a quella veneta di Praglia e al Convento dell’Annunciata in Franciacorta, giungendo fino all’abbazia di Monte Oliveto Maggiore in Toscana, al Monastero Esarchico di Santa Maria (detto anche L’Abbazia Greca di San Nilo, dal nome del monaco fondatore [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/vini-dabbazia-appuntamento-a-fossanova/">Vini d’Abbazia, appuntamento a Fossanova</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un filo rosso – ma anche bianco – che collega l’<strong>Abbazia di Novacella,</strong> in Alto Adige, a quella veneta di Praglia e al <strong>Convento dell’Annunciata</strong> in Franciacorta, giungendo fino all’abbazia di <strong>Monte Oliveto Maggiore</strong> in Toscana, al Monastero Esarchico di Santa Maria (detto anche L<strong>’Abbazia Greca di San Nilo</strong>, dal nome del monaco fondatore in arrivo dalla  Calabria bizantina) di Grottaferrata e molto oltre: è appunto quella della produzione di <strong>vino</strong> che, insieme a quella dell’olio, in Italia e non solo è da sempre intimamente legata alla storia di monasteri e conventi, per esigenze liturgiche e di sussistenza così come elemento prezioso di cultura materiale e spirituale.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-214740" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/1-6.png" alt="Vini d'Abbazia" width="763" height="627" /></p>
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<p>Nasce proprio per celebrare questo singolare e interessante patrimonio che intreccia storia, enologia, cultura e spiritualità, la manifestazione <strong>Vini d’Abbazia,</strong> in programma negli spazi della affascinante abbazia cistercense di <strong>Fossanova</strong> – grazioso borgo medievale dal fascino intatto, a poca distanza da Priverno e dal litorale laziale del Circeo – dal 12 al 14 giugno.</p>
<p>Ideata dal giornalista <strong>Rocco Tolfa</strong>, e organizzata dalla Strada del Vino della provincia di Latina, dalla cooperativa Taste Roots e dall’Associazione Polygonal – con la collaborazione  di <strong>Regione Lazio</strong>, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina, Azienda Speciale Informare, Ministero della Cultura–Direzione Regionale Musei Nazionali Lazio, e Abbazia di Fossanova e con la partnership del Comune di Priverno – e giunta alla sua <a href="https://www.foodandwineitalia.com/vini-d-abbazia-2025-evento-fossanova-lazio/">quinta edizione</a>, quest’anno la rassegna ha visto anche una anteprima calabrese: il 2 e 3 maggio, <strong>l’Abbazia Cistercense di Santa Maria della Matina</strong> a San Marco Argentano (in provincia di Cosenza), ha visto le produzioni vitivinicole storiche delle abbazie italiane affiancare quelle dei Consorzi di Tutela della<strong> Calabria</strong>.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-214741" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/3-7.png" alt="Vini d'Abbazia" width="763" height="627" /></p>
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<p>La consueta e attesa tappa laziale vede invece tre giorni di <strong>masterclass,</strong> degustazioni e incontri dedicati al vino, ma anche alla sua valenza culturale e turistica e alla sostenibilità. Il chiostro medievale ospiterà i banchi d’assaggio di ben <strong>30 cantine</strong> di abbazie italiane, ma anche consorzi e produttori laici legati a luoghi monastici: dall’azienda campana<strong> Feudi di San Gregorio</strong>, che ha dedicato le sue prestigiose etichette Goleto Greco di Tufo Docg e Gulielmus Taurasi Riserva Docg alla storica Abbazia del Goleto, a Sant’Angelo dei Lombardi, fino a <strong>La Canonica</strong> di Montalcino, ospitata in un casolare che fu sede per alcuni anni di religiose dell’ordine di San Bernardino.</p>
<p>A dimostrazione dell’interesse del tema, e dell’apertura di orizzonti e connessioni favorita dall’originale manifestazione, non mancano anche le presenze internazionali: dalla tenuta <strong>Zlati Grič</strong> sorge, nel cuore della Stiria slovena a poca distanza all’importante Certosa di Žiče, alla rete francese <strong>Les Vins d’Abbayes</strong> – associazione fondata nel 2008 su iniziativa di Philippe d’Allaines, proprietario dell’Abbazia di Valmagne – fino ai vini della cantina del <strong>Monastero di Cremisan</strong>, fondata alla fine dell’Ottocento dai salesiani sulle colline di Beit Jala, nei pressi di Betlemme: e proprio i vini di Cremisan, che nascono alla frontiera tra Palestina e Israele dal lavoro condiviso tra comunità cristiane, musulmane ed ebraiche, saranno protagonisti dell’interessante masterclass “Il vino della pace del Monastero di Cremisan: un dialogo tra le tre religioni in Terra Santa”, in programma il primo giorno della manifestazione nel Refettorio dell’Abbazia, guidata da <strong>Riccardo Cotarella</strong> e coordinata dal giornalista <strong>Marcello Masi. </strong></p>
<p>Altri incontri vedranno la partecipazione di esperti, comunicatori ed enologi come <strong>Chiara Giovoni, Roberto Cipresso, Violante Cinelli Colombini, Vincenzo Mercurio</strong> e altri ancora, per far conoscere le tante facce delle produzioni “ecclesiastiche”, dai grandi rossi ai vini che nascono dalle vigne segrete nei chiostri di Venezia.</p>
<p>L’Infermeria del Borgo di Fossanova ospiterà invece dei seminari dedicati a vitigni autoctoni, enoturismo e alla ricerca scientifica sui benefici dell’<strong>olio extravergine di oliva</strong>, mentre per tutta la durata della manifestazione i banchi d’assaggio nel chiostro saranno affiancati dalle proposte del villaggio Food &amp; Wine, in via dell’Abbazia. Il programma completo e le modalità di partecipazione si possono consultare <a href="http://www.vinidabbazia.com">sul sito</a>.</p>
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		<title>Sicilia en Primeur 2026, il vino diventa racconto (corale)</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/sicilia-en-primeur-2026-il-vino-diventa-racconto-corale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Gobbi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 16:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[assovini]]></category>
		<category><![CDATA[enoturismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un’atmosfera vivace e quasi scenografica, Palermo si offre in questi giorni nel pieno della sua natura più espressiva: una città in cui arte, teatro e stratificazioni culturali si intrecciano senza soluzione di continuità nello spazio pubblico. È questo anche lo scenario in cui ha preso forma Sicilia en Primeur 2026, l’appuntamento dedicato alla presentazione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un’atmosfera vivace e quasi scenografica, <strong>Palermo</strong> si offre in questi giorni nel pieno della sua natura più espressiva: una città in cui arte, teatro e stratificazioni culturali si intrecciano senza soluzione di continuità nello spazio pubblico. È questo anche lo scenario in cui ha preso forma <a href="https://www.foodandwineitalia.com/sicilia-il-continente-del-vino/"><strong>Sicilia en Primeur 2026</strong></a>, l’appuntamento dedicato alla presentazione delle nuove annate dei vini dell’isola giunto alla sua 22esima edizione. E il claim <em>Taste the Island. Live the Story</em>, già da solo restituisce un’idea che non si limita alla degustazione, ma diventa esperienza territoriale, culturale e narrativa.</p>
<p>Camminando tra i luoghi palermitani scelti per la manifestazione, si conosce una città che si racconta attraverso spazi meno ovvi ma profondamente identitari. Come il <strong>Real Albergo delle Povere</strong>, con i suoi volumi restituiti alla città dopo la recente riqualificazione, dove la luce filtra nei cortili e ridisegna il rapporto tra passato e presente; poco distante, la <strong>Cappella Palatina</strong> resta uno di quei posti in cui la densità storica si percepisce quasi fisicamente. Lo stesso vale per la <strong>Chiesa di Santa Maria dello Spasimo</strong>, la cui architettura incompiuta e a cielo aperto sembra fatta apposta per accogliere il tempo, e per il <strong>Palazzo Sant’Elia</strong>, oggi tornato a essere spazio vivo di cultura. La scelta di questi luoghi restituisce l’immagine di una città pienamente consapevole della propria centralità, capace di mettere in scena sé stessa senza retorica, ma con una misura ormai matura nel dialogo tra attori diversi.</p>
<h2>La Sicilia di Assovini che ha imparato a fare coro</h2>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-214685" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/4-3.png" alt="vigne sicilia" width="763" height="627" /></p>
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<p>Dentro questo quadro si inserisce la visione di <a href="https://www.assovinisicilia.it"><strong>Assovini Sicilia</strong></a> – l’associazione di vitivinicoltori siciliani che organizza ogni anno l’appuntamento itinerante di Sicilia en Primeur –, che ha progressivamente trasformato un insieme di individualità in un sistema più coeso.</p>
