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	<title>50 cantine top 2022 Archivio &#8226; Food and Wine Italia</title>
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	<title>50 cantine top 2022 Archivio &#8226; Food and Wine Italia</title>
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		<title>Vietti</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/vietti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 15:13:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2022]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando l’investitore americano Kyle Krause acquistò Vietti nel 2016 molte persone pensarono che quello, per uno dei produttori più stimati di Barolo del Piemonte, sarebbe stato l’inizio della fine. Ma Luca Currado — la cui famiglia fondò l’azienda e che oggi resta, insieme alla moglie Elena, la forza dietro questi vini — era di ben [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando l’investitore americano Kyle Krause acquistò Vietti nel 2016 molte persone pensarono che quello, per uno dei produttori più stimati di Barolo del Piemonte, sarebbe stato l’inizio della fine. Ma Luca Currado — la cui famiglia fondò l’azienda e che oggi resta, insieme alla moglie Elena, la forza dietro questi vini — era di ben altro parere. I terreni dei cru di Barolo sono infatti così preziosi che le risorse alle quali ha avuto accesso gli hanno permesso di acquisire le proprietà dalle quali in passato comprava soltanto le uve e di espandersi su nuovi cru. Ironia della sorte, Vietti aveva una connessione con gli Stati Uniti già molto prima del coinvolgimento di Krause. Il bisnonno di Currado, infatti, si trasferì a Boston nei primi del Novecento per lavorare come ingegnere al progetto del Sumner Tunnel, che corre sotto il porto della città. «Grazie alle sue esperienze, rientrò dagli Stati Uniti con una mentalità più aperta rispetto a quella degli altri viticoltori — dice Currado —. Capì che il valore delle Langhe risiede nel terroir e iniziò a comprare vigneti tutt&#8217;intorno, nelle zone migliori di Monforte, Serralunga, e così via. Lo chiamavano il “pazzo americano”». Tutt’altro che follia, col senno di poi. Quei vigneti sono oggi la spina dorsale della gamma dei cru di Barolo Vietti. Tra i migliori di questa zona, comprendono lo speziato e vivace Lazzarito, il più concentrato e complesso Rocche di Castiglione (il primo Barolo, nel 1961, prodotto da un singolo cru, insieme al Bussia Prunotto di Beppe Colla), il profondo Villero Riserva e cinque ulteriori referenze. La stessa qualità che si ritrova in tutti gli altri vini Vietti. Nonostante l’acclamazione generale e la storia leggendaria della tenuta, Currado è modesto rispetto al suo contributo. «Fare vino è come cucinare:<br />
se non usi ottimi ingredienti, non ottieni ottimi risultati — dice —. Bisogna trattare la vigna come un giardino, con rispetto e cura. Se il frutto non è eccezionale, non ci si può fare niente. Siamo vignaioli, non maghi».</p>
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		<title>Venturini Baldini</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/venturini-baldini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 15:06:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2022]]></category>
		<category><![CDATA[50 cantine top 2022]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una cantina d’eccellenza, un’acetaia storica, un raffinato resort, una villa d’epoca appena ristrutturata, un ristorante creativo che propone la cucina del territorio in chiave contemporanea. È questo, in sintesi, il progetto di Venturini Baldini nella tenuta a una trentina di chilometri da Parma. Storica proprietà di nobili casate nel cuore delle terre di Quattro Castella, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una cantina d’eccellenza, un’acetaia storica, un raffinato resort, una villa d’epoca appena ristrutturata, un ristorante creativo che propone la cucina del territorio in chiave contemporanea. È questo, in sintesi, il progetto di Venturini Baldini nella tenuta a una trentina di chilometri da Parma. Storica proprietà di nobili casate nel cuore delle terre di Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia, negli anni 80 è stata una delle prime aziende agricole in Italia a ottenere la certificazione biologica. E dopo l’arrivo della famiglia Prestia, nel 2015, Julia e Giuseppe hanno dato vita a un importante percorso di rilancio dell’intera struttura con un approccio olistico. Il Wine&amp;Balsamic Relais, ricavato nelle strutture storiche della proprietà, è un