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	<title>Vino &#8226; Food and Wine Italia</title>
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	<title>Vino &#8226; Food and Wine Italia</title>
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		<title>Zaccagnini: dialogo tra vite, arte e pop culture</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/zaccagnini-dialogo-tra-vite-arte-e-pop-culture/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 16:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Advertorial]]></category>
		<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fondata sul profondo legame tra la viticoltura d’eccellenza e i linguaggi dell’arte contemporanea – celebre l’incontro storico con Joseph Beuys –, Zaccagnini rappresenta un presidio fondamentale dell’enologia abruzzese. Oggi, sotto la guida del gruppo Argea, la cantina affronta una nuova stagione evolutiva, preservando l’eredità del fondatore Marcello Zaccagnini e intercettando le tendenze di consumo contemporanee, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-pm-slice="1 1 []">Fondata sul profondo legame tra la viticoltura d’eccellenza e i linguaggi dell’arte contemporanea – celebre l’incontro storico con <strong>Joseph Beuys</strong> –, <strong>Zaccagnini</strong> rappresenta un presidio fondamentale dell’enologia abruzzese. Oggi, sotto la guida del gruppo <strong>Argea</strong>, la cantina affronta una nuova stagione evolutiva, preservando l’eredità del fondatore <strong>Marcello Zaccagnini</strong> e intercettando le tendenze di consumo contemporanee, dalle linee d’alto posizionamento fino alle referenze no/low alcohol.</p>
<p>L’emblema di questa continuità rispettosa è il debutto del <strong>Montepulciano d’Abruzzo Doc Tralcetto Riserva (annata 2020)</strong> e lo sviluppo della linea <strong>San Clemente</strong>, pilastri di un nuovo posizionamento premium.</p>
<p>«Una sfida ambiziosa per il nostro brand fortemente distribuito a scaffale — spiega <strong>Giacomo Tarquini, direttore marketing del gruppo Argea</strong> — caratterizzato da un punto prezzo già importante, che ha registrato il sold-out di tutte le quantità prenotate dai buyer in poche settimane, superando ampiamente le aspettative commerciali dell’azienda. Estensione ideale per i pranzi domenicali in famiglia, la Riserva ridefinisce il percepito del Tralcetto, che cresce del +30% in produzione pur mantenendo un rigore e un’attenzione sartoriale premiata da punteggi eccellenti nelle prime recensioni».</p>
<p>Al contempo, lo sguardo globale di Argea intercetta l’innovazione tecnologica della dealcolazione, un asset strategico guidato dal successo negli Stati Uniti (oltre 350mila bottiglie distribuite tra bianchi, rossi e sparkling su base 100% Glera).</p>
<h2>L’incontro naturale: vino e pizza</h2>
<p>In vista dell’autunno, Zaccagnini celebra l’unione tra due archetipi del gusto italiano: il vino e la pizza, un dialogo conviviale che esalta la straordinaria versatilità dei vitigni abruzzesi. L’eclettismo della gamma permette accostamenti sorprendenti e immediati, capaci di valorizzare tanto le ricette classiche quanto le interpretazioni gourmet o fortemente territoriali.</p>
<p>Tarquini delinea precise linee guida di abbinamento basate sul bilanciamento aromatico e strutturale: «Sulla pizza rossa ai frutti di mare la scelta d’elezione ricade senza esitazioni sul <strong>Cerasuolo d’Abruzzo Zaccagnini</strong>: la sua freschezza e la vibrante mineralità esaltano la sapidità del pesce e la componente di pomodoro, offrendo un’alternativa ferma che evita la complessità dei lieviti tipica delle bollicine. Al contrario, le pizze a base bianca trovano il proprio compagno ideale nel <strong>Bianco di Ciccio (Trebbiano d’Abruzzo 100%, ndr)</strong>: un vino caratterizzato da una spiccata componente citrica e da nitidi sentori agrumati di pompelmo e cedro, perfetto per pulire il palato e bilanciare la grassezza dei latticini con un sorso affilato e rinfrescante».</p>
<h2>Il simbolo del Tralcetto</h2>
<p>Il &#8220;Tralcetto&#8221; non è solo il nome del vino più celebre di Zaccagnini, ma un vero e proprio manifesto visivo e produttivo. Ogni singola bottiglia è infatti impreziosita da un piccolo tralcio di vite, legato manualmente al collo con un filo di rafia.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-218071" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/zaccagnini-dialogo-tra-vite-arte-e-pop.png" alt="zaccagnini-dialogo-tra-vite-arte-e-pop" width="763" height="627" /></p>
<p>Questo rito artigianale, che richiama l’antica tradizione contadina abruzzese, trasforma la bottiglia in un oggetto di design rurale e di riconoscimento immediato nel mondo. Nato dall’intuizione di valorizzare la manualità e la cura del dettaglio, questo elemento è diventato un’icona globale, capace di raccontare lo stretto legame tra l’uomo e la terra.</p>
<p>Un’autentica firma d’autore che testimonia il profondo rispetto per la materia prima e per la tradizione agricola locale, custodita e valorizzata oggi da Argea.</p>
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		<title>Rubate 30mila bottiglie ad Antinori: il furto vale circa 5 milioni di euro</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/furto-antinori-cortona/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 09:06:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Trentamila bottiglie di Solaia, Tignanello e Guado al Tasso, per un valore stimato di circa 5 milioni di euro, sono state rubate da un deposito di Marchesi Antinori a Cortona, in provincia di Arezzo. Il colpo è stato eseguito da un gruppo di almeno sette persone, che sarebbe riuscito a entrare nella struttura con due [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-pm-slice="1 1 []">Trentamila bottiglie di <strong>Solaia</strong>, <strong>Tignanello</strong> e <strong>Guado al Tasso</strong>, per un valore stimato di circa <strong>5 milioni di euro</strong>, sono state rubate da un deposito di <strong>Marchesi Antinori</strong> a Cortona, in provincia di Arezzo. Il colpo è stato eseguito da un gruppo di almeno sette persone, che sarebbe riuscito a entrare nella struttura con due camion dopo aver neutralizzato i sistemi di sicurezza.</p>
<p>Secondo le prime ricostruzioni, i ladri hanno disattivato l&#8217;allarme e messo fuori uso le telecamere che sorvegliavano l&#8217;azienda. Una volta all&#8217;interno hanno utilizzato anche i muletti presenti nel deposito per caricare le bottiglie sui due mezzi.</p>
<h2>Antinori avvisa clienti e distributori</h2>
<p>Tra le etichette sottratte ci sono tre dei vini più conosciuti del gruppo: Tignanello e Solaia, prodotti dalla Tenuta Tignanello nel Chianti Classico, e Guado al Tasso, Bolgheri Doc Superiore proveniente dall&#8217;omonima tenuta sulla costa toscana.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-218319" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/10/furto-antinori-cortona.png" alt="furto-antinori-cortona" width="763" height="627" /></p>
