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	<title>Drinks &#8226; Food and Wine Italia</title>
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	<title>Drinks &#8226; Food and Wine Italia</title>
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		<title>Abbiamo un nuovo record: la bottiglia di vino più costosa del mondo</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/romanee-conti-1945-record-asta-vino-piu-costoso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 08:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una bottiglia di Romanée-Conti 1945 entra nella storia  stabilendo il prezzo più alto mai registrato per un vino all’asta. Il risultato è stato raggiunto a New York, nel corso della vendita organizzata dalla casa d’aste Acker in occasione dell’evento La Paulée, dedicato alla Borgogna. Il lotto è stato aggiudicato per 812.500 dollari, superando nettamente il [&#8230;]</p>
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<p data-start="470" data-end="791">Una bottiglia di <strong>Romanée-Conti 1945</strong> entra nella storia  stabilendo il <strong>prezzo più alto mai registrato</strong> per un vino all’asta. Il risultato è stato raggiunto a New York, nel corso della vendita organizzata dalla casa d’aste Acker in occasione dell’evento La Paulée, dedicato alla Borgogna.</p>
<p data-start="793" data-end="1101">Il lotto è stato aggiudicato per <strong>812.500 dollari</strong>, superando nettamente il precedente primato fissato nel 2018, pari a <strong>558.000 dollari</strong>, anch’esso riferito alla stessa etichetta. Il risultato conferma il ruolo centrale dei grandi vini di Borgogna nel segmento del lusso e nel collezionismo internazionale: le Romanée-Conti sono un&#8217;assicurazione sulla vita per gli appassionati.</p>
<h2 data-start="793" data-end="1101">Perché questa bottiglia è così costosa</h2>
<p data-start="1103" data-end="1384">L’asta ha registrato complessivamente oltre 25 milioni di dollari di vendite, con centinaia di nuovi record stabiliti. La domanda si è concentrata in particolare sulle bottiglie provenienti da alcune delle più note <em>maison</em> borgognone, con rilanci medi superiori alle stime iniziali: il <strong>record</strong> di questo lotto è stato completamente inaspettato e le proiezioni lo davano intorno alla stessa cifra del 2018.</p>
<p data-start="1103" data-end="1384"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213328" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/romanee-conti-1945-record-asta-vino-piu-costoso-bottiglia-piu-cara.png" alt="romanee-conti-1945-record-asta-vino-piu-costoso-bottiglia-piu-cara" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="1386" data-end="1787">Ma perché costano così tanto queste bottiglie? Alla base della valutazione del Romanée-Conti 1945 vi sono fattori storici e produttivi. L’annata è considerata <strong>unica</strong> perché rappresenta <strong>l’ultima vendemmia prima dell’espianto</strong> e del successivo reimpianto del vigneto, avvenuto nel 1947 a causa della <strong>fillossera</strong>. La produzione fu estremamente limitata: circa <strong>600 bottiglie complessive</strong>, il che le rende rarissime.</p>
<p data-start="1789" data-end="2269">La bottiglia battuta all’asta proveniva dalla cantina personale di <strong>Robert Drouhin</strong>, ulteriore elemento che ne ha rafforzato la tracciabilità e il valore sul mercato essendo una delle famiglie storiche del vino francese oltre ad essere una delle cantine fondative del vino negli Stati Uniti. Secondo quanto dichiarato da John Kapon, presidente di Acker, si tratta di un vino che unisce rarità, gusto e valore simbolico: «Ho avuto il privilegio di assaggiare il Romanée-Conti del 1945 tre volte nella mia vita. Rimane <strong>il vino più grande che abbia mai assaggiato</strong>». Il risultato dell’asta sancisce anche un movimento in crescita, quello della domanda per i <strong>vini da investimento</strong>, considerati da una parte del mercato beni rifugio.</p>
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		<title>Angelini Wines &#038; Estates acquisisce la maggioranza di Arnaldo Caprai</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/angelini-wines-estates-acquisisce-la-maggioranza-di-arnaldo-caprai/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 09:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[Angelini Wines & Estates]]></category>
		<category><![CDATA[Arnaldo Caprai]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Importante passaggio di testimone nel mondo del vino italiano: Angelini Wines &#38; Estates ha acquisito la quota di maggioranza di Arnaldo Caprai, cantina storica per la produzione di Sagrantino di Montefalco. All’interno della nuova configurazione societaria, Marco Caprai, premiato nel 2024 da noi per la responsabilità sociale nel mondo del vino, conserva il ruolo di presidente [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="567" data-end="866"><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Importante passaggio di testimone nel mondo del vino italiano: <strong>Angelini Wines &amp; Estates</strong></span></span> ha acquisito la quota di maggioranza di <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Arnaldo Caprai</span></span></strong>, cantina storica per la produzione di <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Sagrantino di Montefalco</span></span></strong>. All’interno della nuova configurazione societaria, <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Marco Caprai</span></span></strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">, premiato nel 2024 da noi per la <a href="https://www.foodandwineitalia.com/responsabilita-sociale-nel-vino-arnaldo-caprai/" target="_blank" rel="noopener">responsabilità sociale nel mondo del vino</a>, </span></span>conserva il ruolo di presidente e amministratore delegato, garantendo continuità gestionale e visione.</p>
<h2 data-start="567" data-end="866">Un&#8217;idea per internazionalizzare il Sagrantino di Montefalco</h2>
<p data-start="1259" data-end="1675">L’ingresso di Angelini Wines &amp; Estates nella compagine di Arnaldo Caprai consolida la presenza del gruppo in <strong>Umbria</strong>, territorio che negli ultimi decenni ha acquisito rilevanza internazionale nel mondo del vino grazie proprio alla valorizzazione del Sagrantino. L&#8217;azienda, che fa parte del Gruppo Angelini Industries ed è guidata dal Ceo <strong>Alberto Lusini</strong>, sta investendo sempre più nel settore dell&#8217;eccellenza del vino italiano: nel portafoglio della compagnia oggi ci sono sette cantine, per un totale di 1.700 ettari di terreni, di cui 460 vitati, e produce complessivamente circa quattro milioni di bottiglie l’anno. In Toscana produce il Brunello di Montalcino a <strong>Val di Suga</strong>, il Vino Nobile di Montepulciano a <strong>Tenuta Trerose</strong> e il Chianti Classico a <strong>San Leonino</strong>. Nelle Marche, invece, sorge la cantina <strong>Fazi Battaglia</strong>, altro marchio storico, conosciuta in particolare per il suo iconico Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico. <strong>Cantina Puiatti</strong>, in Friuli-Venezia Giulia, è impegnata nella produzione di grandi vini bianchi e bollicine Metodo Classico. <strong>Bertani</strong>, infine, è la longeva azienda veronese, artefice di rossi illustri come l’Amarone della Valpolicella Classico.</p>
<p data-start="1259" data-end="1675"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-208850" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2025/10/Arnaldo-Caprai.jpg" alt="Arnaldo Caprai" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="1677" data-end="2022">Fondata nel <strong>1971</strong>, la cantina di Arnaldo Caprai (<a href="https://www.foodandwineitalia.com/addio-ad-arnaldo-caprai-luomo-che-ha-insegnato-al-sagrantino-a-parlare-al-mondo/" target="_blank" rel="noopener">scomparso qualche mese fa</a>) ha avuto un ruolo determinante nel recupero e nella diffusione di questo vitigno autoctono, attraverso un lavoro di ricerca agronomica e innovazione enologica. Una sfida davvero titanica: il Sagrantino ha la <strong>carica polifenolica più alta al mondo</strong> ma Caprai, grazie alla conoscenza delle tecniche di vinificazione più moderne, è riuscito a trasformare la durezza dei polifenoli in struttura. Nel 1993 nasce il <strong>Sagrantino 25 anni</strong>, un manifesto di tutto il percorso che ha contribuito a iscrivere il vitigno tra i grandi rossi internazionali. Un lavoro lungo che con Marco Caprai ha contribuito a trasformare <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Montefalco</span></span> da area rurale a destinazione enoturistica riconosciuta.</p>
<p data-start="2345" data-end="2705">L’obiettivo dichiarato è la creazione di un <strong>polo del vino italiano di alta gamma</strong>, in grado di competere sui mercati internazionali valorizzando identità territoriali e competenze produttive. La partnership va vista quindi come un’operazione orientata alla crescita, senza modificare l’impostazione stilistica e produttiva della cantina umbra.</p>
<p data-start="2707" data-end="3090">Negli ultimi anni Arnaldo Caprai ha consolidato una produzione che si avvicina al <strong>milione</strong> di bottiglie annue, con un focus sul Sagrantino e sul Montefalco Rosso, affiancati da progetti più recenti come il Trebbiano Spoletino. Parallelamente, l’azienda ha sviluppato pratiche legate alla sostenibilità ambientale e sociale, diventate parte integrante del posizionamento del marchio, che gli sono valse un inserimento tra le nostre <a href="https://www.foodandwineitalia.com/arnaldo-caprai-2/" target="_blank" rel="noopener">50 cantine top</a> di quest&#8217;anno.</p>
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		<item>