<p>Per la <strong>presidente Mariangela Cambria</strong>, il punto non è solo “fare rete”, ma mantenerla viva anche quando diventa complesso, perché anche in Sicilia il vino non vuole più essere semplicemente considerato un settore produttivo, ma una forma di identità.</p>
<p>La sfida che si profila all’orizzonte – richiamata anche da <strong>Alessio Planeta</strong>, alla guida del Consorzio di tutela dei vini Doc Sicilia – riguarda però la capacità di consolidare questo percorso, facendo i conti con gli errori del passato senza rinunciare alla propria natura.</p>
<p><strong>Palermo</strong>, in questo senso, diventa simbolo e laboratorio: una città che vive da sempre di contaminazioni e che oggi può trasformare questa vocazione in metodo. L’asticella si alza, e lo si percepisce nei contenuti, negli approcci e nella maturità con cui ogni azienda si presenta, rivendicando un’appartenenza che non è mai solo geografica, ma prima di tutto culturale.</p>
<h2>Il turismo del vino: qui e adesso</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-214684" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/2-5.png" alt="Sicilia en Primeur" width="763" height="627" /></p>
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<p>Il fulcro della discussione che ha accompagnato Sicilia en Primeur ha contemplato in particolare il viaggio, l’esperienza e il desiderio sempre più forte di scoprire la Sicilia attraverso le sue cantine. La sensazione, infatti, è che <strong>l’enoturismo</strong> siciliano abbia finalmente smesso di inseguire modelli esterni per riconoscersi in una propria personalità: mediterranea, calorosa, autentica, decisamente meno costruita rispetto ad altre destinazioni vinicole.</p>
<p>I dati del centro studi Lumsa-Ceseo raccontano un comparto ormai maturo, internazionale e sempre più concreto anche sul piano economico. Crescono i visitatori – soprattutto stranieri – e <strong>l’accoglienza</strong> non è più un semplice complemento alla bottiglia, ma una parte centrale del racconto e del business. Degustazioni, percorsi tra vigne e territorio, esperienze legate alla cultura locale: oggi il vino siciliano si vende soprattutto facendolo vivere.</p>
<p>La cosa più evidente, però, è forse un’altra: molte cantine hanno capito che il vero lusso non sta nell’eccesso, ma nella <strong>qualità del tempo</strong> trascorso in un luogo. Da qui l’attenzione per spazi curati, ospitalità, sostenibilità concreta e un approccio sempre meno da cartolina. Sul <strong>digitale</strong>, invece, il margine di crescita resta ampio: la comunicazione di base funziona, ma strumenti più evoluti – dall’intelligenza artificiale ai Wine Club – sono ancora poco diffusi.</p>
<h2>Il gusto del paesaggio: la mineralità raccontata in 10 sorsi</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-214683" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/1-5.png" alt="Sicilia en Primeur" width="763" height="627" /></p>
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<p>All’interno di questa notevole varietà umana e ampelografica, nelle <strong>degustazion</strong>i di Sicilia en Primeur abbiamo cercato di concentrarci su un aspetto preciso: la tanto celebrata – e spesso abusata –<strong> mineralità</strong>, probabilmente il descrittore più complesso da raccontare davvero nel vino.</p>
<p>Un concetto sfuggente, che troppo spesso rimane astratto, ma che in alcuni assaggi si è manifestato con sorprendente chiarezza attraverso sensazioni di <strong>sapidità e salinità</strong> capaci di evocare roccia umida, brezze marine e, talvolta, quella traccia quasi tagliente di pietra focaia.</p>
<p>Queste impressioni emerse in particolare nei calici provenienti dall’Etna, come l’Etna Bianco Superiore Contrada Volpare Frontebosco 2024 di<strong> Maugeri</strong>, teso e alquanto agrumato<strong>,</strong> il Contrada Blandano Etna Bianco 2023 di<strong> Terre Costantino</strong>, fresco, limpido e pungente, e il Vico Bianco 2021 di<strong> Tenute Bosco,</strong> fragrante, nitido e persistente. Ma anche nell’Etna Rosso San Lorenzo 2024 di<strong> Girolamo Russo</strong>, che al sorso risulta ferroso, speziato e a tratti quasi ematico.</p>
<p>Altri assaggi interessanti, e che mantengono un simile fil rouge, sono stati il succoso ed equilibrato Perripò 2023 di<strong> Caruso e Minini</strong>, e il ricco e balsamico Firma del Tempo Riserva 2023 di<strong> Cantine Fina</strong>, attraversato da una scia avvolgente, che nascono entrambi nell’areale di Marsala.</p>
<p>Dall’entroterra palermitano arrivano il Viafranca Bianco 2023 di<strong> Baglio di Pianetto</strong>, fine, teso e vibrante, e lo Schietto Principe 2019 di<strong> Spadafora</strong>, asciutto ed elegantemente erbaceo. Dal territorio di Vittoria nasce il Grotte Alte 2021 di<strong> Arianna Occhipinti</strong>, profondo, dinamico e velatamente tannico. Ma c’è spazio anche per i rosati, come nel caso dell’agrigentino Rosè 2025 di<strong> Serra Ferdinandea</strong>, intrigante nella sua freschezza di piccoli frutti rossi.</p>
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		<title>Torre a Cona, ospitalità toscana nel segno del vino (e del vermouth)</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/torre-a-cona-ospitalita-toscana-nel-segno-del-vino-e-del-vermouth/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 10:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[Chianti]]></category>
		<category><![CDATA[enoturismo]]></category>
		<category><![CDATA[Torre a Cona]]></category>
		<category><![CDATA[Toscana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Percorrendo la Provinciale 1 – comunemente chiamata via Roma – che da Firenze va verso il Valdarno, poco prima di Rignano sull’Arno, una maestosa villa spicca tra le colline verdi ricoperte di boschi, oliveti e filari d’uva. Circondata da giardini terrazzati e con l’imponente ma elegante facciata settecentesca sormontata da un grande orologio, cela alle [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Percorrendo la Provinciale 1 – comunemente chiamata via Roma – che da Firenze va verso il Valdarno, poco prima di <strong>Rignano sull’Arno</strong>, una maestosa villa spicca tra le colline verdi ricoperte di boschi, oliveti e filari d’uva. Circondata da giardini terrazzati e con l’imponente ma elegante facciata settecentesca sormontata da un grande orologio, cela alle sue spalle una torre merlata più antica che dà il nome alla tenuta: <strong>Torre a Cona</strong>. Nata come fortezza medievale, divenne poi tenuta e dimora nobiliare: se fu in particolare la famiglia fiorentina dei Rinuccini a darle l&#8217;attuale aspetto armonioso, furono i Padoa, alla fine dell’Ottocento, a razionalizzare e modernizzare lo spirito agricolo.</p>
<figure id="attachment_214545" aria-describedby="caption-attachment-214545" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214545" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/4-1.png" alt="Torre a Cona vigne" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214545" class="wp-caption-text">Una parte dei vigneti e la villa</figcaption></figure>
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<p>Nel 1935, infine, Torre a Cona fu acquistata da <strong>Napoleone Rossi di Montelera</strong>: era il nipote di Luigi Rossi, liquorista che trasformò la sua passione in una fortunata avventura imprenditoriale dando vita alla Martini &amp; Rossi, celebre azienda di vini e liquori (oggi parte del gruppo internazionale Bacardi) il cui brand è legato al più celebre vermouth italiano, che meritò alla famiglia il titolo nobiliare concesso da Vittorio Emanuele III per meriti sociali e politici.</p>
<p>Fu così che iniziò a intessersi un legame profondo tra <strong>Piemonte e Toscana,</strong> sancito e rafforzato quando, dopo le confische dovute alla Seconda guerra mondiale, la famiglia riprese possesso della tenuta. E se a Lorenzo, il figlio di Napoleone, si deve il progetto di modernizzazione delle tecniche vitivinicole, l’attuale generazione alla guida dell’azienda – rappresentata da <strong>Ludovica, Niccolò e Leonardo Rossi di Montelera</strong> – ha saputo renderla un insieme organico tra produzione, ospitalità di charme e racconto.</p>
<h2>Il vino: terroir toscano, anima (anche) piemontese</h2>
<figure id="attachment_214542" aria-describedby="caption-attachment-214542" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214542" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/6-1.png" alt="Niccolò Rossi di Montelera" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214542" class="wp-caption-text">Niccolò Rossi di Montelera guida la produzione vinicola</figcaption></figure>
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<p>Siamo al confine tra Chianti e Valdarno, nella sottozona dei <strong>Colli Fiorentini,</strong> e il nome di Torre a Cona oggi è noto agli amanti del buon vino soprattutto grazie al <strong>Molino degli Innocenti</strong>: nominato “Vino dell’Anno” dal Gambero Rosso nel 2025 – alla sua prima uscita, con la vendemmia 2019 – è un Chianti Colli Fiorentini Riserva Docg a base delle uve di Sangiovese che crescono nell’omonimo vigneto, esposto a sud e con un suolo ricco di galestro e arenarie. Un anno di affinamento in botte di rovere di Slavonia, 24 mesi in tonneaux di rovere francese di secondo passaggio e almeno un anno in bottiglia lo rendono setoso ed elegante, e – prodotto in circa 3mila bottiglie – molto richiesto.</p>