<p>Particolarmente rilevante è la quantità di Solaia: secondo quanto riferito da <strong>Renzo Cotarella</strong>, amministratore delegato di Marchesi Antinori, sarebbero state rubate circa 10mila bottiglie dell&#8217;annata 2023, a fronte di una produzione annuale indicata in circa 60-70mila esemplari. Una quota abbastanza consistente da rendere più <strong>difficile</strong> immettere il vino sul mercato senza attirare attenzione.</p>
<p>Non è ancora chiaro quale possa essere la destinazione della refurtiva. L&#8217;ipotesi che le bottiglie possano finire presso collezionisti, ristoranti o attraverso canali paralleli resta per ora soltanto una possibilità investigativa.</p>
<p>Marchesi Antinori sta intanto informando clienti e distributori in diversi Paesi, invitandoli a prestare attenzione a offerte anomale o provenienti da canali non ufficiali. «Speriamo ancora di riuscire a ritrovare il vino, due camion non possono semplicemente sparire», ha detto Cotarella al <em>Financial Times</em>.</p>
<p>Lo stesso amministratore delegato ha descritto la banda come particolarmente preparata e ha ipotizzato un possibile collegamento con altri furti avvenuti recentemente in cantine italiane. Su questo punto, però, le indagini sono ancora in corso e non risultano al momento arresti. Cotarella ha anche definito il colpo <strong>senza precedenti</strong> in Italia per dimensioni e valore.</p>
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		<item>
		<title>Vernaccia di San Gimignano, tra storia e futuro</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/vernaccia-di-san-gimignano-tra-storia-e-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Gobbi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 08:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non tutti i vini possono vantare una storia che affonda le sue radici nel Medioevo ed è testimoniata da documenti e illustri citazioni letterarie: risale al 1276, vergata su pergamena, la prima menzione della Vernaccia di San Gimignano, di cui si attesta il valore commerciale. E se ne ritrovano poi riferimenti anche nelle pagine di Dante, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-pm-slice="1 1 []">Non tutti i vini possono vantare una storia che affonda le sue radici nel Medioevo ed è testimoniata da documenti e illustri citazioni letterarie: risale al 1276, vergata su pergamena, la prima menzione della Vernaccia di San Gimignano, di cui si attesta il valore commerciale. E se ne ritrovano poi riferimenti anche nelle pagine di Dante, Boccaccio e altri letterati, cronisti e viaggiatori, nel corso dei successivi 750 anni.</p>
<p>Mentre celebra 60 anni il riconoscimento della Doc, tra le prime assegnate in Italia nel 1966. Due ricorrenze che appartengono non soltanto alla storia della denominazione ma a quella del vino italiano, commemorate con un’edizione particolarmente significativa – la quarta – di <strong>Regina Ribelle-Vernaccia di San Gimignano Wine Fest</strong>, l’appuntamento che a fine maggio ha richiamato nel borgo toscano pubblico e operatori di settore.</p>
<p>Una celebrazione della storia, ma soprattutto della vitalità contemporanea di un prodotto che continua a rinnovarsi senza perdere il legame con le proprie radici.</p>
<p>Al centro dell’evento, che ha rappresentato un’occasione privilegiata per rileggere il patrimonio culturale che accompagna la Vernaccia di San Gimignano da secoli, c’è stata infatti la presentazione delle nuove annate, a partire dalla <strong>2025</strong>, nata in un contesto climatico complesso ma capace di esprimere vini di grande equilibrio e identità territoriale.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-218133" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/vernaccia-di-san-gimignano-tra-storia-e-futuro.png" alt="vernaccia-di-san-gimignano-tra-storia-e-futuro" width="763" height="627" /></p>
<p>Nei calici emergono precisione, profondità e una marcata vena salina che rappresenta uno dei tratti distintivi di questo vino. C’è infatti una traccia marina che l’attraversa e ne definisce l’identità più profonda. È una sensazione che emerge al sorso, tra tensione salina, energia e freschezza, quasi a raccontare l’antica origine dei terreni che circondano il borgo.</p>
<p>Da questa impronta nasce un vino dalla personalità inconfondibile: elegante, complesso ma sempre scorrevole, capace di farsi apprezzare da una platea sempre più ampia, attestando la straordinaria attualità di un carattere rimasto autentico nel tempo.</p>
<p>Di particolare interesse si è rivelata anche la <strong>Vernaccia di San Gimignano 2024</strong>, che ha mostrato un profilo diverso ma altrettanto identitario; più tesa e verticale, quest’annata è caratterizzata da una maggiore espressività aromatica tra agrumi, frutta bianca ed erbe mediterranee, sostenuta da una sapidità incisiva e da una vibrante tensione palatale.</p>
<p><strong>Regina Ribelle</strong> ha celebrato tutto questo: non soltanto una lunga storia, ma la capacità di una denominazione di guardare avanti, confermando ancora una volta il proprio ruolo tra le più autorevoli espressioni del vino bianco italiano, in perfetta sintonia con il gusto e la sensibilità contemporanea.</p>
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		<item>
		<title>Il vino e tutto quello che cresce intorno: perché la biodiversità riguarda anche il bicchiere</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/vino-biodiversita-intervista-luigi-fiorentino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 08:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Il vino si fa nel vigneto più che in cantina». Per Luigi Fiorentino, presidente del National Biodiversity Future Center (NBFC), proteggere ciò che vive tra i filari e intorno alle viti è una responsabilità che riguarda tutto il settore. Nella nostra intervista parla di boschi, insetti utili, varietà dimenticate e conoscenze contadine, ma anche di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-pm-slice="1 1 []">«Il vino si fa nel vigneto più che in cantina». Per <strong>Luigi Fiorentino</strong>, presidente del National Biodiversity Future Center (NBFC), proteggere ciò che vive tra i filari e intorno alle viti è una <strong>responsabilità</strong> che riguarda tutto il settore. Nella nostra intervista parla di boschi, insetti utili, varietà dimenticate e conoscenze contadine, ma anche di controlli e del contributo che la ricerca può offrire alle aziende. «Quando l’uva viene trasportata in cantina ha già il suo carattere, già si sa il vino in che direzione va».</p>
<p>Il territorio, nelle sue parole, comprende tutte queste relazioni. «Tutto ciò che di naturale c’è intorno al vigneto dobbiamo proteggerlo». L’Italia, ricorda, possiede una grande biodiversità: conservarla significa occuparsi anche delle specie che accompagnano la coltivazione, oltre che della vite.</p>
<h2>Che cosa dimostrano le certificazioni</h2>
