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Il boom del no-low alcol dice che l’aperitivo non sarà più lo stesso

Tra nuove abitudini e investimenti di grandi marchi: i consumi si stanno rimodulando.

Il mercato globale dei prodotti no-low alcol ha superato gli 11 miliardi di dollari: il dato non descrive più una nicchia, ma un cambiamento strutturale nel modo in cui si beve. Negli ultimi anni la crescita delle proposte analcoliche o a bassa gradazione è uscita dal perimetro della rinuncia, della moderazione o della necessità del singolo individuo, per entrare in un terreno molto più ampio, che riguarda la cultura del consumo, il lessico dell’aperitivo e la strategia dei grandi marchi.

La notizia conferma qualcosa che il settore osserva già da tempo: la mixology del presente, e probabilmente ancora di più quella dei prossimi anni, si giocherà anche sulla capacità di costruire esperienze convincenti senza fare dell’alcol il loro centro esclusivo. Non significa che il bere tradizionale stia scomparendo. Significa piuttosto che si sta ridefinendo il campo delle possibilità, e che l’idea stessa di convivialità si sta allargando.

Il no-low alcol non è più una nicchia

Per molto tempo, i prodotti analcolici nel mondo del bere miscelato sono stati trattati come surrogati. Erano spesso pensati per chi non poteva bere, più che per chi voleva bere in modo diverso. Avevano una funzione accessoria, poco prestigio e una presenza marginale nelle carte. Oggi questo scenario è cambiato in modo abbastanza evidente.

Quando un comparto supera una soglia economica come quella degli 11 miliardi di dollari, non state più guardando un segmento laterale, ma un mercato che ha acquisito massa critica. Il no-low alcohol è diventato uno spazio  in cui si confrontano grandi gruppi, produttori storici, nuovi marchi e locali che hanno capito che la qualità dell’offerta analcolica non è più un dettaglio. È una parte della proposta, e in alcuni casi anche un elemento distintivo.

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Il punto più interessante è che questa crescita non sembra legata solo a un cambio di gusto, ma a un cambio di approccio. La richiesta non nasce necessariamente dal rifiuto dell’alcol, bensì da una maggiore attenzione al contesto, al momento della giornata, alla durata dell’esperienza e all’equilibrio complessivo del consumo. Il cosiddetto mindful drinking, cioè il bere consapevole, prova a sintetizzare proprio questo passaggio.

È questo il punto su cui il mercato si sta muovendo con più decisione. Per anni l’alternativa al drink tradizionale è stata spesso relegata alla bibita, al succo o a proposte poco integrate nel linguaggio del bar. Oggi invece i prodotti no-low cercano di occupare lo stesso spazio del cocktail classico: non un ripiego, ma una scelta. Stessa attenzione agli ingredienti, stessa cura per il servizio, stessa centralità dell’occasione.

Sono i giovani a trainare il cambiamento

A spingere questo passaggio sono soprattutto le nuove generazioni. In Italia il 63% dei consumatori sceglie aperitivi alcol-free. Al di là della percentuale in sé, il segnale è evidente: l’interesse verso formule di consumo più leggere e meno legate alla gradazione è ormai ampio, trasversale e socialmente visibile.

Il rapporto delle nuove generazioni con l’alcol è diverso da quello che ha dominato il mercato per decenni. Non necessariamente più austero, ma più intermittente, selettivo e meno identitario. Il drink non sparisce, ma perde quella centralità che aveva in molti contesti. Per una parte rilevante del pubblico più giovane, l’idea di uscire, stare insieme e ordinare qualcosa di buono non coincide più in modo obbligato con il consumo alcolico.

Il passaggio decisivo, però, è un altro: i grandi marchi hanno capito che il no-low alcol va cavalcato. Il settore degli spirits analcolici è cresciuto del 65% negli ultimi due anni e che sono sempre di più i grandi brand a investire nello zero, sta descrivendo proprio questa accelerazione.

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