progetto di charme sviluppato in cinque anni che ha trovato compimento con il restauro di Villa Manodori, il cuore storico della tenuta. «Il nostro obiettivo è valorizzare questo territorio a 360 gradi — conferma Julia Prestia —. In questi anni abbiamo fatto un grande lavoro di promozione del Lambrusco, lanciato il marchio Acetaia di Canossa per valorizzare la nostra produzione (Reggio Emilia Dop) e presentato l’olio evo da ulivi centenari all’interno della proprietà». Un progetto agricolo che porta quindi all’enoturismo – trovandosi in posizione centrale lungo la Strada del Vino e dei Sapori delle Colline di Scandiano e di Canossa – con la spinta sul ristorante Il Taglierè La Limonaia e un percorso enologico che ha concentrando gli sforzi su una cruciale valorizzazione proprio del Lambrusco. La cantina produce attualmente una decina di etichette, con bottiglie che parlano della zona come Rubino del Cerro, Marchese di Manodori, Montelocco e il rosato Cadelvento. A queste si affiancano spumanti Metodo Classico e Charmat, ma anche i vini del progetto T.E.R.S., dedicato all’esaltazione di varietà autoctone quali spergola e malbo gentile. Nel solco della propria storia, Venturini Baldini opera oggi in un’ottica sostenibile. «I nostri vigneti sono immersi in un parco che confina senza soluzione di continuità con l’ara naturalistica di Roncolo. La sfida green riguarda tutte le aree della tenuta, con un percorso che nel giro di tre anni ci porterà ad azzerare le nostre emissioni carboniche grazie al fotovoltaico, all’utilizzo di impianti a biomassa e a un processo di economia circolare».&nbsp;</p>
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		<title>Tasca d&#8217;Almerita</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/tasca-dalmerita-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 14:55:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2022]]></category>
		<category><![CDATA[50 cantine top 2022]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver percorso una strada tortuosa, ai visitatori si svela una vista magnifica. All&#8217;improvviso il sentiero è ben tenuto e fiancheggiato da alberi di eucalipto, mentre i dolci vigneti si allungano verso l&#8217;orizzonte. Sembra quasi di entrare in un film. Le tipiche case in pietra hanno porte blu splendidamente dipinte e sono circondate da fiori [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver percorso una strada tortuosa, ai visitatori si svela una vista magnifica. All&#8217;improvviso il sentiero è ben tenuto e fiancheggiato da alberi di eucalipto, mentre i dolci vigneti si allungano verso l&#8217;orizzonte. Sembra quasi di entrare in un film. Le tipiche case in pietra hanno porte blu splendidamente dipinte e sono circondate da fiori colorati. L’occhio non sa se fermarsi sulla magnifica magnolia nel cortile o invece sul rigoglioso orto. Non si tratta di un sogno bensì di una realtà a dir poco viva. Siamo alla Tenuta Regaleali, nel cuore della Sicilia, gestita dalla famiglia Tasca d&#8217;Almerita da ben otto generazioni. «Fino al 2001 abbiamo venduto la nostra produzione a un unico distributore», racconta Alberto, entrato in azienda proprio in quel momento. Da allora la cantina ha fortemente ampliato la produzione, acquistando più tenute in vari luoghi della regione che hanno tutti un forte legame con la storia dell&#8217;isola. In totale, Tasca d&#8217;Almerita è oggi composta da 673 ettari, di cui circa 450 impiantati a vigneto. Sull&#8217;isola di Mozia, che guarda dal mare Marsala, c’è una piccola produzione di grillo. Ma ci sono anche gli scavi gestiti insieme alla Fondazione Whitaker, che permetteranno di saperne di più sui Fenici che vi abitavano migliaia di anni fa. Per chi è fortunato, poi, è possibile prevedere una visita anche presso un altro dei tenimenti della famiglia, quintessenza di eleganza: la Tenuta Capofaro a Salina, la piccola isola vulcanica delle Eolie dove si produce la Malvasia delle Lipari. Il resort è composto da villette bianche attorniate da bouganville di un rosa brillante. Ci sono anche 4,5 ettari di vigneto con una vista infinita, che rende quasi impossibile percepire il limite sottile tra mare e cielo. Sull’Etna — il cui rinascimento enologico sta portando la Sicilia sempre più in alto nel gotha del vino — si trova invece la Tenuta Tascante. Infine la Tenuta Sallier de La Tour, dove si produce un syrah memorabile. E non finisce qui. Uno dei tanti obiettivi futuri dei Tasca è lavorare per una maggiore consapevolezza ambientale. La famiglia ha infatti avviato un progetto in continua crescita chiamato SOStain: una certificazione che tiene conto non solo della difesa dell&#8217;ambiente ma anche di altri aspetti, come la sicurezza sul lavoro e la responsabilità sociale. «L&#8217;importante è che si ricada sempre al di sotto dei parametri richiesti per la coltivazione biologica. Ci credo molto e abbiamo una stretta collaborazione con varie università — spiega Alberto Tasca d’Almerita — per collaborare a progetti di ricerca. Dobbiamo avere una prospettiva più ampia, senza concentrarci solo sul prodotto finale. È necessario pensare ed essere sempre un passo avanti rispetto alle sfide del futuro».</p>