<p>Come si capisce se un’azienda sta lavorando bene? Fiorentino chiede di prestare più attenzione ai risultati. Secondo il presidente del Centro nazionale per la biodiversità, le verifiche sui metodi di produzione, compresa la lotta integrata, si concentrano sull’osservanza delle regole previste. «Quello che manca è una <strong>verifica sul campo</strong>, una verifica concreta: vedere se effettivamente quel risultato è stato raggiunto». Un limite che considera comune anche ad altri settori: «Questa è una caratteristica un po’ di tutti i controlli che abbiamo nel nostro Paese».</p>
<figure id="attachment_218225" aria-describedby="caption-attachment-218225" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-218225" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/10/vino-intervista-luigi-fiorentino.png" alt="vino-intervista-luigi-fiorentino" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-218225" class="wp-caption-text">Luigi Fiorentino, presidente del National Biodiversity Future Center</figcaption></figure>
<p>Per stabilire quali benefici una cantina dovrebbe documentare, propone di <strong>coinvolgere i ricercatori</strong>. «Questo dovrebbe essere il compito di una ricerca congiunta tra il Centro nazionale per la biodiversità e i produttori». Si dovrebbe partire dalle condizioni dei vigneti e dalla loro gestione, valutando il rapporto tra la coltivazione e le altre specie presenti nell’area. È su questi aspetti che vorrebbe costruire criteri di valutazione condivisi con le aziende.</p>
<h2>I vitigni salvati dai produttori e da chi li ha raccontati</h2>
<p>Molte varietà locali sono arrivate fino a noi grazie a chi ha continuato a coltivarle. «Noi abbiamo tanti <strong>vitigni autoctoni</strong>, tipici delle zone e di singole porzioni di terreno», osserva Fiorentino. Alla loro conservazione hanno contribuito anzitutto gli agricoltori, ma anche «il giornalismo che ha valorizzato quel prodotto, i ristoratori che ne usufruiscono nelle loro attività, <strong>tutta la filiera</strong> che lavora per far emergere anche i vitigni più particolari».</p>
<p>Coltivare un vitigno autoctono, però, è sufficiente a tutelare la biodiversità? «No, significa <strong>fare</strong> biodiversità ma <strong>non basta a tutelarla</strong>. Si salvaguarda una porzione del patrimonio genetico della vite», spesso frutto di moltissimi anni di selezione da parte degli agricoltori e di adattamento. La cura dell’ambiente nel quale cresce richiede altrettanta attenzione perché fa tutto parte del prodotto finale.</p>
<p>Per una piccola cantina che voglia cominciare, il suo consiglio è <strong>recuperare la memoria</strong> del luogo: capire quali uve venivano coltivate, parlare con chi conosce la storia agricola, ascoltare le persone anziane. E cercare «vitigni di cui si sono perse le tracce». «Prima di tornare a coltivarli, occorre dunque ricostruirne la storia, raccogliendo conoscenze che rischiano a loro volta di scomparire».</p>
<h2><strong>Che cosa può offrire la ricerca</strong></h2>
<p>Quanto sappiamo del rapporto tra biodiversità e caratteristiche del vino nel bicchiere? «Questo è un ambito di grandissimo interesse che merita di essere ampliato», risponde Fiorentino. È uno dei temi sui quali invita le aziende a lavorare con il Centro: «Ho lanciato l’invito alle imprese e ai consorzi di costruire una <strong>partnership</strong> su programmi specifici di ricerca». Il proposito è «fare <strong>cose concrete insieme</strong> per partire».</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-218226" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/10/vino-biodiversita-intervista-luigi-fiorentino.png" alt="vino-biodiversita-intervista-luigi-fiorentino" width="763" height="627" /></p>
<p>Il NBFC può mettere a disposizione «una rete di scienziati,<strong> tra le più estese d’Europa</strong>, con oltre duemila ricercatori e professori che prima lavoravano ognuno per conto proprio e oggi sono integrati nel Centro». A queste competenze si aggiunge il laboratorio nazionale. Per i produttori interessati, le possibilità vanno dall’ingresso come soci o partner agli accordi su singoli programmi, da definire in base alle esigenze delle imprese, anche al di fuori della ricerca.</p>
<p>Quando gli chiediamo dei <strong>costi</strong> della tutela e dei <strong>benefici economici</strong> misurabili per una cantina, il presidente richiama soprattutto una responsabilità verso il futuro. «La biodiversità è nella nostra Costituzione riformata nel 2022: una tutela nell’interesse delle prossime generazioni». Le aziende, aggiunge, hanno anche la possibilità di far conoscere questi temi a un pubblico più ampio. «Un produttore che valorizza questi aspetti fa anche comunicazione della scienza». Un compito importante per «costruire una coscienza collettiva di interesse e cura per la biodiversità, soprattutto oggi che è un valore fondante della Costituzione».</p>
<p>Se visitate una cantina, potete chiedere al produttore di mostrarvi questo lavoro. Fiorentino partirebbe da una domanda: <strong>«Mi fai vedere i vigneti?»</strong>. Poi chiederebbe di conoscere le specie presenti: «Mi fai conoscere tutta la biodiversità che hai intorno al tuo vigneto? Me la spieghi? Mi fai capire cosa c’è?».</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La rinascita del vino marocchino</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/marocco-vino-viticoltura-meknes-produttori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 08:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Marocco sta tornando a investire nel vino dopo una storia vitivinicola che attraversa più di duemila anni. Anche se non siamo abituati ad associare questa bevanda a questa nazione, in realtà le prime testimonianze della coltivazione della vite risalgono all&#8217;epoca fenicia e romana, mentre l&#8217;industria vinicola moderna si è sviluppata soprattutto durante il colonialismo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">Il <strong>Marocco</strong> sta tornando a investire nel <strong>vino</strong> dopo una storia vitivinicola che attraversa più di duemila anni. Anche se non siamo abituati ad associare questa bevanda a questa nazione, in realtà le prime testimonianze della coltivazione della vite risalgono all&#8217;epoca <strong>fenicia</strong> e <strong>romana</strong>, mentre l&#8217;industria vinicola moderna si è sviluppata soprattutto durante il colonialismo francese, all&#8217;inizio del Novecento. Oggi il centro della produzione è soprattutto nell&#8217;area di <strong>Meknès</strong>, ai piedi del Medio Atlante, dove si concentrano importanti aziende e una parte consistente dei vigneti marocchini.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il rapporto del Paese con il vino rimane però particolare. Il Marocco è a maggioranza <strong>musulmana</strong> e il consumo di <strong>alcol</strong> è soggetto a <strong>restrizioni</strong>, ma la produzione vinicola è una realtà consolidata e una parte del vino viene consumata nel mercato interno. Negli ultimi decenni, inoltre, alcuni produttori hanno investito sulla qualità e sulla valorizzazione dei territori, affiancando alle grandi aziende una generazione di realtà più piccole.</p>