<figure id="attachment_214546" aria-describedby="caption-attachment-214546" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214546" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/8.png" alt="Torre a Cona" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214546" class="wp-caption-text">Le degustazioni</figcaption></figure>
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<p>Per essere certi di assaggiarlo, potete prenotare l’esperienza di wine tasting <em>Historia</em>: conduce lungo la storia della tenuta e della sua produzione vinicola – che ha oltre cinque secoli alle spalle – tra cantine storiche, eleganti saloni e il fascino unico del <strong>Deposito 1729,</strong> un caveau situato alla base della antica torre che conserva un prezioso archivio di annate.</p>
<p>Qui, ci si accomoda per degustare il Molino degli Innocenti assieme ad altre etichette nelle annate più pregiate, tra cui due interessanti “cru gemelli” che esaltano l’esistenza di diversi suoli e microclimi all’interno della tenuta: il <strong>Terre di Cino</strong> e il <strong>Badia a Cort</strong>e, la prima etichetta nata dalla collaborazione con l’enologo piemontese <strong>Beppe Caviola</strong>, chiamato qui da Niccolò Rossi di Montelera alla fine degli anni Novanta portando sui Colli Fiorentini il suo stile raffinato, moderno e rispettoso del territorio, mentre all’agronomo valdostano Federico Curtaz si deve l’attenta opera di zonazione delle vigne.</p>
<p>In alternativa, c’è una accogliente sala degustazione presso lo shop aziendale e sono proposte diverse altre esperienze di visita, anche di prezzo e durata inferiore; la Historia costa 150 euro e dura due ore, ma qui <strong>il tempo</strong> assume un altro aspetto e ci si potrebbe ritrovare a chiacchierare più a lungo con <strong>Maxime Walkowiak</strong>, sommelier francese che ha trovato casa in quest’angolo di Toscana e si occupa dell’accoglienza in cantina.</p>
<h2><em> </em>L’ospitalità, tra charme e autenticità rurale</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-214543" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/5-1.png" alt="Torre a Cona" width="763" height="627" /></p>
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<p>È un po’ una caratteristica di Torre a Cona, questa relativa al tempo, che riguarda anche <strong>l’ospitalità</strong> e il soggiorno nelle belle camere dallo stile country chic – ma senza risultare posticcio, anche grazie al tocco raffinato della Contessa Rossi di Montelera che ha curato personalmente i dettagli preservando e valorizzando gli elementi decorativi originali –  ricavate nell’ala ovest, e nelle dependance rurali (e c’è anche <strong>La Colonica,</strong> bella e ampia casa indipendente con piscina privata, per soggiorni all’insegna della privacy più totale).</p>
<figure id="attachment_214544" aria-describedby="caption-attachment-214544" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214544" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/3-4.png" alt="Torre a Cona" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214544" class="wp-caption-text">La piscina</figcaption></figure>
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<p>La tenuta offre diverse esperienze, da quelle legate al vino – inclusa la visita al piccolo ma interessante archivio storico che raccoglie in forma museale storia, territorio ed eredità familiare –  alle passeggiate a cavallo o il trekking nel parco monumentale di quasi duecento ettari, dalla <strong>caccia al tartufo</strong> nel bosco ai corsi di ceramica e di cucina. Ma potrebbe anche venir voglia di restare tutto il giorno distesi sui lettini della bella <strong>piscina</strong> immersa nel verde accanto a un’altra antica torre che ospita la sala massaggi. O ci si potrebbe ritrovare a finire un libro intero seduti ai tavolini dell’incantevole e romantico <strong>Giardino della Voliera</strong>, tra glicini in fiore, siepi curate e statue, o sui divani del bar interno accanto al bancone, lasciandosi trasportare dalla narrazione e dalla piacevolezza della situazione e perdendo cognizione dello scorrere delle ore.</p>
<p>Per assaggiare in pieno relax i vini, dal Vermentino e il Colorino Casamaggio fino al Vin Santo del Chianti Merlaia e all’Occhio di Pernice Fonti e Lecceta, e pure l’ottimo extravergine, ci sono poi anche i tavoli dell’<strong>Osteria di Torre a Cona</strong>. Qui, nella sala interna o nel delizioso cortile della limonaia e nello spazio esterno in via di sistemazione, lo chef <strong>Enrico Romualdi</strong> propone una cucina immediata e ben fatta che valorizza le produzioni locali, in piatti come l’ottima Tartare di maremmana “selezione allevamento Manetti” agli aromi e senape Torre a Cona, lo Spaghetto del contadino con pesto di baccelli e pecorino toscano – gustoso e fresco primo piatto primaverile – o la Faraona del Valdarno in doppia cottura nella sua salsa con verdure in agrodolce.</p>
<h2>Il Vermouth, eredità di famiglia tramandata di generazione in generazione</h2>
<figure id="attachment_214547" aria-describedby="caption-attachment-214547" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214547" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/7-1.png" alt="Torre a Cona" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214547" class="wp-caption-text">L&#8217;esperienza dedicata al Vermouth Torre a Cona</figcaption></figure>
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<p>Nella produzione di Torre a Cona, non poteva mancare però un altro rimando al Piemonte, e alla storia di famiglia: il vermouth. Nel 2022, <strong>Niccolò Rossi di Montelera</strong> nel 2022 ha infatti deciso di ridare vita a un’antica ricetta del 1920 di Luigi, tra quelle trascritte a mano dalla moglie Marianna nel ricettario conservato nell’Archivio.</p>
<p>Grazie alla collaborazione dell’enologo e vignaiolo piemontese<strong> Piero Cane</strong>, che è anche un profondo conoscitore dei vermouth storici e delle botaniche, dopo numerose prove tra formule, modalità di estrazione e affinamento, è nato così il Vermouth Torre a Cona.</p>
<p>La base di 75% di vino Sangiovese di prima qualità – il <strong>Badia a Corte</strong>, con la sua struttura e la sua eleganza verticale – si arricchisce delle sfumature aromatiche di ben 33 botaniche infuse nell’alcol, a cominciare dall’immancabile <strong>assenzio</strong> (piemontese, come da disciplinare del Vermouth di Torino) fino a genziana, cardamomo, cannella, scorza d’arancia e molto altro. Ciascuna viene singolarmente estratta in un’infusione in alcol minuziosamente calcolata per apportare il giusto contributo alla formula e donare complessità e profondità, lasciando però ben percepibile la freschezza ed eleganza del vino.</p>
<p>Per apprezzarne al meglio le sfumature, è stato creato un vero e proprio <strong>“percorso sensoriale”</strong> e giocoso guidato da Walkowiak, che va oltre la classica degustazione e invita prima di tutto a osservarne il colore e la viscosità. Si infila poi il naso nel calice dopo aver annusato anche le singole spezie ed erbe – presenti o meno nella ricetta, che è naturalmente segreta – per cogliere quelle presenti ma anche nuove suggestioni olfattive create dal mix e dall’incontro con il vino. E infine si assaggia per cogliere le sensazioni gustative, la texture morbida, la <strong>freschezza</strong> che nasconde parzialmente la gradazione alcolica di 16° e la persistenza, per poi lasciarsi sorprendere dall’abbinamento con del cioccolato fondente in due diverse percentuali.</p>
<p>Armonico e piacevole, per nulla stucchevole, il <strong>Vermouth Torre a Cona</strong> si presta naturalmente per la miscelazione. Ma è perfetto anche da bere “assoluto”, proprio come era abitudine agli inizi del Novecento: liscio oppure on the rocks, con ghiaccio e una scorza di limone o arancia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/torre-a-cona-ospitalita-toscana-nel-segno-del-vino-e-del-vermouth/">Torre a Cona, ospitalità toscana nel segno del vino (e del vermouth)</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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		<title>Kettmeir rinnova l’accoglienza con un percorso esperienziale unico</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/kettmeir-rinnova-laccoglienza-con-un-percorso-esperienziale-unico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Gobbi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 13:20:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[alto adige]]></category>
		<category><![CDATA[Caldaro]]></category>
		<category><![CDATA[enoturismo]]></category>
