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	<title>Travel &#8226; Food and Wine Italia</title>
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	<title>Travel &#8226; Food and Wine Italia</title>
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		<title>La birra come architettura sacra: in Thailandia c&#8217;è un tempio costruito con bottiglie riciclate</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/tempio-birra-thailandia-bottiglie-wat-pa-maha-chedi-kaew/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 16:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Travel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Thailandia esiste un tempio costruito con oltre 1,5 milioni di bottiglie di vetro, in gran parte provenienti da birre come Chang e Heineken. Quello che normalmente finisce tra i rifiuti viene trasformato in pareti, colonne, coperture, mosaici e dettagli architettonici che rendono il Wat Pa Maha Chedi Kaew un punto di interesse davvero insolito. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In <strong>Thailandia</strong> esiste un tempio costruito con oltre <strong>1,5 milioni di bottiglie di vetro</strong>, in gran parte provenienti da birre come <strong>Chang</strong> e <strong>Heineken</strong>. Quello che normalmente finisce tra i rifiuti viene trasformato in pareti, colonne, coperture, mosaici e dettagli architettonici che rendono il <strong>Wat Pa Maha Chedi Kaew</strong> un punto di interesse davvero insolito.</p>
<h2 class="mt-6 mb-2 font-semibold text-2xl" data-streamdown="heading-2">Dove si trova il tempio delle bottiglie</h2>
<p>Wat Pa Maha Chedi Kaew si trova nel Nord-Est della Thailandia, nella provincia di <strong>Sisaket</strong>, nel distretto rurale di Khun Han, a circa 600 chilometri da Bangkok e vicino al confine con la Cambogia. È una zona meno battuta rispetto alle rotte turistiche più classiche.</p>
<p>La storia comincia nel <strong>1984</strong>, quando i monaci iniziano a raccogliere bottiglie abbandonate per ripulire l’area e decorare i loro rifugi. Quello che all’inizio è un gesto meccanico, fatto solo con l&#8217;intento di ripulire l&#8217;area, cresce progressivamente grazie alle donazioni della comunità locale e delle province vicine. In pochi anni viene costruito il primo edificio principale, e nel tempo il complesso si amplia fino a comprendere numerose strutture.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-215140" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/thailandia-tempio-birra-wat-pa-maha-chedi-kaew.png" alt="thailandia-tempio-birra-wat-pa-maha-chedi-kaew" width="960" height="720" srcset="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/thailandia-tempio-birra-wat-pa-maha-chedi-kaew.png 960w, https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/thailandia-tempio-birra-wat-pa-maha-chedi-kaew-768x576.png 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>La cosa importante è che non si tratta di un progetto pensato per l&#8217;arte. Nasce da una logica di riuso molto concreta e da una visione del non-spreco coerente con la vita monastica. Il risultato finale è spettacolare.</p>
<p>Le bottiglie <strong>non reggono</strong> da sole l’intera struttura. Il complesso ha un’anima in calcestruzzo e malta, mentre il vetro viene utilizzato come riempimento, rivestimento e mezzo decorativo. Le bottiglie sono inserite in orizzontale e verticale su muri, pilastri, parapetti, tetti e camminamenti. I tappi metallici e i fondi di bottiglia diventano mosaici e superfici ornamentali.</p>
<p>L’effetto è molto più ordinato di quanto si possa immaginare. Il verde e il marrone del vetro producono una tessitura cromatica <strong>sobria</strong>, leggibile, coerente con l’insieme. L’architettura resta riconoscibile come buddhista thailandese, ma viene reinterpretata attraverso un materiale che di solito appartiene al mondo del consumo quotidiano.</p>
<p>Il fatto che un tempio buddhista sia costruito con bottiglie di birra può sembrare contraddittorio, visto che nella disciplina buddhista il consumo di alcol è <strong>scoraggiato</strong>. In realtà le bottiglie non celebrano la bevanda: vengono private della loro funzione originaria e trasformate in una risorsa collettiva. Un oggetto nato per il consumo viene sottratto allo spreco e rientra in un sistema di utilità, cura e condivisione.</p>
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		<title>Lione: i classici della capitale culinaria francese</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/lione-i-classici-della-capitale-culinaria-francese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Cosenza]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 13:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ristoranti]]></category>
		<category><![CDATA[Travel]]></category>
		<category><![CDATA[bouchon]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Les Halles Paul Bocuse]]></category>
		<category><![CDATA[Lione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È uno dei vantaggi di vivere in Europa: basta un breve volo o, in alcuni casi, poche ore di treno per ascoltare una lingua diversa e scoprire un’altra cultura. Nel gergo turistico, il city break è un viaggio di piacere di pochi giorni, una pausa dalla routine quotidiana per staccare la spina e immergersi nell’atmosfera [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È uno dei vantaggi di vivere in <strong>Europa</strong>: basta un breve volo o, in alcuni casi, poche ore di treno per ascoltare una lingua diversa e scoprire un’altra cultura.</p>
<p>Nel gergo turistico, il <strong>city break</strong> è un viaggio di piacere di pochi giorni, una pausa dalla routine quotidiana per staccare la spina e immergersi nell’atmosfera di una città per scoprirne le principali attrazioni.</p>
<p>Tra le destinazioni perfette per una <strong>mini fuga</strong> del genere c’è <strong>Lione</strong>. La terza città della <strong>Francia</strong> è abbastanza grande e vivace da non lasciare spazio alla noia nell’arco di un <strong>weekend lungo</strong>. Allo stesso tempo la si gira facilmente e, cosa non da poco, conserva una certa autenticità, a differenza di altre mete afflitte dal fenomeno dell&#8217;over tourism.</p>
<p>Le ragioni per visitarla sono tante, ma ce n’è una che da sola potrebbe bastare per i <strong>palati più esigenti</strong>.</p>
<h2>La capitale gastronomica della Francia</h2>
<p>Lione è infatti <strong>&#8220;la capitale gastronomica del Paese&#8221;</strong>, titolo altisonante, tanto più perché riferito alla Francia, attribuitole da Curnonsky, scrittore e critico considerato uno dei più influenti divulgatori gastronomici del Novecento.</p>
<p>Ma come è riuscita Lione a conquistare questa nomea? La posizione geografica gioca sicuramente a suo favore: si trova infatti al <strong>crocevia di alcune delle aree agricole più ricche del Paese</strong>. Tuttavia, anche ottimi ingredienti di base, per essere valorizzati, devono finire nelle mani giuste ed è qui che intervengono cuochi, artigiani e ristoratori.</p>
<h2>I bouchon lionesi</h2>
<figure id="attachment_215622" aria-describedby="caption-attachment-215622" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" class="size-full wp-image-215622" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/ShutterstockPierre-Jean-Durieu.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-215622" class="wp-caption-text">Shutterstock.com / Pierre Jean Durieu</figcaption></figure>
<p>Templi della cucina tradizionale sono i cosiddetti <strong>bouchon</strong>: osterie inaugurate a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento dalle <i>Mères Lyonnaise</i> (madri lionesi) che, dopo aver lavorato per anni come cuoche presso famiglie benestanti, dovettero reinventarsi nel momento in cui i datori di lavoro non poterono più permettersi la servitù.</p>
<p>Molte di loro decisero di aprire piccoli ristoranti, la cui insegna era una <i>bousche</i>, un piccolo fascio di rami, da cui il nome <i>bouchon</i>. Il parallelismo con le fraschette romane viene naturale, ma al di là dell’atmosfera informale, le osterie lionesi vantano una proposta di cucina borghese molto tecnica.</p>
<p>Sul sito dell’<a href="https://lesbouchonslyonnais.org/">associazione che li raggruppa</a>, si trovano gli indirizzi dei bouchon originali, quelli che possono fregiarsi del logo ufficiale, solitamente esposto fuori dai locali. Tra questi c’è <strong>La Meunière</strong>, a pochi passi dalla centralissima Place des Terreaux. Altro riferimento storico è il <strong>Cafè Comptoir Abel</strong> che merita una visita non solo per l’offerta ma anche per la bellezza degli ambienti.</p>
<h2>Monsieur Paul</h2>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-215628" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/mural-Paul-Bocuse.jpg" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p>La più celebre delle <i>mères lyonnaises</i> è stata Eugénie Brazier, conosciuta come la <strong>Mère Brazier</strong>, che nel 1933 divenne la prima chef a ottenere sei stelle Michelin: tre per ciascuno dei suoi due locali, tra cui il ristorante di Rue Royale, tuttora in attività. Il record fu eguagliato solo nel 1998 da Alain Ducasse.</p>
<p>Tra gli allievi della Brazier ci fu un certo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/paul-bocuse-importanza-cucina-mondiale/"><strong>Paul Bocuse</strong></a>.</p>
<p>Per i gourmet di tutto il mondo Bocuse non ha bisogno di presentazioni: padre della <em>nouvelle cuisine</em>, a lui è stato intitolato (quando era ancora in vita) il mercato de <strong>Les Halles de Lyon</strong>. Proprio di fronte a uno degli ingressi del mercato c’è il murale che ritrae il grande chef nella sua posa più iconica.</p>
<p>E, sempre a proposito di opere pittoriche, per capire l’importanza del personaggio, monsieur Paul è presente anche nel <strong><i>Fresque des Lyonnais</i></strong>, gigantesco trompe-l’œil in cui sono raffigurati i lionesi più illustri della storia. Con lui figurano personaggi del calibro dell’imperatore Claudio, di Antoine de Saint-Exupéry e dei fratelli Lumière.</p>
<h2>Cosa mangiare a Lione</h2>
<p>Una visita a <strong>Les Halles Paul Bocuse</strong> è il modo più immediato per conoscere le specialità lionesi: girare tra i banchi è un corso intensivo in cui dalla teoria si passa velocemente alla pratica, dato che molte delle attività presenti fungono anche da ristorante (c’è anche quello firmato da la Mère Brazier).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-215620" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/pate-en-croute.jpg" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p>Tra i prodotti più rappresentativi ci sono i salumi come la <em><strong>rosette</strong></em> e il <strong>Jésus</strong>, insaccati di carni suine che differiscono tra loro sostanzialmente per le dimensioni. Da provare sono anche le preparazioni di charcuterie, tra cui il <strong><i>pâté en croûte</i></strong>: una croccante crosta di pasta sfoglia che racchiude un ripieno di carni varie, frattaglie ed eventualmente foie gras e pistacchi. Tra i piatti più tipici c’è il <strong><i>saucisson</i></strong>, servito caldo, che assomiglia vagamente al nostro cotechino. Il <strong><i>tablier de sapeur</i> </strong>è invece una curiosa cotoletta a base di trippa marinata. Per chi preferisce il pesce, può scegliere la <strong><i>quenelles de brochet</i></strong>: grosso gnocco morbido a base di luccio servito con una salsa di crostacei d’acqua dolce.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’<strong>insalata lionese</strong> (con indivia riccia croccante, pancetta, crostini di pane dorati e un uovo in camicia) è perfetta per chi vuole illudersi di restare leggero.</p>
<figure id="attachment_215623" aria-describedby="caption-attachment-215623" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-215623" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/Linsalata-lionese.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-215623" class="wp-caption-text">L&#8217;insalata lionese con indivia riccia, pancetta, uova in camicia, crostini di pane e una vinaigrette all&#8217;aceto e senape</figcaption></figure>
<p>Nel capitolo <strong>formaggi</strong> vanno citati il <strong>Saint-Marcellin</strong> e il <strong>Saint-Félicien</strong>, entrambi prodotti da latte vaccino crudo con pasta molle e crosta fiorita. Molto diffuso è anche il <strong><i>Cervelle de Canut</i> </strong>(cervello del tessitore, Lione è anche la città della seta): fresco e spalmabile, condito con erbe aromatiche, scalogno, olio e aceto.</p>
<p>I dolci più famosi di Lione hanno un ingrediente in comune: le <strong>praline rosa</strong>, mandorle ricoperte da uno strato di zucchero colorato. L’utilizzo più celebre è nella <strong><i>tarte pralinée</i></strong>, una crostata dall’inconfondibile colore acceso. Altrettanto diffusa è <strong>la brioche con praline,</strong> che a colazione rappresenta un’alternativa al solito croissant.</p>
<p>Infine, per quanto riguarda <strong>i vini,</strong> non mancate l’occasione di degustare quelli del territorio: dai Beaujolais a quelli delle Côtes-du-Rhône, senza dimenticare i <strong>Coteaux du Lyonnais</strong>, una piccola denominazione locale.</p>
<p>Se dopo aver assaggiato le specialità tradizionali, volete provare qualcosa di diverso e creativo, Lione vanta una delle più alte densità di <strong>ristoranti stellati</strong> di tutta la Francia: avrete l’imbarazzo della scelta. Chi cerca qualcosa di altrettanto contemporaneo, senza però salire di fascia di prezzo, si può concentrare sui <strong>bistrot gastronomici:</strong> la cosiddetta <em>bistronomie</em>. Molti di questi locali hanno anche una valida selezione di vini naturali, come <strong>Cinq Mains</strong>, insegna della città vecchia dall’eccellente rapporto tra la qualità espressa e il conto finale.</p>
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		<title>Hong Kong, sguardo a Est</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/hong-kong-sguardo-a-est/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Janice Leung Hayes]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 10:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ristoranti]]></category>
		<category><![CDATA[Travel]]></category>
		<category><![CDATA[hong kong]]></category>
		<category><![CDATA[travel]]></category>
		<category><![CDATA[Travel + Leisure]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se non siete stati a Hong Kong in tempi recenti, non posso di certo biasimarvi – e io abito proprio qui. Nel 2019 sono partiti messaggi di allerta di viaggio durante le proteste, e prima che chiunque potesse tirare un sospiro abbiamo iniziato a vedere visi coperti, voli cancellati, e un luogo abitualmente vivo 24 ore [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Se non siete stati a <strong>Hong Kong</strong><span class="s1"><strong> i</strong>n tempi recenti, non </span>posso di certo biasimarvi – e io abito proprio qui. Nel 2019 sono partiti messaggi di allerta di viaggio durante le proteste, e prima che chiunque potesse tirare un sospiro abbiamo iniziato a vedere visi coperti, voli cancellati, e un luogo abitualmente vivo 24 ore su 24 si è come spento. Quel momento di introspezione forzata, in cui le identità sono state scosse nel profondo, è stato oltremodo difficile. Ma, come il ferro arroventato in una fucina, la città – la mia città – ne è emersa rinnovata, e nulla lo mostra meglio della <strong>scena enogastronomica attuale.</strong></p>
<figure id="attachment_214603" aria-describedby="caption-attachment-214603" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214603" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/le-uova-centenarie-dagli-albumi-incredibilmente-trasparenti-servite-al-ristorante-Wing-dello-chef-Vicky-Cheng.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214603" class="wp-caption-text">le uova centenarie, dagli albumi incredibilmente trasparenti, servite al ristorante Wing dello chef Vicky Cheng (courtesy of Path)</figcaption></figure>
<p>«Avevo un bar ma, con i coprifuochi pandemici, non lavoravamo granché», ricorda <strong>Vicky Cheng</strong>, lo chef dietro l’acclamato ristorante <strong>fine dining sino-francese Vea</strong> e quello di<strong> alta cucina cinese Wing</strong>. «Negli spazi del bar, abbiamo iniziato a cucinare cose semplici per gli amici, come il riso in casseruola – cose che avevamo voglia di mangiare noi per primi», racconta a proposito degli inizi di Wing. «Che ci crediate o meno, all’inizio volevamo fare un locale informale». Oggi, Wing incarna il fine dining cinese contemporaneo, e nel 2025 ha conquistato la <strong>posizione n. 11</strong> nella lista <strong>World’s 50 Best Restaurants</strong>.</p>
<p class="p3">Molti dei piatti proposti sono ormai considerati iconici: il tremolante <strong>cetriolo di mare</strong> avvolto da un sottile foglio di riso con salsa allo scalogno, o le <strong>uova centenarie</strong> con gli albumi traslucidi, servite con un elaborato ricamo di pungente salsa mala al peperoncino. Il menu richiama il cibo con cui gli abitanti di Hong Kong sono cresciuti, ma amplificato e raffinato.</p>
<figure id="attachment_214604" aria-describedby="caption-attachment-214604" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214604" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/il-Tate-Dining-Room-mescola-sapori-tecniche-e-design-cinesi-e-francesi-il-ristorante-e-guidato-dalla-chef-Vichy-La.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214604" class="wp-caption-text">il Tate Dining Room mescola sapori, tecniche e design cinesi e francesi; il ristorante è guidato dalla chef Vichy La (courtesy of Tate Dining Room)</figcaption></figure>