<h2>Meknès è il centro della viticoltura marocchina</h2>
<p class="isSelectedEnd">Per capire il vino marocchino bisogna partire da Meknès. La città e i territori circostanti si trovano tra i 580 e i 700 metri di altitudine, tra i rilievi dell&#8217;Atlante e il monte Zerhoun. Il clima, l&#8217;esposizione e la presenza di suoli sabbiosi e argillo-calcarei hanno favorito la coltivazione della vite. Secondo il Conseil Préfectoral du Tourisme di Meknès, la regione concentra ancora oggi circa il <strong>60% della produzione vinicola</strong> marocchina.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217797" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/marocco-vino-produttori.png" alt="marocco-vino-produttori" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">Il rilancio moderno è iniziato soprattutto negli anni Novanta, quando il <strong>re Hassan</strong> II favorì nuovi investimenti e collaborazioni con produttori francesi. Nel 1998 è stata riconosciuta la prima Appellation d&#8217;Origine Contrôlée del Paese, la <strong>Coteaux de l&#8217;Atlas</strong>. La filiera ha poi continuato a svilupparsi attraverso nuovi vigneti, tecniche di cantina più moderne e una maggiore attenzione alla provenienza delle uve.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il risultato è una produzione che affianca varietà internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah, Grenache, Carignan, Alicante Bouschet e Cinsault a Chardonnay, Sauvignon Blanc, Viognier, Moscato e Clairette.</p>
<h2>Domaine Ouled Thaleb e Château Roslane i nomi da segnare</h2>
<p class="isSelectedEnd">Tra i nomi più conosciuti c&#8217;è <strong>Domaine Ouled Thaleb</strong>, fondato nel 1926 e considerato uno dei <em>domaine</em> storici del Paese. La sua storia recente è legata anche alla collaborazione con <strong>Alain Graillot</strong>, produttore della Valle del Rodano, che scoprì la tenuta durante un viaggio in bicicletta in Marocco.</p>
<p class="isSelectedEnd">Da quella collaborazione nacque <strong>Tandem</strong>, un Syrah prodotto anche per alcuni mercati con il nome Syrocco. Graillot, scomparso nel 2019, contribuì a introdurre un approccio meno interventista e più orientato alla valorizzazione del vigneto. La tenuta continua a produrre, tra gli altri, S de Siroua e Médaillon Sauvignon Blanc.</p>
<p class="isSelectedEnd">Domaine Ouled Thaleb fa parte oggi del gruppo <strong>Diana Holding</strong>, che opera nella filiera vinicola marocchina attraverso diverse società e possiede vigneti per oltre 3.300 ettari. Il gruppo indica una produzione complessiva di circa 45 milioni di bottiglie all&#8217;anno.</p>
<figure id="attachment_217796" aria-describedby="caption-attachment-217796" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-217796" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/marocco-vino-viticoltura-meknes-produttori.png" alt="marocco-vino-viticoltura-meknes-produttori" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217796" class="wp-caption-text">Domaine de la Zouina</figcaption></figure>
<p class="isSelectedEnd">Sempre nell&#8217;area di Meknès opera <strong>Les Celliers de Meknès</strong>, una delle principali aziende vinicole del Paese. La sua etichetta più rappresentativa è Château Roslane, legata alla denominazione Coteaux de l&#8217;Atlas e a una tenuta di 39 ettari. Il domaine ospita anche una struttura ricettiva dedicata all&#8217;enoturismo.</p>
<p class="isSelectedEnd">La produzione comprende vini da Chardonnay e da Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah, oltre a una linea di spumanti. Il gruppo Diana Holding considera Château Roslane il <strong>primo e unico <em>Château</em> del Marocco</strong>, mentre la prima AOC nazionale, ottenuta nel 1998, è quella dei Coteaux de l&#8217;Atlas.</p>
<p class="isSelectedEnd">Accanto ai grandi produttori si sono sviluppate aziende di dimensioni più piccole. A Meknès il<strong> Domaine de la Zouina</strong> produce Volubilia ed Epicuria, mentre il <strong>Domaine de Baccari</strong> è conosciuto per il rosé Première de Baccari Cuvée Rosée. Nell&#8217;area di Casablanca, <strong>La Ferme Rouge</strong> produce Le Blanc, Le Gris e Le Rouge.</p>
<p class="isSelectedEnd">Più a sud, nella zona tra Essaouira e Agadir, il <strong>Domaine de Val d&#8217;Argan</strong> è un&#8217;altra cantina importante. Fondato da <strong>Charles Mélia</strong> negli anni Novanta, il vigneto è stato sviluppato soprattutto con varietà di origine rodano-alpina e ha ottenuto la certificazione biologica.</p>
<h2>Dal rosso al Gris: cosa si produce in Marocco</h2>
<p class="isSelectedEnd">La produzione marocchina è ancora fortemente legata ai <strong>vini rossi</strong>, ma il panorama è più ampio. Cabernet Sauvignon, Syrah, Merlot e Grenache sono tra le varietà più utilizzate, mentre per i bianchi vengono coltivati Chardonnay, Sauvignon Blanc, Viognier e Clairette.</p>
<p class="isSelectedEnd">Una categoria particolarmente riconoscibile è quella dei <em>Gris</em>, vini dal colore molto pallido che si collocano tra rosato e bianco. Sono adatti alla <strong>cucina marocchina</strong> e possono accompagnare pesce, verdure, insalate e piatti speziati.</p>
<p class="isSelectedEnd">I rossi trovano invece un abbinamento naturale con tajine, agnello e carni alla brace. La cucina locale, costruita su spezie, frutta secca, componenti dolci e salate, offre in questo senso un contesto gastronomico in cui acidità, struttura e componente aromatica dei vini possono trovare un equilibrio.</p>
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		<title>In Turchia c’è una strada del vino che passa per l&#8217;antica Troia</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/strada-vino-troia-turchia-bozcaada-enoturismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 16:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Turchia si può seguire una strada del vino che attraversa i luoghi legati al mito di Troia. La Troia Wine Route percorre circa 150 chilometri nella provincia di Çanakkale, parte dalla penisola di Gallipoli, attraversa Eceabat e l’area archeologica di Troia e arriva fino a Bozcaada, l’antica Tenedo. L’obiettivo è mettere insieme cantine, vitigni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-pm-slice="1 1 []">In <strong>Turchia</strong> si può seguire una strada del vino che attraversa i luoghi legati al mito di <strong>Troia</strong>. La <strong>Troia Wine Route</strong> percorre circa 150 chilometri nella provincia di Çanakkale, parte dalla penisola di Gallipoli, attraversa Eceabat e l’area archeologica di Troia e arriva fino a Bozcaada, l’antica Tenedo. L’obiettivo è mettere insieme cantine, vitigni locali, archeologia e ospitalità in un itinerario pensato per essere percorso in più giorni.</p>