		<title>Champagne a Pasqua: come abbinarlo ai piatti della tradizione italiana</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/champagne-pasqua-abbinamenti-piatti-tradizione-italiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 08:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[abbinamenti vino]]></category>
		<category><![CDATA[Champagne]]></category>
		<category><![CDATA[pasqua]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante le festività pasquali vi trovate davanti a una tavola che attraversa stagioni, territori e tecniche di cucina. Verdure primaverili, preparazioni a base di uova, paste ripiene, carni arrosto e dolci aromatici convivono nello stesso menu. Se siete appassionati di vini e se lo siete di Champagne in particolar modo, siamo certi che non perderete [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="575" data-end="1002">Durante le festività <strong>pasquali</strong> vi trovate davanti a una tavola che attraversa stagioni, territori e tecniche di cucina. Verdure primaverili, preparazioni a base di uova, paste ripiene, carni arrosto e dolci aromatici convivono nello stesso menu. Se siete appassionati di vini e se lo siete di <strong>Champagne</strong> in particolar modo, siamo certi che non perderete l&#8217;occasione per stappare la vostra bottiglia preferita. D&#8217;altronde lo <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Champagne</span></span> si conferma un vino trasversale, capace di accompagnare l’intero pasto grazie a freschezza, acidità e varietà stilistica. Vediamo insieme un percorso di <strong>abbinamento</strong> costruito su sei piatti rappresentativi della <strong>tradizione</strong> pasquale italiana.</p>
<h3 data-section-id="sf3uy3" data-start="1319" data-end="1372">Torta pasqualina e Champagne Blanc de Blancs Brut</h3>
<p data-start="1374" data-end="1803">La <strong>torta pasqualina </strong>combina verdure, ricotta e uova in una struttura equilibrata. In questo caso, uno <strong>Champagne Blanc de Blancs Brut</strong>, ottenuto da uve a bacca bianca, lavora per contrasto e per affinità. La componente minerale e la freschezza sostengono la parte vegetale del piatto, mentre le note agrumate e floreali accompagnano i profumi senza interferire con la delicatezza complessiva.</p>
<h3 data-section-id="o32ddp" data-start="1805" data-end="1854">Salumi della tradizione e Champagne Rosé Brut</h3>
<p data-start="1856" data-end="2235">I <strong>salumi</strong> pasquali presentano grassezza, sapidità e una componente aromatica legata alla stagionatura. Uno <strong>Champagne Rosé Brut</strong>, magari a base di <strong>Pinot Noir</strong>, introduce struttura e acidità sufficienti a bilanciare queste caratteristiche. Le note di piccoli frutti rossi contribuiscono a creare continuità con i sentori della carne lavorata, mentre l’effervescenza pulisce il palato.</p>
<h3 data-section-id="1l4k3az" data-start="2237" data-end="2288">Lasagne bianche e Champagne Blanc de Noirs Brut</h3>
<p data-start="2290" data-end="2695">Le <strong>lasagne in bianco</strong>, caratterizzate da besciamella e farciture delicate, richiedono un vino capace di sostenere la componente grassa senza appesantire la degustazione. Uno <strong>Champagne Blanc de Noirs Brut</strong>, prodotto da uve a bacca nera, offre maggiore corpo e una struttura più ampia. Le note di frutta matura e la tessitura più ricca permettono di accompagnare la cremosità del piatto mantenendo equilibrio.</p>
<h3 data-section-id="dpcuid" data-start="2697" data-end="2742">Paste ripiene e Champagne Brut Sans Année</h3>
<p data-start="2744" data-end="3139">Agnolotti, cappelletti e altre <a href="https://www.foodandwineitalia.com/la-via-invisibile-che-unisce-loriente-e-loccidente-grazie-alla-pasta-ripiena/" target="_blank" rel="noopener">paste ripiene</a> esprimono una sintesi tra sfoglia, ripieno e condimento. Uno <strong>Champagne Brut Sans Année</strong>, spesso con una presenza significativa di <strong>Meunier</strong>, introduce rotondità e continuità gustativa. La freschezza mantiene la pulizia del sorso, mentre le note di frutta gialla e i richiami floreali si integrano con la componente burrosa tipica di queste preparazioni.</p>
<h3 data-section-id="197pl6o" data-start="3141" data-end="3185">Agnello al forno e Champagne Millesimato</h3>
<p data-start="3187" data-end="3606">L’<strong>agnello al forno</strong> rappresenta uno dei piatti centrali della Pasqua, con una struttura aromatica più intensa, accentuata da erbe e cotture prolungate. In questo caso, uno <strong>Champagne millesimato</strong>, spesso con prevalenza di <strong>Pinot Noir</strong>, offre complessità e ampiezza. Le note evolute, che possono richiamare frutta matura, spezie e tostature, si inseriscono nella struttura del piatto creando un dialogo coerente con la carne.</p>
<h3 data-section-id="1sfg3ji" data-start="3608" data-end="3652">Pastiera napoletana e Champagne Demi-Sec</h3>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-213302" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/champagne-pasqua-abbinamenti-piatti-tradizione-italiana-pastiera.png" alt="champagne-pasqua-abbinamenti-piatti-tradizione-italiana-pastiera" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="3654" data-end="4045">Tra i dolci, la <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">pastiera napoletana</span></span> (come quella che potete realizzare seguendo la <a href="https://www.foodandwineitalia.com/la-pastiera-napoletana-di-antonino-cannavacciuolo/" target="_blank" rel="noopener">ricetta di Cannavacciuolo</a>) presenta una struttura articolata, con ricotta, grano cotto e aromi di fiori d’arancio. Uno <strong>Champagne Demi-Sec</strong>, con un dosaggio zuccherino più elevato, accompagna la dolcezza senza creare contrasti eccessivi. Le note di agrumi maturi, fiori bianchi e miele si integrano con il profilo aromatico del dessert, prolungandone la persistenza.</p>
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		<title>Tra vigne e aironi: Garzaia segna l’ingresso di Ruffino a Bolgheri</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/tra-vigne-e-aironi-garzaia-segna-lingresso-di-ruffino-a-bolgheri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Martina Di Lena]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[Bolgheri]]></category>
		<category><![CDATA[Ruffino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La notizia era ufficiale già dal 2023: con l’acquisizione di 15 ettari di vigneto a Bolgheri, Ruffino annunciava il proprio ingresso in una delle denominazioni più prestigiose del vino toscano e internazionale. Oggi, però, quell’investimento prende finalmente forma concreta nel calice: Garzaia Bolgheri Superiore Doc 2023 è il primo frutto di questo approdo, il vino [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="271" data-end="725">La notizia era ufficiale già dal 2023: con l’acquisizione di <strong>15 ettari</strong> di vigneto a <strong>Bolgheri</strong>, <strong>Ruffino</strong> annunciava il proprio ingresso in una delle denominazioni più prestigiose del vino toscano e internazionale. Oggi, però, quell’investimento prende finalmente forma concreta nel calice: <strong data-start="558" data-end="597">Garzaia Bolgheri Superiore Doc 2023</strong> è il primo frutto di questo approdo, il vino con cui la storica maison toscana (nel 2027 compie 150 anni) inaugura un nuovo capitolo della propria storia.</p>
<p data-start="727" data-end="1311">Il debutto a Bolgheri non rappresenta solo un ampliamento del patrimonio vitato aziendale, ma anche il completamento di un disegno più ampio: presidiare, con tenute di proprietà, alcune fra le aree più vocate della Toscana. Ruffino si presenta infatti come un sistema articolato di tenute distribuite nelle grandi denominazioni regionali, dal Chianti Classico al Brunello di Montalcino, dal Rosso di Montepulciano al Morellino di Scansano, capace di abbracciare vini iconici, progetti territoriali distinti e anche una dimensione di <strong>ospitalità</strong>, grazie alla presenza del <strong data-start="1238" data-end="1253">wine relais</strong> a<strong> Poggio Casciano</strong>, a trenta minuti di auto da Firenze (sembra che sia una delle cantine più vicine alla Città del Giglio), che rafforza il legame tra vino, paesaggio e accoglienza.</p>
<h2 data-start="727" data-end="1311">Il nuovo Bolgheri Superiore firmato dall&#8217;enologa Olga Fusari</h2>
<figure id="attachment_213293" aria-describedby="caption-attachment-213293" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213293" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/Olga-Fusari-lenologa-di-Ruffino.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213293" class="wp-caption-text">L&#8217;enologa di Ruffino Olga Fusari, in Ornellaia per 19 vendemmie</figcaption></figure>
<p data-start="1313" data-end="2195">Al centro di questo nuovo corso c’è l&#8217;enologa <strong data-start="1349" data-end="1364">Olga Fusari</strong>, entrata in Ruffino nel 2023 dopo una lunga esperienza maturata proprio a Bolgheri. Per la winemaker, Garzaia ha rappresentato un’occasione rara: seguire un progetto fin dalla nascita, costruendone identità e stile a partire dal vigneto. Il vino nasce dai terreni di <strong data-start="1629" data-end="1644">Le Sondraie</strong>, nella parte nord della denominazione, ed è blend con <strong data-start="1701" data-end="1736">70% Cabernet Franc </strong>e<strong data-start="1701" data-end="1736"> 30% Merlot</strong>. L’idea, spiega Fusari, è stata quella di cercare un’espressione fedele del territorio, mantenendo intatti il frutto, la tensione e le note più caratteristiche del Cabernet Franc, senza cedere a un uso invadente del legno. L’affinamento di 18 mesi in barrique di rovere francese, con una quota di legno nuovo e una di secondo passaggio, va proprio in questa direzione: sostenere la struttura del vino, ma con misura, per lasciare emergere eleganza e finezza.</p>