		<category><![CDATA[Kettmeir]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con la recente riapertura della tenuta, la cantina altoatesina Kettmeir (fondata nel 1919) inaugura una fase nuova della propria storia, attraverso un intervento di ampliamento e rinnovamento che non si limita a un aggiornamento strutturale, ma si configura come un vero e proprio ripensamento degli spazi e delle modalità di relazione con il pubblico. L’azienda [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con la recente riapertura della tenuta, la cantina altoatesina <strong>Kettmeir </strong>(fondata nel 1919) inaugura una fase nuova della propria storia, attraverso un intervento di <strong>ampliamento e rinnovamento</strong> che non si limita a un aggiornamento strutturale, ma si configura come un vero e proprio ripensamento degli spazi e delle modalità di relazione con il pubblico. L’azienda introduce dunque ambienti dedicati all’affinamento degli spumanti<strong> Metodo Classico</strong>, progettati per garantire condizioni ottimali e costanti, affiancati da un percorso esperienziale che mira a rendere percepibili processi solitamente invisibili.</p>
<p>Chi entra viene guidato lungo un itinerario di visita che alterna <strong>suggestione estetica</strong> e contenuti più tecnici: dalle installazioni artistiche sotto il porticato, che offrono un primo impatto sensoriale, si passa alla nuova sala presse sotterranea, dove proiezioni interattive aiutano a seguire le fasi della lavorazione. Non mancano inoltre <strong>richiami olfattivi</strong> che riportano ai profumi della fermentazione e dell’autolisi dei lieviti, rendendo il percorso accessibile anche a un pubblico non specializzato.</p>
<h2>Visione produttiva e continuità progettuale</h2>
<p>Il percorso si chiude con uno spazio dedicato alla <strong>sostenibilità sociale</strong> e al ruolo di chi conferisce le uve, un aspetto tutt’altro che marginale nel racconto dell’azienda. È qui che il racconto si fa più concreto, mettendo in luce il legame tra la cantina e il tessuto agricolo circostante. A dare una lettura di questa impostazione è il <strong>general manager Alessandro Marzotto</strong>, che richiama «una scelta produttiva orientata con decisione verso il Metodo Classico in Alto Adige», sottolineando al tempo stesso la vocazione del territorio e il peso strategico dell’investimento, destinato a incidere sia sulla qualità sia sulla capacità di attrarre visitatori.</p>
<p>A queste considerazioni si affianca la riflessione dell’<strong>enologo Josef Romen</strong>, che legge il nuovo assetto come un passaggio utile a consolidare un percorso già avviato: «I risultati ottenuti nella produzione di spumanti in Alto Adige confermano la direzione intrapresa e aprono alla possibilità di delineare una presenza sempre più riconoscibile, anche fuori dai confini nazionali», osserva.</p>
<figure id="attachment_214508" aria-describedby="caption-attachment-214508" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214508" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/2-3.png" alt="Kettmeir" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214508" class="wp-caption-text">L&#8217;enologo Josef Romen</figcaption></figure>
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<p>Sul piano tecnico, l’ampliamento si distingue per l’attenzione agli aspetti ambientali: la cantina, già certificata Carbon Neutral, integra un <strong>sistema geotermico</strong> che sfrutta le risorse del sottosuolo per mantenere costanti le temperature degli ambienti di affinamento, evitando sbalzi potenzialmente critici. L’impianto, poi, lavora insieme a un sistema fotovoltaico che ne sostiene il funzionamento, contribuendo a rendere il processo energeticamente autosufficiente.</p>
<figure id="attachment_214510" aria-describedby="caption-attachment-214510" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214510" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/4.png" alt="Kettmeir" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214510" class="wp-caption-text">Una delle bottiglie dell&#8217;Edition Baustelle</figcaption></figure>
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<p>A chiudere simbolicamente questa fase di rinnovamento arriva anche una piccola edizione limitata, l&#8217;<strong>Edition Baustelle</strong>, nata in modo inatteso da un episodio di cantiere: alcune bottiglie, rimaste macchiate di cemento, sono diventate un oggetto riconoscibile, racchiuso in un packaging in legno che ne mette in risalto il carattere. Un dettaglio casuale che finisce per raccontare il dialogo continuo tra passato e futuro, tra precisione progettuale e una certa imprevedibilità creativa.</p>
<p>Questo intreccio tra scelte tecniche, attenzione ambientale e costruzione di <strong>un’identità riconoscibile </strong>trova poi una corrispondenza diretta nel lavoro in vigneto e nella definizione dello stile dei vini.</p>
<h2>Equilibri ambientali e definizione stilistica</h2>
<figure id="attachment_214507" aria-describedby="caption-attachment-214507" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214507" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/1-3.png" alt="Kettmeir" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214507" class="wp-caption-text">La vista sul lago da Castelvecchio</figcaption></figure>
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<p>Le colline di <strong>Caldaro</strong> offrono dunque condizioni favorevoli alla coltivazione di varietà sia bianche sia rosse, grazie a suoli diversificati e a un clima mitigato dalla presenza del lago. Tuttavia, è spostandosi verso sud, nella frazione di <strong>Pochi di Salorno,</strong> che emerge uno degli elementi più distintivi della produzione, soprattutto per quanto riguarda le basi spumante. Qui, le uve maturano infatti in modo completo senza perdere <strong>acidità</strong>, un fattore essenziale per il Metodo Classico.</p>
<p>L’acido malico, preservato con attenzione durante la vinificazione, diventa così un elemento chiave per dare tensione, freschezza e capacità evolutiva ai vini. Altitudini e pendenze contribuiscono inoltre a un equilibrio tra concentrazione aromatica e <strong>slancio gustativo</strong>: lo chardonnay e il pinot bianco sviluppano profili sottili e dinamici, mentre il pinot nero, coltivato nelle zone più calde attorno a Caldaro, acquista struttura e profondità.</p>
<p>In questo contesto, la ricerca della <strong>bevibilità</strong> da parte di Kettmeir non è una semplificazione, ma una scelta volta a ottenere vini capaci di evolvere senza perdere equilibrio, mantenendo una progressione gustativa coerente; il tutto inserito in un quadro più ampio, dove <strong>paesaggio, tecnica e cultura </strong>contribuiscono a definirne il carattere.</p>
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		<title>Riedel, la forma del vino</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/riedel-la-forma-del-vino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Gobbi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 13:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Calici]]></category>
		<category><![CDATA[Riedel]]></category>
		<category><![CDATA[vetro]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le tradizioni artigianali europee, la lavorazione del vetro in Boemia rappresenta da secoli un punto di riferimento per raffinatezza tecnica e ricerca formale. Già a partire dal Medioevo, grazie all’abbondanza di materie prime e allo sviluppo di forni sempre più avanzati, i maestri vetrai boemi perfezionarono composizioni e metodi che portarono alla nascita di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tradizioni artigianali europee, <strong>la lavorazione del vetro in Boemia</strong> rappresenta da secoli un punto di riferimento per raffinatezza tecnica e ricerca formale. Già a partire dal Medioevo, grazie all’abbondanza di materie prime e allo sviluppo di forni sempre più avanzati, i maestri vetrai boemi perfezionarono composizioni e metodi che portarono alla nascita di un vetro particolarmente limpido e sonoro, destinato a competere con il cristallo più pregiato. Tra Seicento e Settecento, l’introduzione di tecniche come l’incisione a ruota, la molatura e la decorazione smaltata contribuì a definire uno stile riconoscibile, in cui l’equilibrio tra estetica e funzionalità rimaneva centrale.</p>
<p>In questo contesto, il vetro non era soltanto materia plasmata dal fuoco, ma un mezzo espressivo capace di tradurre esigenze pratiche in forme coerenti e misurate. È in questa eredità che si inserisce la vicenda di <strong>Riedel</strong>, sviluppatasi lungo quasi tre secoli a partire dal 1756 nel nord della Boemia fino all’attuale sede tirolese di Kufstein, e segnata da un’intuizione destinata a influenzare profondamente il mondo della degustazione: la consapevolezza che<strong> la geometria del calice</strong> incida in modo determinante sulla percezione del vino.</p>
<h2>La rivoluzione funzionale del calice</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-214009" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/3-5.png" alt="Riedel calici" width="763" height="627" /></p>