<p>Il progetto è stato inaugurato nella primavera del 2026 e coinvolge cinque realtà vinicole: Asmadan, Çamlıbağ, Etruscan, Talay e Yükseltan. A queste si affiancano strutture ricettive e gastronomiche, in una zona che fino a oggi è stata conosciuta all’estero soprattutto per il patrimonio archeologico e per il richiamo dell’Iliade.</p>
<h2>Da Gallipoli a Bozcaada passando per Troia</h2>
<p>La rotta segue entrambe le sponde dei Dardanelli e attraversa alcuni dei luoghi storicamente più importanti della Troade. Da Gallipoli si scende verso Eceabat, quindi verso l’antica città di Troia e il suo <strong>museo</strong>, per proseguire lungo la costa fino a Bozcaada.</p>
<p>L’idea è superare il modello della semplice visita in cantina e costruire un soggiorno di due o tre giorni nel quale il vino diventa uno dei modi per leggere il territorio. Il progetto punta anche sulla destagionalizzazione, collegando le aziende a ristorazione, ospitalità, degustazioni ed eventi durante l’anno.</p>
<p>La viticoltura, del resto, non è un elemento di novità della zona. A Bozcaada occupa ancora una parte consistente del territorio agricolo e continua a essere basata anche su varietà locali che altrove sono poco diffuse.</p>
<h2>Le uve di Bozcaada</h2>
<p>Una delle più riconoscibili è la <strong>Bozcaada Çavuşu</strong>, uva bianca dagli acini grandi e dalla buccia sottile che nel 2020 ha ottenuto in Turchia il riconoscimento di indicazione geografica. È tradizionalmente utilizzata soprattutto come <strong>uva da tavola</strong>, ma viene impiegata anche per la vinificazione.</p>
<p>Accanto al Çavuşu si trova il <strong>Vasilaki</strong>, altra varietà bianca storicamente coltivata sull’isola. Sul fronte delle uve rosse sono invece centrali <strong>Kuntra</strong>, conosciuto anche come <strong>Karasakız</strong>, e <strong>Karalahna</strong>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-218168" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/10/strada-vino-troia-turchia-enoturismo.png" alt="strada-vino-troia-turchia-enoturismo" width="763" height="627" /></p>
<p>Il Kuntra tende a dare vini più agili e poco tannici, mentre il Karalahna, dalla buccia scura e spessa, viene utilizzato per vini generalmente più strutturati e colorati. Sono proprio queste varietà a rappresentare uno dei punti principali della Troia Wine Route: non soltanto vendere degustazioni, ma conservare e rendere riconoscibile un patrimonio ampelografico legato all’Egeo settentrionale.</p>
<h2>Il vino c’era già nell’Iliade</h2>
<p>Il collegamento con Troia permette inevitabilmente di tornare anche a <strong>Omero</strong>. Nell’<strong>Iliade</strong> il vino compare più volte come alimento, offerta rituale e parte della vita quotidiana. Nel sesto libro Ecuba propone del vino a Ettore prima che torni sul campo di battaglia, uno dei numerosi passaggi che mostrano quanto la bevanda fosse inserita nella cultura raccontata dal poema.</p>
<p>La rotta utilizza proprio questa continuità tra mito, archeologia e produzione come elemento attrattivo: prova a raccontare un territorio in cui la coltivazione della vite continua a far parte del paesaggio da oltre 2000 anni.</p>
<p>La Troia Wine Route prova così a spostare l’attenzione dalla sola immagine del cavallo di legno a un territorio che comprende vigneti, isole e produzioni locali. Per chi viaggia per il vino, Troia diventa quindi non soltanto una tappa archeologica, ma il centro di un itinerario enoturistico nell’Egeo settentrionale.</p>
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		<title>Gli incendi influiscono sul sapore del vino? Ecco cos&#8217;è lo &#8220;smoke taint&#8221;</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/smoke-taint-vino-fumo-incendi-vigneti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 13:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un incendio non deve raggiungere un vigneto per comprometterne l’uva. In determinate condizioni è sufficiente il fumo, che può trasportare composti volatili capaci di depositarsi sugli acini e modificarne successivamente il profilo aromatico. Il fenomeno si chiama smoke taint e può lasciare nei vini sensazioni riconducibili a fumo, cenere, bruciato e note medicinali. Il problema è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">Un incendio <strong>non deve raggiungere un vigneto</strong> per comprometterne l’uva. In determinate condizioni è sufficiente il fumo, che può trasportare composti volatili capaci di depositarsi sugli acini e modificarne successivamente il profilo aromatico. Il fenomeno si chiama <em>smoke taint</em> e può lasciare nei vini sensazioni riconducibili a fumo, cenere, bruciato e note medicinali.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il problema è particolarmente rilevante nelle aree viticole esposte agli incendi boschivi, soprattutto durante l&#8217;estate. La fase più delicata è l&#8217;<strong>invaiatura</strong>, quando gli acini cambiano colore, aumentano progressivamente il contenuto di zuccheri e diminuiscono gli acidi. È anche un periodo che, con l&#8217;aumento delle temperature e la maggiore frequenza di condizioni siccitose, può coincidere con una maggiore presenza di incendi.</p>
<h2>Che cos&#8217;è lo smoke taint</h2>
<p class="isSelectedEnd">Quando brucia la vegetazione, il fumo libera diversi composti volatili, tra cui i <strong>fenoli</strong>. Se raggiungono un vigneto, queste <strong>molecole</strong> possono depositarsi sulla superficie degli acini e, in determinate condizioni, essere assorbite dalla pianta.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il fenomeno è più complesso di un semplice trasferimento del <strong>profumo di fumo all&#8217;uva</strong>. Alcuni composti fenolici possono legarsi agli zuccheri presenti negli acini formando glicosidi, molecole che non sono immediatamente percepibili all&#8217;olfatto. Durante la vinificazione, però, questi legami possono rompersi e liberare nuovamente i composti volatili. È così che il problema può emergere nel mosto e nel vino anche quando l&#8217;uva, al momento della raccolta, non presenta necessariamente un odore di fumo evidente.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217710" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/champagne-day-abbinamenti-salumi-italiani.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">Tra i composti maggiormente studiati ci sono guaiacolo, cresoli, siringolo e derivati del guaiacolo e del siringolo. Le loro concentrazioni e combinazioni contribuiscono alle caratteristiche sensoriali del<strong> vino contaminato</strong>, con note che possono ricordare il fumo, il carbone, il catrame o alcuni sentori medicinali. La percezione dipende però anche dalla matrice del vino e dalla presenza di forme legate e volatili dei composti.</p>
<h3>Quando il fumo arriva sulle uve</h3>