<p data-start="2197" data-end="2610">Anche il nome racconta il territorio. <strong data-start="2235" data-end="2246">Garzaia</strong> è infatti il luogo in cui nidificano gli <strong>aironi </strong>(Bolgheri, tra l&#8217;altro, è stata la prima area privata protetta dal WWF in Italia), immagine che richiama immediatamente il paesaggio bolgherese e il suo delicato equilibrio naturale tra terra, acqua e biodiversità. È un riferimento che lega il vino alla geografia e alla memoria del luogo, ma anche a una dimensione più simbolica: quella del ritorno, dell’appartenenza, della fedeltà a un’origine.</p>
<p data-start="2612" data-end="3531">L’arrivo di Fusari in Ruffino, però, non si esaurisce nel progetto bolgherese. Il suo intervento si legge anche in altri vini della casa, soprattutto in una maggiore attenzione alla definizione stilistica e alla valorizzazione dei territori attraverso scelte enologiche mirate. Un esempio è il lavoro avviato a <strong data-start="2923" data-end="2937">La Solatia</strong>, tenuta nei pressi di Monteriggioni, poco distante da Siena, dove l’enologa ha introdotto l’<strong data-start="3006" data-end="3037">uso dell’anfora di ceramica</strong> per dare una nuova identità ai vini. In particolare, nel <strong>Pinot Grigio</strong> della tenuta, questa scelta segna un cambio di passo: non più soltanto acciaio e una lettura più semplice del vitigno, ma una vinificazione pensata per restituire più personalità, più materia e una maggiore aderenza al contesto toscano. L’anfora, nelle parole di Fusari, aiuta a conservare il frutto, a valorizzare la componente sapida e a costruire vini più freschi, gastronomici e contemporanei, senza ricorrere al legno.</p>
<p data-start="3533" data-end="4098">Questa stessa impostazione attraversa anche altri progetti Ruffino, dai rossi della Solatia fino ai grandi classici della casa. Il disegno complessivo è quello di un’azienda capace di tenere insieme tradizione e innovazione: da un lato etichette storiche come <strong data-start="3793" data-end="3815">Riserva Ducale Oro</strong>, dall’altro nuove interpretazioni territoriali come Garzaia, passando per vini che nascono da un ripensamento stilistico profondo. In questo senso, il <strong>&#8220;sistema Ruffino&#8221;</strong> appare sempre più come una rete coerente di tenute, competenze e visioni diverse, unite però da una regia comune.</p>
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		<title>Home barista: l’attrezzatura essenziale</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/home-barista-attrezzatura-essenziale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 13:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Caffè]]></category>
		<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[caffè]]></category>
		<category><![CDATA[home barista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per farsi un buon caffè a casa sono necessarie qualche accortezza e, soprattutto, l’attrezzatura adatta. Le alternative, secondo Carlos Bitencourt (fondatore di Cafezal, cinque caffetterie specialty e un Technical Hub dedicato a macchine e attrezzature da caffè a Milano), sono tre. Per il brewing si parte con un kit base: V60, brocca e bollitore a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-path-to-node="1">Per farsi un<strong> buon caffè a casa</strong> sono necessarie qualche accortezza e, soprattutto, l’attrezzatura adatta. Le alternative, secondo Carlos Bitencourt (fondatore di Cafezal, cinque caffetterie specialty e un Technical Hub dedicato a macchine e attrezzature da caffè a Milano), sono tre.</p>
<p data-path-to-node="2">Per il brewing si parte con un kit base: V60, brocca e bollitore a becco d’anatra. Spesa massima <strong>200 euro.</strong> Seguirà l’acquisto di un macinino manuale (il più cool è il tedesco Comandante, l’entry level è della giapponese Hario) o elettrico. Utile una bilancia di precisione, per misurare il caffè in entrata ma anche il peso della bevanda in tazza.</p>
<p data-path-to-node="3">Se si opta per la <a href="https://www.foodandwineitalia.com/perche-la-moka-si-chiama-cosi-la-storia-della-caffettiera/" target="_blank" rel="noopener">moka</a>, ce ne sono di vari tipo ma l’importante, secondo <strong>Bitencourt</strong>, è la tecnica: fuoco molto basso, quantità di caffè non esagerata (<a href="https://www.foodandwineitalia.com/montagnetta-caffe-moka-errore/" target="_blank" rel="noopener">vietata la “montagnetta”</a>), giusta macinatura.</p>
<p data-path-to-node="4">Più audace e costosa, ma anche di grande soddisfazione, è la preparazione dell’espresso a casa. «Per un kit base occorre investire intorno agli <strong>800 euro</strong>: macinino automatico semplice ma affidabile, come l’X54 della Mahlkönig o la linea mignon di Eureka, e una macchina che faccia un lavoro corretto: ad esempio la Gaggia Classic. La Marzocco Mini, Victoria Arduino Prima, Dalla Corte Mina sono bellissime macchine ma si sale oltre i 4mila euro».</p>
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		<title>La rivincita dello Chenin Blanc</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/la-rivincita-dello-chenin-blanc/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 12:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[chenin blanc]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i sommelier degli Stati Uniti, attualmente lo Chenin Blanc è un must per qualsiasi carta dei vini. Ma per i normali bevitori di vino statunitensi, questa varietà bianca rimane una delle grandi uve meno conosciute. Un tempo, lo Chenin era molto popolare negli Stati Uniti: nel 1988, in California erano stati piantati oltre 14.500 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i sommelier degli <b data-path-to-node="3" data-index-in-node="0">Stati Uniti</b>, attualmente lo <strong>Chenin Blanc</strong> è un must per qualsiasi carta dei vini. Ma per i normali bevitori di vino statunitensi, questa varietà bianca rimane una delle grandi uve meno conosciute.</p>
<p>Un tempo, lo Chenin era molto popolare negli Stati Uniti: nel <strong>1988</strong>, in California erano stati piantati oltre 14.500 ettari di questo vitigno, mentre oggi se ne contano poco più di 1.600. Ma ci potrebbe essere aria di cambiamento. I vignaioli che puntano sullo Chenin spesso vendono rapidamente i loro vini. Certo, alcuni di questi sono in quantità minime – Palisades Canyon, in Napa Valley, produce uno dei migliori Chenin statunitensi che abbia mai bevuto, ma ne fa meno di 100 casse – ma altri no. E, naturalmente, lo Chenin abbonda nella sua terra d’origine, la Valle della Loira, come pure in Sudafrica. A prescindere dal luogo di produzione, questo vino ha molte caratteristiche amate dai sommelier: un’acidità scintillante che lo rende versatile a tavola; una gamma di texture, da croccante e leggera a piena e opulenta; affascinanti aromi fruttati, a volte accentuati da note di miele. Come dice J<strong>ohn Skupny</strong>, della cantina Lang &amp; Reed, il cui Chenin Mendocino 2023 è stato tra i più apprezzati della nostra degustazione, «è bello vedere un’uva così versatile, complessa e deliziosa avere finalmente il suo momento, soprattutto quando proviene da così tante regioni diverse del mondo». Non potrei essere più d’accordo.</p>
<h2>Chenin Blanc americani da assaggiare</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212877" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/miglior-chenin-blanc-stati-uniti.png" alt="miglior-chenin-blanc-stati-uniti" width="763" height="627" /></p>
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<p data-path-to-node="6,0,0"><b data-path-to-node="6,0,0" data-index-in-node="0">Clarksburg Dry Chenin Blanc 2023 – Dry Creek Vineyard</b> Questa azienda della contea di Sonoma, produce Chenin Blanc da decenni, e il vino si è sempre distinto per l’ottimo rap-porto qualità/prezzo. Fresco e succoso, ricorda il melone e il pompelmo.</p>
</li>
<li>
<p data-path-to-node="6,1,0"><b data-path-to-node="6,1,0" data-index-in-node="0">Chenin Blanc 2024 – Aperture Cellars</b> Questa cantina di Sonoma, prende le uve per questo ambizioso Chenin dalle note di frutto della passione dalle vigne di Clarksburg, alla foce del fiume Sacramento. È fresco, vivace e piacevole e rivela una comples-sità maggiore a ogni sorso.</p>
</li>
<li>
<p data-path-to-node="6,2,0"><b data-path-to-node="6,2,0" data-index-in-node="0">Jurassic Park Vineyard Chenin Blanc 2024 – Birichino</b> Il vigneto Jurassic Park, nella Santa Ynez Valley, è stato piantato nel 1978, rendendo queste viti non innestate tra i più vecchi impianti di Chenin della California meridionale. È fresco e pepato, con un finale vivacemente minerale.</p>
</li>
<li>
<p data-path-to-node="6,3,0"><b data-path-to-node="6,3,0" data-index-in-node="0">Mendocino Chenin Blanc 2023 – Lang &amp; Reed</b> John Skupny di Lang &amp; Reed è da tempo un sostenitore delle varietà della Loira in California. Ha iniziato con il Cabernet Franc, poi ha aggiunto questo Chenin leggermente tostato. Ha note intense di scorza di lime e agrumi maturi, con una consistenza sontuosa.</p>
</li>
<li>
<p data-path-to-node="6,4,0"><b data-path-to-node="6,4,0" data-index-in-node="0">Own Rooted Chenin Blanc 2024 – Rococo</b> L’enologa Natalie Brown ha fondato la californiana Rococo proprio per concen-trarsi sullo Chenin Blanc. Produce diverse bottiglie da cru, oltre a questo vivace blend da più vigneti: un’esplo-sione di mandarino e melone, con una lunga persistenza.</p>
</li>
<li>
<p data-path-to-node="6,5,0"><b data-path-to-node="6,5,0" data-index-in-node="0">Cézanne Chenin Blanc 2023 – Las Jaras</b> Joel Burt ed Eric Wareheim di Las Jaras hanno dato a questo Chenin croccante e pro-fumato di albicocca il nome della figlia di Burt, Cézanne. È prodotto da uve provenienti dal Norgard Vineyard, in posizione collinare.</p>
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</ul>