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		<title>Specogna</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/specogna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 14:49:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2022]]></category>
		<category><![CDATA[50 cantine top 2022]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al suo rientro in Friuli dalla Svizzera, dove era emigrato per lavoro, Leonardo Specogna sceglie un piccolo appezzamento di terra sulle colline di Rocca Bernarda a Corno di Rosazzo. È il 1963 e in quell’anno mette radici l’avventura che in sei decenni fa di Specogna una delle realtà vitivinicole più dinamiche del Friuli. Le terre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Al suo rientro in Friuli dalla Svizzera, dove era emigrato per lavoro, Leonardo Specogna sceglie un piccolo appezzamento di terra sulle colline di Rocca Bernarda a Corno di Rosazzo. È il 1963 e in quell’anno mette radici l’avventura che in sei decenni fa di Specogna una delle realtà vitivinicole più dinamiche del Friuli. Le terre di Corno di Rosazzo sono ad alta vocazione viticolo-enologica e le vigne vi trovano insediamento sin dai tempi dei Romani. Nello spazio di alcune decine di chilometri si passa infatti dalla catena delle Alpi Carniche e Giulie che proteggono dai venti del Nord Europa, alle acque dell’Adriatico che mitigano notevolmente le temperature. Le colline beneficiano inoltre di notevoli escursioni termiche, ampliate dai venti di Bora che aiutano a spazzare l’umidità, e i terreni sono costituiti dalla cosiddetta ponka, l’alternanza di marne e arenarie formate in epoca eocenica. Azienda agricola a tuttotondo, nelle mani di Graziano Specogna si è concentrata sul vino e oggi il lavoro è portato avanti dalla terza generazione — i fratelli Cristian e Michele — che da tempo ne hanno preso in mano le redini, puntando a un miglioramento costante del lavoro nei 24 ettari di vigneto, integralmente a conduzione biologica, e ra²nando i processi in cantina, con l’utilizzo come base dei calendari lunari. Parallelamente Specogna ha spinto l’acceleratore sui mercati internazionali per posizionarsi tra le etichette di riferimento per l’area friulana, giocando la carta dell’identità. Secondo i due fratelli, la filosofia dell’azienda è legata ai dettagli che fanno la differenza, in particolare nel segno della sostenibilità. Dalla gestione dei vigneti con trattamenti non invasivi all’utilizzo di energia da fonti rinnovabili, qui si rispetta il lato green con convinzione. «Il costante impegno nella ricerca di un perfetto equilibrio del nostro vigneto ci ha fatto capire quanto sia fondamentale cercare di mantenere il più possibile integra la biodiversità del territorio», spiegano Cristian e Michele. E per questo hanno iniziato un progetto di conservazione della morfologia dei versanti delle colline e dei loro microclimi, attraverso la tutela degli alberi e delle altre piante autoctone.</p>
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		<title>San Felice</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/san-felice-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 14:44:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2022]]></category>
		<category><![CDATA[50 cantine top 2022]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una ricetta vincente, quella di San Felice. Il borgo medievale di Castelnuovo Berardenga, nella parte sud del Chianti Classico, ha riempito una nicchia ancora poco esplorata in questa bella terra, puntando su un’accoglienza di altissima qualità. Un luogo con una lunga storia: le prime tracce risalgono agli inizi dell’VIII secolo, quando San Felice era già [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una ricetta vincente, quella di San Felice. Il borgo medievale di Castelnuovo Berardenga, nella parte sud del Chianti Classico, ha riempito una nicchia ancora poco esplorata in questa bella terra, puntando