<p class="isSelectedEnd">Il rischio non dipende soltanto dalla distanza tra incendio e vigneto. Entrano in gioco la <strong>durata</strong> dell&#8217;esposizione, la <strong>quantità</strong> e la <strong>composizione del fumo</strong>, le <strong>condizioni atmosferiche</strong> e lo <strong>stadio</strong> di maturazione dell&#8217;uva.</p>
<p class="isSelectedEnd">L&#8217;Australian Wine Research Institute (AWRI) è uno dei centri che ha studiato maggiormente il fenomeno, anche alla luce degli incendi che hanno colpito l&#8217;Australia tra il 2019 e il 2020. Le esperienze accumulate in Australia, California e altre aree viticole esposte agli incendi hanno contribuito a definire protocolli di analisi e intervento.</p>
<h2>Cosa si può fare in cantina</h2>
<p class="isSelectedEnd">Secondo gli enologi australiani e americani una volta arrivata l&#8217;uva in cantina, l&#8217;obiettivo è <strong>ridurre</strong> il passaggio dei composti responsabili nel vino e, quando possibile, intervenire sulle molecole già presenti. Le strategie cambiano in base alla varietà, alla tipologia di vino e al livello di contaminazione.</p>
<p class="isSelectedEnd">Per <strong>bianchi</strong> e <strong>rosati</strong> si può lavorare sulla chiarificazione dei mosti e sulla riduzione della torbidità, mentre durante la vinificazione si possono utilizzare trattamenti con carbone enologico o altri coadiuvanti in grado di adsorbire parte dei composti indesiderati. Anche alcuni enzimi, attraverso l&#8217;attività β-glucosidasica, possono favorire la liberazione delle forme legate, rendendo possibile una successiva rimozione.</p>
<p class="isSelectedEnd">Nella <strong>fermentazione</strong> si può invece intervenire<strong> limitando la macerazione</strong> e scegliendo lieviti e tecniche capaci di ridurre la percezione delle note fenoliche. Nel caso dei vini già prodotti, ulteriori trattamenti possono essere valutati durante la conservazione, sempre in funzione della concentrazione dei composti e dell&#8217;equilibrio complessivo del vino.</p>
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		<title>Il vino guarda all’Africa: perché il mercato subsahariano interessa sempre di più</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/vino-africa-subsahariana-mercato-iwsr/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 16:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Africa subsahariana può rappresentare una delle aree di crescita a lungo termine per il mercato delle bevande alcoliche, sostenuta da una popolazione giovane, dall’urbanizzazione e dall’espansione della classe media. Il quadro delineato dall’Iwsr, però, è meno semplice di quanto suggeriscano i dati demografici: i Paesi hanno caratteristiche molto diverse tra loro e le condizioni commerciali [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">L’<strong>Africa subsahariana</strong> può rappresentare una delle aree di crescita a lungo termine per il mercato delle bevande alcoliche, sostenuta da una popolazione giovane, dall’urbanizzazione e dall’espansione della classe media. Il <a href="https://www.theiwsr.com/insight/the-next-frontier-opportunities-and-challenges-in-sub-saharan-africa/" target="_blank" rel="noopener">quadro delineato dall’Iwsr</a>, però, è meno semplice di quanto suggeriscano i dati demografici: i Paesi hanno caratteristiche molto diverse tra loro e le condizioni commerciali possono essere difficili anche per gli operatori più strutturati.</p>
<p class="isSelectedEnd">Secondo il report dell’istituto di ricerca, nel 2025 i volumi complessivi di bevande alcoliche nella regione sono cresciuti dell’1%. Per il periodo 2025-2035 è previsto un tasso annuo composto di crescita del <strong>2%</strong>, con un aumento atteso per tutte le principali categorie.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il <strong>vino</strong>, però, parte da una posizione più complessa. Nel 2025 i suoi volumi sono <strong>diminuiti</strong> del 3%, mentre nello stesso periodo le bevande pronte da bere sono cresciute dell’11%, i superalcolici del 6%, la birra dell’1% e gli spirits di agave dell’8%. Per questi ultimi l’Iwsr prevede una crescita annua composta del<strong> 5%</strong> fino al 2035.</p>
<h2>Una popolazione giovane e una classe media in espansione</h2>
<p class="isSelectedEnd">Il principale elemento di interesse per il settore è <strong>demografico</strong>. L’Africa subsahariana ha una popolazione giovane, in aumento e sempre più urbanizzata, mentre in diversi Paesi si sta ampliando una classe media con una maggiore disponibilità di spesa.</p>
<p class="isSelectedEnd">«L’Africa viene spesso indicata come la prossima frontiera per le bevande alcoliche, e i dati demografici giustificano tale attenzione», ha spiegato <strong>Russell Menezes</strong>, direttore della ricerca Iwsr per Africa e Medio Oriente. Secondo Menezes, urbanizzazione e crescita della popolazione costituiscono fattori strutturali in grado di sostenere la domanda in diversi mercati.</p>
<p class="isSelectedEnd">A questo si aggiunge il <strong>consumo aspirazionale</strong>. I marchi internazionali possono assumere un valore che va oltre il prodotto e diventare un simbolo di status per una parte della classe media emergente. Il fenomeno è particolarmente evidente in <strong>Sudafrica</strong>, dove i consumatori tendono a riservare prodotti di fascia alta alle occasioni speciali, ma secondo l’Iwsr riguarda anche mercati come Nigeria, Tanzania, Ghana ed Etiopia.</p>
<h2>Il vino italiano cerca nuove rotte</h2>
<p class="isSelectedEnd">Per il vino italiano si tratta ancora di un mercato di <strong>dimensioni contenute</strong> rispetto alle principali destinazioni internazionali, ma sul quale diversi operatori stanno investendo. Il <strong>Consorzio Vino Chianti</strong>, per esempio, ha avviato da tempo attività di promozione in Nigeria, mentre Veronafiere e Ita-Italian Trade Agency hanno sviluppato il progetto <strong>Vinitaly Tasting Africa</strong>, collegato alle attività di Vinitaly e in programma anche nel 2027.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217621" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/vino-africa-subsahariana-mercato-iwsr.png" alt="vino-africa-subsahariana-mercato-iwsr" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">L’interesse verso l’area non significa però che esista un unico mercato africano da conquistare. L’Africa subsahariana presa in considerazione dall’Iwsr comprende 25 mercati, tra cui Sudafrica, Nigeria, Kenya, Ghana, Etiopia, Tanzania, Angola, Costa d’Avorio, Mozambico e Zambia, con condizioni economiche, culturali e normative differenti.</p>
<p class="isSelectedEnd">In alcuni Paesi, inoltre, il consumo di alcol è <strong>limitato</strong> o <strong>vietato</strong> per ragioni religiose o culturali. È un elemento che rende ancora più complesso costruire strategie commerciali valide per l’intera regione.</p>
<h2>I prodotti locali dominano il mercato</h2>