<h2>Chenin Blanc sudafricani da provare</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212876" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/miglior-chenin-blanc-sud-africa.png" alt="miglior-chenin-blanc-sud-africa" width="763" height="627" /></p>
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<p data-path-to-node="9,0,0"><b data-path-to-node="9,0,0" data-index-in-node="0">Hchenin Blanc 2024 – Indaba</b> Questo Chenin sudafri-cano piacerà agli amanti del Sauvignon Blanc neozelandese: esplode con note di frutto della passione e un’acidità brillante e vivace. Ha anche un ottimo prezzo, e il ricavato sostiene l’educazione della prima infanzia in Sudafrica.</p>
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<li>
<p data-path-to-node="9,1,0"><b data-path-to-node="9,1,0" data-index-in-node="0">Vinehugger Chenin Blanc 2024 – Reyneke</b> La ricchezza dello Chenin francese nello stile di Savennières si ritrova in questo bianco da uve biologiche. È rotondo e ricco, tutto melone, mela matura e miele di fiori di campo, ma non è pesante. Ha un equilibrio esemplare.</p>
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<p data-path-to-node="9,2,0"><b data-path-to-node="9,2,0" data-index-in-node="0">Old Vine Chenin Blanc 2023 – Kloof Street</b> Croccante e legger-mente pungente sulla lingua, con aromi di scorza di agrumi e frutta bianca, proviene da tre vigneti di oltre 40 anni coltivati in modo soste-nibile nella regione dello Swartland, su suoli dalla composizione diversa (da argilla e scisto al granito).</p>
</li>
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<p data-path-to-node="9,3,0"><b data-path-to-node="9,3,0" data-index-in-node="0">Chenin Blanc 2024 – Black Pearl</b> Questo bianco pungente e succoso non fa passaggio in botti di rovere. Le uve provengono da vigne col-tivate ad alberello basso nello Swartland, una delle regioni vinicole più interes-santi del Sudafrica. Ha note di mela verde e prugna in abbondanza.</p>
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<p data-path-to-node="9,4,0"><b data-path-to-node="9,4,0" data-index-in-node="0">Chenin Blanc 2025 – Secateurs</b> Adi Badenhorst è una delle star della scena vinicola del Sudafrica, e per ottime ragioni. I suoi vini di punta sono davvero buoni e anche quelli più accessibili si distinguono per qualità. Come, ad esempio, questo bianco sapido, minerale e con note di pesca.</p>
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<p data-path-to-node="9,5,0"><b data-path-to-node="9,5,0" data-index-in-node="0">Duwweltjie Chenin Blanc 2022 – Thistle &amp; Weed</b> Sapidi accenti di erbe essic-cate fluttuano sopra le note di pesca in questo vibrante Chenin dell’enologa e vignaiola Stephanie Wiid. Il nome, duwweltjie, indica le plantule della spina del diavolo, pianta che cresce anche nel vigneto da cui proviene questo vino.</p>
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<p data-path-to-node="9,6,0"><b data-path-to-node="9,6,0" data-index-in-node="0">Cortez Chenin Blanc 2022 – Testalonga</b> Sulle etichette di Craig Hawkins c’è scritto sempli-cemente “fatto con l’uva”, rimando al suo approccio non interventista. Niente lieviti selezionati, né additivi o enzimi, ma un corpo robu-sto dovuto al contatto con le bucce e note di frutta tro-picale con un tocco sapido.</p>
</li>
</ul>
<h2>Chenin Blanc francesi da degustare</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212875" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/miglior-chenin-blanc-francia.png" alt="miglior-chenin-blanc-francia" width="763" height="627" /></p>
<ul>
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<p data-path-to-node="12,0,0"><b data-path-to-node="12,0,0" data-index-in-node="0">Empreinte Anjou Blanc 2022</b> Questo bianco dell&#8217;Anjou è morbido e accattivante, ricco di note di melone e frutta a nocciolo con accenti erbacei. È una via di mezzo: non è teso e croccante come alcuni Chenin, né opulento e rotondo come altri.</p>
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<p data-path-to-node="12,1,0"><b data-path-to-node="12,1,0" data-index-in-node="0">Vouvray Sec 2023 – Domaine Vincent Carême</b> Nato in una famiglia di agricoltori, Vincent Carême ha fatto il suo primo vino a 14 anni e ha fondato il suo domaine nel 1999. Oggi è un nome di riferimento per il Vouvray grazie a vini come questo bianco maturo e pro-fumato di mela, dal carattere rotondo e succoso.</p>
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<p data-path-to-node="12,2,0"><b data-path-to-node="12,2,0" data-index-in-node="0">Hunaudière Saumur 2021 – Passerelles Fabien Duveau</b> Nella piccola città di Saint-Cyr, le viti di Chenin Blanc di trent&#8217;anni del vigneto Hunaudière sono la fonte di questo Chenin super-croccante. Colpisce per limpidezza e luminosità, e per le sue note floreali e di pesca bianca.</p>
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<p data-path-to-node="12,3,0"><b data-path-to-node="12,3,0" data-index-in-node="0">Vouvray 2023 – Vignoble Alain Robert</b> Le note di mela e agrumi di questo clas-sico Vouvray hanno un carattere quasi polveroso. Proviene da una cantina fon-data nel 1973 a est di Vouvray, ed è un&#8217;ottima introduzione alla deno-minazione (in versione secca).</p>
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<p data-path-to-node="12,4,0"><b data-path-to-node="12,4,0" data-index-in-node="0">Remus Montlouis Sur-Loire 2023 – Domaine De La Taille Aux Loups</b> La scomparsa del famoso enologo Jacky Blot nel 2023 è stata un duro colpo per l&#8217;in-tera denominazione Montlouis, ma il figlio Jean-Philippe porta avanti il suo lavoro più che egregiamente, come dimostra questo Chenin leggermente speziato, corposo ma vivace.</p>
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<p data-path-to-node="12,5,0"><b data-path-to-node="12,5,0" data-index-in-node="0">Les Quarterons Anjou Blanc 2022 – Domaine Amirault</b> Da uve coltivate in regime biodinamico, questo bianco sapido proviene da una tenuta di sesta gene-razione a Saint-Nicolas-de-Bourgueil. Le note mielate e minerali derivano in parte dall&#8217;af-finamento sui lieviti per 9-12 mesi prima dell&#8217;imbottigliamento.</p>
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<p data-path-to-node="12,6,0"><b data-path-to-node="12,6,0" data-index-in-node="0">L&#8217;Alliance Savennières 2022 – Domaine Laureau</b> Questo Chenin dal prezzo sorprendente (per Savennières) ha un bel finale persistente di miele di fiori di campo. Proviene dalle vigne più giovani della proprietà di Damien Laureau, col-tivate con metodo bio-logico, lavorate a mano e arate da cavalli.</p>
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<p data-path-to-node="12,7,0"><b data-path-to-node="12,7,0" data-index-in-node="0">Savennières 2020 – Baumard</b> Nome storico nella deno-minazione Savennières della Valle della Loira, la proprietà coltivata da Baumard appartiene alla famiglia dal 1634. Questo è il suo vino di punta: con aromi di nettari-ne e ananas e lievi note di mandorla, mine-rali nel finale, è ideale con un pollo alle erbe.</p>
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</ul>
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		<title>Leonardo DiCaprio ha reso virale un vino che costa meno di 10 euro</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/vino-spagnolo-film-oscar-dicaprio-los-conejos-malditos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 11:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo DiCaprio]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sappiamo tutti che Leonardo DiCaprio compare da anni in un numero quasi inesauribile di meme tant&#8217;è che agli ultimi Oscar lo ha rifatto su richiesta diretta del presentatore Conan O&#8217;Brien durante il suo monologo (e ci è riuscito alla grande l&#8217;italoamericano). Ci sono quelli in cui brinda, quelli in cui indica qualcosa con il bicchiere [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="flex flex-col text-sm pb-25">
<section class="text-token-text-primary w-full focus:outline-none [--shadow-height:45px] has-data-writing-block:pointer-events-none has-data-writing-block:-mt-(--shadow-height) has-data-writing-block:pt-(--shadow-height) [&amp;:has([data-writing-block])&gt;*]:pointer-events-auto scroll-mt-[calc(var(--header-height)+min(200px,max(70px,20svh)))]" dir="auto" data-turn-id="request-WEB:7cb42bcb-421b-4d4a-b154-ac68e3a6def1-17" data-testid="conversation-turn-8" data-scroll-anchor="true" data-turn="assistant">
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<p data-start="540" data-end="1177">Sappiamo tutti che <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Leonardo DiCaprio</span></span></strong> compare da anni in un numero quasi inesauribile di meme tant&#8217;è che agli ultimi <strong>Oscar</strong> lo ha rifatto su richiesta diretta del presentatore <strong>Conan O&#8217;Brien</strong> durante il suo monologo (e ci è riuscito alla grande l&#8217;italoamericano). Ci sono quelli in cui brinda, quelli in cui indica qualcosa con il bicchiere in mano e quelli in cui lancia banconote. Ora una scena con lui ha reso virale anche un <strong>vino</strong>. Non è un vino suo — anche se l’attore è nel mondo delle bollicine con progetti legati allo <strong>Champagne</strong> — ma una bottiglia comparsa nel film <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Una battaglia dopo l’altra</span></span></strong>, tra i titoli più discussi, che si è portato a casa ben 6 statuette.</p>
<p data-start="1179" data-end="1641">Il vino che appare nella scena è <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Los Conejos Malditos</span></span></strong>, prodotto dalla cantina <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Bodegas Más Que Vinos</span></span></strong>, nella provincia di <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Toledo</span></span></strong>. Una bottiglia che, fino a poco tempo fa, circolava soprattutto tra appassionati e importatori, e che ora è finita al centro dell’attenzione semplicemente perché appare sul tavolo mentre il personaggio interpretato da DiCaprio beve un calice in una delle sequenze finali. La bottiglia sul sito della cantina costa solo <strong>9,50 euro</strong> ed è praticamente andata a ruba.</p>