<p class="p3">Il desiderio di scavare nel profondo delle nostre identità personali e collettive ha permeato tutta la città. All’improvviso liberi dalle aspettative di viaggiatori e clienti d’affari, gli chef hanno iniziato a cucinare innanzitutto per sé stessi e per la loro comunità. Questo cambio di prospettiva ha avuto una portata sismica. Per molto tempo si è guardato all’estero, soprattutto al Giappone e all’Occidente, per cogliere le nuove tendenze. Ma in anni più recenti, osserva Vicky Lau, la chef del ristorante due stelle Michelin <strong>Tate Dining Room</strong> in cui la cucina francese incontra quella cinese, «la gente ha iniziato a essere più aperta verso altri tipi di cucina, più vicini a quella di casa». Questa nuova curiosità ha portato chef come Lau a esplorare la vastissima dispensa della terraferma cinese. Da un punto di vista pratico, acquistare ingredienti da lì era più facile che farseli arrivare da altri Paesi (questa regione amministrativa speciale è geograficamente parte della Cina), soprattutto considerando l’avanzata rete logistica cinese. Ma non era solo un modo di adeguarsi alle nuove esigenze: è stato anche un cambiamento filosofico. Gli abitanti di Hong Kong erano stati a lungo scettici riguardo a tutto ciò che provenisse dalla Cina, la cui reputazione era offuscata da storie di “fake food”.</p>
<p class="p3">Oggi, la nazione ha fatto passi da gigante riguardo alla qualità e tracciabilità degli ingredienti, e mentre il concetto di lusso si sposta dal foie gras di importazione a prodotti locali, iper-stagionali e selezionati con cura, chef e commensali apprezzano sempre di più i tesori che abbiamo vicino a noi. L’esplorazione di ingredienti delle diverse regioni della Cina ha portato Lau alla sua più recente apertura: un bistrot ispirato alla tradizione dello Yunnan chiamato <strong>Jija</strong>, che significa “uccelli cinguettanti” o, in dialetto cantonese, “chiacchiericcio animato”. La chef lo definisce “un bistrot in stile cinese” fondato sulla cucina della Cina sudoccidentale: pregiate varietà di funghi di stagione scoppiano di umami in una salsiccia di maiale e funghi fatta in casa; i carciofi cinesi, rari da trovare al di fuori dello Yunnan, sono messi in conserva con cardamomo nero, pepe di Sichuan e anice stellato. Perfino il più semplice contorno di verdure saltate offre una finestra sulla regione: in primavera, ad esempio, i lunghi e croccanti germogli di riso selvatico dalle note di menta potrebbero essere saltati nel wok con lo yancaigao, una pasta agre di verdure fermentate che ricorda la salsa di pesce. Sebbene lo Yunnan disti poco più di 1.200 chilometri da Hong Kong (all’incirca quanto Roma da Parigi), un tempo a Lau sembrava un altro mondo. Le sue ricerche, i viaggi e le conversazioni dirette con i coltivatori le hanno svelato la sfaccettata abbondanza della regione, rendendola molto più a portata di mano. «Penso che ci sia una bellezza incredibile in quella cucina; sembra molto semplice, ma c’è tanto sapore», racconta.</p>
<p class="p3">«È fortemente basata sui prodotti, e molto accessibile». Tra le sue scoperte preferite ci sono il <strong>ganbajun</strong>, il pregiato fungo corallo selvatico autoctono, e altri funghi più comuni come le morchelle e i funghi neri delle termiti dalla forma a matita. Come Lau, anche lo <strong>chef Tony Mok</strong> del ristorante <strong>Path</strong> guarda vicino a casa. Cresciuto in un wai chuen, uno dei secolari villaggi cinti da mura dei New Territories di Hong Kong, con un padre che insegnava cucina tradizionale cantonese, le sue ispirazioni sono profondamente personali e sfacciatamente autoprodotte. Mok dice che ha progettato il suo intimo locale da otto coperti, con le sedie attorno al bancone e cucina a vista, «affinché i clienti possano parlarmi direttamente e farmi tutte le domande che vogliono», perché alla fine il cibo è la sua storia. «Mi ispiro alle cose che mangiavo da piccolo nel villaggio, così come a piatti comuni nella cultura gastronomica di Hong Kong. Ma non voglio limitarmi a replicarli. Voglio esprimere questi sapori tradizionali in modo nuovo». La sua versione dei <strong>dan dan noodles</strong> vede un’opulenta quantità di granchio dentellato locale invece del solito maiale, e lo chef accarezza con le sue mani ogni porzione dei candidi noodle al dente per valutare il contenuto di amido, una tecnica che ha imparato preparando i <strong>mul naengmyeon</strong> (noodle freddi) coreani. Gli spaghetti vengono disposti su una setosa salsa di anacardi tostati e sono completati da olio al peperoncino e una pioggia di croccanti briciole di pane all’aglio. Mok serve il piatto freddo, una scelta rinfrescante tagliata su misura per il caldo di Hong Kong.</p>
<figure id="attachment_214608" aria-describedby="caption-attachment-214608" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214608" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/un-assortimento-di-piatti-di-Duddells-che-include-il-granchio-dentellato-al-vapore-con-noodle-di-riso-e-prugna.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214608" class="wp-caption-text">un assortimento di piatti di Duddell’s – tra gli indirizzi segnalati in fondo –, che include il granchio dentellato al vapore con noodle di riso e prugna</figcaption></figure>
<p class="p1">Ma la propensione ad abbracciare ingredienti e tradizioni locali si estende oltre il fine dining, e si può trovare in ogni genere di locali in tutta la città. «A Hong Kong, molte delle persone che hanno dato vita a queste tradizioni sono ancora all’opera, dunque i giovani hanno l’opportunità di conoscerli e, con la giusta dose di sincerità, coraggio e curiosità, far proprie tecniche e modalità di lavoro», racconta Lucas Sin, che è cresciuto qui. <strong>F&amp;W Best New Chef</strong> nel 2021, Sin sta lavorando a un libro ispirato dai cha chaan teng (tavole calde aperte tutto il giorno che ricordano i diner americani). Il <strong>Tai On Coffee &amp; Tea Shop</strong>, dice, «è stato tra i primi» luoghi del genere a essere riportato in vita. Adesso serve flat white accanto a mix dall’ispirazione locale come la crema di mais su French toast, in cui un’intensa vellutata di granturco e una pannocchia grigliata incontrano il soffice e spesso pane in cassetta fritto fino a raggiungere una perfezione dorata.</p>
<p class="p1">«È sempre rincuorante vedere nuove leve subentrare con l’obiettivo di portare avanti un’attività e celebrare quello che altri hanno fatto così a lungo», osserva Sin. Le vecchie usanze stanno tornando a nuova vita ovunque: il chiassoso localino di <strong>hot pot Big JJ</strong> mescola le carte in tavola ricreando l’energia di un tradizionale dai <strong>pai dong</strong>, o banchetto da strada, dove però propone tagli di carne di alta qualità (e a volte ignoti), affettati con mani esperte per essere cotti direttamente in tavola, così come una curata selezione di vini. Alla “sala da cocktail cantonese” <strong>Kinsman</strong>, i drink sono a base di liquori tradizionali cinesi e locali – il <strong>Kaya Toast</strong> miscela lo <strong>jiuniang</strong>, un vino dolce di riso fermentato, con vodka chiarificata alla brioche, quella della nota bakery Bakehouse. Essendo io cresciuta a Hong Kong negli anni Novanta, spesso mi viene chiesto se la città sia cambiata molto dall’“handover” del 1997, quando ha cessato di essere una colonia britannica. Parlando del cibo, direi che i cambiamenti sono appena cominciati.</p>
<figure id="attachment_214606" aria-describedby="caption-attachment-214606" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-214606" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/il-Papaya-Van-Winkle-cocktail-dal-nome-stravagante-servito-al-Kinsman-a-base-di-vino-di-papaia-gin-pomodoro-zenzero-e-fungo-della-neve.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214606" class="wp-caption-text">il Papaya Van Winkle, cocktail dal nome stravagante servito al Kinsman, a base di vino di papaia, gin, pomodoro, zenzero e fungo della neve (courtesy of Plantation Tea Bar)</figcaption></figure>
<h2>Dove mangiare</h2>
<p class="p1"><strong>Wing</strong></p>
<p class="p1">Lo chef Vicky Cheng, di scuola francese, ha imparato da autodidatta a cucinare cibo cinese, e piatti come il suo profumato granchio reale dell’Alaska con cheung fun croccanti o il piccione baby sono l’elaborato e delizioso risultato. Prenotate con largo anticipo. <a href="https://wingrestaurant.hk" target="_blank" rel="noopener"><em>wingrestaurant.hk </em></a></p>
<p class="p1"><strong>Path</strong></p>
<p class="p1">Nato e cresciuto in un villaggio di Hong Kong, Tony Mok presenta i sapori della sua infanzia attraverso una lente moderna e personale: dalle costine di manzo con fagioli neri fermentati ai broccoli con salsa XO in sfoglia di carota. <em><a href="https://www.instagram.com/path.hkg" target="_blank" rel="noopener">instagram.com/path.hkg</a> </em></p>
<p class="p1"><strong>Jee</strong></p>
<p class="p1">Nato dalla collaborazione tra lo chef emergente Oliver Li e il maestro cantonese Siu Hin-Chi, Jee serve un menu degustazione di cucina cantonese moderna con piatti come il “fried rice” di risoni con ravanelli maturati o la torta pithiviers in versione salata con Wagyu e abalone. <a href="https://www.jeehongkong.hk" target="_blank" rel="noopener"><em>jeehongkong.hk</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Duddell&#8217;s</strong></p>
<p class="p1">Qui potrete vedere gli abitanti più alla moda e raffinati di Hong Kong avventarsi su dim sum impeccabili; anche i più tradizionalisti non resistono alle riuscite rivisitazioni come la pie di anatra arrosto. <em>duddells.co</em></p>
<p class="p1"><strong>Big Jj Seafood Hotpot</strong></p>
<p class="p1">Questo covo dedicato all’hot pot, rumoroso e sfacciatamente trendy, propone tagli di carne di qualità, un’atmosfera da dai pai dong (banchetto di strada), una playlist di musica Cantopop e una lista dei vini ben fatta. <a href="https://www.bigjjseafood.com" target="_blank" rel="noopener"><em>bigjjseafood.com</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Jija</strong></p>
<p class="p1">Nell’elegante bistrot “Yunnan inspired” di Vicky Lau, aspettatevi sapori vibranti, speziati e acidi, ortaggi dall’orto o fermentati ed erbe e funghi raccolti da sé, in piatti come le crocchette di tofu “rotte” con salsa di tofu fermentato o la zuppa di coda di bue con mela cotogna cinese, pomodoro fermentato e poderosi peperoncini. <a href="https://www.jijarestaurant.com" target="_blank" rel="noopener"><em>jijarestaurant.com</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Plantation Tea Bar</strong></p>
<p class="p1">La tranquilla sala da tè dell’appassionata in materia Nana Chan è dedicata all’esplorazione delle sfumature e delle produzioni artigianali dei migliori tè da Cina, Taiwan e oltre. Il locale è temporaneamente chiuso, controllate sul sito. <a href="https://plantation.hk" target="_blank" rel="noopener"><em>plantation.hk</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Tai On Coffee &amp; Tea Shop</strong></p>
<p class="p1">Un cha chaan teng degli anni Sessanta è stato riportato in attività e offre interpretazioni contemporanee di piatti classici del genere “East-meets-West”, come la pasta stir-fried o i French toast fritti, accanto a caffè estratti alla perfezione. <a href="https://www.instagram.com/taion_coffee_and_tea" target="_blank" rel="noopener"><em>instagram.com/taion_coffee_and_tea</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Kinsman</strong></p>
<p class="p1">Questo bar intesse abilmente i cocktail con un pizzico di nostalgia cantonese, usando liquori tradizionali cinesi, erbe e aromi presentati con moderna sofisticatezza. <a href="https://www.singularconcepts.com/kinsman" target="_blank" rel="noopener"><em>singularconcepts.com/kinsman</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Qura Bar</strong></p>
<p class="p1">Molti dimenticano che le migliori vedute sul porto si hanno da Kowloon, e Qura è il posto migliore, con una lista di cocktail classici o riscoperti firmata dal premiato bartender Quentin Luk. Nel sostanzioso menu del cibo c’è di tutto, dagli snack da bar a proposte per una cena completa. <a href="https://hongkong.regenthotels.com" target="_blank" rel="noopener"><em>hongkong.regenthotels.com</em></a></p>
<h2>Dove dormire</h2>
<p class="p1"><strong>Rosewood Hong Kong</strong></p>
<p class="p1">Anche se ha aperto solo da sette anni, questa meraviglia di fronte al porto ha già riscritto il significato di lusso e ospitalità in città. Se riuscite a venir fuori dalla sontuosa vasca da bagno, prendete in considerazione di visitare il ristorante cinese dell’hotel, The Legacy House, o il bar DarkSide. <a href="https://www.rosewoodhotels.com/en/hong-kong" target="_blank" rel="noopener"><em>rosewoodhotels.com/hong-kong</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Upper House Hong Kong</strong></p>
<p class="p1">Sobrio e discreto, questo gioiello esclusivo è un’oasi di calma e design minimalista. Le circa 100 camere sono incredibilmente ampie per Hong Kong, e la posizione unica vi darà la sensazione di trovarvi allo stesso tempo nel cuore della città, e sospesi appena sopra di esso. Godetevi la vista dal ristorante Salisterra. <a href="https://www.upperhouse.com/en/" target="_blank" rel="noopener"><em>upperhouse.com</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Eaton</strong></p>
<p class="p1">Se volete essere al centro dell’azione, questo è il posto giusto dove soggiornare. Un centro di ritrovo culturale oltre che un ottimo pied-à-terre, Eaton ospita eventi della comunità locale e ci sono anche un animato bar in terrazza, il Terrible Baby, e il ristorante cantonese Yat Tung Heen. <a href="https://www.eatonworkshop.com" target="_blank" rel="noopener"><em>eatonworkshop.com</em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/hong-kong-sguardo-a-est/">Hong Kong, sguardo a Est</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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		<title>San Paolo, una delle mete gastronomiche più interessanti del mondo</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/san-paolo-una-delle-mete-gastronomiche-piu-interessanti-del-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Febo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Travel]]></category>
		<category><![CDATA[brasile]]></category>
		<category><![CDATA[cucina]]></category>
		<category><![CDATA[San Paolo]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima di continuare a leggere, spogliatevi di tutti i pregiudizi sul Brasile e preparatevi ad atterrare all’aeroporto internazionale di Garulhos, a nord-est della città più grande dell’emisfero australe: San Paolo. Il cuore dell’urbe si raggiunge in un’ora circa, gli Uber costano pochissimo e sono agili, così come i taxi che in più hanno la possibilità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Prima di continuare a leggere, spogliatevi di tutti i pregiudizi sul Brasile e preparatevi ad atterrare all’aeroporto internazionale di Garulhos, a nord-est della città più grande dell’emisfero australe: <strong>San Paolo</strong>. Il cuore dell’urbe si raggiunge in un’ora circa, gli Uber costano pochissimo e sono agili, così come i taxi che in più hanno la possibilità di percorrere le corsie preferenziali. Fattore non trascurabile nelle ore di punta perché qui, come in tutte le metropoli, i ritmi sono dilatati e si vive nel <strong>traffico</strong> tra i clacson dei rider sulle moto.</p>
<p>Siamo in una città dove sostanzialmente il turismo non esiste: tra le grandi strade intasate non troverete bugigattoli dove comprare calamite e magliette tutte uguali, ma noterete ovunque farmacie e palestre aperte 24h, polizia civile e militare a ogni incrocio e poi alberi e giardini ostinatamente rigogliosi tra le torri di cemento. San Paolo è la città delle <strong>contraddizioni</strong>, dove la più forte rimane la (in)naturale convivenza tra miseria e nobiltà, che vista dall’alto assume un fascino quasi ammaliante. Se dove alloggiate non c’è un rooftop, recatevi a <strong>Terrazzo Italia –</strong> il ristorante al 41° piano di uno dei grattacieli piú alti della città – e guardatela, pure di giorno. Anche se lo skyline notturno rimane il vero spettacolo, trasformando le scatole di vetro e cemento dove vivono milioni di persone, in affascinanti maxi-schermi con proiezioni sulla vita degli altri.</p>
<figure id="attachment_213372" aria-describedby="caption-attachment-213372" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213372" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/San-Paolo9.png" alt="San Paolo" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213372" class="wp-caption-text">San Paolo vista dall&#8217;alto</figcaption></figure>
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<p>Il multinazionalismo, in <strong>Brasile</strong>, è uno dei fattori di sviluppo più importanti; siamo in un Paese disegnato dall’imperialismo europeo e dalle rotte umane e commerciali che in quegli anni ne hanno soppiantato la dorsale culturale. Qui oggi troviamo la <strong>comunità italiana</strong> più grande del mondo, figlia di un’immigrazione smisurata avvenuta intorno all’inizio del Novecento, quando il centro-sud del Brasile era pressoché incolto e disabitato. Ancora oggi le influenze del nostro Paese sono incisivamente presenti nel tessuto sociale della Serra Gaucha e dello stato di San Paolo, un fattore che inevitabilmente si percepisce ovunque, dall’architettura alla <strong>cucina</strong>. Altre comunità molto importanti nel consuntivo paulistano sono quella giapponese e le inevitabili contaminazioni centro-africane.</p>
<h2>Le prime tappe del tour gastronomico urbano: Fitó e Tordesilhas</h2>
<p>Terminata la dovuta panoramica culturale, partiamo con la premessa che il nostro soggiorno a San Paolo prevede poche passeggiate: siamo in una città incredibilmente viva e vibrante, ma che non è decisamente da attraversare col naso all’insù.</p>