<p class="isSelectedEnd">Un altro ostacolo per i marchi internazionali è rappresentato dal peso delle produzioni locali. Nel 2025 i prodotti originari dei singoli mercati hanno rappresentato il 97% dei volumi di birra nell’Africa subsahariana, l’80% di quelli degli spirits, l’87% delle bevande ready to drink, il 71% del sidro e il 59% del vino.</p>
<p class="isSelectedEnd">Per gli operatori stranieri il problema non riguarda quindi soltanto la domanda potenziale, ma anche l&#8217;<strong>accesso al mercato</strong> e la capacità di competere con prodotti locali spesso più economici.</p>
<p class="isSelectedEnd">«Non c’è dubbio sull’entità delle opportunità offerte dal mercato delle bevande alcoliche nell’Africa subsahariana», ha osservato Menezes, «ma il percorso per coglierle è complicato dalla <strong>volatilità</strong> strutturale, dal persistente predominio di prodotti locali e artigianali a<strong> basso prezzo</strong> e dalle difficoltà di accesso al mercato».</p>
<p>Per il vino, dunque, l’Africa subsahariana può essere considerata soprattutto una <strong>prospettiva</strong> di medio-lungo periodo. La crescita demografica e urbana crea le condizioni per un aumento dei consumi, ma trasformare questo potenziale in un mercato stabile richiede presenza sul territorio, investimenti e strategie differenti da Paese a Paese.</p>
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		<title>Berlucchi: debuttano i Vintage Nature, la nuova linea di Franciacorta millesimati</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/berlucchi-vintage-nature-franciacorta-millesimati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 08:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Berlucchi cambia nome e identità alla sua linea Nature, che diventa Vintage Nature. La nuova gamma comprende tre Franciacorta millesimati a dosaggio zero, prodotti in quantità contenute e affinati sui lieviti per oltre cinque anni. Un riposizionamento che avvicina questi vini al mondo delle riserve e mette al centro vendemmia, territorio e tempi di affinamento. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd"><strong>Berlucchi</strong> cambia nome e identità alla sua linea Nature, che diventa <strong>Vintage Nature</strong>. La nuova gamma comprende tre Franciacorta millesimati a dosaggio zero, prodotti in quantità contenute e affinati sui lieviti per oltre cinque anni. Un riposizionamento che avvicina questi vini al mondo delle riserve e mette al centro vendemmia, territorio e tempi di affinamento.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il nuovo nome tiene insieme tre elementi. <em>Vintage</em> indica l&#8217;origine da una singola annata, quindi la possibilità di leggere nel vino le condizioni climatiche e produttive di quella vendemmia. <em>Nature</em> richiama invece il dosaggio zero e una scelta enologica che lascia maggiore spazio alle caratteristiche del vino. Il progetto è accompagnato dal claim <em>A Tribute to Nature</em>, legato al rapporto con il territorio della Franciacorta.</p>
<h2>I tre Franciacorta Vintage Nature</h2>
<p class="isSelectedEnd">La nuova linea comprende tre etichette, ottenute da annate e combinazioni varietali differenti.</p>
<ul>
<li class="isSelectedEnd"><strong>Vintage Nature Terroir 2020</strong> nasce dall&#8217;insieme di Chardonnay e Pinot Nero e punta sul rapporto tra vitigni, suoli morenici, clima dell&#8217;annata e vinificazione. Il 2020 ha avuto una primavera soleggiata e asciutta, un giugno più fresco e un luglio ventilato, con escursioni termiche che hanno accompagnato la maturazione delle uve.</li>
<li class="isSelectedEnd"><strong>Vintage Nature Blanc de Blancs 2019</strong> è invece prodotto esclusivamente con Chardonnay. Il vino è costruito sulla componente aromatica e sulla struttura acida del vitigno, con un affinamento prolungato e l&#8217;assenza di dosaggio a definire il profilo finale.</li>
<li class="isSelectedEnd"><strong>Vintage Nature Rosé de Noirs 2019</strong> è un Pinot Nero in purezza proveniente dai vigneti di proprietà Quindicipiò e Gaspa. Si presenta con un colore rosa magnolia intenso e riflessi corallo; al naso emergono piccoli frutti di bosco, melagrana, ribes, pepe rosa e tè nero. Il dosaggio zero accompagna una struttura più evidente e una componente tannica riconoscibile.</li>
</ul>
<p class="isSelectedEnd">La scelta delle diverse annate risponde a un criterio enologico preciso. Nel 2019, per esempio, i due vini ottenuti da un singolo vitigno hanno richiesto un affinamento in bottiglia più lungo rispetto alla cuvée. Il tempo, quindi, viene adattato alle caratteristiche del singolo vino anziché stabilito secondo una durata identica per tutte le etichette.</p>
<h2>Le uve arrivano dal cuore della Franciacorta</h2>
<p class="isSelectedEnd">I vigneti destinati ai Vintage Nature si trovano all&#8217;interno del semicerchio morenico a sud del Lago d&#8217;Iseo, nel territorio della Franciacorta, e in larga parte nel comune di Corte Franca, dove ha sede Berlucchi.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217833" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/berlucchi-vintage-nature-franciacorta-millesimati.png" alt="berlucchi-vintage-nature-franciacorta-millesimati" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">È qui che l&#8217;azienda colloca il concetto di <em>terroir</em>, mettendo in relazione suoli, clima, altitudine, vitigni e lavoro umano. Un&#8217;impostazione che parte dalla vigna e prosegue in cantina con vendemmia manuale, selezione dei grappoli, pressature soffici e progressive e frazionamento dei mosti, con l&#8217;obiettivo di separare le diverse componenti della materia prima.</p>
<p class="isSelectedEnd">La nuova linea arriva inoltre nell&#8217;anno in cui Berlucchi ha adottato il <strong>Protocollo Berlucchi per la Viticoltura Rigenerativa (PBVR)</strong>. Il protocollo raccoglie regole e pratiche agricole rivolte alla tutela e alla rigenerazione del capitale naturale dei vigneti e si inserisce in un percorso che attribuisce un ruolo centrale alla gestione del suolo e delle singole parcelle.</p>
<h2>Berlucchi e la storia della Franciacorta</h2>
<p class="isSelectedEnd">La scelta di collocare Vintage Nature più vicino alle riserve riguarda anche la storia della cantina. Nel 1961 Berlucchi produsse le prime 3mila bottiglie di Franciacorta, contribuendo alla nascita della moderna produzione spumantistica della zona.</p>
<p class="isSelectedEnd">Oggi l&#8217;azienda utilizza la nuova linea per concentrarsi sulle espressioni millesimate, nelle quali l&#8217;annata assume un ruolo determinante. I tre Vintage Nature non sono quindi una semplice estensione della linea Berlucchi &#8217;61, ma una gamma distinta per tempi di affinamento, selezione delle uve e impostazione produttiva.</p>
<p>Il progetto è coordinato da <strong>Arturo Ziliani</strong>, enologo e amministratore delegato di Berlucchi, insieme all&#8217;enologo e direttore tecnico <strong>Ferdinando Dell&#8217;Aquila</strong> e all&#8217;agronomo <strong>Diego Cortinovis</strong>.</p>
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		<item>