su un’accoglienza di altissima qualità. Un luogo con una lunga storia: le prime tracce risalgono agli inizi dell’VIII secolo, quando San Felice era già conosciuto come sosta per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena. Oggi, invece, il borgo ristrutturato alla perfezione attira, con il suo albergo di uso di charme, gli amanti di una bellezza senza tempo. Borgo San Felice è infatti l’unica struttura della zona a far parte della rete esclusiva Relais &amp; Châteaux (inoltre premiata come Miglior Esperienza Gastronomica in Hotel ai Food&amp;Wine Italia Awards del 2021). Ma non finisce qui, perché la cucina merita, appunto, un commento a parte. Basti pensare alle tante stelle sulla giacca dello chef toscano Enrico Bartolini, consulente del Poggio Rosso, il ristorante affidato alla guida sicura di Juan Camilo Quintero e anch’esso illuminato da una stella Michelin. Il poco più che trentenne executive chef colombiano ha costruito un progetto gastronomico in equilibrio tra puro divertimento e storia toscana. Non per niente il ristorante è diventato una tappa obbligata per chiunque abbia voglia di capire come la lunga tradizione regionale possa essere reinterpretata in modo libero e al contempo rispettoso. Il percorso dell’azienda vinicola invece inizia concretamente nel Settecento, con i Grisaldi Del Taja. Un paio di secoli dopo la famiglia comprese il potenziale del posto, investì sull’agricoltura e fu anche tra i fondatori, nel 1924, del Consorzio Vino Chianti Classico (quello del celebre Gallo Nero). Nel 1968 nasce in azienda il Supertuscan Vigorello: inizialmente prodotto da solo sangiovese e poi, col tempo, con l’aggiunta di cabernet sauvignon, è una delle bottiglie che ha cambiato la storia enologica italiana. L’Agricola San Felice ha investito con uguale successo a Bolgheri, con la tenuta Bell’Aja e la recentissima acquisizione di Batzella, e a Montalcino, con la tenuta Campogiovanni. I numeri sono ragguardevoli: 1,2 milioni di bottiglie l’anno e il 65% della produzione che viene esportato in 48 paesi diversi. Nonostante le cifre impressionanti, a Borgo San Felice sono le persone a fare la vera differenza, perché l’accoglienza calorosa che non perde mai in garbo ed eleganza è ciò che fa sì che chi arriva qui non veda l’ora di tornare.</p>
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		<title>Salcheto</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/salcheto-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 14:24:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2022]]></category>
		<category><![CDATA[50 cantine top 2022]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sostenibilità ambientale nel mondo del vino, oggi tema attuale e assai di uso, ha i suoi pionieri. Tra questi, Michele Manelli della cantina Salcheto di Montepulciano è uno dei più autorevoli, credibili e autentici, tanto da aver meritato il premio per la Responsabilità Sociale nel vino ai Food&#38;Wine Italia Awards 2022. Ha avviato il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La sostenibilità ambientale nel mondo del vino, oggi tema attuale e assai di uso, ha i suoi pionieri. Tra questi, Michele Manelli della cantina Salcheto di Montepulciano è uno dei più autorevoli, credibili e autentici, tanto da aver meritato il premio per la Responsabilità Sociale nel vino ai Food&amp;Wine Italia Awards 2022. Ha avviato il suo progetto intorno alla metà degli anni 90 e l’ha fatto crescere con una coerenza straordinaria, trasformando una semplice cantina in un’attività olistica, capace di un effetto domino di buone pratiche. La vigna è gestita in regime biologico, con incursioni biodinamiche, ma è la cantina il vero gioiello di sostenibilità: completamente off-grid (ovvero autonoma sul piano energetico), ha lucernari solari, pannelli fotovoltaici, vinificatori che sfruttano il gas autoprodotto durante la fermentazione alcolica, un impianto geotermico sotto i vigneti, rispetta il protocollo Equalitas ed è stata la prima a certificare l’impatto ambientale di una bottiglia di vino. Il tutto tenendo d’occhio qualità e identità dei prodotti, mai sacrificati ma anzi esaltati dai processi virtuosi. Ne sono prova tutte le etichette, come ad esempio i Nobile di Montepulciano Salco, Vecchie Viti del Salco o la linea Obvius, nelle versioni bianco, rosso e rosato. Questi ultimi rinunciano a ogni intervento, compresa l’aggiunta di solfiti. Etichette “neo-naturali”, come le chiama Manelli, che rispondono alle giuste esigenze di trasparenza e genuinità senza penalizzare gusto, identità, riconoscibilità