<p>C’è un posto però in cui vale la pena perdersi per un’intera giornata: <strong>il parco dell’Ibirapuera</strong>. Un polmone immenso di orgoglio verde che nei suoi 1.584 chilometri quadrati contiene due laghi e le opere architettoniche di Niemeyer, come l’edificio che ciclicamente ospita la Biennale d’arte di San Paolo. Altra attrazione imperdibile è la <strong>Pinacoteca di Stato di San Paolo</strong> (o Pina, per gli amici), ai margini di un centro storico viscerale, decadente e decisamente non agevole alla libera circolazione notturna. L’edificio coloniale si trova al fianco della stazione centrale, altro capolavoro di architettura urbana di quegli anni. L’ingresso alla Pinacoteca è gratuito ogni primo sabato del mese, ma la notizia vera è che nell’ala Pina Contemporânea trovate uno dei migliori ristoranti di cucina brasiliana contemporanea: <strong>Fitó.</strong> Da questo posto immerso nel verde – e nell’arte – inizia il nostro tour gastronomico della città.</p>
<figure id="attachment_213373" aria-describedby="caption-attachment-213373" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213373" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/Fito_Cafira.png" alt="San Paolo" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213373" class="wp-caption-text">La chef Cafira</figcaption></figure>
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<p>Fitó è uno spazio di cucina brasiliana informale, che nella valorizzazione dei prodotti nazionali e nella sensibilità espressiva della <strong>chef Cafira</strong>, trova un centro di gravità identitario. Il menu, firmato insieme allo chef <strong>Mario Panezo</strong>, alletta con un’offerta ampia che a tavola porta piatti semplici, colorati, incisivi e profondamente gustosi. Senza perdersi in mille salse e con una cantina di vini naturali locali, Fitó è una delle versioni più divertenti della contaminata tradizione brasiliana. Il consiglio è di provare la <strong>Feijoada</strong>, piatto tipico del sabato brasiliano a base di fagioli e farofa, povero, ma molto gustoso.</p>
<figure id="attachment_213374" aria-describedby="caption-attachment-213374" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213374" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/Tordesilhas_Mara-Salles-Foto-Iara-Venanzi.png" alt="San Paolo" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213374" class="wp-caption-text">Mara Salles, ritratto di Iara Venanzi</figcaption></figure>
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<p>Lasciamo la Pinacoteca e ci dirigiamo verso il <strong>Jardim Paulista</strong>, un quartiere “bene” della città, dove troviamo una delle cucine storiche della cultura territoriale:<strong> Tordesilhas</strong>, il tempio gastronomico di <strong>Mara Salles</strong>. Qui potrete trovare al tavolo accanto al vostro gli Imagine Dragons intenti a pranzare – è successo davvero –, ma più di ogni altra cosa potrete mangiare quello che rimane della cucina indigena amazonica: piatti di grande storia in una proposta genuina che valorizza le tradizioni del Nordest del Brasile, tra vegetali e carni locali. Il servizio è informale, l’atmosfera conviviale e il consiglio spassionato, oltre che prenotare per tempo, è di provare la <strong>Buchada de Bode</strong>: un intenso stufato di trippa di capra, tipico del <a href="https://www.foodandwineitalia.com/mocoto-lanima-del-sertao/">Sertão</a>, dove tradizionalmente le interiora vengono cotte a lungo nello stomaco dello stesso animale.</p>
<h2>Nelita e Aizomê, cucina al femminile tra Sud America e Giappone</h2>
<p>Adesso ce ne andiamo in uno dei quartieri più vivi di San Paolo, il <strong>Pinheiros</strong>; un nido di strade in saliscendi che racchiude il colorato <strong>Beco di Batman</strong>, l’incredibile enoteca urbana <strong>Sede261</strong> e alcuni dei ristoranti migliori della città, come il <strong>Nelita.</strong></p>
<figure id="attachment_213375" aria-describedby="caption-attachment-213375" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213375" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/Nelita_Codorna-Chocolate-Cebolas_Credito-Estudio-Mio-1.png" alt="San Paolo" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213375" class="wp-caption-text">Codorna, Chocolate, Cebolas: un piatto di Nelita, ph. Estúdio Mió 1</figcaption></figure>
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<p><strong>Tassia Magalhães</strong> è una delle cuoche più interessanti del Sud America e suo marito <strong>Danyel Steinle</strong> un sommelier incredibilmente preparato: insieme, costruiscono un ristorante caratterizzato da un modernismo elegante. Nelita è una cucina totalmente al femminile, estetica, centrata su equilibri studiati per stupire nella costruzione del sapore. Un’esperienza raffinata, gustosa e dotata di forte personalità. Il consiglio? <strong>Lasciatevi guidare</strong>, anche nel pairing del vino, magari cenando al lungo bancone dove ammirare le sincronie della cucina.</p>
<p>Ricordate che abbiamo accennato alla comunità giapponese? Qui a San Paolo è molto forte, e il suo fulcro è un intero quartiere che si chiama<strong> Libertade</strong>: si trova vicino al centro storico e qui potete divertirvi, di giorno, nel fare incetta di prodotti orientali – soprattutto di estetica. In zona ci sono molte izakaya tradizionali che vale la pena trovare, ma per apprezzare la contaminazione culturale scopriamo uno degli <strong>omakase</strong> più curati della città nei pressi della vicina Avenida Paulista: è una delle arterie principali paulistane, che ospita il <strong>MASP-Museo di arte contemporanea di San Paolo</strong> e che la domenica diventa pedonale abitandosi di mercati, musica e fiere con migliaia di persone che arrivano da ovunque.</p>
<figure id="attachment_213376" aria-describedby="caption-attachment-213376" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213376" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/Aizome_Rafael-Salvador_CR6_1915.10.png" alt="San Paolo" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213376" class="wp-caption-text">La proposta nippo-brasiliana di Aizomê, ph. Rafael Salvador</figcaption></figure>
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<p><strong>Aizomê</strong> è la casa gentile di Telma Shimizu, una “cuoca per caso” che interpreta con rispetto e coraggio le tradizioni che la dimorano, fuse profondamente in un’identità che lega Brasile e Giappone. Sedersi al banco di Telma significa entrare nella sua dimensione delicata, in una ritualità fatta di gesti precisi e sapori decisi. Vedere le sue mani muoversi è un esercizio ipnotico al quale lasciarsi andare, mentre si gustano crudi impeccabili e <strong>tagli sashimi</strong> scottati al carbone.</p>
<h2>Fame: il fine dining in chiave speakeasy che parla (anche) romano</h2>
<figure id="attachment_213377" aria-describedby="caption-attachment-213377" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213377" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/Fame_Marco-Renzetti.png" alt="San Paolo" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213377" class="wp-caption-text">Marco Renzetti</figcaption></figure>
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<p>Da unire a queste esperienze c’è sicuramente tanto altro: il fine dining, per esempio, che qui risponde esattamente alla struttura multiculturale della città. Colonne indiscusse di una cucina brasiliana fondata su tecnica e ricerca sono il ristorante <strong>Evvai</strong> di Luiz Filipe, il D.O.M. di <strong>Alex Atala</strong> e <strong>Tuju</strong> di Ivan Ralston e Katherina Cordás. Ma ce n’è uno che si racconta con una storia particolare: <strong>Fame.</strong></p>
<p>Parliamo di un’osteria di ricerca nascosta tra le strade della città, senza insegna, dietro una porta di ferro che a sala occupata si chiude, lasciando fuori tutto e tutti. Una sorta di <strong>speakeasy gastronomico</strong> nato in tempi di Covid, con una stella Michelin, in cima a una piccola scala che porta in un ambiente caldo e dichiaratamente clandestino. Luci soffuse, una sala con cucina a vista e un’altra area riservata che insieme contano meno di trenta posti.</p>
<p>Lo chef si chiama <strong>Marco Renzetti</strong>, è romano di origine e la sua cucina è divertente, accogliente e contaminata ma sempre in grande equilibrio. Il consiglio spassionato, qui, è di assaggiare l’Amatriciana. Lo so, non ha niente di brasiliano, ma è buonissima e non sarà l’unico piatto che vi stupirà. Di giorno Fame è chiuso, ma l’<strong>Oscar Freire</strong> – dove si trova – è la via dello shopping e vale comunque la pena passarci.</p>
<h2>Una pizza a San Paolo</h2>
<p>Chiudiamo l’itinerario con un must che non ci si aspetta, la<strong> pizza</strong>. A San Paolo se ne mangiano di ottime, variando tra ambienti intimi e raccolti come quelli di <strong>Leggera</strong> e <strong>Soffio</strong>, fino a quelli più frequentati e modaioli del marchio <strong>Veridiana.</strong> Quest’ultimo conta tre indirizzi che sono veri e propri luoghi di ritrovo mondani, dove oltre a mangiare una buona pizza si può passare una bella serata incontrando gente interessante. Lo stile è quello della napoletana, gli impasti hanno alte idratazioni e mostrano grande tecnica. Se tra gli ingredienti delle pizze in carta trovate la <strong>mozzarella di bufala</strong>, sappiate che non è importata, ma viene prodotta in allevamenti locali ed è davvero buona.</p>
<h2>Gli indirizzi da non perdere per scoprire una città sorprendente</h2>
<p>L’edizione 2025 del <strong>Global Cities Index</strong> (Gci), lo studio annuale che analizza 158 metropoli ritenute tra le più rilevanti del mondo, colloca la capitale economica del Sud America al <strong>28esimo posto</strong>; un balzo di 11 posizioni che le permette di superare Milano, rimasta al 30esimo.</p>
<p>Quando parliamo di San Paolo, con i suoi 22 milioni di abitanti compresa l’area metropolitana, parliamo di una città in continua evoluzione, che non dorme mai e sa offrire a chiunque abbia voglia di viverla, la possibilità di divertirsi. Anche a tavola. Qui di seguito trovate alcuni <strong>indirizzi,</strong> anche non citati nell’articolo, dove vale la pena andare.</p>
<p><strong>COSA FARE E VEDERE</strong></p>
<p><strong>Terraço Itália<br />
</strong>Av. Ipiranga, 344 – 41º andar – República</p>
<p><strong>Pinacoteca de São Paulo<br />
</strong>Praça da Luz, 2 – Luz<br />
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Museum of Art of São Paulo Assis Chateaubriand (MASP)<br />
</strong>Av. Paulista, 1578 – Bela Vista</p>
<p><strong>Museu da Imigração do Estado de São Paulo<br />
</strong>Visconde de Parnaíba, 1316 – Mooca</p>
<p><strong>Ibirapuera Park<br />
</strong>Av. Pedro Álvares Cabral, s/n – Vila Mariana, São Paulo<br />
Parco naturale.</p>
<p><strong>Quartiere Liberdade</strong><br />
Zona celebre con strade pedonali, mercati e ristoranti tipici orientali.</p>
<p><strong>Rua Oscar Freire</strong><br />
Una delle vie più iconiche per lo shopping di lusso a São Paulo.</p>
<p><strong>Casa de Francisca<br />
</strong>Quintino Bocaiúva, 22 – Sé<br />
Spettacolo serale di musica brasiliana, con cena e dopocena<strong> </strong></p>
<p><strong>DOVE MANGIARE E BERE</strong></p>
<p><strong>FITÓ Contemporânea<br />
</strong>Av. Tiradentes, 273 – Luz<br />
<strong>FITÓ Pinheiros<br />
</strong>Rua Cardeal Arcoverde, 2773 – Pinheiros<br />
<strong>FITÓ Pina Luz<br />
</strong>Praça da Luz, 2 – Bom Retiro<br />
<a href="https://fitocozinha.com.br/"><em>fitocozinha.com.br</em></a></p>
<p><strong>Restaurante Aizomê<br />
</strong>Alameda Fernão Cardim, 39 – Jardim Paulista<br />
<a href="https://www.instagram.com/aizomerestaurante"><em>@aizomerestaurante</em></a></p>
<p><strong>Tordesilhas<br />
</strong>Alameda Tietê, 489 – Jardins<br />
<a href="https://www.tordesilhas.com/"><em>tordesilhas.com</em></a></p>
<p><strong>Fame Osteria<br />
</strong>Oscar Freire, 216 – Cerqueira César<br />
<a href="https://www.instagram.com/fame_osteria/"><em>@fame_osteria</em></a></p>
<p><strong>D.O.M.<br />
</strong>Barão de Capanema, 549 – Jardins<br />
<em><a href="https://domrestaurante.com.br/">domrestaurante.com.br</a></em></p>
<p><strong>TUJU<br />
</strong>Frei Galvão, 135 – Jardim Paulistano<br />
<a href="https://www.instagram.com/tuju_sp/"><em>@tuju_sp</em></a></p>
<p><strong>A Casa do Porco Bar<br />
</strong>Araújo, 124 – República<br />
<a href="https://acasadoporco.com.br/"><em>acasadoporco.com.br</em></a></p>
<p><strong>Mocotó Vila Medeiros<br />
</strong>Av. Nossa Sra. do Loreto, 1100 – Vila Medeiros<br />
<em><a href="https://mocoto.com.br/en/">mocoto.com.br</a></em></p>
<p><strong>Sororoca Bar<br />
</strong>Rua Harmonia, 321 – Vila Madalena<br />
<a href="https://www.sororoca.com.br/"><em>sororoca.com.br</em></a></p>
<p><strong>Sede261<br />
</strong>Rua Benjamim Egas, 261 – Pinheiros<br />
<a href="https://www.instagram.com/sede261/"><em>@sede261</em></a></p>
<p><strong>Leggera Pizza Napoletana (Jardins)<br />
</strong>Cap. Pinto Ferreira, 248 – Jardim Paulista<br />
<a href="http://www.pizzerialeggera.com.br/"><em>pizzerialeggera.com.br</em></a></p>
<p><strong>Soffio Pizzeria<br />
</strong>João de Sousa Dias, 281 – Campo Belo<br />
<a href="https://www.instagram.com/soffiopizzeria/"><em>@soffiopizzeria</em></a></p>
<p><strong>Veridiana Pizzaria<br />
</strong>(Higienópolis, Jardins, Perdizes)<br />
<em><a href="https://www.veridiana.com.br/">veridiana.com.br</a></em></p>
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		<title>Andria, i sapori della Murgia</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/andria-i-sapori-della-murgia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 08:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Travel]]></category>
		<category><![CDATA[Andria]]></category>
		<category><![CDATA[burrata]]></category>
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		<category><![CDATA[olio extravergine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La chiamano la “città dei tre campanili”: quello normanno della Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, in pieno centro; quello barocco di San Domenico, poco distante, che è il più alto con la sua cupola “a pera”; e quello coevo, ma più lineare, di San Francesco, un po’ più decentrato. Testimonianze – non silenti – [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La chiamano la “città dei tre campanili”: quello normanno della Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, in pieno centro; quello barocco di San Domenico, poco distante, che è il più alto con la sua cupola “a pera”; e quello coevo, ma più lineare, di San Francesco, un po’ più decentrato. Testimonianze – non silenti – del passato di <strong>Andria</strong>, oggi capoluogo della provincia di Barletta-Andria-Trani nel cuore del <strong>Parco Nazionale dell’Alta Murgia</strong>, area proclamata di recente Geoparco mondiale dell&#8217;Unesco.</p>
<p>A lungo feudo della famiglia dei Del Balzo e fiorente centro agricolo e strategico, la città pugliese è inscindibilmente legata alla figura di Federico II di Svevia che, poco lontano da qui, fece costruire <strong>Castel del Monte</strong>, misterioso e affasciante capolavoro architettonico che nelle sue possenti mura ottagonali racchiude simbologie profonde e insegnamenti filosofici.</p>
<p>E se oggi il centro di Andria accoglie i visitatori con un dedalo di stradine, vicoli e piazzette animati da numerosi locali e negozi, e con una rete di strutture ipogee visitabili che si apre sotto ad antichi palazzi nobiliari e chiese rinascimentali, le immense distese verdi di <strong>uliveti, vigne e pascoli</strong> che la circondano raccontano l’altro motivo per cui la località è nota, ed è una tappa da segnare: il suo patrimonio enogastronomico.</p>
<h2>Olio e vino, i protagonisti principali</h2>
<figure id="attachment_213956" aria-describedby="caption-attachment-213956" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213956" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/8-2.png" alt="oliveti" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213956" class="wp-caption-text">Le distese di olivi di Conte Spagnoletti Zeuli</figcaption></figure>
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<p>Con oltre 13mila ettari coltivati a olivo (che diventano oltre 30mila abbracciando l’intera provincia BAT), Andria è uno dei principali centri dell’olivicoltura pugliese, e dunque italiana: qui nasce una quantità d’olio pari all’incirca a quella dell’intera Toscana. Parte dell’associazione <strong>Città dell’Olio,</strong> ospita dal 1999 il festival <a href="https://www.foodandwineitalia.com/qoco-2026-extravergine-e-cucina-si-incontrano-ad-andria/">QOCO – Un Filo d’Olio nel Piatto</a>, che unisce sfida culinaria e promozione territoriale.</p>
<p>La cultivar principale, protagonista quasi assoluta della coltivazione e produzione locale – che trova la sua punta di eccellenza nella DOP Terra di Bari “Castel del Monte” – è la <strong>Coratina</strong>, qui detta anche Raccioppa. Ne nascono oli extravergini decisi, dagli spiccati profumi vegetali di carciofo e mandorla, ma che prendono sfumature uniche di prodotto in prodotto, tra sentori di erbe e finocchio e diverse intensità: oltre ai nomi già ben noti, come <a href="https://www.foodandwineitalia.com/chef-apreda-firma-gli-oli-aromatici-del-frantoio-muraglia/">Frantoio Muraglia</a> e Guglielmi, vale la pena scoprire piccole produzioni andriesi di qualità come l’elegante monocultivar Bellulive dell’azienda <strong>Di Gioia</strong>, quello biologico del Frantoio Vallarella e il più deciso Vigu, perfetto su piatti robusti.</p>
<figure id="attachment_213957" aria-describedby="caption-attachment-213957" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213957" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/7-1.png" alt="vigne" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213957" class="wp-caption-text">Le vigne di Rivera ai piedi di Castel del Monte</figcaption></figure>