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<p>In questa prospettiva, il percorso di Riedel può essere letto come una prosecuzione contemporanea di quella <strong>cultura</strong> materiale: non una semplice continuità dinastica, ma l’evoluzione di un sapere tecnico che affonda le proprie radici proprio nella scuola vetraria boema.</p>
<p>Il punto di svolta si deve alla visione di <strong>Claus J. Riedel</strong> che, alla fine degli anni Cinquanta, introduce un principio destinato a rivoluzionare il settore: subordinare il design del calice al carattere del vino. La celebre serie<strong> Sommeliers</strong>, presentata nel 1973, codifica un’estetica essenziale e rigorosa – vetro sottile, linee pulite, stelo allungato – in cui ogni elemento risponde a una funzione precisa. Il bicchiere smette di essere un contenitore neutro e diventa un dispositivo sensoriale, capace di orientare aromi, struttura e persistenza.</p>
<p>Su questa base si innesta il lavoro di <strong>Georg J. Riedel</strong>, che affina ulteriormente il concetto introducendo calici specifici per vitigno e ampliando la produzione con linee realizzate a macchina, come Vinum, mantenendo però intatta la centralità della ricerca empirica: ogni modello nasce da test comparativi condotti con produttori ed esperti. Questo approccio sperimentale ha contribuito a diffondere una nuova consapevolezza nel mondo del vino, rendendo il calice parte integrante del racconto enologico.</p>
<h2>Visione industriale e leadership contemporanea</h2>
<p>Dal 2013, la guida dell’azienda è affidata a <strong>Maximilian J. Riedel </strong>(nella foto di apertura), undicesima generazione, che ha impresso un’accelerazione contemporanea al marchio senza tradirne i principi fondativi. Manager e designer, ha rafforzato la presenza internazionale – in particolare nel mercato nordamericano – e introdotto progetti capaci di dialogare con nuovi stili di consumo, come la serie “O” senza stelo. Parallelamente, ha sviluppato una strategia digitale efficace e un linguaggio divulgativo diretto, trasformandosi in una figura influente capace di avvicinare un pubblico ampio alla cultura del calice. La celebrazione dei <strong>270 anni</strong> nel 2026 sancisce non solo la longevità dell’azienda, ma anche la sua capacità di rinnovarsi mantenendo coerenza progettuale.</p>
<p>In questa prospettiva, la relazione con il mondo della ristorazione e dell’ospitalità si consolida attraverso collaborazioni mirate, formazione e degustazioni guidate che rendono tangibile il valore del design applicato.</p>
<h2>Performance: precisione e innovazione sensoriale</h2>
<p>In questo percorso si inserisce la linea <strong>Performance</strong>, sintesi avanzata della filosofia Riedel. Questi calici introducono una lavorazione ottica della superficie interna, caratterizzata da una sottile<strong> ondulazione </strong>che aumenta l’area di contatto tra vino e vetro, favorendo ossigenazione e sviluppo aromatico<strong>.</strong> Il risultato è una lettura più nitida del profilo sensoriale, percepibile già al primo impatto olfattivo.</p>
<p>Ogni forma è calibrata con precisione: il calice per Sauvignon Blanc esalta freschezza e <strong>verticalità aromatica</strong>; quello per Chardonnay amplifica struttura e complessità; il modello dedicato a Pinot Noir e Nebbiolo valorizza eleganza e profondità; infine, la versione per Cabernet e Merlot accompagna la potenza tannica rendendola più armonica. L’<strong>equilibrio</strong> tra ampiezza della coppa, diametro del bevante e sviluppo dello stelo non è mai casuale, ma risponde a parametri misurati che incidono sulla direzione del flusso del vino e sulla sua distribuzione sul palato, offrendo una lettura più precisa delle componenti gustative.</p>
<h2>Il valore strategico dell’esperienza di degustazione</h2>
<p>L’esperienza dimostrativa legata a questi calici evidenzia con immediatezza quanto la scelta dello strumento incida sulla qualità del servizio. A parità di vino, variazioni di forma modificano <strong>equilibrio, intensità e persistenza</strong>, con effetti tangibili anche sulla percezione del cliente. In un contesto in cui il consumo è sempre più consapevole e selettivo, investire in bicchieri progettati con rigore non rappresenta un dettaglio, ma una leva strategica: migliora l’esperienza, rafforza l’identità dell’offerta e contribuisce in modo misurabile al valore complessivo del servizio.</p>
<p>Ne deriva un approccio più evoluto alla <strong>degustazione</strong>, in cui tecnica e sensibilità convergono per restituire al vino la sua espressione più autentica, confermando il ruolo del calice come elemento determinante nella costruzione di un’esperienza enogastronomica di alto profilo.</p>
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		<title>A Napoli una settimana di ”ebrezza creativa”</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/a-napoli-una-settimana-di-ebrezza-creativa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 10:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Peppe Guida]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
		<category><![CDATA[wine&thecity]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se Napoli è tra le più emblematiche città italiane per quel che riguarda il buon cibo e la convivialità ma anche per lo spirito artistico e creativo, da 18 anni a questa parte nella città sul golfo maggio non è solo il mese dedicato ai Monumenti “a porte aperte” ma anche quello di Wine&#38;Thecity, quest’anno [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se <strong>Napoli</strong> è tra le più emblematiche città italiane per quel che riguarda il buon cibo e la convivialità ma anche per lo spirito artistico e creativo, da 18 anni a questa parte nella città sul golfo maggio non è solo il mese dedicato ai Monumenti “a porte aperte” ma anche quello di <strong>Wine&amp;Thecity,</strong> quest’anno in programma <strong>dal</strong> <strong>16 al 23 maggio</strong> in alcuni dei luoghi più magici e interessanti della città, tra la grandiosità di progetti architettonici e artistici e angoli segreti da scoprire, accompagnati come sempre da assaggi e calici.</p>
<p>Progetto culturale indipendente ideato dalla giornalista <strong>Donatella Bernabò Silorata</strong>, nel corso di questi <a href="https://www.foodandwineitalia.com/winethecity-2024-levento-diffuso-che-connette-napoli/">quasi 20 anni la rassegna</a> si è evoluta tenendo il passo con i tempi mantenendo però quelli che erano stati i presupposti alla base della sua nascita: connettere persone, luoghi e visioni attraverso il vino come esperienza culturale, con un format nomade mai uguale a sé stesso e molteplici linguaggi, coltivando appunto quella che gli organizzatori definiscono <strong>“ebbrezza creativa”</strong>, all’insegna della libertà e dell’immaginazione: non a caso, il simbolo di questa edizione è una piccola farfalla colorata, emblema primaverile di leggerezza ma anche di crescita e mutamento, che invita a “seguire il battito creativo”.</p>
<p>«Wine&amp;Thecity è nato come un atto spontaneo, quasi necessario se si ricorda la Napoli del 2008. In questi 18 anni abbiamo difeso con determinazione la nostra indipendenza, perché è l’unico modo per restare davvero <strong>liberi di creare,</strong> scegliere, sorprendere. Ogni anno ci reinventiamo, ogni volta, insieme alla città», commenta Bernabò Silorata. E anche quest’anno, il programma mantiene le sue promesse, con degustazioni di vino immaginate in dialogo con installazioni artistiche, cene stellate che si trasformano in vere e proprie performance, live set, aperture straordinarie e molto altro.</p>
<figure id="attachment_214382" aria-describedby="caption-attachment-214382" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214382" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/3-1.png" alt="Napoli" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214382" class="wp-caption-text">La Stazione di Monte Sant&#8217;Angelo di Kapoor</figcaption></figure>
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<p>A dare il via alla kermesse, sabato 16 maggio, sarà ad esempio la degustazione di vino “sotterranea” organizzata grazie alla collaborazione dell’EAV nella suggestiva e visionaria <strong>Stazione di Monte Sant’Angelo </strong>della Linea 7, progettata da <strong>Anish Kapoor</strong>, e accompagnata da musica jazz live: un percorso multisensoriale e stimolante per soli 100 visitatori (ingresso libero su prenotazione obbligatoria) incentrato sui vini di cinque cantine dell’area flegrea, dove sorgono i luoghi mitologici che hanno ispirato Kapoor nel suo progetto.</p>
<figure id="attachment_214383" aria-describedby="caption-attachment-214383" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214383" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/1-1.png" alt="Napoli Museo" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214383" class="wp-caption-text">Museo Filippo Palizzi, foto Prof. Giuseppe Esposito</figcaption></figure>