di terroir e vitigno. Un modo per affrancarsi da un certo movimento disordinato, se non improvvisato, sia dal punto di vista tecnico che gustativo. Tra le idee più recenti, quella di un vigneto di montagna, impiantato a mille metri, non lontano dall’Abetone, per produrre un Metodo Classico da varietà orpicchio, chardonnay e pinot nero resistente; o il bag in box con carbon footprint negativa. Anche le iniziative sul fronte dell’accoglienza seguono la filosofia generale, ovviamente. Da pochi mesi è stato aperto il ristorante Indigeno Cucina Terrestre, con la consulenza di Paolo Parisi. Un luogo che, come successo per il vino, punta a lasciare un segno in materia di sostenibilità, estremizzando concetti come “spreco zero” e lavorando solo carni di animali liberi: le oche che scorrazzano per i vigneti e i cinghiali della zona. Il pane è fatto in casa con grani antichi locali e il foraging è una pratica quotidiana.</p>
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		<item>
		<title>Ruggeri</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/ruggeri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 14:21:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2022]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel cuore della collina di Cartizze, il toponimo Case Bisoi è tracciato nelle mappe più antiche. È proprio nelle “case dei Bisol” che affonda le radici Ruggeri, l’azienda vitivinicola fondata nel 1950. La storia racconta infatti della piccola cantina di Eliseo Bisol a Santo Stefano di Valdobbiadene e del figlio Luigi, fra i primi enologi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel cuore della collina di Cartizze, il toponimo Case Bisoi è tracciato nelle mappe più antiche. È proprio nelle “case dei Bisol” che affonda le radici Ruggeri, l’azienda vitivinicola fondata nel 1950. La storia racconta infatti della piccola cantina di Eliseo Bisol a Santo Stefano di Valdobbiadene e del figlio Luigi, fra i primi enologi del territorio, che costruisce una nuova realtà a Montebelluna. Quando nel 1950 Giustino Bisol fonda una nuova azienda insieme al cugino, si sceglie il cognome di quest’ultimo come marchio per l’avventura comune. Ruggeri è tra le prime cantine di Valdobbiadene dedite alla produzione di vino spumante e l’opera di Giustino trova nel lavoro del figlio Paolo e della nipote Isabella una naturale continuità. Ancora oggi sono ambasciatori dell’azienda, anche se dal 2017 Ruggeri è parte del gruppo Rotkäppchen-Mumm; una scelta strategica, sostenuta da una piena coincidenza di visione con la famiglia del fondatore e dal comune intento di raggiungere una qualità sempre più alta. Ora contano più di cento conferitori, molti dei quali alla terza generazione, che possiedono vigneti in tutto il territorio di Valdobbiadene e nei comuni limitrofi, ma soprattutto che operano in stretta condivisione con la squadra di agronomi della Ruggeri. I piccoli appezzamenti sono lavorati esclusivamente a mano dai vari vignaioli, il cui impegno richiede tra le 300 e le 800 ore di lavoro per ettaro a causa della pendenza dei suoli, che in alcuni punti arriva a oltre il 70%. La cantina è stata la prima a vinificare uno spumante extra brut (anticipando il disciplinare) e a produrre bollicine usando esclusivamente uve da viti centenarie (Vecchie Viti), ma anche a tenere in autoclave il Prosecco Superiore per 48 mesi sui lieviti. Si tratta del Metodo Ruggeri, che prevede un affinamento prolungato e poi una maturazione in bottiglia. Questo conferisce una struttura complessa ai vini e oggi questa è una delle rare aziende in grado di proporre degustazioni in verticale dei suoi Prosecchi più pregiati, arrivando a stappare bottiglie di oltre vent’anni. Innovazione e sostenibilità si incrociano nella progettualità di Ruggeri: in collaborazione con il Consorzio di Tutela, nel 2012 è stato piantato un vigneto sperimentale dove da dieci anni si coltivano oltre cento viti di cloni antichi di glera, bianchetta, verdiso e perera. L’azienda porta avanti infatti molte iniziative di ricerca sulla biodiversità delle vigne, tese alla salvaguardia dell’ecosistema e contestualmente ha deciso di aderire al protocollo SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata), con certificazione in etichetta dalla vendemmia 2020.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Quintodecimo</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/quintodecimo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 14:17:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2022]]></category>