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<p>Alla coltivazione dell’olivo affiancano quella dell’uva due importanti aziende locali, che vantano una lunga tradizione familiare e ampie distese di vigne e oliveti:<strong> Conte Spagnoletti Zeuli</strong> – che conserva un’affascinante cantina ipogea del XVIII secolo, visitabile – oggi guidata dal conte Onofrio, e <strong>Rivera</strong>, le cui radici affondano all’epoca federiciana ma che dal 1921 è stata trasformata in un’azienda viti-olivicola modello dalla famiglia de Corato. Entrambe offrono interessanti interpretazioni di vitigni autoctoni come il Bombino bianco e nero, il Fiano della Murgia e il Nero di Troia, ma anche delle chicche come il <strong>Moscato di Trani Doc</strong>, vino dolce un tempo molto diffuso nelle cantine di tutta Italia.</p>
<h2>La burrata, e la mozzarella “anni Sessanta”</h2>
<figure id="attachment_213958" aria-describedby="caption-attachment-213958" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213958" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/5-3.png" alt="Burrata" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213958" class="wp-caption-text">Vincenzo Fucci con delle burrate appena fatte</figcaption></figure>
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<p>Ma se c’è un prodotto per cui Andria è diventata famosa in tutta Italia, e non solo, è la burrata. Prodotto a Indicazione Geografica Protetta dal 2016 – tutelata dall’apposito consorzio che ha sede in città – la <strong>Burrata di Andria</strong> è un prodotto tutto sommato recente, anche se a quanto pare la sua nascita fu ispirata da consuetudini locali ben più antiche, e le varianti della storia sono numerose.</p>
<p>Secondo la più attestata, quando nel <strong>1956</strong> una straordinaria nevicata bloccò le strade, un “massaro” locale – Lorenzo Bianchino – ebbe l’idea di conservare tanto i residui della lavorazione della pasta filata quanto la <strong>panna</strong> che affiorava naturalmente dal latte inserendo entrambi in un “involucro” della stessa pasta. È proprio così che ancora oggi alcuni artigiani di Andria producono la burrata: la pasta filata viene strappata manualmente in sfilacci, miscelata con panna fresca e inserita – sempre a mano – in un contenitore di pasta filata modellato e chiuso con veloci e sapienti gesti.</p>
<p>Accade, ad esempio, da <strong>Le Delizie del Latte</strong>, caseificio e negozio cittadino oggi guidato da Vincenzo Fucci che utilizza latte pugliese e, con i suoi collaboratori, realizza giornalmente le burrate preparando “in casa” anche la panna, a garanzia di un gusto pieno ma non stucchevole. Qui nasce pure – accanto a una produzione più standard – la cosiddetta “mozzarella anni Sessanta”, vale a dire quella prodotta aggiungendo allo stesso latte vaccino il <strong>siero innesto</strong>, senza utilizzare invece acido citrico o lattico. Il risultato è un sapore più pieno e una consistenza più tenace, delizioso in ogni formato: dai nodini alle trecce.</p>
<h2>Il lato più dolce della Murgia</h2>
<figure id="attachment_213959" aria-describedby="caption-attachment-213959" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213959" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/2-3.png" alt="confetti" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213959" class="wp-caption-text">I Tenerelli di Mucci</figcaption></figure>
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<p>Ad Andria non mancano di certo anche le specialità dell’arte dolciaria: dai deliziosi dolcetti a base di mandorla al curioso – e buonissimo – <strong>gelato “Trenocelle”</strong>: si tratta di una croccante coppetta modellata con la cialda in cui viene inserito del gelato al gusto di crema al torrone arricchito da tre nocciole (come il numero dei campanili), e poi ricoperta da un guscio di cioccolato fondente. Ideato anch’esso nella metà del secolo scorso, forse per richiamare i gelati “industriali” che iniziavano a nascere in quegli anni, oggi resta una chicca tutta locale proposta in alcune gelaterie e caffetterie andriesi, come il centralissimo <strong>Bar De Lucia</strong> che affaccia su piazza Catuma, il cuore della città.</p>
<p>A pochi minuti da qui, c’è un’altra tappa imprescindibile per conoscere la storia gastronomica locale: il <a href="https://www.museodelconfetto.it/"><strong>Museo del Confetto &#8220;Giovanni Mucci&#8221;</strong></a>, ospitato assieme al negozio dell’omonima famiglia in una palazzina Liberty in quella che oggi si chiama proprio Via Museo del Confetto. Fondata nel 1894 da Nicola Mucci, l’attività confettiera artigianale dei Mucci nasce soprattutto attorno alla tradizione locale della “Petresciata”: qui, infatti, un tempo i matrimoni venivano festeggiati non con il lancio di chicchi di riso ma da una pioggia di confetti simbolo di fecondità e di buon auspicio, che i fidanzati versavano sulle loro spose o sul letto e che venivano donati anche dalle future suocere (più erano di qualità, più la scelta della sposa era approvata).</p>
<p>Risale invece al 1932 l’invenzione dei <strong>Tenerelli</strong>, che vedono un guscio morbido di cioccolato e un sottile strato di confettatura a ricoprire di mille colori mandorle di Toritto o nocciole del Piemonte. Oggi la produzione contempla ancora, oltre ai Tenerelli che sono un must del Carnevale andriese, i <strong>confetti ricci</strong> e quelli classici con le pregiate mandorle pugliesi e siciliane, i piccoli cannellini alla cannella o i confetti duri a forma di frutta e quelli ripieni di rosoli e liquori, inclusi quelli più esotici e ispirati a cocktail tropicali, e poi dragées al cioccolato classiche e creative, I <strong>Cricri</strong> (piccole sfere di nocciola e cioccolato ricoperte da zuccherini) e molto altro.</p>
<p>Ma oltre al <strong>negozio</strong> dove fare acquisti – una bottega che conserva il sapore di altri tempi, tra mobili in legno, pareti dipinte e vasi colmi di bonbon – qui si possono visitare anche le sale dell’interessante <strong>museo</strong> allestito per ripercorrere la storia familiare e le diverse tecniche utilizzate per lavorare confetti, caramelle (oggi fuori produzione) e cioccolato, dalle bassine manuali agli stampi d’epoca. Riconosciuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, si tratta di un museo unico nel suo genere e davvero particolare.</p>
<h2>Gli indirizzi per mangiare e bere</h2>
<figure id="attachment_213960" aria-describedby="caption-attachment-213960" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213960" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/04/12.png" alt="pizza" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213960" class="wp-caption-text">Una pizza di Davide Di Chio</figcaption></figure>
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<p>Il paniere locale contiene molti altri prodotti ancora: da altri formaggi e latticini a prodotti da forno come <strong>taralli e calzoni</strong>, gustosi salumi (e anche la carne di cavallo affumicata) e ortaggi ricchi di sapore, da arricchire con gli oli locali e accompagnare con vini della zona.</p>
<p>Per avere un assaggio della proposta gastronomica locale, in un ambiente grazioso e accogliente ma del tutto informale, prenotate un tavolo da <strong>Est &#8211; Vinum et Cibus,</strong> l’enoteca con cucina guidata da Michele Muraglia: qui tutto parla pugliese, e lo chef Luca Gallo interpreta i prodotti Slow Food e la tradizione locale con mano felice.</p>
<p>Tagli pregiati di carni selezionati dai migliori allevamenti d’Italia contraddistinguono invece il menu di T<strong>odi Steak</strong>, curata braceria contemporanea guidata da Vincenzo Bonadie e Patrizia Di Bari. Ma qui, oltre a carpacci ed eccellenti <strong>entrecôte</strong>, filetti e tagliate, si può scegliere anche tra selezioni di salumi e formaggi, bombette alla griglia, capocollo di maiale con crema di cime di rapa e una proposta quotidiana di primi piatti, da accompagnare con una bella scelta di vini non solo regionali.</p>
<p>Se invece volete gustare i sapori locali su un’ottima <strong>pizza</strong>, l’indirizzo da segnare è <strong>Alterego,</strong> la pizzeria di Davide Di Chio che, dal 2023, ha portato ad Andria una proposta  contemporanea che mette insieme tecnica, creatività e rispetto per gli ingredienti, che spesso sono del territorio.</p>
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		<title>Good morning, Singapore</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/good-morning-singapore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Squadrilli Carr]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 13:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima volta che ho assaggiato il kaya toast a colazione, non conoscevo Singapore come la conosco adesso. La vivevo da turista, con un po’ di timidezza; ero in un grande albergo, di passaggio, e avevo deciso di provare uno dei piatti simbolo della città. Ma era il modo sbagliato, e ricordo che lo trovai [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La prima volta che ho assaggiato il<strong> <em>kaya</em> toast</strong> a colazione, non conoscevo <strong>Singapore</strong> come la conosco adesso. La vivevo da turista, con un po’ di timidezza; ero in un grande albergo, di passaggio, e avevo deciso di provare uno dei <strong>piatti simbolo</strong> della città. Ma era il modo sbagliato, e ricordo che lo trovai piuttosto tremenda. Non tanto per il toast – pane bianco a cassetta tostato con burro e <em>kaya</em>, la &#8220;marmellata&#8221; di cocco comune qui e in Malesia – quanto <strong>le uova</strong>, quasi ancora del tutto liquide e servite in una scodella, ma senza istruzioni per l’uso. Decisi che non faceva per me, e passai ad altro.</p>
<p>Ho dovuto aspettare qualche anno, e l’invito della mia amica Medha per <strong>una colazione </strong>come si deve nella sua città natale: grazie a lei, il primo pasto della giornata insieme è diventato un appuntamento immancabile ogni volta che torno a Singapore. Era stata sua l’idea, quando lavorava per l’ufficio del turismo, di mostrarmi un lato del suo Paese un po’ fuori dai circuiti. Mi aveva dato appuntamento tra <strong>Kallang e Lavender,</strong> una zona del centro poco bazzicata dai turisti, ma molto interessante a dispetto dei palazzoni degli anni Cinquanta di edilizia popolare, caratteristici della ricostruzione della città dopo la Seconda guerra mondiale: casermoni di cemento dove più si sale, più gli appartamenti sono ariosi, spaziosi e panoramici.</p>
<figure id="attachment_213166" aria-describedby="caption-attachment-213166" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213166" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/5-7.png" alt="Singapore" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213166" class="wp-caption-text">Lo skyline di Singapore, con il profilo del Marina Bay Sands in evidenza</figcaption></figure>
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<p>Prima di colazione, siamo salite all’ultimo piano per ammirare la vista sulla città, il fiume e la costa e, in lontananza, nella foschia afosa, l’hotel Marina Bay Sands, ormai uno dei punti iconici (o un pugno nell’occhio, a seconda di come la si pensi) dello <strong>skyline</strong>; all’orizzonte, sul mare calmo e piatto, innumerevoli navi e container mercantili. Al piano terra di uno di questi palazzi c&#8217;è <strong>Heap Seng Leong,</strong> una caffetteria (<em>kopitiam</em>) aperta, pare, dagli anni Settanta. Dentro, sembra di aver fatto un salto indietro nel tempo: tavoli e sedie di plastica unta e bisunta, ventilatori ronzanti e stanchi, luci al neon.</p>
<p>Da sola, confesso, non ci sarei mai entrata: qui gli avventori sono tutti locali e l’inglese si mastica male. L’anziano <strong>&#8220;zio” Shi</strong> dietro il banco, in canotta bianca e pantaloni a righe, è comunque di poche parole; stoviglie sporche e pulite si accavallano senza ordine, alternandosi a barattoli con gomme da masticare, cannucce e lecca-lecca in vendita; Shi si muove svelto tra la griglia a carbone dove tosta fette di pane a catena, i vetusti bollitori dai quali versa <strong>tazze di caffè</strong> e il pentolone dove dozzine di uova cuociono a vapore. Quella mattina, Medha ha ordinato – in cinese &#8211; per entrambe, mentre io aspettavo fiduciosa a uno dei tavoli, assorbendo i dettagli di ciò che mi circondava.</p>
<p>Dopo poco, è arrivata con la nostra colazione su un vassoio e ha cominciato il rito che mi è ormai familiare: meticolosamente, ma con i gesti veloci di chi ci è abituato, ha aperto le uova nella ciotola, cospargendole di salsa di soia e pepe bianco, mescolando il tutto col <strong>cucchiaino.</strong> Erano quasi crude anche questa volta ma, mi ha spiegato, così vanno fatte. Le fette di pane tostato invece vengono servite a mo’ di sandwich già generosamente spalmate di <em>kaya</em>, e celano al centro un bel pezzo intero di <strong>burro</strong> che lentamente si scioglie. Questa delizia croccante dal cuore morbido va intinta tipo scarpetta nelle uova: ecco perché sono semicrude (e una o due salviette umidificanti saranno un buon investimento!).</p>
<p>Il sapore dolcissimo della <em>kaya </em>si mescola sul palato con la cremosità dell’uovo e la sapidità della soia e del pepe. Provare per credere: questa colazione ha <strong>il sapore della città</strong>, della sua storia e delle sue tradizioni culturali e gastronomiche, crogiuolo di influenze dalla Cina, dalla Malesia, l’India e oltre. Il tutto rigorosamente annaffiato da <strong>un <em>kopi</em>,</strong> un caffè nero e forte, servito nelle sue variazioni: amaro, con latte condensato, latte evaporato o anche con un pezzo di burro (<em>kopi gau</em>); altrimenti un <em>teh tarik</em>, tè caldo con latte condensato sciolto dentro, per smorzare l’amaro del tè.</p>
<figure id="attachment_213165" aria-describedby="caption-attachment-213165" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213165" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/1-10.png" alt="Singapore" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213165" class="wp-caption-text">La colazione da Tong Ah (anche nella foto di apertura)</figcaption></figure>
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<p>Durante la mia visita più recente ho chiesto a Medha di ripassare da Heap Seng Leong, ma purtroppo pare che la qualità sia un po’ calata, chissà perché. Siamo tornate invece da<strong> Tong Ah,</strong> un’altra caffetteria storica dove eravamo state in passato che si trova lungo la trendy Keong Saik Road, tra cocktail bar, pizzerie d’autore e boutique hotel di <strong>Chinatown</strong>. Tong Ah è rimasto come lo ricordavo: un ottimo compromesso tra la vecchia guardia e l’offerta millenial; dentro, infatti, giovani che scattano selfie da postare su Instagram affiancano anziani che leggono il giornale in tranquillità. La qualità del toast è eccellente e autentica, il <em>kopi </em>intenso e fuori, lo sfondo di case e botteghe d’epoca restaurate – coloratissime e vivaci – non potrebbe essere più caratteristico.</p>
<figure id="attachment_213169" aria-describedby="caption-attachment-213169" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-213169 size-full" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/3-8.png" alt="Singapore" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213169" class="wp-caption-text">L&#8217;interno di Tong Ah</figcaption></figure>
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<p>Se l’esperienza a Kallang mi era rimasta nel cuore come un momento davvero speciale, e quella di Tong Ah è una piacevole certezza, non sono uniche nel loro genere, anzi. Tutte le mattine, in ogni quartiere e hawker centre – i classici mercati alimentari asiatici –, <em><strong>kopitiam</strong> </em>senza nome né storia propongono la colazione ai clienti di passaggio. Il <em>kaya </em>toast e le uova appena bollite hanno resistito alle mode, alla modernità, alle catene americane, alla globalizzazione&#8230; e sono anche rinati, evoluti ma classici allo stesso tempo, in diverse insegne presenti in tutta la città.</p>
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<figure id="attachment_213168" aria-describedby="caption-attachment-213168" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213168" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/4-6.png" alt="Singapore" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213168" class="wp-caption-text">Una sede di Ya Kun Kaya, in pieno centro</figcaption></figure>
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<p>Ci sono, ad esempio, le numerose sedi di Killiney Kopitiam, <strong>Ya Kun Kaya</strong> (fondata nel 1944) e Toast Box, dove pure i turisti che non si avventurano oltre il centro possono assaggiare la specialità di Singapore per cominciare la giornata. Tutte, hanno fatto del <strong>classico</strong> il loro cavallo di battaglia, con qualità in genere buona e spesso creando versioni alternative, per esempio al burro di arachidi o al pandano, per attrarre le nuove generazioni. Si trovano dovunque, dalla zona dello shopping di Orchard Road all’aeroporto Changi, o nei centri commerciali: locali moderni e puliti, servizio efficiente che offrono, oltre a <em>kopi </em>e <em>teh</em>, anche <em>flat white</em> e <em>bubble tea</em>. Mi ci sono fermata anche io e, nonostante la mancanza dell’atmosfera che si respira da Tong Ah o Heap Seng Leong, si esce sempre soddisfatti.</p>