<h2 data-start="1179" data-end="1641">Il potere del cinema che rende virali perfino i vini</h2>
<p data-start="1643" data-end="2127">Nel mondo del vino, episodi di questo tipo non sono nuovi. Il cinema, la televisione e oggi soprattutto i social media possono spostare rapidamente l’attenzione su un’etichetta. La differenza, in questo caso, è che non si tratta di un marchio storico o di un vino di fascia alta, ma di un rosso spagnolo dal posizionamento <strong>accessibile</strong>, venduto a meno di dieci euro sul sito del produttore. Un dettaglio che contribuisce a spiegare perché la curiosità sia cresciuta rapidamente.</p>
<p data-start="1643" data-end="2127"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212833" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/vino-spagnolo-dicaprio-los-conejos-malditos.png" alt="vino-spagnolo-dicaprio-los-conejos-malditos" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="2129" data-end="2662"><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Los Conejos Malditos</span></span> nasce da uve <strong>Tempranillo</strong> coltivate in vigneti biologici situati a circa 750 metri di altitudine e non prevede affinamento in botte. Il nome, che può suonare insolito (i conigli maledetti), deriva da un problema concreto per i viticoltori: i conigli che frequentano alcune parcelle riducono la quantità di uva disponibile. La cantina ha scelto di trasformare questa difficoltà in elemento narrativo, inserendolo anche nella grafica dell’etichetta.</p>
<p data-start="2664" data-end="3057">La realtà produttiva dietro il vino, <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Bodegas Más Que Vinos</span></span>, è attiva dalla fine degli anni Novanta e ha costruito nel tempo una presenza internazionale con diverse linee di prodotto distribuite in vari Paesi. L’apparizione nel film, secondo quanto raccontato dai produttori, <strong>non era stata pianificata</strong> e sarebbe stata scoperta attraverso i partner commerciali negli Stati Uniti. Non si tratta dunque di un product placement ma non c&#8217;erano grossi dubbi in tal senso: in questi casi il posizionamento di un prodotto a fini promozionali richiede cifre enormi, che una cantina piccola come quella di Toledo non potrebbe mai permettersi.</p>
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		<title>La Toscana apre agli spumanti Igt: cosa cambia per le bollicine della regione</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/toscana-igt-spumanti-nuovo-disciplinare-bollicine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 10:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
		<category><![CDATA[igt]]></category>
		<category><![CDATA[spumanti]]></category>
		<category><![CDATA[Toscana]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se osservate l’evoluzione recente del vino italiano, noterete come alcune regioni storicamente associate a specifiche tipologie stiano progressivamente ampliando il proprio raggio produttivo. È il caso della Toscana, territorio tradizionalmente identificato con i grandi vini rossi, che ora si prepara a includere ufficialmente anche gli spumanti nella denominazione Toscana IGT. Il passaggio istituzionale è arrivato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="545" data-end="980">Se osservate l’evoluzione recente del <strong>vino</strong> italiano, noterete come alcune regioni storicamente associate a specifiche tipologie stiano progressivamente ampliando il proprio raggio produttivo. È il caso della <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Toscana</span></span></strong>, territorio tradizionalmente identificato con i grandi vini rossi, che ora si prepara a includere ufficialmente anche gli <strong>spumanti</strong> nella denominazione <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Toscana IGT</span></span>.</p>
<p data-start="982" data-end="1673">Il passaggio istituzionale è arrivato con l’approvazione, da parte del Comitato nazionale vini del Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, delle <strong>modifiche al disciplinare di produzione</strong>. La revisione introduce la categoria dei <strong>vini spumanti</strong> all’interno della denominazione, un cambiamento che formalizza una pratica già presente in alcune aziende ma che finora non era regolata in modo specifico nel quadro della Igt regionale. Per l’entrata in vigore definitiva sarà comunque necessario attendere l’ultimo passaggio previsto, cioè il via libera della Commissione europea, con tempistiche che potrebbero portare all’applicazione del nuovo disciplinare entro la fine del 2026.</p>
<h2 data-start="982" data-end="1673">Cosa cambia per il Toscana Igt</h2>
<p data-start="1675" data-end="2121">La <strong>novità</strong> principale riguarda la possibilità di <strong>produrre spumanti</strong> sia <strong>bianchi</strong> sia <strong>rosati</strong> utilizzando due metodi produttivi diffusi nel settore: il <strong>metodo classico</strong> e il <strong>metodo Charmat.</strong> In questo modo la denominazione amplia il proprio perimetro, affiancando le bollicine alle tipologie già previste, che comprendono vini bianchi, rosati e rossi fermi o frizzanti, oltre alle versioni da uve appassite come il passito e quelle da vendemmia tardiva.</p>
<p data-start="1675" data-end="2121"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212830" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/toscana-igt-spumanti-nuovo-disciplinare.png" alt="toscana-igt-spumanti-nuovo-disciplinare" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="2123" data-end="2679">Questa scelta è collegata a un processo più ampio di <strong>diversificazione</strong> dell’offerta enologica regionale. La Toscana ha consolidato nel tempo il proprio profilo internazionale attraverso vitigni e denominazioni legati soprattutto ai <strong>rossi</strong>, ma parallelamente si è rafforzata anche la presenza di vini bianchi in alcune aree costiere, con un riequilibrio progressivo rispetto al passato. L’apertura agli spumanti rappresenta quindi un ulteriore passaggio in questa strategia di <strong>adattamento</strong> al mercato.</p>
<p data-start="3124" data-end="3521">Nel pacchetto di aggiornamenti è prevista anche un’altra modifica significativa per l’identità della denominazione: l’uso <strong>esclusivo</strong> in etichetta del termine “<em>Toscana</em>” per identificare la Igt, eliminando la variante “<em>Toscano</em>” che era stata utilizzata in passato. L’obiettivo è rafforzare la <strong>riconoscibilità</strong> del nome geografico e consolidare il posizionamento del marchio sui mercati internazionali.</p>
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		<title>Perché la birra è associata alla festa di San Patrizio?</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/san-patrizio-birra-origine-tradizione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Birra]]></category>
		<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[birra]]></category>
		<category><![CDATA[San Patrizio]]></category>
		<category><![CDATA[st patrick's day]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni anno il 17 marzo la festa di San Patrizio viene celebrata in molte parti del mondo con eventi pubblici, parate e incontri nei pub. Il legame tra questa ricorrenza e la birra è oggi uno degli aspetti più riconoscibili della celebrazione, anche se le origini della festività sono molto più antiche e legate a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="508" data-end="867">Ogni anno il <strong>17 marzo</strong> la festa di <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">San Patrizio</span></span></strong> viene celebrata in molte parti del mondo con eventi pubblici, parate e incontri nei <strong>pub</strong>. Il legame tra questa ricorrenza e la <strong>birra</strong> è oggi uno degli aspetti più riconoscibili della celebrazione, anche se le origini della festività sono molto più antiche e legate a un contesto religioso, ovviamente.</p>
<p data-start="869" data-end="1216">La giornata ricorda infatti la figura di <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">San Patrizio</span></span>, missionario e vescovo che secondo la tradizione introdusse il <strong>cristianesimo in <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Irlanda</span></span></strong> nel V secolo. Per secoli la ricorrenza ha avuto soprattutto un carattere liturgico e nazionale, celebrato con funzioni religiose e momenti comunitari sull&#8217;isola.</p>
<p data-start="1218" data-end="1525">Con il tempo, tuttavia, la festa è diventata anche un’occasione per celebrare la <strong>cultura irlandese</strong> nel suo complesso. Tra i simboli più riconoscibili di questa identità culturale rientra proprio la tradizione brassicola del Paese, che ha contribuito a consolidare l’associazione tra il santo e la birra.</p>
<h2 data-section-id="1n7hw3w" data-start="1527" data-end="1574">Il ruolo della birra nella cultura irlandese</h2>
<p data-start="1576" data-end="1792">La birra occupa un posto centrale nella <strong>vita sociale</strong> irlandese. I pub hanno storicamente rappresentato luoghi di incontro e di socialità, dove la comunità si riunisce per condividere momenti di convivialità.</p>
<p data-start="1794" data-end="2140">In questo contesto, durante il <strong>St.Patrick&#8217;s day</strong> (ricordiamo che è il santo patrono della nazione), è diventato naturale celebrare anche uno degli elementi più rappresentativi della cultura locale. Le <strong>birre scure</strong> di tradizione irlandese, in particolare le <strong>stout</strong>, sono spesso associate alla ricorrenza e vengono consumate nei pub insieme al <strong>sidro</strong>, altra bevanda diffusa sull’isola.</p>