		<category><![CDATA[50 cantine top 2022]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luigi Moio è sia l&#8217;erede di un patrimonio di conoscenze vitivinicole tramandate di generazione in generazione che un docente di Enologia all&#8217;Università degli Studi di Napoli. Nei suoi vini è possibile assaporare la storia della Campania – che racconta di vigneti, montagne e tradizioni antiche – interpretata con purissima precisione intellettuale. E ritrovare, nei rossi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Luigi Moio è sia l&#8217;erede di un patrimonio di conoscenze vitivinicole tramandate di generazione in generazione che un docente di Enologia all&#8217;Università degli Studi di Napoli. Nei suoi vini è possibile assaporare la storia della Campania – che racconta di vigneti, montagne e tradizioni antiche – interpretata con purissima precisione intellettuale. E ritrovare, nei rossi come nei bianchi, l’espressione più emozionante delle uve autoctone. Nato a Mondragone, poco più a nord di Napoli, da un lignaggio di vignaioli — suo padre Michele ha contribuito alla rinascita della denominazione Falerno del Massico, apprezzata sin dai tempi della Roma classica — Moio ha lavorato fino al 2001 principalmente come consulente per altre cantine. In quell’anno, sulle colline boscose dell’Irpinia, all&#8217;interno della Docg Taurasi, decide insieme alla moglie Laura di fondare Quintodecimo. Un nome che si rifà all&#8217;antico insediamento di Aeclanum, che sorgeva nei pressi dell&#8217;azienda vinicola oggi appena fuori Mirabella Eclano, e che in epoca romana era conosciuto come quintum decimum (poiché di 15 miglia esatte era la sua distanza dalla città romana di Benevento). Qui i Moio coltivano i loro 25 ettari di vigneti in regime biologico, senza ricorrere ad alcun erbicida, fertilizzante o pesticida chimico e utilizzando pratiche come il sovescio e la rivegetazione. In fase di fermentazione, poi, si impiegano solo lieviti autoctoni. Da queste lavorazioni accorte provengono vini che raccontano fedelmente la propria terra di origine: tre rossi — tutti dall’autoctono Aglianico — e tre bianchi — da Falanghina, Fiano di Avellino e Greco di Tufo. Ognuno di loro brilla per qualità, mentre tutti insieme rappresentano un compendio della migliore tradizione enoica campana. Considerando il lungo e brillante curriculum del fondatore, non c’è poi da stupirsi.</p>
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		<title>Podere Forte</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/podere-forte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 14:06:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2022]]></category>
		<category><![CDATA[50 cantine top 2022]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il guru della biodinamica Claude Bourguignon è qui al servizio di una collina calcarea in Val d&#8217;Orcia. Siamo nel regno avveniristico e bucolico al contempo di Pasquale Forte, al cospetto di una struttura architettonicamente imponente ma anche completamente mimetica, a seconda di dove la si guardi. Le viti sono disposte tutt’intorno a raggiera: in totale, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il guru della biodinamica Claude Bourguignon è qui al servizio di una collina calcarea in Val d&#8217;Orcia. Siamo nel regno avveniristico e bucolico al contempo di Pasquale Forte, al cospetto di una struttura architettonicamente imponente ma anche completamente mimetica, a seconda di dove la si guardi. Le viti sono disposte tutt’intorno a raggiera: in totale, il suo territorio costituisce un organismo vivente di 168 ettari, di cui 15 vitati, 23 di oliveti e 70 di boschi; i restanti 60 sono suddivisi fra pascoli, allevamenti e giardini. La biodinamica qui è scienza: «Lavoriamo i campi come 2mila anni fa ma in cantina siamo 200 anni avanti», dice il signor Forte, che di questa storia è la voce narrante. Lui, prestato al vino dal mondo dell&#8217;ingegneria, ha creato un universo devoto a questo metodo, che indaga apportandovi sviluppi propri: non solo cornoletame e calendari lunari, dunque, ma accorgimenti apparentemente insignificanti, come quello che vuole che le barbatelle, una volta impiantate, siano inna²ate con un imbuto di rame, una a una. Quanto all&#8217;innovazione, i terreni sono irrigati grazie a<br />