<p>Quando ho salutato Medha, mi ha detto che la prossima volta mi porterà da <strong>YY Kafei Dian,</strong> un altro posto storico dove il toast è sostituito da pan brioche e, oltre alla colazione, servono un’altra icona gourmet della città: <strong><em>hainanese chicken rice</em></strong>, il pollo stufato aromatico e fragrante con riso bianco. Cerco la <em>kopitiam </em>su internet, guardo le foto, e già pregusto il mio prossimo risveglio a Singapore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/good-morning-singapore/">Good morning, Singapore</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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		<title>La nostra selezione delle migliori crociere enogastronomiche</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/la-nostra-selezione-delle-migliori-crociere-enogastronomiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 10:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Travel]]></category>
		<category><![CDATA[Crociere]]></category>
		<category><![CDATA[crociere enogastronomiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il viaggio non si misura più in miglia, ma in portate. Nel 2026 la crociera cambia volto: non si sceglie più la destinazione, si sceglie lo chef. Le navi sono diventate i nuovi santuari dell&#8217;alta cucina mondiale, trasformando ogni scalo in un&#8217;esperienza sensoriale e ogni cena in un evento irripetibile. Dalle sponde del Mediterraneo alle [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-path-to-node="2">Il viaggio non si misura più in miglia, ma in portate. Nel 2026 la <strong>crociera</strong> cambia volto: non si sceglie più la destinazione, si sceglie lo <strong>chef</strong>. Le navi sono diventate i nuovi santuari dell&#8217;alta cucina mondiale, trasformando ogni scalo in un&#8217;esperienza sensoriale e ogni cena in un evento irripetibile. Dalle sponde del Mediterraneo alle rotte orientali, abbiamo selezionato le esperienze enogastronomiche che quest&#8217;anno definiscono il nuovo standard del lusso sul mare. Ecco dove vale davvero la pena imbarcarsi.</p>
<h2 data-path-to-node="2">La Champagne a filo d&#8217;acqua</h2>
<p data-path-to-node="4">Sorseggiavo <strong>Champagne</strong> immersa in una vasca idromassaggio a bordo di una piccola chiatta nel cuore della Champagne. Attorno a me, i cigni scivolavano leggeri sull’acqua, mentre il canto degli uccelli filtrava tra le fronde dei castagni che ondeggiavano sopra di noi. Poi, il passaggio di un altro passeggero ha liberato dalla cucina l’invitante profumo di un arrosto di maiale. Era uno scenario fin troppo idilliaco, ma faceva parte della <strong>quotidianità</strong> della mia crociera di sei notti sulla <strong>Kir Royale</strong>.</p>
<p data-path-to-node="5">Ho scoperto questa esperienza grazie ad <strong>Abercrombie &amp; Kent</strong>, operatore americano specializzato in <strong>viaggi di lusso</strong> che propone itinerari a bordo delle navi di European Waterways. Tra queste spicca proprio la Kir Royale: un nome che è già una promessa, ispirato al celebre cocktail francese (la compagnia offre anche l’esclusivo servizio di un “angelo custode”, una guida dedicata che cura ogni minimo dettaglio, dall’accoglienza in aeroporto ai tour privati, fino ai soggiorni post-crociera).</p>
<p data-path-to-node="5"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212854" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-crociere-enogastronomiche-champagne.png" alt="migliori-crociere-enogastronomiche-champagne" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="6">La chiatta su cui navigavo è un capolavoro di <strong>recupero</strong>. Un tempo mezzo da sbarco della <strong>Seconda guerra mondiale</strong>, oggi è un raffinato<strong> boutique hotel galleggiante</strong> per soli <strong>otto ospiti</strong>. A bordo si trovano cabine spaziose, una lounge abbellita con fiori freschi e una cucina eccellente guidata da uno chef che ha partecipato a Top Chef France. Da marzo a ottobre, la nave scivola lungo la <strong>Marna</strong> e un suo canale laterale, tra <strong>Château-Thierry</strong> e <strong>Châlons-en-Champagne</strong>.</p>
<p data-path-to-node="7">Ad accoglierci abbiamo trovato un equipaggio di cinque persone pronto a esaudire ogni desiderio, guidato dalla travolgente energia di Louisa. Con lei abbiamo visitato storiche maison di Champagne e la maestosa cattedrale di <strong>Reims</strong>, luogo di incoronazione dei re di Francia, festeggiando poi la ricorrenza della presa della Bastiglia a Épernay tra spettacolari fuochi d’artificio. Il suo buonumore era contagioso e spumeggiante, proprio come un calice di Champagne appena versato.</p>
<p data-path-to-node="8">Mentre attraversavamo villaggi da fiaba e colline ricamate da vigneti, le maison apparivano a ogni curva. Abbiamo esplorato le storiche cantine di <strong>La Maison Ayala, Champagne Boizel e Frerejean Frères</strong>, scoprendo i segreti della vinificazione, dal grappolo alla bottiglia. Tra i tanti assaggi, il nostro gruppo ha eletto all’unanimità il Frerejean Frères Blanc de Blancs Premier Cru come il migliore del viaggio. Una volta tornati a bordo, lo chef <strong>Léo Renusson</strong> ci attendeva con pranzi e cene d’eccezione. I suoi menu erano raffinati ma squisitamente autentici. Renusson ama inventare e dedica le sue giornate a perfezionare salse memorabili, come quella al profumo di tartufo che accompagnava il crudo di capesante, che abbiamo chiesto di assaggiare a cucchiaiate senza vergogna. Ma è stata la sua pancetta di maiale, cotta lentamente per 24 ore e servita con riduzione di fondo di maiale, soia e aceto, a meritare il bis.</p>
<p data-path-to-node="9">L’ultima mattina, l’aria si è riempita del profumo avvolgente di pasticcini freschi e burrosi. Mentre ci preparavamo a sbarcare, una coppia di cigni con il loro piccolo nuotava accanto alla chiatta. Mi piaceva pensare che fossero lì per un ultimo saluto, anche se probabilmente cercavano solo qualche briciola di baguette. Ne ho lanciate alcune lungo il molo mentre mi incamminavo per lasciare la nave, quasi a voler segnare un sentiero per un mio futuro ritorno.</p>
<p class="p1">di <em>Janice Wald Henderson</em></p>
<h2 class="p1">Alta cucina in navigazione</h2>
<p class="p1">Otto crociere per stuzzicare la vostra fame d’avventura (e non solo).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212848" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-crociere-enogastronomiche-alta-cucina.png" alt="migliori-crociere-enogastronomiche-alta-cucina" width="763" height="627" /></p>
<h3 data-path-to-node="11"><b data-path-to-node="11" data-index-in-node="0">Il gusto dell&#8217;amazzonia</b></h3>
<p data-path-to-node="12">Salite a bordo dell’<strong>Aria Amazon</strong> o dell’<strong>Aqua Nera</strong>, le navi gemelle di <strong>Aqua Expeditions</strong>, per un’immersione totale nell’Amazzonia peruviana. Le giornate si dividono tra escursioni guidate da naturalisti esperti e serate dedicate ai sapori del territorio, con piatti creati dallo chef <strong>Pedro Miguel Schiaffino</strong> con ingredienti amazzonici sostenibili: dagli Gnocchi di platano e yucca al Crumble di carambola e noci del Brasile con torrone a base di macambo, pianta locale parente del cacao. Sulla più recente Aqua Nera le 20 suite, la piscina a sfioro, la spa e la sala cinema offrono angoli di pace tra un’esperienza gastronomica e un’altra.</p>
<h3 data-path-to-node="13"><b data-path-to-node="13" data-index-in-node="0">Lusso firmato Ritz</b></h3>
<p data-path-to-node="14">La <strong>Ritz-Carlton Yacht Collection</strong> ha presentato a luglio il suo terzo superyacht, Luminara, con un design d’avanguardia che include una terrazza e il nuovo Art Bar, dove sorseggiare cocktail ispirati agli itinerari dell’imbarcazione. L’offerta culinaria brilla attraverso cinque ristoranti, tra cui due novità: Azur, focalizzato su ingredienti stagionali e menu regionali, e Haesu Bit, dedicato ai sapori panasiatici. Il ristorante Beach House propone piatti mediorientali reinterpretati da Michael Mina, mentre Seta Su Luminara fonde i sapori della Via della Seta con la moderna cucina italiana.</p>
<h3 data-path-to-node="15"><b data-path-to-node="15" data-index-in-node="0">Eccellenza in salsa italiana</b></h3>
<p data-path-to-node="16">Explora Journeys è in rapida espansione. Dopo il debutto di Explora II, gemella di Explora I, nel 2024, seguiranno Explora III nel 2026 ed Explora IV nel 2027. Ogni nave offre un’atmosfera ricercata e sei ristoranti d’eccezione guidati da <strong>Franck Garanger</strong>, celebre per aver dato lustro alla gastronomia di Oceania Cruises. Il suo fiore all’occhiello, Anthology, propone un menu degustazione italiano di sette portate che rappresenta una vera apoteosi per il palato. Explora III farà rotta verso l’Alaska nell’estate del 2027, mentre Explora IV raggiungerà Lisbona nell’aprile dello stesso anno.</p>
<h3 data-path-to-node="17"><b data-path-to-node="17" data-index-in-node="0">Sorsi d&#8217;autore tra i mari</b></h3>
<p data-path-to-node="18">A settembre 2026, <strong>Ray Isle</strong>, wine editor di Food &amp; Wine, salirà a bordo della National Geographic Orion (National Geographic- Lindblad Expeditions) per l’itinerario “Crossroads of the Ancient World: Exploring Greece and Turkey”. Isle <strong>guiderà degustazioni esclusive</strong> di oltre 40 etichette da lui selezionate per celebrare i migliori vitigni del Mediterraneo. Gli ospiti potranno anche esplorare il sito archeologico di Efeso e immergersi nel rituale del caffè turco. Altre crociere in collaborazione con Food&amp;Wine, tra il Mediterraneo e il Pacifico nord-occidentale, promettono esperienze altrettanto straordinarie.</p>
<h3 data-path-to-node="19"><b data-path-to-node="19" data-index-in-node="0">Verso il grande nord con Ducasse</b></h3>
<p data-path-to-node="20">Navigare a bordo della rompighiaccio <strong>Le Commandant Charcot di Ponant</strong> significa trovarsi faccia a faccia con orsi polari e ghiacciai, circondati dall’alta cucina firmata <strong>Alain Ducasse</strong>. Il suo team di consulenza, Ducasse Conseil, guida gli chef del Nuna, l’esclusivo ristorante della nave, nella creazione di piatti sofisticati come l’Astice con piselli e funghi selvatici o il Cavolo ripieno al tartufo nero. Gli itinerari spaziano dalle spedizioni in Groenlandia all’attraversamento del Mar Glaciale Artico, e persino al Polo Nord, con partenze disponibili tutto l’anno.</p>
<h3 data-path-to-node="21"><b data-path-to-node="21" data-index-in-node="0">Soggiorni da sogno</b></h3>
<p data-path-to-node="22">Regent Seven Seas Cruises trasforma le soste notturne in porto nel cuore dell’esperienza di viaggio, permettendogli ospiti di godersi lunghe serate a terra in totale libertà. La nuovissima <strong>Seven Seas Grandeur</strong> salperà per la sua prima crociera nel Mediterraneo il <strong>24 maggio</strong>: in questa occasione, otto passeggeri potranno prenotare un esclusivo pacchetto con sbarco a Monte Carlo, che include un soggiorno presso il prestigioso Château de la Chèvre d’Or a Èze. A dicembre, la compagnia inaugurerà la Seven Seas Prestige, capostipite di una nuova classe di navi, con suite su due piani e il nuovo ristorante mediterraneo Azure.</p>
<h3 data-path-to-node="23"><b data-path-to-node="23" data-index-in-node="0">I sapori della Grecia</b></h3>
<p data-path-to-node="24">Le Epicurean Expeditions 2026 di Atlas Ocean Voyages propogono un’immersione totale nei sapori del Mediterraneo. A luglio, lo chef <strong>Ippy Aiona</strong> tornerà per la terza stagione consecutiva alla guida di due itinerari di 10 notti tra la Grecia e i mari limitrofi: da Atene a Istanbul (10 luglio) e da Istanbul a Roma (20 luglio). Insieme a lui ci sarà la storica della gastronomia <strong>Mara Papatheodorou</strong>. Gli ospiti potranno assistere a show cooking, fare tour dei mercati locali guidati dallo chef ed escursioni dedicate alle eccellenze regionali: dall’olio d’oliva greco alla creazione di miscele di spezie mediterranee.</p>
<h3 data-path-to-node="25"><b data-path-to-node="25" data-index-in-node="0">Il fascino dei classici</b></h3>
<p data-path-to-node="26">Oceania Cruises ha inaugurato a luglio la <strong>Oceania Allura</strong>, con ben 12 punti di ristoro, tra cui una crêperie. L’offerta spazia dalle sfogliatelle alla ricotta della pasticceria di bordo ai grandi classici della Grand Dining Room, come i tournedos alla Rossini. Tra le novità spiccano il Bubbly Bar, un carrello per il Manhattan e una selezione di vini a basso contenuto calorico. Anche le escursioni a terra mantengono un forte focus gastronomico, con visite a vigneti e cene tipiche dell’itinerario “Aegean &amp; Turkish Awakening”. Nel 2027 la compagnia presenterà Oceania Sonata, la prima di una nuova classe di navi.</p>
<p data-path-to-node="26">di <em>Janice Wald Henderson</em></p>
<h2 class="p1">Alajmo in mare aperto</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212849" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-crociere-enogastronomiche-alajmo.png" alt="migliori-crociere-enogastronomiche-alajmo" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="28">La collaborazione con un riad marocchino, la rinascita di un caffè storico sotto le arcate di piazza <strong>San Marco</strong> a <strong>Venezia</strong>, il successo di un raffinato ristorante all’italiana nel più antico passage parigino, tra le quattordici insegne. Difficile immaginare altro nella galassia <strong>Alajmo</strong>, che con Le Calandre, in provincia di Padova, detiene le tre stelle Michelin dal 2002. Eppure, dal 2024, la famiglia veneta ha scommesso lontano dalla terraferma: una delle sue sfide più recenti si gioca infatti in mare aperto.</p>
<p data-path-to-node="29">Il palcoscenico è quello delle navi Crystal Serenity e Crystal Symphony, due icone della crocieristica di alta gamma. Varate rispettivamente nel 2003 e nel 1995, sono state completamente ripensate dopo l’ingresso del marchio Crystal nel perimetro di A&amp;K Travel Group, che nel 2022 ha rilanciato la compagnia puntando su un’idea precisa di lusso: <strong>più spazio, meno ospiti, servizi su misura</strong>. A bordo, suite ampie, intrattenimento discreto, spa di livello e un approccio al viaggio che privilegia tempi lenti e itinerari culturali.</p>
<p data-path-to-node="30">In questo contesto s’inserisce Osteria d’Ovidio, il ristorante italiano che oggi porta la firma di <a href="https://www.foodandwineitalia.com/maestro-di-cucina-massimiliano-alajmo/" target="_blank" rel="noopener">Massimiliano Alajmo</a>, con la regia manageriale del fratello Raffaele. Non un semplice concept di bordo, ma un’estensione coerente del loro mondo gastronomico. Qui la <strong>ristorazione</strong> è parte integrante dell’esperienza, al pari delle escursioni curate da Abercrombie &amp; Kent o dei soggiorni prolungati in porto. Crystal ha costruito la propria identità anche attraverso il cibo: dall’unico Nobu in mare, Umi Uma, al Beefbar firmato Riccardo Giraudi, fino al primo Casino de Monte-Carlo su una nave da crociera. L’approdo degli Alajmo completa un mosaico che guarda più all’hôtellerie di lusso che alla crociera tradizionale.</p>
<p data-path-to-node="30"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-210915" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/chef-mentor-massimiliano-alajmo.png" alt="chef-mentor-massimiliano-alajmo" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="31">Sulle navi Crystal si viaggia senza folla e senza frenesia, con la sensazione di abitare temporaneamente un luogo elegante e familiare. Che oggi, grazie agli Alajmo, profuma anche di cucina italiana fatta con rigore, misura e identità. Tre parole che tornano nella costruzione del menu di <strong>Osteria d’Ovidio</strong>, articolato in altrettanti percorsi che l’ospite può combinare liberamente.</p>
<p data-path-to-node="32"><b data-path-to-node="32" data-index-in-node="0">Italia</b> omaggia la cucina regionale con piatti come vitello tonnato, minestrone, carbonara, lasagnetta, parmigiana e cotoletta alla milanese. <b data-path-to-node="32" data-index-in-node="141">Le Calandre</b> guarda al ristorante simbolo della famiglia, tre stelle Michelin a Rubano. <b data-path-to-node="32" data-index-in-node="228">Venezia</b>, infine, è il percorso più libero e contemporaneo: dagli Spaghetti aglio, olio e peperoncino con Bloody Mary allo scartosso (tipico street food veneziano) di pesce, fino al Branzino alla verbena e al gran gelato al pistacchio.</p>
<p data-path-to-node="32">Di <em>Andrea Martina Di Lena</em></p>
<h2 class="p1">Le meraviglie delle Galápagos</h2>
<p data-path-to-node="34">Mio marito e io siamo saliti a bordo della Theory, uno dei tre lussuosi yacht da spedizione targati <strong>Relais &amp; Châteaux</strong> della flotta Ecoventura. Diretti alle Isole Galápagos, avevamo in valigia maschere da sub, binocoli e una guida un po’ sgualcita sui segreti delle sule piediazzurri. A quasi mille chilometri dalle coste dell’Ecuador, siamo salpati verso uno degli arcipelaghi più remoti della Terra, puntando dritti alla nostra prima cena a bordo. Durante la navigazione mio marito, uno scienziato abituato a lunghi periodi sulle navi da ricerca, mi ha confessato con un pizzico di <strong>scetticismo</strong> la sua convinzione che, in luoghi così remoti, il cibo potesse essere solo surgelato o fritto. Nonostante i suoi timori, pochi istanti dopo ci siamo ritrovati seduti in un’elegante sala da pranzo mentre il León Dormido, una formazione rocciosa vulcanica che ricorda il profilo di un leone addormentato, si stagliava fuori dalla finestra. Hanno cominciato ad arrivare i piatti, e ciò che ci è stato servito non era né surgelato né fritto.</p>
<p data-path-to-node="34"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212850" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-crociere-enogastronomiche-galapagos.png" alt="migliori-crociere-enogastronomiche-galapagos" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="35">La mia cena era un capolavoro di quattro portate, tra cui l’encebollado, l’amato stufato di pesce ecuadoriano con coriandolo, pomodoro e cipolle dolci, servito in una ciotola e ricco di teneri bocconcini di pesce. Il polpo alla gallega di mio marito, con i tentacoli abbrustoliti e accompagnato da una salsa affumicata di peperoni arrostiti e ceci croccanti, era cotto alla perfezione. Il suo sorriso sorpreso è stato la conferma definitiva della qualità della cucina.</p>