<p data-start="1794" data-end="2140"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212729" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/san-patrizio-birra-origine-tradizione.png" alt="san-patrizio-birra-origine-tradizione" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="2142" data-end="2343">Nel corso dei secoli la festa di San Patrizio ha quindi assunto un significato che va oltre l’aspetto religioso, trasformandosi in una celebrazione dell’identità nazionale e delle tradizioni irlandesi.</p>
<h2 data-section-id="m62ndw" data-start="2345" data-end="2395">La trasformazione della festa negli Stati Uniti</h2>
<p data-start="2397" data-end="2669">Il modo in cui oggi viene celebrata la ricorrenza è però influenzato in larga parte dalla <strong>diaspora irlandese</strong>. A partire dall’Ottocento, soprattutto durante la grande <strong>carestia</strong> che colpì l’Irlanda tra il 1845 e il 1849, milioni di irlandesi emigrarono verso il Nord America.</p>
<p data-start="2671" data-end="3058">Le comunità stabilitesi sulla costa Est, soprattutto a <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">New York</span></span>, <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Boston</span></span> e <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Chicago,</span></span> continuarono a celebrare la festa del santo patrono come momento di coesione culturale. Con il passare del tempo queste celebrazioni si trasformarono in grandi eventi pubblici, caratterizzati da parate, musica e incontri collettivi.</p>
<p data-start="2671" data-end="3058"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212730" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/san-patrizio-birra-tradizione.png" alt="san-patrizio-birra-tradizione" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="3060" data-end="3269">È proprio negli <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Stati Uniti</span></span> che la festa ha assunto la dimensione spettacolare oggi conosciuta, diffondendosi successivamente in altri Paesi anche grazie al cinema e alla televisione.</p>
<h2 data-section-id="1gj4j8" data-start="3271" data-end="3299">Il caso della birra verde</h2>
<p data-start="3301" data-end="3573">Tra le tradizioni nate negli Stati Uniti una delle più famose è la cosiddetta <strong>birra verde</strong>. Questa bevanda non appartiene alla tradizione irlandese ma sarebbe stata introdotta negli Stati Uniti all’inizio del Novecento. Oggi le birre verdi si trovano anche in Irlanda (anche se non sono molto diffuse) ma più per scimmiottare gli americani, vista la richiesta dei giovani irlandesi che l&#8217;hanno vista tutta la vita nelle serie tv e nei film che per mera tradizione locale.</p>
<p data-start="3575" data-end="3917">La pratica sarebbe stata ideata da un medico del <strong>Bronx</strong> che aggiunse un <strong>colorante</strong> alla birra chiara per ottenere una tonalità verde, colore simbolo dell’Irlanda. Nel tempo questa usanza è diventata parte delle celebrazioni in molte città.</p>
<p data-start="3919" data-end="4097">Negli ultimi anni, anzi, diverse iniziative locali hanno cercato di riportare l’attenzione su prodotti brassicoli tradizionali piuttosto che su versioni colorate artificialmente.</p>
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		<title>Il caffè è servito</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/il-caffe-e-servito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 14:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Caffè]]></category>
		<category><![CDATA[Cover Story]]></category>
		<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[caffè]]></category>
		<category><![CDATA[Cover story]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Provata e immaginare un universo parallelo in cui l’unico vino è il taglio bordolese. Andate al ristorante e chiedete “un vino, grazie”. Tanto sapete che vi porteranno quello che hanno in casa. Niente carta dei vini, perché a che serve? Prezzo base un euro a trenta a calice, e guai a chi si spinge più [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-path-to-node="3">Provata e immaginare un universo parallelo in cui l’unico <strong>vino</strong> è il taglio bordolese. Andate al ristorante e chiedete “un vino, grazie”. Tanto sapete che vi porteranno quello che hanno in casa. Niente carta dei vini, perché a che serve? Prezzo base <strong>un euro a trenta a calice</strong>, e guai a chi si spinge più su: tutti devono potersi permettere il santo bicchiere quotidiano. Che poi quel che c’è in quel bicchiere rosso rubino non lo sa nessuno, anche se nel nome un indizio in effetti c’è. Eppure, tutti si dichiarano espertissimi.</p>
<p data-path-to-node="4">Poi ci si sveglia una mattina e si scopre che esiste dell’altro: vivaci bollicine del color dell’oro che scorrono sul palato e rossi leggeri, agili e scattanti come una rugiada primaverile. Si favoleggia di un tale <strong>Romanée-Conti</strong> da decine di migliaia di euro a bottiglia. Se ci pensate, è quello che sta succedendo al <strong>caffè</strong> in Italia. Siamo la patria del pensiero unico della tazzina. Unica l’estrazione, l’inesorabile espresso. Unica in fondo anche l’indifferenza nei confronti della materia prima, oscura per percentuali e origini e quindi di solito una miscela di Coffea Arabica e Canephora, per gli amici Robusta.</p>
<p data-path-to-node="5">Ma, udite udite, ora stiamo scoprendo, lentamente e, per alcuni, <strong>dolorosamente</strong>, che il caffè è una cosa diversa. Ben più <strong>complessa</strong> di come ci immaginavamo, noi italiani che pensiamo di saperla lunga. Del resto, è o non è la <strong>bevanda nazionale</strong>? Dopo decenni di bar brandizzati dalle torrefazioni si stanno facendo largo locali, in tutto lo Stivale, che propongono un <strong>nuovo approccio</strong> al consumo della tradizionale, immutabile e intoccabile tazzulella.</p>
<p data-path-to-node="6">Il caffè non è certo una novità, anche se rispetto ad altri prodotti arriva sulla scena europea relativamente tardi, alla fine del Seicento. E ci vorranno ancora un paio di secoli prima che si diffonda al di là delle élite intellettuali, diventando una <strong>bevanda nazional-popolare</strong>. Malgrado ciò noi lo riteniamo un prodotto italiano. Peccato che venga dal Sud del mondo, originario degli altopiani dell’Etiopia e coltivato da 25 milioni di contadini nella Coffee Belt . È il seme di arbusti che producono bacche rosse come ciliegie, ma prima di arrivare in tazza va essiccato in loco con vari metodi (lavato, naturale, semilavato, honey), trasportato in sacchi e tostato, in torrefazione, perché sprigioni quel profilo aromatico unico come un’impronta digitale che varia in funzione di varietà, origine, terroir perfino.</p>
<p data-path-to-node="7">Una <strong>filiera</strong> e un viaggio lunghi, valorizzati nei cosiddetti <a href="https://www.foodandwineitalia.com/differenza-specialty-coffee-caffe-convenzionale/" target="_blank" rel="noopener">caffè specialty</a>, termine coniato da <strong>Erna Knutsen</strong> nel 1974 sul Tea &amp; Coffee Trade Journal: indica i caffè più pregiati, che hanno iniziato a fare capolino nei nostri bar e caffetterie e perfino nella proposta delle torrefazioni più storiche e insospettabili. È un mondo in costante evoluzione, quello del caffè, minacciato da malattie e crisi climatica ma anche curioso e dinamico.</p>
<p data-path-to-node="8">In Paesi come <strong>Colombia</strong> e <strong>Panama</strong>, produttori intraprendenti stanno sperimentando in piantagione nuovi metodi di essiccazione, con tecniche spesso mutuate dalla lavorazione del vino, così da esprimere profili sensoriali particolarissimi. Un esempio? Il caffè colombiano portato allo scorso <strong>World Barista Championship</strong> dal bresciano <strong>Daniele Ricci</strong>, lavorato con lieviti del vino provenienti dalla Franciacorta. È una rivoluzione copernicana, che coinvolge non solo quel chicco scuro e aromatico come nessun altro, ma anche i riti, le pratiche, i momenti in cui si consuma. Le estrazioni alternative chiamano nuove modalità che vanno ben oltre la tradizionale colazione, quell’assunzione veloce ed espressa, appunto, del sorso bollente e noncurante preso al banco, ma chiamano pause più lunghe e meditative, accompagnano nuovi modi di bere. La tazza si allarga e amplia la gamma delle origini e della qualità.</p>
<h2 data-path-to-node="10">Paolo Griffa: il caffè gourmet</h2>
<p data-path-to-node="12">Per capire come il caffè sia, anche, un prodotto da haute cuisine ci siamo rivolti a <strong>Paolo Griffa</strong>, chef stellato. Nel centro di <strong>Aosta</strong> ha rilevato lo storico <strong>Caffè Nazionale</strong>, dove si trova anche il ristorante che porta il suo nome, in una antica cappella. In linea con la sua cucina e la visione personale, Griffa ha scelto di non inserire caffè commerciale, introducendo otto monorigini specialty.</p>
<p data-path-to-node="13">Lo scorso novembre con il distributore inglese Difference Coffee ha presentato un caffè eccezionale: un Panama Geisha dall’Hacienda La Esmeralda di Boquete, Panama. Ricordate il Romanée Conti di cui sopra? Ecco, quella roba lì. Proposto a <strong>50 euro a tazzina</strong>.</p>
<p data-path-to-node="14">«Mi piace il caffè, bevo caffè – dice lo chef –. Ho da sempre cercato caffè, ho studiato, ho letto libri e ne ho provati diversi. Scoprendo, all’estero, che può essere una <strong>bevanda di pregio</strong> e non soltanto una tazzina a un prezzo calmierato, dove non si sa cosa c’è all’interno, dispensatrice di caffeina, amara, tostata, senza sfumature. Il caffè viene apprezzato per le sue <strong>note</strong>, per le sue provenienze che generano gusti, aromi, sentori, sviluppi completamente differenti. E questo ha fatto sì che piano piano l’attenzione verso questo prodotto aumentasse e certi produttori e importatori arrivassero anche in Italia, Paese un po’ ostico sulle novità che riguardano il chicco di Coffea, perché noi pensiamo che l’espresso sia la sua massima espressione.</p>