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<p>Lunedì 18 maggio saranno invece i vini del <strong>Consorzio Tutela Vini Vesuvio</strong> ad accompagnare l’aperitivo e la cena <em>Il Convivio del Tempo</em>, in cui la cucina stellata di <strong>Peppe Guida</strong> e la scenografia dell’artista e table designer Sergio Colantuoni si incontrano in un luogo partenopeo poco noto e ricco di energia creativa: il <strong>Museo Artistico Industriale Filippo Palizzi, </strong>che per la prima volta apre le sue porte per una serata all’insegna deli piaceri enogastronomici che sarà anche l’occasione per conoscere da vicino le belle collezioni dell’Ottocento napoletano e le idee degli studenti che oggi ne popolano quotidianamente gli spazi.</p>
<p>Tra il 20 e il 21 maggio saranno soprattutto le animate vie dello shopping cittadino, nel quartiere Chiaia, a fare da cornice agli appuntamenti: prima con <strong><em>Happy Wine</em></strong> – quando, il mercoledì, boutique, gallerie d’arte e cortili si trasformeranno per un giorno in “cantine” in cui ritrovarsi a bere, assaggiare, ascoltare musica e lasciarsi ispirare – e poi con <em><strong>Bacco, Tabacco e Tapas</strong></em> che il giovedì vedrà coinvolti  bistrot, cocktail bar e ristoranti lungo il percorso tra via Bisignano, Vico Sospiri e Vico Satriano, fino a piazza Vittoria e via Partenope, che proporranno pairing tra piatti e vini, ma anche con i sigari del Club Amici del Toscano.</p>
<p>Mentre non mancheranno appuntamenti “Off”, in altri luoghi della città, come quello in programma il 19 maggio alla popolare e iconica <strong>Salumeria Malinconico</strong> – che sul corso Vittorio Emanuele attira i golosi con panini monumentali e focacce strepitose da ordinare al banco della salumeria – e quello del 22 sul rooftop del <strong>Grand Hotel Oriente</strong>, per godersi gli assaggi con vista.</p>
<p>Mentre il gran finale, sabato 23 maggio, porterà i partecipanti a scoprire la<strong> Vigna di Teonilla,</strong> vigneto urbano sulla collina più alta di Napoli, alle pendici dell’Eremo dei Camaldoli. Qui, una lunga tavolata tra i filari vedrà sfilare i piatti della chef Marianna Vitale e i vini “vulcanici” dell’azienda <strong>Fattorie Teonilla</strong>, che si sviluppa nel Parco Metropolitano dei Camaldoli e nell’area Doc dei Campi Flegrei, regalando anche un panorama unico che abbraccia l’intero golfo di Napoli, dal Vesuvio a Capo Miseno, punteggiato dalle isole di Capri, Procida e Ischia. Il luogo perfetto per brindare alla magia partenopea, al piacere della convivialità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/a-napoli-una-settimana-di-ebrezza-creativa/">A Napoli una settimana di ”ebrezza creativa”</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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		<title>Garda Doc, la vendemmia 2025 porta in dote il low alcol</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/garda-doc-la-vendemmia-2025-porta-in-dote-il-low-alcol/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giambattista Marchetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 10:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[Garda Doc]]></category>
		<category><![CDATA[low alcol]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nuovi vitigni e nuove tipologie, ma soprattutto un&#8217;apertura esplicita al segmento low alcol. È un importante cambio di passo quello ufficializzato dal Consorzio Garda Doc con il rinnovato disciplinare di produzione. Il decreto ministeriale (pubblicato in Gazzetta Ufficiale l&#8217;8 ottobre 2025) introduce infatti un pacchetto di novità che ridisegna il perimetro della denominazione interregionale già dalla [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovi vitigni e nuove tipologie, ma soprattutto un&#8217;apertura esplicita al segmento low alcol. È un importante cambio di passo quello ufficializzato dal <a href="https://www.foodandwineitalia.com/garda-doc-una-denominazione-che-racconta-la-storicita-di-vitigni-che-guardano-il-lago/"><strong>Consorzio Garda Doc</strong></a> con il rinnovato disciplinare di produzione.</p>
<p>Il decreto ministeriale (pubblicato in Gazzetta Ufficiale l&#8217;8 ottobre 2025) introduce infatti un pacchetto di novità che ridisegna il perimetro della denominazione interregionale già dalla vendemmia 2025/2026. La più rilevante – e probabilmente la più attesa – riguarda la <strong>Garganega low alco</strong>l: a partire dalla vendemmia in corso, il principale vitigno autoctono a bacca bianca della DOC potrà essere commercializzato in versione ferma con titolo alcolometrico di 9% vol.</p>
<figure id="attachment_214336" aria-describedby="caption-attachment-214336" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214336" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/Paolo-Fiorini.png" alt="Garda Doc" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214336" class="wp-caption-text">Paolo Fiorini, presidente del Consorzio Garda Doc</figcaption></figure>
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<p>Il Garda Doc diventa così la prima denominazione italiana a prevedere in disciplinare un vino fermo a bassa gradazione alcolica – un primato che arriva al termine di anni di sperimentazione agronomica. «È un trend &#8211; precisa il presidente de Consorzio <strong>Paolo Fiorini</strong> – che probabilmente rappresenta qualcosa di più. Alcune aziende della nostra denominazione hanno iniziato a investire in questa direzione già da diversi anni. Oggi siamo in grado di proporre vini con gradazione intorno ai 9% vol. che si affiancano alle tipologie tradizionali, senza rinunciare all&#8217;integrità del gusto, alla profondità espressiva e al rispetto dell&#8217;identità territoriale».</p>
<h2>Evoluzioni significative sul fronte delle denominazioni e dei vitigni</h2>
<p>Sul fronte degli spumanti debutta invece la menzione<strong> Créman</strong>t, che allinea la produzione gardesana agli standard di importanti tradizioni europee &#8211; Alsazia, Borgogna, Loira, Lussemburgo &#8211; e ne rafforza la leggibilità sui mercati internazionali. Il disciplinare introduce anche il <strong>Garda Müller Thurgau</strong> nelle versioni vino, frizzante e spumante, e il <strong>Garda Rebo</strong> come vino fermo. Per le tipologie spumante e frizzante entrano le specificazioni di vitigno Garganega e Chardonnay; per i rosé spumante e frizzante debutta la Corvina, autoctono tra i più rappresentativi dell&#8217;areale gardesano. Arriva infine il Pinot Grigio Ramato Rosato, lettura contemporanea di uno dei vitigni simbolo del nord Italia.</p>
<p>Il nuovo disciplinare è arrivato in un momento di <strong>crescita strutturale</strong> per la denominazione: i dati di chiusura del 2025 indicano imbottigliamenti complessivi oltre i 175mila ettolitri per oltre 23,3 milioni di bottiglie, con un incremento del 20% su base annua. E la revisione «rafforza l&#8217;identità del Garda Doc e ne amplia le potenzialità produttive e commerciali», chiosa il presidente Fiorini.</p>
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		<title>Grandi vini da riscoprire</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/grandi-vini-da-riscoprire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 09:06:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All&#8217;enoteca La Torre, ristorante romano due stelle Michelin ospitato da Villa Laetitia, residenza di Anna Fendi Venturini e hotel di charme, il delizioso Babà al Rum, vaniglia, visciole e menta dello chef Domenico Stile potrebbe arrivare assieme a un calice di Marsala Superiore Dolce. «Amo molto questo grande vino siciliano, con i suoi profumi complessi e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">All&#8217;enoteca <strong>La Torre</strong>,</span> ristorante romano <span class="s2"><strong>due stelle Michelin</strong> ospitato da <strong>Villa Lae</strong></span><span class="s2"><strong>titia</strong>, residenza di <strong>Anna Fendi Venturini</strong> e </span><span class="s2">hotel di charme, il delizioso Babà al Rum, vaniglia, </span><span class="s2">visciole e menta dello chef <strong>Domenico Stile</strong> potrebbe </span><span class="s2">arrivare assieme a un calice di Marsala Superiore </span>Dolce. «Amo molto questo grande vino siciliano, con <span class="s2">i suoi profumi complessi e le note ossidative», spiega </span><span class="s2">il restaurant manager e sommelier <strong>Rudy Travagli</strong>. </span><span class="s2">«Lo propongo spesso nel pairing. Nelle diverse tipo</span><span class="s2">logie, non è per nulla ruffiano ma molto versatile e ci </span><span class="s2">si può divertire parecchio: dall’aperitivo al dessert, </span><span class="s2">ma anche nella mixology». </span></p>