<p data-path-to-node="36">Raggiungere un simile livello di eccellenza in un angolo così sperduto del mondo è possibile solo grazie al meticoloso programma di approvvigionamento dello chef <strong>Cristhian Murrieta</strong>, che riesce a reperire oltre la metà degli ingredienti direttamente dalle isole, superando qualsiasi altro operatore crocieristico della zona.</p>
<p data-path-to-node="37">«Creare un’esperienza culinaria degna di Relais &amp; Châteaux a bordo di uno yacht da spedizione richiede passione, precisione e un profondo rispetto per l’ambiente che ci ospita», afferma. Ogni mattina, l’imbarcazione si risvegliava avvolta dal profumo dei croissant al burro e del caffè delle Galápagos appena preparato. Un buffet quotidiano con pane soffice, insalate condite con vinaigrette vivaci e una selezione di piatti dolci e salati, era sempre pronto per dare la giusta carica prima di affrontare una giornata di escursioni, kayak e snorkeling, insieme ai due naturalisti di bordo.</p>
<p data-path-to-node="38">Sul ponte superiore, le code di aragosta venivano <strong>grigliate al momento</strong> e servite negli informali barbecue all’aperto, mentre l’happy hour offriva cocktail speziati, ideali da sorseggiare mentre il sole tramontava dietro le scogliere di lava nera. La concierge, <strong>Joselyn de los Santos</strong>, sembrava anticipare ogni desiderio: dalla cioccolata calda fumante dopo una nuotata rinfrescante a una limonata ghiacciata per contrastare il caldo equatoriale del mezzogiorno. Uno dei momenti più suggestivi è stata la cena a piedi nudi sulla sabbia a Gardner Bay, osservando i leoni marini giocare tra le onde mentre gustavamo frutti di mare appena grigliati. Il cibo è diventato parte integrante del nostro percorso di scoperta. Durante una dimostrazione di preparazione del ceviche, ancorati vicino alle lagune salmastre dell’isola Floreana, abbiamo imparato a bilanciare perfettamente l’acidità degli agrumi, usando lime profumatissimi per marinare il pesce fresco. Il risultato finale, una polpa soda arricchita da cipolle rosse croccanti, dalle note erbacee del coriandolo e quelle piccanti dei peperoncini aji, rifletteva un equilibrio di sapori e consistenze affascinante quanto le isole stesse.</p>
<p data-path-to-node="40">I menu della cena cambiavano ogni sera, spaziando tra influenze francesi e messicane, senza mai far mancare una specialità tipica ecuadoriana. Abbiamo gustato tournedos di manzo dalla crosticina che lasciava spazio a un cuore rosa e succulento, e un delicato mahi-mahi in crosta di pistacchi, che si sfaldava al solo tocco della forchetta.</p>
<p data-path-to-node="41">«Lavoriamo a stretto contatto con i produttori locali, da frutta e verdura fresca al famoso queso media luna. Questi sapori del territorio danno un’anima autentica a ogni piatto», ci ha spiegato Murrieta, mentre la sagoma scura dell’isola Española si stagliava oltre i vetri. Anche il bar si è rivelato una sorpresa, con degustazioni di birre artigianali prodotte alle Galápagos dalla Reptilia Galápagos Brewery, e vini ecuadoriani della B<strong>odega Dos Hemisferios</strong>. Non sono mancati i piccoli piaceri quotidiani, come il cioccolato República del Cacao ai petali di rosa, sebbene la sfida per il miglior dessert sia stata vinta dalle <strong>Bananas Foster caramellate</strong>, preparate scenograficamente al tavolo.</p>
<p data-path-to-node="42">Se le Galápagos si sono confermate uno spettacolo primordiale, regalandoci incontri ravvicinati con tartarughe giganti, iguane marine intente a scaldarsi al sole e la goffa eleganza delle sule piediazzurri, la vera rivelazione è stata scoprire che ogni spedizione non finiva con il ritorno a bordo, ma continuava a tavola. A conferma che un viaggio tra queste isole è, a tutti gli effetti, anche un’avventura nel gusto.</p>
<p class="p1">di <em>Amanda Eyre Ward</em></p>
<h2 class="p1">Navigando sul Mississippi</h2>
<p>«Dovete assolutamente provare il <strong>po’boy</strong>», esclama la nostra guida <strong>Craig Shilow</strong>, indicando il Poor Boy Lloyd’s, una vera istituzione di Baton Rouge, in <strong>Louisiana</strong>: fondato negli anni Sessanta, il locale si trova a pochi passi dal fiume Mississippi, sulla storica Lafayette Street. Il suo famoso panino è un’esplosione di gusto, generosamente condito con maionese e farcito con croccante pesce gatto fritto, lattuga sminuzzata, pomodori freschi e sottaceti. Baton Rouge è solo una delle tappe gourmet della crociera proposta da Viking attraverso il <strong>Sud degli Stati Uniti</strong>. Se a bordo domina l’estetica minimalista e sobria, una volta a terra il fascino del Sud irrompe fragoroso, gioioso e irresistibilmente gustoso.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212851" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-crociere-enogastronomiche-mississipi.png" alt="migliori-crociere-enogastronomiche-mississipi" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="45">Le tradizioni culinarie della regione fanno da ponte tra culture diverse, riflettendosi in menu che celebrano ogni scalo. A cena, mi sono lasciata conquistare da una cremosa zuppa creola a base di mais dolce e frutti di mare, seguita da una jambalaya cajun ricca di salsiccia piccante e gamberetti fritti. Il pranzo al River Café, sul ponte superiore, non è stato da meno: qui ho assaggiato il mio primo gumbo, denso di spezie, prima di gustare l’autentico pesce gatto fritto, originario del bacino del Mississippi. L’anima dietro questi piatti regionali è l’executive chef <strong>Frank De Amicis</strong>, un ex marine dallo sguardo vivace che coordina la sua brigata con consumata disinvoltura.</p>
<p data-path-to-node="46">Durante l’esplorazione di St. Francisville con la nostra guida, <strong>Michael Miller</strong>, abbiamo scoperto le radici profonde di questa cucina: «I Cajun discendono dagli acadiani che furono deportati dagli inglesi dalla Nuova Scozia nel XVIII secolo. Ogni autentico piatto cajun inizia con un roux a base di burro o strutto, arricchito da sedano, aglio e cipolla», spiega Miller. Qui, il cibo non è mai solo ciò che appare nel piatto. A Natchez, nel Mississippi, mi sono ritrovata davanti a un banchetto di pollo fritto, okra impanata, fagioli dell’occhio e patate dolci candite, servito con profonda devozione. Ogni sapore racconta una storia di creatività, ingegno e resilienza: quella di generazioni di schiavi che hanno saputo fondere le tecniche africane con gli ingredienti tipici del Sud.</p>
<p data-path-to-node="47">Viaggiare con Viking lungo il Mississippi significa andare oltre la semplice visita turistica. È un tuffo nell’identità multiforme e complessa del Sud che trova a tavola la sua sintesi perfetta. Dopo sei giorni di navigazione, sono convinta che non ci sia modo migliore per scoprire l’anima autentica di questo fiume se non attraverso il gusto.</p>
<p class="p1">di <em>Bella Falk</em></p>
<h2 class="p1">L’anima del Nord</h2>
<p data-path-to-node="49">A meno di 24 ore dal mio arrivo in <strong>Groenlandia</strong>, ho avuto un primo assaggio di quanto la <strong>natura artica</strong> possa essere imprevedibile. Al <strong>Qooqqut Nuan</strong>, un ristorante a conduzione familiare nascosto nelle profondità del fiordo di Nuuk, gli ospiti arrivano via mare carichi del pescato del giorno, pronti a consegnarlo nelle mani dello chef. Ho osservato con ammirazione i miei compagni di viaggio mentre porgevano orgogliosi sacchi pieni di merluzzi lucidi e argentati, pescati durante la nostra traversata di due ore a Nuuk. Io, al contrario, abituata ai ritmi della città dove i pasti si prenotano con pochi tocchi su un’App, ero tornata a mani vuote.</p>
<p data-path-to-node="49"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212852" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-crociere-enogastronomiche-groelandia.png" alt="migliori-crociere-enogastronomiche-groelandia" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="50">Fortunatamente, il bottino degli altri era più che sufficiente per permettere allo chef di preparare un incredibile menu fusion thailande-se-groenlandese: zuppa di cocco profumata al coriandolo e galanga, merluzzo immerso in un vivace curry all’arancia e filetti fritti in tempura con salsa d’ostriche. Gustare questi piatti davanti a una <strong>vista incredibile</strong> sulle acque illuminate dal sole è stato solo l’inizio di un’esplorazione profonda tra le tradizioni locali a bordo della crociera The Icy Giants of Disko Bay di HX Expeditions. Fino a poco tempo fa, questo vasto territorio autonomo sotto la corona danese era estremamente <strong>difficile da raggiungere</strong>. Questa nuova rotta rappresenta un’occasione unica per scoprire la regione attraverso gli occhi della sua gente.</p>
<p data-path-to-node="51">HX Expeditions è l’unica compagnia di crociere i cui itinerari sono progettati con un focus specifico sulla Groenlandia, vantando collaborazioni con produttori e artigiani e ospitando a bordo ambasciatori culturali groenlandesi. In particolare, la compagnia ha voluto coinvolgere chef indigeni che stanno ridefinendo la gastronomia locale, inserendola in un movimento più ampio conosciuto come Nuova Cucina Artica.</p>
<p data-path-to-node="52">Uno dei pionieri di questa filosofia è <strong>Inunnguaq Hegelund</strong>, che abbraccia gli ingredienti del suo territorio: dall’halibut al bue muschiato, dalla renna alla carne di balena beluga, fino alle bacche di ginepro e alle erbe selvatiche come il timo artico e l’angelica. Per Hegelund, seduto nel salone della nave a osservare i gabbiani sorvolare le coste frastagliate, è fondamentale che la loro cucina non venga etichettata semplicemente come “nordica”. La Groenlandia possiede un’identità culinaria propria e profonda, che deve essere preservata mantenendo vive le tradizioni e i metodi di caccia originali.</p>
<p data-path-to-node="52"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-212853" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/migliori-crociere-enogastronomiche-groelandia-chef.png" alt="migliori-crociere-enogastronomiche-groelandia-chef" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="54">In qualità di ambasciatore culinario di HX Expeditions, Hegelund collabora con il collega groenlandese <strong>Laasi Biilmann</strong> e con l’executive chef del brand, <strong>David McDonald Greves</strong>, per offrire ai passeggeri un autentico assaggio dell’identità locale. Il viaggio include una cena groenlandese dedicata, che mette in mostra la sua interpretazione moderna della cucina tradizionale: terrina di capesante con sottili scaglie di mela verde, una cremosa bisque di granchio delle nevi, frittelle di agnello brasato e una torta di mele destrutturata, impreziosita da caramello salato.</p>
<p data-path-to-node="55">«Vogliamo sostenere le comunità locali e dare visibilità al loro talento culinario», afferma McDonald Greves. La nave si rifornisce infatti direttamente sull’isola, acquistando pesce dai pescatori e carne da fattorie familiari a Narsaq, nel sud della Groenlandia. Una di queste realtà è talmente piccola da allevare appena 25 mucche all’anno.</p>
<p data-path-to-node="56">Oltre alla cena evento, ogni giorno vengono serviti ingredienti groenlandesi: ho gustato un ceviche di halibut fresco con avocado e lime, e gamberetti con salsa all’aneto. Questi piatti erano accompagnati dalla birra chiara del birrificio Qajaq di Narsaq, che si vanta di utilizzare “l’acqua potabile più pura della Terra”, proveniente dalla calotta glaciale.</p>
<p data-path-to-node="57">L’immersione nella cultura groenlandese continua anche a terra. A <strong>Ilulissat</strong>, ho osservato i pescatori preparare le esche per l’halibut durante una pausa pranzo in un locale che serve pizza guarnita con ammassat, un pesce locale dal sapore delicato. Mentre a <strong>Sisimiut</strong>, dopo aver curiosato tra le botteghe artigiane, mi sono riparata dalla pioggia in un accogliente bar, gustando tè e panini alla cannella.</p>
<p data-path-to-node="58">Ogni momento della spedizione è pensato per connettere i passeggeri con l’anima del luogo, come quando un residente dell’isola di Maniitsoq è salito a bordo per condividere storie della sua vita davanti a un tradizionale tè Inuit preparato con erbe artiche. La sua presentazione rifletteva la missione di Hegelund: «La natura è la nostra risorsa principale. Il mio desiderio è far conoscere l’anima vera della nostra cultura e delle nostre radici».</p>
<p data-path-to-node="59">Dopo giorni trascorsi condividendo pasti e racconti, il significato del termine che indica il cibo tradizionale – kalaallimineq, che letteralmente significa “un assaggio di Groenlandia” – appare finalmente chiaro. Non è solo nutrimento, ma un frammento di identità che rende questo viaggio un’esperienza autentica e indimenticabile.</p>
<p class="p1">di <em>Regan Stephens</em></p>
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		<title>Bolzano, tra storia e modernità nel segno del vino</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/bolzano-tra-storia-e-modernita-nel-segno-del-vino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 10:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Travel]]></category>
		<category><![CDATA[alto adige]]></category>
		<category><![CDATA[Bolzano]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
		<category><![CDATA[Weinkost]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il campanile filigranato del duomo gotico dedicato a Maria Assunta, che con le sue finestre ogivali e gli archi rampanti poggia sulla base quadrata di origine romanica, svetta sull’ampia piazza ottocentesca voluta dal re di Baviera Massimilano Giuseppe I e oggi dedicata al poeta Walther von der Vogelweide (1170 &#8211; 1230), la cui statua spicca [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il campanile filigranato del <strong>duomo gotico</strong> dedicato a Maria Assunta, che con le sue finestre ogivali e gli archi rampanti poggia sulla base quadrata di origine romanica, svetta sull’ampia piazza ottocentesca voluta dal re di Baviera Massimilano Giuseppe I e oggi dedicata al poeta Walther von der Vogelweide (1170 &#8211; 1230), la cui statua spicca al centro dello spazio urbano che rappresenta il cuore di <strong>Bolzano</strong>.</p>
<p>Da qui, la città vecchia si srotola tra portici e viuzze, antichi palazzi che mostrano ancora tracce di affreschi e insegne “figurative” in legno battuto a indicare la specializzazione delle botteghe di un tempo, locali storici e vivaci banchi del mercato, e intriganti passaggi seminascosti che raccontano aneddoti e leggende, ma anche dettagli della vita quotidiana di un tempo. L’esempio più notevole? Il <strong>passaggio Annette von Menz,</strong> dedicato a una nota figura femminile della città, che collega Via dei Portici a via Dr. Josef Streiter: è l’unico che consente ancora di vedere la struttura delle antiche abitazioni della città, con i cavedi ricavati nelle corti interne dove un tempo si trovavano stalle e cantine, lasciati per garantire luce e arieggiamento alle zone interne dei palazzi.</p>
<p>Nata come antica stazione romana nel 15 a.C., e da sempre crocevia commerciale e culturale tra mondo italiano e tedesco, <strong>Bolzano</strong> conserva un fascino antico ma non polveroso, profondamente legato al suo spirito mitteleuropeo e alla sua storia. Ma la città è anche pronta ad accogliere le novità e i segni della modernità. E se dal punto di vista artistico la contemporaneità è ben rappresentata da luoghi come il <strong>Museion</strong> o la <strong>Fondazione Antonio Dalle Nogare,</strong> anche per quel che riguarda l’enogastronomia nuove insegne e nuovi indirizzi polifunzionali affiancano osterie, birrerie ed enoteche storiche, rendendo ogni soggiorno sempre ricco di scoperte.</p>
<figure id="attachment_208387" aria-describedby="caption-attachment-208387" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-208387" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2025/10/Bolzano.png" alt="Bolzano" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-208387" class="wp-caption-text">Castel Mareccio, ph. Elisa Biscardi</figcaption></figure>
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<p>Così, mentre si prepara ad accogliere la 99esima edizione della <a href="https://www.bolzano-bozen.it/it/content/eventi.html#ltseventsdetail=19971DF8832E4F48AA58241C3E2719B0"><strong>Weinkost</strong></a>, la Mostra dei vini organizzata dall’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano in collaborazione con l’Accademia Italiana della Cucina – in programma nei suggestivi spazi di Castel Mareccio <strong>dal 26 al 29 marzo 2026</strong> con un’interessante offerta di degustazioni di vini altoatesini, cene, seminari tematici, laboratori del gusto e concerti dal vivo – vi proponiamo una piccola raccolta di indirizzi e segnalazioni che raccontano il volto attuale della città, tra storia e novità.</p>
<h2>Il vino, da sempre protagonista a Bolzano</h2>
<p>Tra i commerci che contribuirono alla crescita e alla popolarità di Bolzano nel corso dei secoli – e continuano a farlo tuttora, allargando il campo a tutta la regione – c’è senz’altro quello del vino. La città ne reca traccia in molti luoghi, a cominciare dalla cosiddetta<strong> “porta del vino”</strong> che si apre sul lato del Duomo che dà su <strong>piazza Walther</strong>: tra o più bei portali gotici di tutto il Tirolo, è decorato con grappoli d’uva, pampini e diverse statue tra cui una coppia di vignaioli nel costume tipico dell&#8217;epoca, a ricordo della vendita del vino ottenuto dalle vigne ecclesiastiche di Laitach, che poteva avvenire qui grazie alla concessione di un privilegio dall’Arciduca d’Austria.</p>