<p data-path-to-node="15">In realtà, per determinate origini sono più adatti <strong>altri tipi di estrazione</strong>. Intendiamoci: <strong>l’espresso</strong> ha una pienezza di gusto, una profondità molto interessante, ideale per alcuni caffè, mentre per altri sono più indicate estrazioni a filtro o cold brew». Al Caffè Nazionale anche l’entry level è un caffè specialty «con un profilo aromatico super interessante».</p>
<p data-path-to-node="17">Griffa poi snocciola nomi esotici come fossero grandi etichette: Kona dalle Hawaii, Panama Geisha, Wild Kopi Luwak di Gayo Estate, Yellow Bourbon del Brasile, Jamaica Blue Mountain. Al ristorante si trova la selezione più <strong>ampia</strong> e particolare. Il caffè diventa anche <strong>ingrediente</strong> in cucina e pasticceria, mondo quest’ultimo da cui arriva lo chef e che oggi è appannaggio della compagna <strong>Titti Traina</strong>, che cura la parte dolce del ristorante. «Per il salato <strong>lo uso come fosse una spezia</strong> e quindi per dare note, profondità differenti. Si sposa molto bene con i funghi, o con le carni: con il maiale, ad esempio, dà note molto interessanti. Sul dolce, si accosta al mondo del cioccolato, al grasso, e sta benissimo con la panna, le uova, il burro». E anche con il pomodoro, come dimostrano gli Spaghetti al caffè in carta al Caffè Nazionale.</p>
<p data-path-to-node="17"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212674" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/spaghettoni-al-pomodoro-e-caffe.png" alt="spaghettoni-al-pomodoro-e-caffe" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="18">I tempi sono maturi, prova ne è che, per degustare quel leggendario Panama Geisha, il primo cliente è partito da Roma di notte e alle 8 di mattino era ad Aosta: «Voleva essere <strong>uno dei primi ad assaggiarlo</strong>». Una prova, se ancora ce ne fosse bisogno, di come stia crescendo una platea di appassionati che vanno in cerca dei caffè migliori, hanno la macchina per espresso a casa o si fanno tenere in freezer dalla caffetteria specialty di fiducia il pacco del caffè da competizione preferito. Per tornare a berlo, religiosamente, come accade con un whisky pregiato in certi bar.</p>
<p data-path-to-node="19">«In Italia <strong>tutti bevono lo stesso caffè</strong>, non si pensa che ci possano essere vari livelli di qualità. Ma negli ultimi anni c’è stata un’evoluzione, anche nelle piantagioni c’è una cura diversa, è iniziato a esplodere un mercato, a livello di attrezzature da casa e di corsi. Le persone viaggiano, sono state in Danimarca, in Giappone, in Asia, dove il caffè ha un rituale che non è quello della colazione con il cappuccino, e lo apprezzano anche in modo diverso».</p>
<h2 data-path-to-node="21">Francesco Sanapo: il barista come chef</h2>
<p data-path-to-node="23">Tra i primi a portare il caffè specialty in Italia c’è stato <strong>Francesco Sanapo</strong>. Pugliese di Specchia, barista pluripremiato nelle competizioni, nel 2013 apre a Firenze con Patrick Hoffer <strong>Ditta Artigianale.</strong> Una microtorrefazione ma anche una caffetteria ai tempi pressoché unica in Italia perché proponeva non uno, ma tanti caffè. Oggi è un piccolo impero: sette locali a Firenze tra cui l’ultimo aperto pochi mesi fa all’interno del “cubo nero” sorto nell’ex teatro comunale, uno a Milano e uno perfino all’estero, a Toronto.</p>
<p data-path-to-node="23"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212675" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/caffe-e-servito-ditta-artigianale.png" alt="caffe-e-servito-ditta-artigianale" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="24">Eppure, dice, «io sono molto <strong>legato alla tradizione</strong> italiana, però riconosco che debba evolversi per stare al passo con i tempi. Il caffè italiano ha bisogno di <strong>rinnovarsi</strong>. E spero riesca a farlo con l’aiuto di chi sta raccontando il caffè in maniera diversa». È anche una questione <strong>generazionale</strong>. L’espresso i giovani oggi non lo bevono. «Il caffè deve sapersi adeguare alle <strong>richieste</strong> dei ragazzi. Ben vengano i cosiddetti “beveroni”, se sono frutto di una ricerca da parte dei baristi».</p>
<p data-path-to-node="25">La tradizione si trova nel <strong>design curato</strong> – bellissima la caffetteria che si affaccia su un chiostro del Trecento, in via Carducci a Firenze – nel servizio al banco, nella macchina che troneggia e ansima e sbuffa sotto mani esperte, soprattutto in un’accoglienza calda e puntuale. «Siamo la patria dell’espresso e l’espresso deve essere il nostro <strong>distintivo</strong>. Però dobbiamo iniziare a intenderlo come un ingrediente della bevanda che andiamo a servire. Questo ci porterebbe un maggiore racconto, perché ci vuole un espresso buono per creare un cocktail all’avanguardia. I baristi oggi si devono trasformare in <strong>veri chef</strong>, veri bartender, che mixano, che studiano, che cercano di dare la migliore esperienza».</p>
<p data-path-to-node="26">Nei locali Ditta Artigianale spopolano i <strong>signature drink</strong>: dal nuovo <strong>Dubai Coffee Chocolate</strong> al <strong>Coffeemisù</strong>, a tanti altri. «Fermarsi all’espresso come bevanda unica rischia di chiuderlo in una <strong>nicchia senza futuro</strong>. Mentre vederlo come ingrediente di altre cose gli permetterà di continuare la sua vita come bevanda italiana». Intanto, in scena stanno entrando gli Iced latte e tutte le bevande fredde, sempre più popolari. Alla madre, che non amava gli espressi troppo acidi, Sanapo ha dedicato una miscela che ha chiamato <strong>Mamma mia</strong>. «Nasce proprio dalla voglia di creare un ponte tra le nuove tendenze del caffè e la tradizione. Mia mamma è stata abituata per 50 anni a bere caffè molto amari, che vanno nella direzione del cioccolato: io non posso presentarle sentori di limone, mela, arancia, pompelmo, perché il suo palato impazzisce. Non lo accetta come prodotto di qualità».</p>
<figure id="attachment_212676" aria-describedby="caption-attachment-212676" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212676" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/coffemisu-sanapo-ditta-artigianale.png" alt="coffemisu-sanapo-ditta-artigianale" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212676" class="wp-caption-text">Il coffeemisù</figcaption></figure>
<p data-path-to-node="27">La sensazione è che il cliente italiano medio stia procedendo nell’evoluzione della <em>Coffea-specie</em>, con la calma dei giusti. «La percentuale di persone che vanno alla ricerca della qualità <strong>è bassa, anche se in crescita</strong> – ammette Sanapo –. Ma sta iniziando a entrare l’idea di sposare il caffè con qualcosa che non sia il solito cornetto. Una monorigine estratta in filtro può essere la bevanda ideale per una colazione salata. Quando mangi qualcosa di grasso, come un uovo, non c’è forse nient’altro meglio del caffè per pulire il palato e lasciare libero spazio al gusto. Il caffè filtrato sempre di più viene bevuto nelle pause di brunch e lunch, quando si cerca qualcosa che abbia una durata nel consumo».</p>
<h2 data-path-to-node="29">Il senso di Antonia Trucillo per il caffè</h2>
<p data-path-to-node="31"><em>Globetrotter</em> per lavoro e per <strong>passione</strong> verso il caffè, <strong>Antonia Trucillo</strong> è parte della terza generazione di una torrefazione di Salerno che dal <strong>1950</strong> porta avanti, nella regione che ha fatto della <em>tazzulella</em> un rito e un’ossessione, la cultura dell’espresso di qualità. Anche grazie all’<strong>Accademia Trucillo</strong>, una vera e propria Scuola del Caffè che forma i professionisti del settore.</p>
<p data-path-to-node="31"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212677" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/antonia-trucillo.png" alt="antonia-trucillo" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="32">La sua è una storia degna di un Chatwin o un Salgari. Parte a vent’anni, nel <strong>2015</strong>, per visitare la prima piantagione in <strong>Honduras</strong> e sette anni dopo si trova davanti al dittatore <strong>Maduro</strong>. In mezzo ci sono tanti viaggi in piantagione su e giù per la Coffee Belt. «Mi laureo a Milano in marketing ed entro in azienda. Vado in produzione, vedo questi sacchi pieni di chicchi e mi dico: “Ma il caffè che produciamo e vendiamo, da dove viene?”. Decido di andare alle <strong>origini</strong>» ci racconta. Lavorando in piantagione avviene il <em>coup de foudre</em>. «Scopro che il caffè è materia viva, un prodotto che viene dalla terra, in continua evoluzione, ed è un crocevia di culture e terre completamente diverse».</p>
<p data-path-to-node="33">Seguono<strong> lunghi viaggi</strong> tra Colombia, Brasile, lo sconvolgimento dell’Africa tra Uganda, Tanzania, Kenya, e poi l’India: «In Chikmagalur, la mattina mi svegliavano le scimmiette». Lavora presso <strong>Wolthers &amp; Associates</strong>, in Brasile. Assaggia per <strong>Nespresso</strong>, <strong>Starbucks</strong>: «Valutavamo dalle 8 di mattina alle 7 di sera, anche 500 tazze al giorno». A soli <strong>25 anni</strong> diventa <strong>Q-Grader</strong>, la più alta certificazione nel settore, indispensabile per assaggiare e valutare le caratteristiche organolettiche e stabilire il valore dei chicchi.</p>