un’avanguardistica rete idrica pensata in modo da non creare ruscellamenti, per evitare di togliere sostanze alla terra e, quindi, alle piante. Tutta l’acqua impiegata viene poi recuperata e riutilizzata anche in cantina, che si fregia di un laboratorio interno per le analisi biochimiche, mentre con l&#8217;ausilio della cromatografia si analizzano i terreni per avere un’indicazione oggettiva sulla tipologia di compost necessaria. Un mondo fatto di scienza e umanesimo, quello di Pasquale Forte e del suo podere, che ha deciso di ribattezzare le etichette col nome dell&#8217;antico proprietario della tenuta, il signor Petrucci. Dai primi tre vini — Petruccino, Petrucci e Guardiavigna — realizzati con<br />
rese differenti a seconda dell&#8217;esposizione e del suolo, nascono poi Petrucci Melo e Petrucci Anfiteatro, due specializzazioni del sangiovese concepite a partire dall&#8217;esatta ubicazione di due vigneti e dalla rispettiva toponomastica. Comprendendo, dunque, che proprio nella differenza risiede la vera prescienza del vino, nasce il certosino lavoro di zonazione che culmina con l&#8217;isolamento di questi due cru, cui corrispondono due vinificazioni separate, ancorché identiche. Il risultato? Due vini straordinariamente differenti, ortodossi solo nel rispetto della comune, differente matrice: la terra.</p>
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		<title>Pio Cesare</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/pio-cesare-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 13:49:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2022]]></category>
		<category><![CDATA[50 cantine top 2022]]></category>
		<category><![CDATA[speciale vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Pio Cesare di Alba ha festeggiato nel 2021 i suoi primi 140 anni. Le celebrazioni hanno purtroppo preso una piega imprevista, con la tragica scomparsa di Pio Boffa proprio all&#8217;inizio di quell&#8217;anno. Poco dopo è stata la figlia Federica, di soli 24 anni, a prendere il timone e assumere la responsabilità di traghettare l&#8217;azienda [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Pio Cesare di Alba ha festeggiato nel 2021 i suoi primi 140 anni. Le celebrazioni hanno purtroppo preso una piega imprevista, con la tragica scomparsa di Pio Boffa proprio all&#8217;inizio di quell&#8217;anno. Poco dopo è stata la figlia Federica, di soli 24 anni, a prendere il timone e assumere la responsabilità di traghettare l&#8217;azienda nel futuro. È nel centro del paese che si trova ancora il palazzo del Settecento costruito su resti romani in cui Cesare Pio fondò l’impresa nel 1881, in un’epoca in cui si pagava molto di più per dolcetto e barbera rispetto ai Barolo e Barbaresco, ancora poco conosciuti: «Il mio bisnonno è stato un vero pioniere — racconta Federica Boffa —, iniziando a viaggiare all’estero per raccontare queste due eccellenze delle Langhe. È stato addirittura uno dei primi a ottenere un passaporto: il suo aveva il numero 54». Pio Boffa, in seguito, è stato colui che ha cambiato la filosofia della cantina, che fino al 1974 aveva funzionato esclusivamente come négociant, comprando e vendendo vino. Pio capì che invece era tempo di investire sulla qualità e iniziò ad acquistare i terreni dai quali cominciò a ottenere il Barolo e il Barbaresco apprezzati dagli amanti del vino per il loro stile classico e la qualità senza compromessi. Ma non solo. Come aggiunge Federica, «papà era una persona speciale. È stato uno dei primi a puntare anche sullo chardonnay, a metà degli anni 80». Lei che da bambina ha accompagnato i genitori in viaggi in giro per il mondo, imparando l&#8217;inglese in tenera età e avendo modo di osservare come si gestiva una vigna, ha fatto tesoro di ogni esperienza. Oggi il suo obiettivo è quello di visitare tutti e 40 i paesi dove i prodotti della cantina sono presenti: «Devo spiegare loro che esistiamo ancora e che l&#8217;unica differenza è che ora sono io quella che ci mette la faccia». Diversi altri progetti sono in partenza, come la scommessa sul timorasso e i nuovi vigneti in Alta Langa, una zona nota per gli spumanti Metodo Classico da uve pinot nero e chardonnay. «Ma non produrremo bolle, abbiamo preferito piantare nebbiolo. Lì i vigneti sono a un&#8217;altitudine elevata e l’uva ha un’acidità maggiore. Le regole del Barolo e Barbaresco non consentono ancora l&#8217;utilizzo di uve di quelle zone ma se le cose dovessero cambiare — considerando anche il cambiamento climatico — vogliamo essere preparati», anticipa la giovane proprietaria. Lei che è la nuova generazione di una famiglia che è riuscita a farsi strada nei percorsi tortuosi della storia, sembra dotata di una bussola interiore che siamo certi la aiuterà nel percorso futuro.</p>
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