<p>Proprio all’angolo della stessa piazza, dal 2023 ha aperto i battenti la sede cittadina di <strong>Signorvino</strong>, la nota catena di enoteche con cucina della famiglia Veronesi: un locale ampio e moderno, con gli scaffali colmi di bottiglie – oltre 1.500 le referenze che spaziano tra la produzione di ogni regione d’Italia – e un menu che va da taglieri e fritti perfetti per l’aperitivo a piatti delle diverse tradizioni regionali italiane, da accompagnare con l’etichetta preferita.</p>
<p>Ma inoltrandosi lungo le vie del centro, si può andare a ritroso nel tempo: sulla piazza delle Erbe, all’angolo con via del Museo, domina la facciata della <strong>Torgglhaus</strong>, la “Casa al Torchio” che fin dall’Ottocento ha ospitato un’osteria, oggi anche pizzeria, che custodisce una fornitissima cantina e ricorda il suo legame con il vino anche nel grande affresco murale che raffigura due uomini e un grappolo gigante: qui, alla fine dell’Ottocento, si tenne la primissima edizione della fiera primaverile dei vini – oggi, Weinkost – prima di essere ospitata all’hotel Laurin e infine a <strong>Castel Mareccio</strong>.</p>
<p>Poco più avanti, sulla via Dr.-Josef-Streiter, con la bella stagione quelli che furono i banchi e le vasche dove veniva venduto il pesce ospitano il divertente e colorato <strong>Fischbänke</strong>, dove sedersi per un calice di vino o un drink accompagnato da qualche semplice assaggio.</p>
<figure id="attachment_212632" aria-describedby="caption-attachment-212632" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212632" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/2-6.png" alt="Bolzano" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212632" class="wp-caption-text">La Sala del Perlaggen e gli scaffali dell&#8217;Enoteca Gandolfi</figcaption></figure>
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<p>Si prosegue verso <strong>via dei Bottai,</strong> dove c’erano le botteghe degli artigiani che riparavano le botti ma anche numerose osterie (tra cui il Cavallino Bianco tutt’ora in attività), per ammirare un’altra opera murale a tema, la <strong><em>Danza dei Bottai</em></strong>, che si trova accanto alla più imponente raffigurazione di scene della borghesia bolzanina dell’Ottocento realizzata da Albert Stolz nel 1912. Proprio di fronte, l’<strong>Enoteca Gandolfi</strong> (o <a href="https://gandolfi.bz.it/it/zum-pfau">Zum Pfau</a>) è uno degli indirizzi enoici più rinomati della città, con diverse sale colme di bottiglie che vanno dalle produzioni locali alla Francia – grande passione di <strong>Mirko Gandolfi</strong> – e una saletta dove fermarsi per bere un calice accompagnato da speck, prosciutto affumicato e altri prodotti locali.</p>
<p>Se se ne ha l’occasione, vale la pena scendere verso la cantina sotterranea, dove si tengono degustazioni e incontri. Ma questo è anche un ritrovo per un altro genere di appassionati: proprio qui, nel 1833, sarebbe nato il <strong><em>Perlaggen</em></strong>, misterioso gioco di carte – quelle dette salisburghesi – con regole da iniziati, diffuso nell’area tirolese: è l’unico del genere riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio Culturale Immateriale e ancora oggi, nella sala dedicata del Zum Pfau, si riuniscono gli agguerriti praticanti, per giocare e allenarsi in vista dei campionati annuali.</p>
<h2>Canederli e altre storie</h2>
<figure id="attachment_212683" aria-describedby="caption-attachment-212683" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212683" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/3-5.png" alt="Bolzano" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212683" class="wp-caption-text">I canederli della FranziskanerStube</figcaption></figure>
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<p>A Bolzano non mancano gli indirizzi – tradizionali o gourmet – per concedersi una full immersion nella gastronomia tirolese o interessanti sperimentazioni gastronomiche: dalla collaudata proposta di luoghi come il <strong>Cavallino Bianco</strong>, la<strong> FranziskanerStube</strong> o la <strong>Wirtshaus Vögele</strong>, che si sviluppa in altezza su più piani di un edificio storico in pieno centro, alle contaminazioni gastronomiche dello chef campano Dario Tornatore al <a href="https://www.foodandwineitalia.com/contanima-cosa-ci-fa-una-pastiera-in-carta-al-ristorante-di-un-albergo-storico-a-bolzano/">ristorante <strong>Contanima</strong></a> dell’elegante Parkhotel Laurin. Ma vale la pena dare un’occhiata – e un assaggio – alle ultime novità in città.</p>
<p>Dal grazioso e informale<strong> “Knödelbistro” Thaler’s</strong>, seconda branca culinaria (dopo il ristorante Arôme) di una nota profumeria cittadina dove fermarsi per una pausa a base di canederli in tante varianti, ideali anche per il take-away o delivery, alla sede cittadina del <strong>Mercato Centrale</strong>. Aperto a settembre 2025 all’ultimo piano del discusso WaltherPark, moderno centro commerciale che ha riqualificato la zona della stazione ma entra in stridente concorrenza con l’eleganza senza tempo delle boutique del centro, ha portato a Bolzano una ventata di nuovi sapori: dal pane e le pizze in teglia di <strong>Davide Longoni</strong> al tartufo firmato <strong>Savini</strong> e al pesce fresco del <strong>Bistrot Pedol</strong> e molto altro ancora, offrendo alternative “veloci” a turisti e locali.</p>
<h2>L’ospitalità si rinnova (o guarda al passato)</h2>
<figure id="attachment_212631" aria-describedby="caption-attachment-212631" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212631" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/4-4.png" alt="Bolzano" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212631" class="wp-caption-text">Palais Hörtenberg</figcaption></figure>
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<p>Infine, qualche indirizzo collaudato o più nuovo per soggiornare a Bolzano lasciandosi cullare dal suo fascino antico, ma anche dalla sua ospitalità più moderna. Oltre al già citato <strong>Parkhotel Laurin</strong>, che accoglie con le belle stanze decorate da interessanti opere d’arte e con il suggestivo Laurin Bar dalle pareti affrescate e l’atmosfera di charme, da qualche anno a brillare nel panorama dell’hôtellerie luxury cittadina è l’<strong>Hotel Castel Hörtenberg</strong>, il primo cinque stelle della città. Ricavato dalla attenta ristrutturazione di un castello rinascimentale nel cuore della città, ospita anche una spa e il ristorante gourmet Le Segrete e garantisce lusso, comfort e privacy (per chi cerca una soluzione altrettanto comoda e curata ma più informale, la famiglia Podini gestisce anche gli appartamenti di <strong>Palais Hörtenberg</strong>, e lo storico <strong>Stadt Hotel</strong>, rinnovato di recente).</p>
<p>In pieno centro, su via dei Bottai spicca anche il design contemporaneo dell’<strong>Eisenhut Boutique Hotel</strong>, urban retreat che unisce mood dinamico, ambienti minimalisti dai caldi toni naturali e relax. Mentre per chi si volesse immergere nelle atmosfere del passato cittadino, a pochi passi da piazza delle Erbe c’è l’accogliente <strong>Goldenstern Townhouse</strong>: caratteristico “hôtel particulier”, è composto di 36 camere (di cui alcune non raggiunte dall’ascensore) arredate in maniera diversa e dislocate in un complesso di quattro palazzine risalenti al 1280 circa, che mantiene l’antica struttura delle case bolzanine. Gli ambienti comuni mostrano arredi d’epoca e tessuti, e la ricca prima colazione a buffet è servita in una graziosa sala.</p>
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		<title>Seoul guarda al futuro: alla scoperta delle leccornie della Corea del Sud</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/seoul-guarda-al-futuro-alla-scoperta-delle-leccornie-della-corea-del-sud/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2026 10:01:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Travel]]></category>
		<category><![CDATA[corea]]></category>
		<category><![CDATA[corea del sud]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pochi giorni prima del mio viaggio a Seoul, ho finalmente avuto modo di parlare con Kihyun Lee, noto come Kiro, fondatore del marchio di successo Hand Hospitality nonché F&#38;W Game Changer 2024. Da oltre un decennio seguo il suo lavoro presso il gruppo ristorativo con sede a New York City che gestisce alcuni dei ristoranti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-path-to-node="3"><b data-path-to-node="3" data-index-in-node="0">Pochi giorni prima del mio viaggio a Seoul</b>, ho finalmente avuto modo di parlare con Kihyun Lee, noto come Kiro, fondatore del marchio di successo Hand Hospitality nonché F&amp;W Game Changer 2024. Da oltre un decennio seguo il suo lavoro presso il gruppo ristorativo con sede a New York City che gestisce alcuni dei ristoranti coreano-americani più interessanti del Paese, tra cui Ariari e Hojokban, nonché Atoboy e Atomix, quest’ultimi citati dalla guida Michelin e frutto della collaborazione con Junghyun Park, F&amp;W Best New Chef 2019, e la co-fondatrice Ellia Park. Dopo aver rifiutato diverse richieste di intervista negli ultimi dieci anni, Lee mi ha finalmente concesso un incontro nella sua “Tofu House”, Cho Dang Gol, a Koreatown nel cuore di Manhattan.</p>
<p data-path-to-node="4">Davanti a ciotole fumanti di kongbiji jjigae, un cremoso stufato a base di soia e kimchi, ci siamo confrontati su temi cruciali come la rapida evoluzione della cucina coreana negli ultimi vent’anni, per poi passare in rassegna ristoranti, panetterie e caffetterie che si trovano nella sua mappa strategica nella capitale sudcoreana, una metropoli di quasi 10 milioni di abitanti. Lee, infatti, visita Seoul più volte all’anno in cerca di idee da riportare negli Stati Uniti.</p>
<h2 data-path-to-node="4">Un viaggio in una delle più belle città del mondo</h2>
<p data-path-to-node="5">Stavo per intraprendere il mio ottavo viaggio per documentare le ultime tendenze culinarie della capitale coreana, dopo aver completato le ricerche per il mio secondo libro sul tema, Koreaworld, scritto insieme allo chef Deuki Hong della Bay Area. Lee e io siamo convinti che la scena gastronomica di Seoul non solo rappresenti il futuro della cucina coreano-americana, ma anche di una parte significativa della ristorazione negli Stati Uniti. Abbiamo discusso di come nuovi stili di barbecue coreano (dove fa il suo ingresso il fumo), stuzzichini in stile wine bar con un tocco francese e condimenti mala del Sichuan (a base di peperoncini piccanti e dei grani di “pepe” che provocano intorpidimento) stiano effettivamente spuntando in tutta la città.</p>
<p data-path-to-node="5"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-211123" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/seul-dove-mangiare-cosa.png" alt="seul-dove-mangiare-cosa" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="6">Senza contare il fatto che ognuna di queste tappe possa essere seguita dalla visita a uno dei tanti locali che servono caffè eccellente. Alla fine del nostro pasto, mentre usciva dalla porta Lee mi ha congedato con una frase a effetto: <span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, 'Helvetica Neue', Arial, 'Noto Sans', sans-serif, 'Apple Color Emoji', 'Segoe UI Emoji', 'Segoe UI Symbol', 'Noto Color Emoji';">«Il classico è per sempre» </span>e io l’ho subito annotata sul mio telefono, insieme ai nomi di una mezza dozzina di locali che mi aveva suggerito, proprio nell’istante in cui sullo schermo del mio telefono compariva la notifica di check-in da Korean Air.</p>
<p data-path-to-node="9">Pur avendo dedicato innumerevoli pagine a descrivere come la cucina coreana vada ben oltre il famoso barbecue accompagnato da banchan e soju, la mia prima tappa a Seoul è stata proprio al <b data-path-to-node="9" data-index-in-node="188">Sancheong Charcoal Garden</b>. Questo locale di tendenza si trova nell’ex quartiere tecnologico di Euljiro, ora in rapida gentrificazione. Sancheong e il suo “gemello” <b data-path-to-node="9" data-index-in-node="380">Mongtan</b>, specializzato in carne di manzo, fanno leva sulla nostalgia offrendo pancetta e guancia di maiale nero, due specialità provenienti dalla zona rurale del monte Jirisan. Grigliate sul carbone, sono servite con wasabi, sale affumicato e uova di merluzzo salate: un insolito e audace trio di condimenti che proietta il sapore deliziosamente selvatico di questo maiale tradizionale in un territorio nuovo e più che mai entusiasmante.</p>
<p data-path-to-node="10">Ho chiesto alla celebre YouTuber Tina Choi, conosciuta come Doobydobap, di portarmi in un ristorante che rappresentasse al meglio la sorprendente evoluzione della scena gastronomica cittadina. Ci siamo ritrovati nell’elegante quartiere di Hannam-dong, in un angolo accogliente del <b data-path-to-node="10" data-index-in-node="281">Mutin</b> (@mutin_bar). Qui, lo chef Kangseok Hong, un veterano di Ducasse, ha saputo incanalare lo spirito del grande bistrot parigino Le Verre Volé, specializzato in vini naturali, aggiungendo tocchi coreani creativi. Per accompagnare gli orange wine non mancano classici internazionali come la taramosalata, ma anche piatti come il carpaccio di orata dell’isola di Jeju con mandarini, che incarna una regionalità tipicamente coreana.</p>
<p data-path-to-node="11">La sera successiva, ho visitato il mio wine bar preferito, <b data-path-to-node="11" data-index-in-node="59">Buto</b> (@buto_hannam), dove lo chef Heewon Lim propone un menu rigoroso incentrato sulla brace a vista alimentata a legna. Lim reinterpreta il gyeran jjim, il classico contorno a base di uova cotte al vapore dalla consistenza soffice e leggera, trasformandolo in una spuma di uova condita con scaglie di tartufo, mentre il menbosha cantonese (toast con gamberetti) viene servito con melanzane e nero di seppia: una combinazione croccante, friabile e assolutamente originale.</p>
<p data-path-to-node="11"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-211124" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/seoul-dove-mangiare-cosa.png" alt="seoul-dove-mangiare-cosa" width="763" height="627" /></p>
<p data-path-to-node="12">Da Buto e non solo, un movimento che sta attualmente investendo la scena gastronomica di Seoul fonde la cucina regionale cinese con quella classica coreana, spingendo il vocabolario culinario sino-coreano verso nuovi orizzonti. L’esempio più lampante di questo entusiasmante connubio è <b data-path-to-node="12" data-index-in-node="286">Flavour Town</b> (@flavourtownseoul), nel quartiere in più rapida trasformazione di Seoul, Seongsu-dong. Qui, gli chef Tae Kyu Lee e Jung Suk Kim, che hanno lavorato a Hong Kong e Sydney prima di tornare in Corea nel 2021, stanno esplorando la cucina del Sichuan per il pubblico locale, mettendo in risalto il sapore piccante e intorpidente dei suoi famosi grani di (finto) pepe. Mentre il calamaro coreano alla griglia con ricci di mare sembra saldamente radicato nella tradizione, la tartare di manzo con uovo e polpo tritato – una rivisitazione del yukhoe coreano, avvolta in alghe tostate e condita con pepe di Sichuan e peperoncino – risulta fresca e moderna. Il menu di Flavour Town rispecchia quello di Seoul Salon nella Koreatown di Manhattan, dove erano già presenti piatti come lo zampetto di maiale fritto piccante e i noodles saltati con vongole veraci filippine e salsa XO. Questo porterà presto a una sede fissa negli Stati Uniti? Ci spero!</p>
<p data-path-to-node="13">Le food court dei centri commerciali sono molto amate in Asia, dove restano tra le destinazioni culinarie più interessanti di qualsiasi città. <b data-path-to-node="13" data-index-in-node="143">The Hyundai</b> a Yeongdeungpo (ehyundai.com) è un esempio eccellente. Individuate <b data-path-to-node="13" data-index-in-node="222">Chilam Manjang</b>, specializzato in anguille d’acqua dolce di Busan o innovativi piatti fusion come il taco-wasabi con sushi di tonno e birria in stile coreano, che ricorda molto il taco dell’East L.A., servito con un piccolo contorno di kimchi.</p>
<p data-path-to-node="14">Nell’esclusiva <b data-path-to-node="14" data-index-in-node="15">Gourmet 494</b> (hanwhagalleria.co.kr), nella Galleria di Apgujeong, si trova invece una sede del famoso bistrot coreano moderno <b data-path-to-node="14" data-index-in-node="140">Hojokban</b> (@hojokban_kr), noto per i suoi kimbap con maionese al tartufo. Ci sono anche due banconi separati che propongono una selezione di piatti di cucina italiana (come le linguine alle vongole) che presenta, per certi aspetti, più somiglianze con quella coreana di quanto si possa immaginare.</p>
<p data-path-to-node="15">Chiunque visiti la Seoul moderna deve assolutamente provare il pollo fritto di <b data-path-to-node="15" data-index-in-node="79">Hyodo Chicken</b> (@hyodochicken) che, alla stregua della popolare e croccante versione di <b data-path-to-node="15" data-index-in-node="166">Mom’s Touch</b> (momstouchglobal.com), è un vero must. Hyodo è un’iniziativa degli chef Chang Ho Shin e Mingoo Kang: quest’ultimo gestisce il ristorante stellato Mingles, ed è attualmente lo chef coreano più quotato nella classifica dei World’s 50 Best Restaurants. Il pollo di Kang viene prima messo in salamoia per una notte e poi ricoperto con un mix di amido di tapioca e farina prima di essere fritto. Sebbene la salsa sia una classica yangnyeom (con gochujang piccante), sono l’aggiunta di acciughe e radici di loto fritte a renderlo un piatto che da solo vale il viaggio.</p>
<p data-path-to-node="16">Ripensando al consiglio di Lee sul cibo classico che dura per sempre, ho concluso la mia esplorazione non in uno dei locali più nuovi, ma in un posto che, almeno in termini di ristorazione, esiste da sempre. <b data-path-to-node="16" data-index-in-node="208">Yukjeon Hoekwan</b> (yukjeon.com) ha aperto a Seoul nel 1962 ed è famoso per il suo bassak bulgogi piccante: carne di manzo marinata tagliata sottile, insaporita con frutta fresca e infine grigliata direttamente a fuoco vivo per ottenere la massima croccantezza. Mi sono recato lì con la mia amica Nadia Cho, co-autrice del libro di cucina Jang con Mingoo Kang, la quale durante il pranzo ha espresso un’idea che rispecchiava esattamente quella di Lee: «Questo è decisamente il cibo coreano che dura nel tempo».</p>