<p data-path-to-node="34">«Fin dai primi viaggi mi sono appassionata all’<strong>assaggio,</strong> perché tutta questa bellezza si completa con un sorso di una tazza di caffè che viene dalla terra in cui sei stata e hai lavorato, dove hai conosciuto le persone, hai condiviso pasti e giornate», spiega Antonia. Nel 2022 è invitata a Caracas. Incontra Maduro, che per fare assaggiare i caffè più importanti del Venezuela chiama una decina di Q-Grader da Messico, Cina, Europa, Oriente e Centro America. «Il caffè non nasce in Italia. Abbiamo una concentrazione molto alta di ritualità, di tradizione e di competenze sviluppate nella sua trasformazione. Ma il caffè è un frutto, una pianta, un fiore, è un’altra cosa. La qualità nasce da un’altra parte. Noi dobbiamo essere bravi, come torrefattori, a trasformarlo nel migliore dei modi, dando ancora più pregio a quello che è stato fatto in piantagione, dall’agricoltore».</p>
<h2 data-path-to-node="36">Cristina Caroli: estrazioni alternative e “fine Robusta”</h2>
<p data-path-to-node="38">Un bar tradizionale che diventa un piccolo scrigno di varietà ed estrazioni alternative, dove si può bere un caffè filtro fatto da uno dei più grandi esperti italiani, con dei caffè di rilievo da torrefazioni di tutta Europa. È <strong>Aroma Specialty Coffees</strong>, nato a Bologna nell’ex bar Portanova: «Come i più tipici bar italiani che hanno il nome della via in cui stanno», dice <strong>Cristina Caroli</strong>, titolare insieme al compagno Alessandro Galtieri, campione di brewing.</p>
<p data-path-to-node="39">«Abbiamo creato un locale atipico nel <strong>1999</strong>: abbiamo svuotato il bar, un ambiente dove tu trovi di tutto, dal panino al dolce, al calice di vino, tenendo solo il caffè. Quello che per tantissimi anni è stato il prodotto civetta, lo abbiamo fatto diventare il fulcro della nostra attività. Ci siamo ispirati ai wine bar, con i vini catalogati per provenienza, con dei descrittori di gusto».</p>
<p data-path-to-node="41">Tolta la scritta bar, lasciato qualche dolce, in lista compaiono 13 referenze di caffè diversi, fra miscele e monorigini. «Noi intercettiamo le persone che sono interessate a fare delle esperienze gastronomiche di qualità. Aroma propone l’<strong>evoluzione</strong> di un concetto del caffè come bevanda di pregio, che puoi scegliere e nella quale puoi trovare delle caratteristiche che lo rendono ciò che ti piace. Perché non esiste il caffè più buono per tutti: ognuno deve trovare quello che incontra il suo gusto», spiega Caroli.</p>
<figure id="attachment_212678" aria-describedby="caption-attachment-212678" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-212678 size-full" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/gran-cappuccino.png" alt="gran-cappuccino" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212678" class="wp-caption-text">Il Gran Cappuccino</figcaption></figure>
<p data-path-to-node="42">La <strong>Robusta</strong>, varietà di Coffea meno pregiata dell’<strong>Arabica</strong>, ma parte integrante della miscela, base del caffè italiano, non manca mai nella carta di Aroma: un’eccezione in una caffetteria specialty. «La nostra è una <strong>mentalità aperta</strong>: esistono caffè con caratteristiche di terroir e sensoriali più o meno complesse, l’importante è che siano di qualità. Ci sono capitati clienti dalla Danimarca che volevano assolutamente assaggiare una Robusta, perché da loro non c’è. In genere è una tipologia con un retaggio di bassa qualità, ma la nostra è una “fine Robusta”, selezionata, raccolta manualmente ed essiccata con un processo lavato, quindi molto pulita, mai terrosa, con delle note calde di nocciola e cacao gradevoli e avvolgenti. In un locale che propone specialty coffee, e a volte anche dei caffè da competizione di prezzo elevato, significa proprio che crediamo che il caffè giusto per ogni persona sia il caffè che la persona apprezza».</p>
<p data-path-to-node="43">Poi ci sono le estrazioni alternative. «All’inizio proponevamo espresso, French press, napoletana e Ibrik, abbinavamo il cioccolato al tipo di caffè e di estrazione. Il filtro è arrivato dopo, quando abbiamo cominciato ad avere degli <strong>stimoli da Instagram</strong> e ci siamo avvicinati al mondo della<strong> Specialty Coffee Association</strong>, di cui siamo soci dal <strong>2005</strong>. Abbiamo inserito il brewing e il cold brew, estrazioni molto interessanti che usiamo anche come basi di alcuni cocktail o bevande analcoliche.</p>
<p data-path-to-node="45">Così, da Aroma si possono assaggiare, ad esempio, il Caffè Fiordilatte, in cui l’espresso incontra la pannacotta, o il Gran Cappuccino, avvolgente mix di espresso, latte montato e liquore all’arancia.</p>
<h2 data-path-to-node="47">Dario Fociani: il caffè è un frutto tropicale</h2>
<p data-path-to-node="49">Il faro e la luna. Formatosi sul caffè tra Melbourne, Londra e Berlino prima di tornare a Roma dove ha lavorato da Roscioli, nel 2016 <strong>Dario Fociani</strong> ha portato il caffè specialty nella Capitale con <strong>Faro</strong>, insieme ai soci <strong>Arturo Felicetta</strong> e <strong>Dafne Spadavecchia</strong>. Poi sono arrivati la torrefazione artigianale Aliena Coffee Roasters e l’ultimo nato, <strong>Luna by Faro</strong>, bakery e caffetteria che di sera si trasforma in ristorante.</p>
<p data-path-to-node="49"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212679" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/dario-fociani.png" alt="dario-fociani" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="50">Con lui abbiamo parlato di aromi e origini, di caffè come <strong>prodotto agricolo</strong> complesso, variegato, da riscoprire nel suo senso più profondo. Di come mangiare e bere diventino un atto di rivoluzione quotidiana e di evoluzione personale.</p>
<p data-path-to-node="52">«Oggi chi vuole bere un buon caffè ne ha la possibilità, ma deve crearsi delle sue basi, provarne tanti e capire quali incontrano i suoi gusti. Le informazioni ci sono, basta cercarle. Un buon caffè deve sicuramente avere <strong>bevibilità</strong>, cioè <strong>ti deve piacere</strong>. Deve avere acidità ma anche equilibrio, non deve essere tostato troppo scuro, deve avere sapori di frutta perché è un frutto, ma non note vegetali di verdura, perché quello è un difetto. Se vogliamo, un caffè di qualità deve somigliare a quello che è: un frutto tropicale».</p>
<p data-path-to-node="53">L’espresso italiano ha piuttosto sentori di cioccolato e nocciola. «<strong>Non si deve distruggere</strong> quello che alcuni amano, perché i gusti sono memorie a cui siamo legati. Ci sono dei caffè brasiliani che sanno di nocciola e ben venga. Anche il cacao è un frutto tropicale, ma si deve sentire quello e non altro: se tosti troppo, la nocciola e il cioccolato non li senti più, ma emergono sapori che virano al bruciato», spiega Fociani.</p>
<figure id="attachment_212680" aria-describedby="caption-attachment-212680" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212680" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Kouign-amann-faro.png" alt="Kouign-amann-faro" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212680" class="wp-caption-text">Il Kouign-amann</figcaption></figure>
<p data-path-to-node="54">Nei suoi locali c’è una cura particolare verso il cibo e la scelta della materia prima da filiere agricole nel segno di un’etica del cibo che riguarda anche le risorse umane. Così, l’accompagnamento con il caffè diventa spontaneo, dal dolce al salato: da cornetti e sfogliati per la prima colazione, come il delizioso <a href="https://www.foodandwineitalia.com/kouign-amann-ripieno-di-cremoso-al-caffe/" target="_blank" rel="noopener">Kouign-amann</a>, al sontuoso Croque madame del brunch, fino alle preparazioni più elaborate della proposta serale.</p>
<p data-path-to-node="55">«L’espresso è una bevanda da inizio e chiusura, non mi piace accostarlo al cibo. Un buon <strong>caffè filtro</strong> invece lo <strong>accompagnerei quasi con tutto</strong>. Magari non con un piatto di pasta, però con proteine e grassi sì». Eccolo quel caffè lungo, nella tazzona, che si merita quotidianamente appellativi sprezzanti: sciacquatura di piatti, brodaglia, annacquato. «Gli italiani sono abituati a un ingrediente che non ha un’agricoltura dietro, hanno una visione deviata da ciò che hanno bevuto finora. Un caffè filtro ha bisogno di materia prima seria: se è così piace a tutti. Anche perché assomiglia a un tè».</p>
<p data-path-to-node="55"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212681" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/faro-luna-roma-caffe-colazione.png" alt="faro-luna-roma-caffe-colazione" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="56">Tra le novità più interessanti, Fociani segnala il <strong>cold brew</strong>, disponibile anche in lattina: “Facile” e rinfrescante, con una scorzetta d’arancia è quasi un cocktail. In dieci anni, dall’apertura di Faro le modalità di consumo sono cambiate, secondo lui.</p>
<p data-path-to-node="59">«Il <strong>Covid</strong> ha sicuramente spostato <a href="https://www.foodandwineitalia.com/trend-colazione-italia-socialita-mattino/" target="_blank" rel="noopener">l’attenzione dalla sera alla mattina</a>, le persone sono più predisposte a concepire il bar e la caffetteria come un ristorante, si è un po’ equilibrata la differenza fra cena e colazione, che prima era proprio culturale. C’è ancora nella testa degli italiani la colazione al banco classica, cornetto e cappuccino. Però è un <strong>modello di business che non ce la fa</strong>, perché hai tante persone che lavorano e con scontrini medio bassi ormai si fatica. Quindi l’italiano se ne dovrà fare una ragione: farà colazione a casa con caffè dalla macchinetta e pacco di biscotti e ogni tanto si concederà una colazione fuori, un po’ come ogni tanto esce a cena».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/il-caffe-e-servito/">Il caffè è servito</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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