<p class="p1"><span class="s2">La sua ricerca si estende </span><span class="s2">anche ad altre produzioni, spesso frutto di lavora</span><span class="s2">zioni particolari, che oggi non trovano molto spazio </span><span class="s2">nelle carte dei ristoranti. Sono vini che hanno vis</span><span class="s2">suto grandi successi, ma sono lontani dalle tendenze </span><span class="s3">attuali: dalla sapidità della Vernaccia di Oristano alla </span><span class="s2">dolcezza moderata del Moscato di Trani, dal ricco e </span><span class="s3">sontuoso Porto Tawny alla piacevolezza all-day dello </span><span class="s3">Sherry fino. «In Italia, siamo abituati a bere vino solo </span><span class="s2">quando mangiamo, mentre all’estero è più comune </span><span class="s2">bere un bicchiere anche senza cibo», nota Travagli, </span><span class="s2">che si prefigge di valorizzare questi &#8220;outsider&#8221;. Che </span>sia per un aperitivo in compagnia o un momento <span class="s2">per sé, per accompagnare un dolce o come calice &#8220;da </span><span class="s2">meditazione&#8221;, ecco le etichette che secondo lui vale </span><span class="s2">la pena riscoprire, e stappare.</span></p>
<h2>Per l&#8217;aperitivo</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-214373" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/PER-LAPERITIVO.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p class="p1">La maturazione in botti scolme, che favorisce lo sviluppo del velo ossidativo <span class="s1">di lieviti flor, o l’invecchiamento con metodo Solera, sono alla base di vini </span>particolari che riprendono antiche tradizioni locali. Dal carattere avvolgente ma secco e spesso fresco, secondo Rudy Travagli sono ideali per l’aperitivo; o anche semplicemente per due chiacchiere tra amici.</p>
<h4 class="p1">Vernaccia di Oristano Doc Flor 2020 Contini 1898</h4>
<p class="p1">Da uve coltivate a poca distanza dal mare del Sinis, questo vino della più antica cantina sarda è secco e sapido, con note di miele e fiore di mandorlo. Servito ben fresco è perfetto con la bottarga, ma accompagna anche dolci di mandorla.</p>
<h4 class="p1">Marsala Superiore Secco Doc SS1516 2016 Cantine Florio</h4>
<p class="p1">Fortificato nel 2016 e affinato per 5 anni in tini e fusti di diversa dimensione, è un vino ambrato da uve Grillo surmature. Con leggeri profumi di miele di acacia e vaniglia, si sposa a ostriche, crudi di pesce, bruschette e frutta secca.</p>
<h4 class="p1">Sherry Tio Pepe Fino Muy Seco Gonzàlez Byass</h4>
<p class="p1">Vino liquoroso ottenuto da uve Palomino Fino e invecchiato con metodo Solera, secondo la tradizione di Jerez. Secco, fresco e leggero, senza note ossidative marcate, ha sentori di mandorla e noce. Ideale con snack rustici o da solo.</p>
<h4 class="p1">Château-Chalon Aoc 2010 Berthet-Bondet</h4>
<p class="p1">Nasce nello Jura questo &#8216;vin jaune&#8217; (ossidativo) da uve Savaignin: una vera chicca, dalle grandi potenzialità di invecchiamento. Cremoso e ampio, dai sentori intensi di frutta secca, scorze di arancia, miele ed erbe, accompagna affettati e formaggi.</p>
<h2>Bianchi dolci da dessert</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-214376" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/Bianchi-dolci-da-dessert.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p class="p1">&#8220;Dolce con dolce&#8221;, è la regola base degli abbinamenti classici. E allora, per accompagnare dessert, piccola pastic<span class="s1">ceria o biscotteria secca, Travagli propone di uscire dall’ordinario per scoprire – o riscoprire – delle piccole </span><span class="s1">(per quantità) produzioni italiane di nicchia, dalle note zuccherine più o meno decise ma sempre affascinanti.</span></p>
<h4 class="p1">Picolit Colli Orientali del Friuli Doc 2018 Specogna</h4>
<p class="p1">Color oro, note di albicocca e agrumi, sentori di miele, tabacco e pasta di mandorle e una dolcezza non stucchevole, frutto dell’appassimento: una bella interpretazione di questa rara uva, dalle basse rese.</p>
<h4 class="p1">La Chicca Moscato di Trani Doc 2020 Conte Spagnoletti Zeuli</h4>
<p class="p1">Dorato, intensamente aromatico con note di frutta e miele e &#8216;gioiosamente dolce&#8217;, questo vino da uve passite riprende una gloriosa tradizione pugliese quasi scomparsa. Servitelo ben fresco, con pasticceria secca o cioccolato.</p>
<h4 class="p1">Passito Malvasia delle Lipari Doc 2019 Caravaglio</h4>
<p class="p1">Profuma di fichi secchi, datteri, erbe, zenzero, ma anche di mare e di vulcano. Da uve Malvasia di Lipari e Corinto Nero coltivate sull’isola di Salina e fatte appassire sui graticci, dolce ma fresco, accompagna biscotti di mandorle, crostate ed erborinati.</p>
<h4 class="p1">Grignano Vin Santo del Chianti Rufina Doc Occhio di Pernice 2019 Fattoria di Grignano</h4>
<p class="p1">Il terroir unico e la presenza di Sangiovese – come prevede il disciplinare per la versione Occhio di Pernice – rendono molto interessante questo Vin Santo complesso e persistente, dalle note di albicocca appassita e frutta secca.</p>
<h2>Rossi da dopocena</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-214375" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/Rossi-da-dopocena.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p class="p1">Che sia come conclusione di una grande cena o come calice da meditazione da godersi davanti al camino, magari con un buon sigaro e un pezzetto di <span class="s1">cioccolato, per Rudy Travagli queste &#8220;variazioni di rosso&#8221; ricche e potenti </span><span class="s1">rappresentano il sorso perfetto per finire la giornata.</span></p>
<h4 class="p1">Montefalco Sagrantino Doc Passito 2018 Arnaldo Caprai</h4>
<p class="p1">Morbida e intensa, dalla dolcezza ben bilanciata, questa versione passita del vitigno umbro che Caprai ha contribuito a riportare in auge ha belle note di confettura di more, vaniglia e cannella ed è perfetta con dei tozzetti o del cioccolato fondente.</p>
<h4 class="p1">469 Aleatico Passito Toscana Igt 2019 Il Ponte</h4>
<p class="p1">Vino da meditazione dagli aromi floreali prodotto a poca distanza dal mare di Capalbio, è un rosso dolce con sentori di rosa e amarena. Le note zuccherine sono importanti ma il risultato è fresco e vellutato. Adatto anche come fine pasto estivo.</p>
<h4 class="p1">Barolo Chinato Batasiolo</h4>
<p class="p1">Vino aromatizzato la cui storia è legata alla tradizione piemontese e alle origini medicamentose, esce dagli schemi dei &#8220;vini dolci&#8221;: vede una base di Barolo Docg arricchita da china calissaia ed erbe aromatiche. Ideale con cioccolato e frutta secca.</p>
<h4 class="p1">Pedro Ximénez Emilio Hidalgo CZ</h4>
<p class="p1">Vino liquoroso della denominazione Jerez-Xeres-Sherry, è ottenuto da uva Pedro Ximénez da vendemmia tardiva e invecchiato con metodo Solera. Ricco e concentrato, con note di dattero e prugna, può sostituire il distillato a fine pasto.</p>
<h4 class="p1">Porto Tawny 20 YO Taylor’s</h4>
<p class="p1">Un lungo affinamento in botte dona il tipico colore al vino fortificato portoghese, dal profilo non eccessivamente dolce ma complesso e speziato. È la versione preferita da Rudy Travagli, che ama berlo anche da solo o con un buon sigaro.</p>
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		<title>Italianity: perché per capire il vino italiano non bastano i vitigni, serve la cultura</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/italianity-perche-per-capire-il-vino-italiano-non-bastano-i-vitigni-serve-la-cultura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Salvo Ognibene]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Lonardi]]></category>
		<category><![CDATA[Italianity: The Culture of Italian Wine]]></category>
		<category><![CDATA[Jessica Dupuy]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa rende davvero unico il vino italiano? Se lo sono chiesto Andrea Lonardi, uno dei quattro Master of Wine italiani, e Jessica Dupuy, firma di spicco per diverse testate tra cui anche Food &#38; Wine. La risposta non è l&#8217;ennesima analisi tecnica su suoli e vitigni, ma un&#8217;intuizione maturata sul campo che oggi diventa un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/italianity-perche-per-capire-il-vino-italiano-non-bastano-i-vitigni-serve-la-cultura/">Italianity: perché per capire il vino italiano non bastano i vitigni, serve la cultura</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-path-to-node="5">Cosa rende davvero unico il vino italiano? Se lo sono chiesto <a href="https://www.foodandwineitalia.com/andrea-lonardi-e-il-nuovo-master-of-wine/"><b data-path-to-node="5" data-index-in-node="62">Andrea Lonardi</b></a>, uno dei quattro Master of Wine italiani, e <b data-path-to-node="5" data-index-in-node="124">Jessica Dupuy</b>, firma di spicco per diverse testate tra cui anche <a href="https://www.foodandwine.com/"><i data-path-to-node="5" data-index-in-node="172">Food &amp; Wine</i></a>. La risposta non è l&#8217;ennesima analisi tecnica su suoli e vitigni, ma un&#8217;intuizione maturata sul campo che oggi diventa un libro: <em><b data-path-to-node="5" data-index-in-node="322">Italianity: The Culture of Italian Wine</b></em>, edito da Greenleaf Book Group LLC.</p>
<p data-path-to-node="5"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214304 aligncenter" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/Italianita-The-Culture-of-Italian-Wine.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="6">L&#8217;opera, pubblicata in doppia lingua (italiano e inglese), nasce per colmare un vuoto narrativo. Spesso il vino italiano viene spiegato attraverso parametri rigidi e accademici, perdendo di vista l’elemento che lo rende vivo: <strong>la componente umana</strong>.</p>