		<title>Uno studio sui solfiti nel vino apre nuove domande sulla guida: ecco cosa hanno scoperto i ricercatori</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/studio-solfiti-vino-guida-ricerca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 13:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I solfiti presenti nel vino potrebbero influenzare alcuni aspetti del comportamento alla guida, almeno in particolari condizioni e quando il carico di attenzione richiesto aumenta. È quanto suggerisce uno studio realizzato dal Politecnico di Torino e dall&#8217;Università degli Studi di Torino, pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One, che ha osservato il comportamento di 32 conducenti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/studio-solfiti-vino-guida-ricerca/">Uno studio sui solfiti nel vino apre nuove domande sulla guida: ecco cosa hanno scoperto i ricercatori</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="960" data-end="1452">I <strong>solfiti</strong> presenti nel vino potrebbero influenzare alcuni aspetti del comportamento alla <strong>guida</strong>, almeno in particolari condizioni e quando il carico di attenzione richiesto aumenta. È quanto suggerisce uno studio realizzato dal Politecnico di Torino e dall&#8217;Università degli Studi di Torino, pubblicato sulla rivista scientifica <a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0345134" target="_blank" rel="noopener"><em data-start="1287" data-end="1297">PLOS One</em></a>, che ha osservato il comportamento di 32 conducenti al simulatore dopo il consumo di due vini <strong>Barbera</strong> con concentrazioni differenti di anidride solforosa.</p>
<p data-start="1454" data-end="1801">La ricerca <strong>non mette in discussione gli attuali limiti di legge</strong> sull&#8217;alcolemia né sostiene che i solfiti rappresentino un nuovo fattore di rischio generalizzato. Gli stessi autori invitano a interpretare i risultati con <strong>prudenza</strong>, sottolineando che gli effetti osservati sono limitati, dipendono dal contesto e richiedono ulteriori approfondimenti.</p>
<h2 data-start="1454" data-end="1801">Cosa dice lo studio piemontese sui solfiti</h2>
<p data-start="1803" data-end="2304">Lo studio rientra nel progetto <strong>Vinalia</strong>, sostenuto dalla Fondazione CRC, e nasce con l&#8217;obiettivo di verificare se, a parità di contenuto alcolico, la composizione della bevanda possa incidere sulle prestazioni di guida. Per questo il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell&#8217;Università di Torino ha prodotto due Barbera convenzionali: uno con <strong>86 mg/l</strong> di anidride solforosa totale e uno con <strong>126 mg/l</strong>, entrambi ben al di sotto del limite europeo di <strong>150 mg/l</strong> previsto per i vini rossi.</p>
<p data-start="1803" data-end="2304"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-216493" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/studio-solfiti-vino-guida-ricerca.png" alt="studio-solfiti-vino-guida-ricerca" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="2306" data-end="2843">Alla sperimentazione hanno partecipato <strong>32 volontari</strong>, equamente divisi tra uomini e donne, coinvolti in un protocollo randomizzato in triplo cieco. Ogni partecipante ha affrontato tre prove in giorni differenti: una senza consumo di alcol, una dopo aver bevuto 190 ml del vino con minore contenuto di solfiti e una dopo aver assunto la stessa quantità del vino con concentrazione più elevata. La dose è stata scelta per mantenere il tasso alcolemico intorno allo 0,5 g/l, il <strong>limite</strong> consentito in Italia per gran parte degli automobilisti.</p>
<p data-start="2845" data-end="3135">Negli scenari di guida più semplici i ricercatori <strong>non hanno riscontrato differenze</strong> attribuibili ai diversi livelli di solfiti. In queste situazioni l&#8217;unico effetto rilevante è risultato quello legato all&#8217;alcol, con un lieve peggioramento del controllo laterale del veicolo durante le curve.</p>
<p data-start="3137" data-end="3663">Le differenze sono emerse invece nelle simulazioni urbane, dove la guida richiede una gestione continua di velocità, distanze e interazioni con altri utenti della strada. In presenza del vino con il contenuto più elevato di solfiti, i conducenti hanno mostrato comportamenti differenti a seconda dello scenario: negli attraversamenti pedonali sono risultati mediamente <strong>più prudenti</strong>, mentre nelle interazioni con altri veicoli hanno mantenuto velocità leggermente superiori e distanze inferiori rispetto al mezzo che precedeva.</p>
<p data-start="3665" data-end="4252">Secondo <strong>Marco Bassani</strong>, docente del Dipartimento di Ingegneria dell&#8217;Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture del Politecnico di Torino e autore corrispondente dello studio, «l&#8217;obiettivo era isolare, per quanto possibile, il ruolo del contenuto di solfiti mantenendo l&#8217;alcolemia entro il limite legale italiano». I risultati, spiega, suggeriscono che negli scenari più complessi «il comportamento dei conducenti può variare non solo in funzione dell&#8217;alcol, ma anche di alcune <strong>caratteristiche</strong> della bevanda consumata», pur trattandosi di effetti «limitati e dipendenti dal contesto».</p>
<p data-start="4254" data-end="4685">Anche <strong>Luca Rolle</strong>, docente del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell&#8217;Università di Torino, ricorda che l&#8217;anidride solforosa rimane uno strumento <strong>fondamentale</strong> in enologia per preservare stabilità e qualità del vino. Studiare gli effetti di concentrazioni diverse, purché entro i limiti di legge, significa ampliare le conoscenze sul rapporto tra tecnologia alimentare, comportamento umano e sicurezza stradale.</p>
<p data-start="4687" data-end="5400" data-is-last-node="" data-is-only-node="">I ricercatori precisano inoltre che lo studio<strong> non dimostra un rapporto diretto tra solfiti e guida pericolosa</strong>. Il campione analizzato è ridotto e gli effetti statisticamente significativi sono pochi, tanto che gli attuali limiti normativi risultano <strong>adeguati</strong> nelle condizioni sperimentate. La ricerca apre però una nuova linea di indagine, suggerendo che in futuro potrebbe essere utile valutare non solo il tasso alcolemico, ma anche altri elementi legati alla composizione delle bevande alcoliche. Le prossime sperimentazioni dovranno coinvolgere un numero maggiore di partecipanti, analizzare ulteriori concentrazioni di solfiti e prendere in esame parametri fisiologici e scenari di guida ancora più complessi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/studio-solfiti-vino-guida-ricerca/">Uno studio sui solfiti nel vino apre nuove domande sulla guida: ecco cosa hanno scoperto i ricercatori</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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