<p data-path-to-node="17">Non ho potuto fare a meno di chiedermi se il moderno fermento di Seoul, tra la fusione delle tradizioni cinesi e coreane, la scena estremamente creativa dei wine bar e la serie di caffetterie e locali innovativi, manterrà il suo fascino anche nei prossimi vent’anni. Solo il tempo potrà dirlo, ma una cosa è certa: le griglie continueranno a sfrigolare nel ristorante di bulgogi che da oltre mezzo secolo sfama la città.</p>
<h2 data-path-to-node="17">Dove mangiare e bere</h2>
<p data-path-to-node="20">L’eccellenza della pasticceria d’autore e l’avanguardia del caffè specialty. Ecco gli indirizzi da non perdere.</p>
<h3 data-path-to-node="21">Meshcoffee</h3>
<p data-path-to-node="21">Il piccolo negozio su strada nell’area di Seoul Forest è specializzato nella torrefazione di alta qualità, e serve caffè filtrato con il metodo V60 e chicchi pregiati in confezioni da 100 grammi.</p>
<h3 data-path-to-node="22">Fritz Coffee Company</h3>
<p data-path-to-node="22">Fritz è uno dei marchi di caffè più apprezzati in Corea, riconoscibile per l’iconica immagine della foca sul packaging. A Seoul, non perdete un caffè preparato con il metodo Chemex, da accompagnare con un dolce a colazione, nel locale di Dohwa-dong.</p>
<h3 data-path-to-node="23">Meal ̊</h3>
<p data-path-to-node="23">O Meal-do è una catena di panetterie che propone un delizioso e leggerissimo pane al latte preparato con latte scremato, e un esclusivo cubo lievitato al miele che si scioglie al primo morso. Da non perdere i panini con farciture sempre diverse, tutti preparati con ingredienti di propria produzione.</p>
<h3 data-path-to-node="24">Matt Cafe</h3>
<p data-path-to-node="24">Situato al piano terra della sede La Marzocco, nel quartiere di Gangnam di Seoul, è famoso per il suo espresso tonic con sciroppo d’arancia, incredibilmente buono.</p>
<h3 data-path-to-node="25">Zenzero</h3>
<p data-path-to-node="25">Questa gelateria è nota per i suoi gusti audaci, creati su una base di gelato senza uova. L’offerta include anche gusti vegetali come piselli dolci e cavolo. Quello al caramello salato è arricchito con un tipo di alga chiamata gamtae.</p>
<h3 data-path-to-node="26">Honeybee</h3>
<p data-path-to-node="26">Questa pasticceria, nonché scuola di formazione, ospita regolarmente luminari del settore provenienti da tutto il mondo, organizzando anche masterclass. La vetrina è in continua evoluzione e propone specialità a base di frutta come il gâteau basque ai fichi, la fraisier alle fragole, e la torta margherita con zenzero e spezie.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/seoul-guarda-al-futuro-alla-scoperta-delle-leccornie-della-corea-del-sud/">Seoul guarda al futuro: alla scoperta delle leccornie della Corea del Sud</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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		<title>Ad Aruba l’identità passa per la tavola</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/ad-aruba-lidentita-passa-per-la-tavola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Martina Di Lena]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Dec 2025 11:12:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Travel]]></category>
		<category><![CDATA[Aruba]]></category>
		<category><![CDATA[Caraibi]]></category>
		<category><![CDATA[One Happy Island]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Le persone fanno i luoghi&#8221;. Con queste parole, e con una velata malinconia, ho salutato Jonathan Boekhoudt, l’empatica guida dell’Aruba Tourism Authority che mi ha accompagnato alla scoperta dell’isola per cinque giorni di cibo no-stop. Ma partiamo dall’inizio. Dopo aver puntato la sveglia in Italia alle 3:30 del mattino per prendere il primo volo utile [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><strong>&#8220;Le persone fanno i luoghi&#8221;.</strong><span class="s1"> Con queste parole, e </span>con una velata malinconia, ho salutato Jonathan Boekhoudt, l’empatica guida dell’<strong>Aruba Tourism Authority</strong> che mi ha accompagnato alla scoperta dell’isola per cinque giorni di cibo no-stop. Ma partiamo dall’inizio. Dopo aver puntato la sveglia in Italia alle 3:30 del mattino per prendere il primo volo utile da Roma Fiumicino verso Amsterdam, e da lì la coincidenza per sorvolare l’Atlantico per circa dieci ore, mi sono ritrovata in questo paradiso caraibico, iniziando a liberarmi degli strati di vestiti con cui ero partita a metà ottobre.</p>
<figure id="attachment_210835" aria-describedby="caption-attachment-210835" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-210835" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2025/12/panoramica-della-spiaggia-di-Mangel-Halto-nel-Sud-Est-della-costa.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-210835" class="wp-caption-text">panoramica della spiaggia di Mangel Halto, nel Sud-Est della costa</figcaption></figure>
<p class="p1"><strong>Ad Aruba è praticamente estate tutto l’anno.</strong> L’unico periodo meteorologicamente meno favorevole coincide con il nostro autunno, quando può capitare qualche breve pioggia. Ma in questo soggiorno ho avuto la conferma che le previsioni, spesso, sbagliano. Anche se così non fosse, le perturbazioni non guasterebbero lo spirito dell’isola: <strong>&#8220;One Happy Island&#8221;</strong>. Non è solo il soprannome di Aruba, che riflette l’indole solare dei suoi abitanti, l’atmosfera rilassata e le spiagge bianchissime che contornano la più occidentale del sottogruppo insulare delle<strong> Antille olandesi</strong> detto ABC (Aruba, Bonaire e Curaçao), ma anche il motto impresso sulle targhe azzurre delle auto in circolazione.</p>
<p class="p1">Il <strong>blu</strong> è una costante qui: dalla bandiera – dove si aggiungono simboli gialli e rossi, due righe in basso e una stella contornata di bianco – alle brillanti sculture equine sparse per la capitale, <strong>Oranjestad</strong>. Sono opere dell’artista locale<strong> Osaira Muyale</strong>, create per ricordare quando, in passato, le barche si ancoravano al largo per far approdare i cavalli a nuoto sulla terraferma. Il progetto, chiamato <strong>Paarden Baai</strong> (&#8220;Horses Bay&#8221;), rende omaggio alla baia dove attraccano le navi da crociera. Poco distante dal porto sorge la distilleria di <strong>rum Bodegas Papiamento</strong>, all’interno di un’ex fabbrica di ghiaccio, bene prezioso un tempo per i pescatori. La produzione, finora basata a Panama e ancora attiva lì in parte, avrà ad Aruba la sua distilleria ufficiale a partire dal 2026. Intanto, nel 2024 ha celebrato il suo bicentenario con un mural sulla facciata e una nuova etichetta che unisce diversi rum caraibici invecchiati fino a vent’anni in botti di sherry di rovere americano. Qui si possono degustare abbinamenti di rum, cioccolato e frutta secca, o sorseggiare cocktail come l’<em>Aruba Rum Old Fashioned</em>, a base del loro Aruba Style Rum.</p>
<p class="p1">In una galleria di negozi semi-abbandonata si nasconde invece <strong>Farm a Cure Fungi</strong>, il laboratorio di <strong>Rachel Peterson</strong>, tatuatrice che ha trasformato la passione per i <strong>funghi</strong> in un’attività di <strong>coltivazione idroponica</strong>. Le sue varietà, come quella rosa del Pleurotus o i pioppini, sono oggi molto richieste dagli chef dell’isola. È impossibile non riconoscerla: tatuata fin sopra al collo, un ciondolo dorato a forma di fungo che caratterizza al suo carisma. Altro esempio di artigianalità locale è quello delle salse piccanti di <strong>Aruba Heat Hot Sauces</strong>, tutte confezionate a mano. Il brand ha ampliato nel tempo la sua offerta, passando dalla Bbq all’Assplosive, una miscela di habanero e peperoncino dolce, seguendo una scala crescente di piccantezza. Le più amate restano però mango e papaya. Queste salse sono un accompagnamento imprescindibile della cucina arubiana, in particolare per il pesce fritto.</p>
<figure id="attachment_210836" aria-describedby="caption-attachment-210836" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-210836" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2025/12/uno-dei-cestini-di-pesce-fresco-e-fritto-al-momento-mangiati-sulla-palafitta-di-Zeerovers.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-210836" class="wp-caption-text">uno dei cestini di pesce fresco e fritto al momento mangiati sulla palafitta di Zeerovers</figcaption></figure>
<p class="p1">Una tappa immancabile è <strong>Zeerovers</strong>, forse il locale più autentico dell’isola, simile alla nostra idea di ristopescheria. Qui si sceglie all’ingresso il pescato del giorno, lo si paga a peso e poi si cerca un tavolo affacciato sull’oceano – difficile non avere una bella vista. Il pesce si mangia rigorosamente con le mani, motivo per cui i lavandini disseminati ovunque tornano utili a fine pasto. Il barracuda è la specialità da non perdere. Più impegnativo è l’assaggio dell’<strong>iguana</strong>. Non è comune nei menu arubiani, ma quando leggete &#8220;zuppa del giorno&#8221;, chiedete informazioni. Io l’ho trovata da<strong> The Old Cunucu House</strong>, una trattoria verace dove la signora Jasmin prepara questa zuppa, considerata afrodisiaca e ricca di collagene, con proprietà benefiche simili a quelle della medicina naturale. Jasmin non gestisce un vero e proprio cocktail bar, ma i suoi drink meritano: provate il Cactus Fruit Margarita al fico d’india o l’iconico <em>Aruba Ariba</em>, con vodka, rum bianco e liquore alla banana.</p>
<p class="p1">Per sentirvi davvero local, ordinate una <strong>Balashi</strong>, birra in stile pilsner prodotta dal 1998 con l’acqua purissima dell’isola. Più leggera e fruttata è la sua versione <strong>Magic Mango</strong>. Questo simbolo brassicolo è diventato anche oggetto d’arte nella galleria sociale di <strong>Tito Bolivar</strong>, curatore e guida di San Nicolas, il villaggio che accoglie opere di street artist da tutto il mondo (tra cui l’italiano Jorit).</p>
<figure id="attachment_210837" aria-describedby="caption-attachment-210837" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-210837" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2025/12/i-pastechi-di-Huchada-tipico-street-food-che-puo-essere-ripieno-di-carne-o-formaggio.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-210837" class="wp-caption-text">i pastechi di Huchada, tipico street food che può essere ripieno di carne o formaggio</figcaption></figure>
<p class="p1">Infine, non potete lasciare Aruba senza assaggiare il <strong>pastechi</strong>: un fagottino fritto ripieno di formaggio (la mia versione preferita) o carne. Ricorda un calzone o un panzerotto italiano, o, per i latinoamericani, un’empanada. Dopo averne provati diversi, posso decretare che il migliore si trova da <strong>Huchada</strong>, una deliziosa panetteria dell’entroterra. Se decidete di gustarlo ai tavoli del parcheggio, potrete ammirare l’Hooiberg, la collina alta circa 165 metri che offre uno dei punti panoramici più suggestivi dell’isola, da scalare se voleste smaltire tutte le calorie di questo food tour. Non uscite mai dal vostro alloggio senza indossare un costume da bagno sotto i vestiti: qui ogni momento può trasformarsi in un tuffo.</p>
<p class="p1">A scandire le soste culinarie saranno le spiagge – da Eagle Beach a Baby Beach –, tutte pubbliche, dove le mangrovie offrono un riparo naturale dal sole cocente. Meglio cospargersi generosamente di protezione 50 e, in caso di scottature, affidarsi all’<strong>aloe vera</strong>, altra eccellenza dell’isola. Ad Aruba esistono vere e proprie piantagioni e laboratori che trasformano le foglie gelatinose in trattamenti lenitivi.</p>
<p class="p1">Restano ancora molti indirizzi gastronomici da scoprire, e la prossima volta non mancherà una sosta da <strong>The Dutch Pancakehouse</strong> – dove le frittelle sono più sottili e larghe del solito. Jonathan racconta che al mattino si forma sempre la fila fuori, per gustarle nella corte del <strong>Food Market </strong>al porto. Peccato solo averlo scoperto l’ultimo giorno: mi sembra un altro valido motivo per tornare.</p>
<h2 class="p2">Il festival culinario più importante dei Caraibi</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-210834" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2025/12/uno-dei-momenti-di-festa-di-Autentico-Aruba-Culinary-Festival.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p class="p2">Alla sua seconda edizione, <strong>Autentico Aruba Culinary Festival</strong> ha confermato che Aruba è molto più di una destinazione da cartolina: è un’isola in pieno fermento gastronomico. Dall’11 al 19 ottobre, il festival ha trasformato la destinazione caraibica in una mappa di sapori, con cene d’autore, degustazioni e collaborazioni tra chef locali e nomi internazionali come l’italo-americano Christian Petroni, il peruviano Jaime Pesaque e l’olandese Tim Golsteijn. Promosso dall’Aruba Tourism Authority, Autentico nasce per raccontare, attraverso la cucina, la ricchezza culturale di un’isola dove convivono più di cento nazionalità. Dalla Restaurant Week alle &#8220;Bucket List Experiences&#8221;, fino al grande Pavilion di Wilhelminastraat con oltre quaranta ristoranti e bar che per un weekend hanno trasformato un intero quartiere in una sorta di villaggio dello street food, ogni evento ha celebrato la creatività arubana e il suo dialogo sempre più aperto con il mondo.</p>
<h3>Dove mangiare</h3>
<p class="p1"><strong>Zeerovers</strong></p>
<p class="p1">Nessuna formalità a tavola: si mangia pesce freschissimo con le mani e si beve una Balashi ghiacciata contemplando il mare. <a href="https://www.facebook.com/zeerovers" target="_blank" rel="noopener"><em>facebook.com/zeerovers</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Papiamento Distillery</strong></p>
<p class="p1">Per assaggiare il distillato più famoso dell’isola, ovvero il rum, venite in questa distilleria che è anche un pub. All’ingresso c’è pure lo shop dedicato. <a href="https://bodegaspapiamento.com" target="_blank" rel="noopener"><em>bodegaspapiamento.com</em></a></p>
<p class="p1"><strong>West Deck</strong></p>
<p class="p1">Quando il cielo è terso, dai tavolini di questo ristorantino sulla spiaggia si vede persino il Venezuela. Provate le loro alette di pollo o le ribs. <a href="http://thewestdeck.com" target="_blank" rel="noopener"><em>thewestdeck.com</em></a></p>
<p class="p1"><strong>The Old Canuck Restaurant </strong></p>
<p class="p1">Accoglienza calorosa e cibo casalingo rendono questa esperienza una delle più veraci. I piatti che vanno per la maggiore sono il baccalà e la pecora stufata. <a href="https://www.oldcunucu.com" target="_blank" rel="noopener"><em>oldcunucu.com</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Que Pasa</strong></p>
<p class="p1">Situato nel cuore di Oranjestad dal 1992, Que Pasa offre una cucina internazionale che spazia dal sushi all’astice, abbinata a vini selezionati e servizio caloroso. <a href="https://www.quepasaaruba.com" target="_blank" rel="noopener"><em>quepasaaruba.com</em></a></p>
<p class="p1"><strong>The Grand Fish Restaurant</strong></p>
<p class="p1">Prima di ordinare qualunque piatto, fatevi portare il funchi (una specialità simile alla nostra polenta ma fritta e con formaggio filante sopra) e il loro pane: entrambi saranno cosparsi di un formaggio molto saporito.<em> <a href="https://www.facebook.com/thegrandfish" target="_blank" rel="noopener">facebook.com/thegrandfish</a></em></p>
<p class="p1"><strong>Santos</strong></p>
<p class="p1">Una delle migliori caffetterie in città dove si trovano ottime torte. Date un’occhiata agli scaffali: vendono il loro caffè specialty, torrefatto in Colombia. <a href="https://santos-aruba.com" target="_blank" rel="noopener"><em>santos-aruba.com</em></a></p>
<h3 class="p2">Dove dormire</h3>
<p class="p1"><strong>Secret Baby Beach Aruba</strong></p>
<p class="p1">Adagiato lungo le acque turchesi di Baby Beach, questa destinazione adults only celebra il lusso all-inclusive tra natura incontaminata e comfort su misura. Al bar sulla sabbia si sorseggiano cocktail all’aloe vera locale, mentre le tartarughe nuotano a pochi metri dalla riva. <a href="https://www.babybeacharubaresort.com" target="_blank" rel="noopener"><em>babybeacharubaresort.com</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Boardwalk Boutique Hotel Aruba</strong></p>
<p class="p1">Con due chiavi Michelin, questo retreat intimo, ideale per coppie, sorge in un’ex piantagione di cocco a pochi passi da Palm Beach. Casitas colorate immerse nei giardini tropicali, amache e barbecue privati incarnano l’autentico spirito &#8220;barefoot luxury&#8221; di Aruba. <a href="https://boardwalkaruba.com/en" target="_blank" rel="noopener"><em>boardwalkaruba.com</em></a></p>
<p class="p1"><strong>Renaissance Aruba Resort &amp; Casino</strong></p>
<p class="p1">Sul lungomare di Oranjestad, il Renaissance alterna energia e romanticismo: il Marina Hotel, adults only, e le Ocean Suites per famiglie. Un taxi d’acqua conduce all’isola privata dei fenicotteri, tra spa, ristoranti e un casinò che non dorme mai. <a href="https://www.marriott.com/en-us/hotels/auabr-renaissance-wind-creek-aruba-resort/overview/?scid=f2ae0541-1279-4f24-b197-a979c79310b0" target="_blank" rel="noopener"><em>marriott.com</em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/ad-aruba-lidentita-passa-per-la-tavola/">Ad Aruba l’identità passa per la tavola</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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