“La rivoluzione non è un pranzo di gala”, si dice. Ma, in fondo, negli ultimi vent’anni Copenaghen ha fatto esattamente questo. Ha trasformato la rivoluzione del New Nordic Manifesto in una forma di fine dining extralusso: anche grazie alla forza della corona danese – nel senso della valuta – è qui che in Europa abbiamo visto i primi menu degustazione che, con l’abbinamento al vino, toccavano i 1000 euro.
Mentre il New Nordic Manifesto rinnegava tutto ciò che fino a quel momento era stato sinonimo di alta cucina in città, prima di tutto la tradizione francese (che oggi per inciso sta avendo un grande ritorno, ma questa è una storia per un’altra volta), la capitale danese dettava la linea dell’avanguardia gastronomica mondiale.
Nel 2012 al Noma si servivano licheni fritti con polvere di porcini e crème fraîche: un cibo per renne, pensato per riflettere sull’idea stessa di “commestibile”. Nello stesso anno arrivarono in tavola formiche vive adagiate su foglie di cavolo, ancora brulicanti. Nel 2019 da Alchemist lo chef Rasmus Munk proponeva “Food for Thought”: sollevando la calotta cranica di una testa umana in silicone iperrealistica, si trovava un cubetto di foie gras ricavato da oche non sottoposte a gavage (cioè alimentazione forzata).
Negli ultimi vent’anni Copenaghen ha fatto parlare di sé per piatti così: estremi, concettuali, pensati per suscitare una conversazione (e più spesso, una polemica). Se è vero che sarebbe una forzatura sostenere che tutto nella capitale danese, in quest’epoca, è diventato estremo, tuttavia lo spirito del Manifesto si è infiltrato ovunque: nei “fermentati” stile Noma nel menu di ogni pub, nei vini iper-naturali senza solfiti versati a ogni bar d’angolo.
Una nuova direzione
L’apertura di Epicurus, inaugurato nella primavera del 2025 dopo anni di lavori, offre un esempio in direzione opposta. È un progetto monumentale, uno dei più costosi mai realizzati in città, concepito per unire alta cucina, mixology e musica dal vivo in un unico continuum estetico.

Tra i suoi co-proprietari c’è Lars Seier Christensen, figura chiave per capire la portata dell’operazione. Imprenditore con risorse virtualmente illimitate – nel 1992 co-fondò Saxo Bank –, Christensen ha contribuito a definire la scena gastronomica danese degli ultimi quindici anni finanziando due tra i ristoranti simbolo della città: Geranium, tre stelle Michelin e World’s Best Restaurant 2022, e il già nominato Alchemist, due stelle, il cui chef Rasmus Munk ha vinto per il secondo anno consecutivo il titolo di Best Chef of the Year ai recenti Best Chef Awards a Milano.
Oltre dieci anni fa Christensen investiva su Alchemist – che avrebbe poi aperto nel 2019 – per farne il manifesto di un’esperienza di cucina concettuale e teatrale. Oggi scommette su Epicurus, che rappresenta quasi l’inverso: un luogo costruito per l’intrattenimento adulto, in cui il piacere non è più l’aggancio per far scaturire una riflessione ma il fine in sé. Forse sta solo diversificando i suoi investimenti. Oppure, è il segnale di una nuova tendenza che potrebbe non restare isolata alla capitale danese.
Cosa aspettarsi da Epicurus
Epicurus si trova al numero 15 di Rosenborggade, nel pieno centro medievale di Copenaghen. Lo spazio – che fu una palestra militare di 400 metri quadrati – è stato completamente trasformato dallo studio GamFratesi: al primo piano si trova il ristorante, a quello inferiore il jazz club, collegati visivamente da boiserie in rovere. Nel jazz club, le pareti intarsiate mostrano figure stilizzate di danzatori e musicisti (un po’ di Antica Grecia ha senso visto il nome, del resto!); le luci, diffuse e calde, rendono l’atmosfera piacevolmente salottiera.

Una serata da Epicurus è modulabile: si può cenare à la carte, venire solo per assistere al concerto e bersi un drink, oppure optare per l’esperienza completa, che prevede un menu degustazione di sei portate più concerto e cocktail. Tutto ciò, a prezzi tutto sommato abbordabili; il Signature Jazz Menu da sei portate costa 695 corone danesi (circa 93 euro) a persona, con abbinamento vino disponibile a 600 o 1.200 corone (80 o 160 euro). Alla carta, la spesa media si aggira intorno alle 550 corone, circa 70 euro. Il Jazz & Drinks Ticket include invece il concerto e la prima bevanda a partire da 595 corone, circa 80 euro.

La cucina del ristorante, curata da Mads Bøttger con lo chef Oliver Bergholt, è di impronta francesizzante, con inflessioni nordiche. Bøttger è proprietario del ristorante stellato Dragsholm Slot, mentre Bergholt ha lavorato in alcune delle cucine note di Copenaghen, da Restaurant Copenhague a Bazaar e Uformel. Dal menu, abbiamo assaggiato snack come Gougères con tartufo nero e jamon iberico, piatti come Nasello in crosta con spinaci e fumetto affumicato, Manzo alla griglia con crema di peperoni e chips di patate, o un Sablé con prugne e spuma alla Malvasia dolce: una cucina di precisione e comfort, più sensuale che spettacolare, supportata da una carta dei vini molto ampia, seppur non molto profonda nelle annate (ma del resto, è quasi inevitabile per un’apertura recente).

La proposta del bar è curata da un altro dei soci, l’imprenditore Rasmus Shepherd-Lomborg, fondatore dei cocktail bar Ruby e Lidkoeb, entrambi più volte inseriti nella lista dei World’s 50 Best Bars, insieme a Michael Hajiyianni, ex head bartender di Alchemist. I loro cocktail seguono la stessa logica di equilibrio che guida la cucina: impronta minimal, basse gradazioni alcoliche e texture vellutate.
Musica per il palato, e non solo
Anche l’esperienza musicale risponde a questa filosofia di morbidezza. Il quarto socio del progetto è Sir (nel senso che è cavaliere della Corona danese!) Niels Lan Doky, pianista jazz di fama internazionale, che cura la direzione artistica del programma musicale. La sala da concerto è uno spazio incantevole, progettato per evocare l’atmosfera di un jazz club anni Cinquanta senza forzature retrò: ci si siede su poltrone disposte in file compatte intorno a tavolini circolari, mentre piccole luci da tavolo punteggiano lo spazio creando zone di intimità.
Durante la nostra visita, la residenza in corso era quella di Shelby J., già voce di Prince & The New Power Generation e dei Soultronics di D’Angelo. L’artista si è esibita con un repertorio che mescola soul, funk, pop, R&B e jazz, alternando brani originali e interpretazioni di classici come Brown Skin di India.Arie, What’s going on di Marvin Gaye, I Feel for You di Chaka Khan. Come altri degli artisti nel palinsesto di Epicurus, Shelby J. si esibisce in genere in venue molto più ampie: da spettatori, assorbire l’energia di una performance così intensa in una sala tanto intima è un’esperienza che va oltre l’ascolto, e coinvolge tutto il corpo.
Epicurus è il punto d’incontro di tre forme di piacere – cucina, musica e mixology – che si dividono equamente il palcoscenico. L’impressione generale è quella di un progetto che non vuole tanto stupire, ma piuttosto sedurre. Dopo vent’anni di brividi gastronomici, Copenaghen ha scoperto le carezze.