<h2 data-path-to-node="7">Non un manuale, ma un’epopea culturale</h2>
<p data-path-to-node="8">In uscita il prossimo <b data-path-to-node="8" data-index-in-node="22">26 giugno</b>, il libro rifiuta l&#8217;approccio didascalico pur toccando temi complessi. <i data-path-to-node="8" data-index-in-node="103">Italianity</i> è un viaggio che attraversa l&#8217;Italia profonda, dai vigneti alpini alle terre vulcaniche della Sicilia, includendo anche una parentesi dedicata alle ricette regionali.</p>
<p data-path-to-node="9">Il cuore del racconto è il ribaltamento del concetto classico di <i data-path-to-node="9" data-index-in-node="65">terroir</i>. Per Lonardi e Dupuy, il suolo e il clima non bastano a spiegare una bottiglia: sono la mentalità del produttore, la sua visione e la tradizione familiare a fare la differenza. Come spiegano gli stessi autori: «Non volevamo un libro tecnico sulla tipologia dei suoli. Questo è un libro sull&#8217;Italia, utile a capire come l&#8217;approccio culturale cambi di luogo in luogo. È un invito a <strong>spostare lo sguardo dal calice al contesto, dal dato tecnico alla dimensione sociale</strong>».</p>
<h2 data-path-to-node="11">Il &#8220;filo comune&#8221; del gusto italiano</h2>
<p data-path-to-node="12">C&#8217;è un&#8217;energia che unisce territori apparentemente opposti, una sorta di spina dorsale culturale che precede persino l’unità politica del Paese. Nel libro emerge l’idea di un <b data-path-to-node="12" data-index-in-node="175">&#8220;filo comune&#8221;</b>: quella vibrazione che permette di riconoscere un vino italiano in una degustazione alla cieca, anche senza individuarne subito la regione di provenienza. È un equilibrio fatto di acidità, bevibilità e un legame ancestrale con il cibo e la <strong>convivialità</strong>.</p>
<p data-path-to-node="13">Comprendere un vino significa, dunque, leggere il paesaggio umano che sta dietro l’etichetta. <i data-path-to-node="13" data-index-in-node="94">Italianity</i> non è solo un volume per esperti, ma un racconto sull&#8217;Italia stessa, capace di trasformare le sue infinite diversità in un’identità comune e irripetibile.</p>
<h3 data-path-to-node="15">Gli autori</h3>
<ul data-path-to-node="16">
<li>
<p data-path-to-node="16,0,0"><b data-path-to-node="16,0,0" data-index-in-node="0">Andrea Lonardi, MW:</b> enologo e agronomo, dal 2023 è tra i meno di 500 Master of Wine al mondo. La sua esperienza decennale lo rende una delle voci più autorevoli su viticoltura e identità del vino italiano.</p>
</li>
<li>
<p data-path-to-node="16,1,0"><b data-path-to-node="16,1,0" data-index-in-node="0">Jessica Dupuy:</b> giornalista pluripremiata e sommelier certificata, collabora con testate internazionali portando al racconto del vino uno sguardo esperto ma sempre accessibile.</p>
</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/italianity-perche-per-capire-il-vino-italiano-non-bastano-i-vitigni-serve-la-cultura/">Italianity: perché per capire il vino italiano non bastano i vitigni, serve la cultura</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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		<title>Il Pinot nero di oggi è geneticamente identico a quello medievale</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/pinot-nero-seme-medievale-dna-vite-clonazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 16:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[Pinot Nero]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo abituati a osservare un&#8217;evoluzione continua fatta di adattamenti, incroci e cambiamenti nell&#8217;enogastronomia. Tre fattori che nel vino (e più in generale nel mondo dei vegetali) sono incredibilmente mutevoli. Eppure c&#8217;è una piacevole eccezione: il Pinot nero. Una ricerca pubblicata su Nature dimostra che la continuità genetica di questa uva è incredibilmente marcata. Un seme [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="flex flex-col text-sm pb-25">
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<p data-start="447" data-end="708">Siamo abituati a osservare un&#8217;evoluzione continua fatta di adattamenti, incroci e cambiamenti nell&#8217;enogastronomia. Tre fattori che nel vino (e più in generale nel mondo dei vegetali) sono incredibilmente mutevoli. Eppure c&#8217;è una piacevole eccezione: il Pinot nero. Una ricerca pubblicata su <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-020-63154-w" target="_blank" rel="noopener">Nature</a> dimostra che la continuità genetica di questa uva è incredibilmente marcata.</p>
<h2 data-start="447" data-end="708">Un seme del Medioevo rivela la continuità genetica della vite</h2>
<p data-start="710" data-end="1146">Il punto di partenza è un ritrovamento nel nord della Francia, a <strong>Valenciennes</strong>, vicino al confine con il Belgio. Durante uno scavo, all’interno di un pozzo, è stato individuato <strong>un seme d’uva</strong> datato a circa <strong>seicento anni fa</strong>. L’analisi genetica ha mostrato che quel seme è praticamente <strong>identico</strong> al moderno <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Pinot nero</span></span>, una delle varietà più diffuse al mondo.</p>
<p data-start="1148" data-end="1495">L’obiettivo della ricerca era ricostruire la <strong>storia della vite</strong> in Europa occidentale attraverso l’analisi del DNA antico, estratto da semi provenienti da diversi contesti archeologici: il risultato è una cronologia che copre circa <strong>4.000 anni</strong>. I ricercatori hanno analizzato cinquantaquattro semi d’uva, datati dal secondo millennio avanti Cristo fino al Medioevo. Nonostante le difficoltà legate alla conservazione del materiale genetico, le tecnologie hanno reso possibile il confronto con le varietà contemporanee.</p>
<p data-start="1148" data-end="1495"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213572" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/pinot-nero-seme-medioevo-dna-vite-clonazione.png" alt="pinot-nero-seme-medioevo-dna-vite-clonazione" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="1901" data-end="2208">Il risultato più evidente riguarda proprio la stabilità genetica di alcune uve. Il caso del Pinot nero indica che determinate varietà sono state conservate nel tempo senza variazioni significative. Ma com&#8217;è stato possibile un tale senso di conservazione della specie? A differenza di molte colture, la vite non viene normalmente riprodotta per seme quando è destinata alla produzione vinicola. Si utilizza invece la <strong>talea</strong>, cioè una porzione della pianta madre che viene fatta attecchire per generare un nuovo individuo geneticamente identico. Questo metodo consente di mantenere <strong>inalterate</strong> le <strong>caratteristiche</strong> di una varietà, evitando la variabilità introdotta dalla riproduzione sessuale.</p>
<p data-start="2641" data-end="2959">Secondo lo studio, pratiche di questo tipo erano già diffuse in <strong>epoca romana</strong>, tra 2.000 e 2.500 anni fa. Il seme medievale di Pinot nero rappresenta quindi una <strong>conferma</strong> diretta di una tecnica agricola consolidata da secoli, che ha permesso la trasmissione fedele di alcune varietà fino ai giorni nostri.</p>
<p data-start="2961" data-end="3302">Se guardate più indietro nel tempo, il quadro cambia. I semi più antichi mostrano una maggiore diversità genetica, segno che in passato si faceva ricorso anche a <strong>incroci</strong> tra piante diverse. Questo processo di selezione permetteva di individuare nuove combinazioni favorevoli, che venivano poi stabilizzate attraverso la propagazione clonale.</p>
<p data-start="3304" data-end="3589">La ricerca evidenzia anche un’intensa <strong>circolazione</strong> di materiale vegetale tra regioni differenti. Le rotte commerciali e i contatti, in particolare nel bacino del Mediterraneo, hanno contribuito alla diffusione delle varietà e alla costruzione del patrimonio viticolo europeo.</p>
<p data-start="3591" data-end="3910">Nel corso dei secoli si osserva così un passaggio progressivo: da una fase iniziale caratterizzata da sperimentazione e variabilità a una più orientata alla standardizzazione. Con l’aumento della rilevanza economica del vino, diventa centrale la necessità di garantire continuità produttiva e <strong>riconoscibilità</strong> delle uve, proprio come oggi.</p>
<p data-start="3912" data-end="4331">Molti di questi principi sono <strong>ancora validi</strong>. La selezione delle varietà, la propagazione per talea e lo scambio di materiale vegetale restano elementi <strong>fondamentali</strong> della viticoltura contemporanea. Il seme ritrovato a Valenciennes funziona quindi come un indicatore materiale di questa <strong>continuità</strong>: mostra che la storia del Pinot nero non è solo quella di un vitigno, ma quella di una tecnica che ha permesso di conservarne l’identità nel tempo.</p>
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