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	<title>puglia Archivio &#8226; Food and Wine Italia</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 05 Jun 2026 14:57:33 +0000</lastBuildDate>
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	<title>puglia Archivio &#8226; Food and Wine Italia</title>
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		<title>Il 2 giugno diventa il “Cozza day”</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/il-2-giugno-diventa-il-cozza-day/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 16:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[cozza nera tarantina]]></category>
		<category><![CDATA[Monica Caradonna]]></category>
		<category><![CDATA[puglia]]></category>
		<category><![CDATA[taranto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come tutte le date segnate in rosso sul calendario, il 2 giugno è una ricorrenza importante per il nostro Paese: si celebra infatti la Festa della Repubblica, istituita nella data del referendum istituzionale del 1946 per ricordare la nascita della Repubblica Italiana, e festeggiata da allora con i colori della nostra bandiera che pervadono schermi, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come tutte le date segnate in rosso sul calendario, <strong>il 2 giugno</strong> è una ricorrenza importante per il nostro Paese: si celebra infatti la <strong>Festa della Repubblica,</strong> istituita nella data del referendum istituzionale del 1946 per ricordare la nascita della Repubblica Italiana, e festeggiata da allora con i colori della nostra bandiera che pervadono schermi, strade e cieli. Ma, da quest’anno, senza voler certo offuscare il valore simbolico e concreto della data istituzionale, la giornata d’inizio estate diventa anche l’occasione per celebrare un altro, piccolo ma gustosissimo, tassello del nostro patrimonio gastronomico e culturale, vestendosi di un colore che in questo caso non ha nulla di cupo: il <strong>nero</strong>.</p>
<p>Da <strong>Taranto</strong> – che da diversi anni ospita l’appuntamento con <strong>EGO Food Fest</strong>, manifestazione che <a href="https://www.foodandwineitalia.com/ego-food-fest-2026-taranto-programma-date/">nel mese di aprile ha accolto oltre 170 ospiti in arrivo da tutta Italia, tra cuochi, pizzaioli, giornalisti e produttori di eccellenze gastronomiche</a> – arriva infatti la proposta di istituire il <strong>“</strong>Cozza Day”, vale a dire una giornata dedicata alla <strong>Cozza nera tarantina Presidio Slow Food</strong>, specie autoctona locale da sempre protagonista della molluschicoltura nel Mar Piccolo della città, molto apprezzata non solo per il sapore  ma anche per il valore nutrizionale e l’impatto ambientale bassissimo.</p>
<p>A partire da quest’anno, dunque, i ristoratori e pizzaioli pugliesi sono invitati ad aderire all’iniziativa dedicando al prezioso mitile <strong>un menu ad hoc</strong>, o almeno un piatto, che ne valorizzi al meglio le caratteristiche organolettiche e il gusto. L’occasione per lanciare l’avvio dell’iniziativa – e la richiesta di renderla una data “ufficiale” – sarà l’edizione 2026 di <strong>EGO Cozza Fes</strong>t, in programma <strong>1 e 2 giugno</strong> a Taranto e in altre località pugliesi.</p>
<p>«EGO Cozza Fest è uno spin-off di EGO Food Fest che mette al centro la Cozza nera di Taranto e che coinvolge tutta la Puglia in un <strong>racconto corale</strong> fatto di gusto, identità e territorio. È l’omaggio di EGO Food Fest alla storia, all’identità gastronomica e alle radici della Città di Taranto da sempre legata al suo mare. È la valorizzazione della sapienza dei ristoratori tarantini che hanno aderito a un innovativo progetto di comunicazione e valorizzazione», spiegano gli organizzatori, tra cui la giornalista e conduttrice televisiva <strong>Monica Caradonna</strong>, sottolineando anche la valenza socio-culturale della manifestazione, unendo gusto, scienza e marketing territoriale: «Oggi più che mai, anche alla luce delle problematiche che vivono i mitilicoltori, è necessario rilanciare il settore facendo da un lato chiarezza sullo stato di salute delle acque e dall’altro attivando processi di comunicazione che, partendo da Taranto, implementino la comunicazione introno al prezioso mitile».</p>
<p>All’approfondimento di questi temi sarà infatti dedicata la prima giornata, con l’incontro dedicato a <em><strong>La Cozza Tarantina dal mare all’identità, dalla</strong> <strong>storia al futuro</strong></em> e la consegna della <strong>borsa di studio “Carlo De Donno”</strong> all’associazione Symbolum che opera a Taranto Vecchia che, come già lo scorso anno, va a sostenere uno studente talentuoso di questa zona della città. Nella stessa occasione sarà lanciata ufficialmente la richiesta di istituire il <strong>“Cozza Day”</strong>, che il giorno seguente avrà la sua prima edizione: alle ore 11.30 del 2 giugno, infatti, il Centro Ittico Taranto ospiterà un cooking show dello chef Valerio Ferri, referente di Ego Food Fest, e una degustazione a cura di Luciano Carriero, del Presidio locale della cozza nera.</p>
<p>In contemporanea, al Ristorante Meeting di <strong>Porto Cesareo</strong> è in programma una degustazione di cozze tarantine e caciocavallo, presentata da Ilaria Donateo di Ego Food Fest. Mentre, rispettivamente a pranzo e a cena, si potranno assaggiare specialità a base di questi deliziosi molluschi nei ristoranti e nelle pizzerie di tutta la regione:<a href="https://www.egofestival.it/ego-cozza-in-the-city/"> l’elenco completo si trova sul sito della manifestazione</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il ritmo della terra e l&#8217;arte della luce: dentro Torre Maizza, la masseria pop-chic in Puglia</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/il-ritmo-della-terra-e-larte-della-luce-dentro-torre-maizza-la-masseria-pop-chic-in-puglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Martina Di Lena]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 18:30:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hôtellerie]]></category>
		<category><![CDATA[Fulvio Pierangelini]]></category>
		<category><![CDATA[Olga Polizzi]]></category>
		<category><![CDATA[puglia]]></category>
		<category><![CDATA[Rocco Forte Hotels]]></category>
		<category><![CDATA[Torre Maizza]]></category>
		<category><![CDATA[Travel + Leisure]]></category>
		<category><![CDATA[Travel+Leisure Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Su queste tavole lo chef ci tiene che ci sia sempre il nostro olio, proprio quello di Maizza». Basta scambiare due parole con chi vive la masseria ogni giorno per farsi catturare dal ritmo sincero di questo rifugio pugliese di Rocco Forte Hotels a Savelletri di Fasano – prossimamente il gruppo raddoppierà la presenza sul [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>«Su queste tavole lo chef ci tiene che ci sia sempre il nostro olio, proprio quello di Maizza».</b><span style="font-weight: 400;"> Basta scambiare due parole con chi vive la masseria ogni giorno per farsi catturare dal ritmo sincero di questo <strong>rifugio pugliese</strong> di </span><b>Rocco Forte Hotels</b><span style="font-weight: 400;"> a </span><b>Savelletri di Fasano </b><span style="font-weight: 400;">– </span>prossimamente il gruppo raddoppierà la presenza sul territorio con Masseria del Cardinale<span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p>La narrazione del territorio, qui, passa attraverso i racconti spontanei di chi raccoglie le melanzane e i pomodori che, rossi e gialli, vengono serviti a grappolo come benvenuto prima di ogni pasto. Un filo conduttore che unisce tutte le anime gastronomiche della masseria: che ci si trovi al pool bar <b data-path-to-node="1,0" data-index-in-node="303">Violetta</b>, dove si sfornano ottime pizze da abbinare a rinfrescanti mocktail, di fronte a un piatto di Laganari con l&#8217;astice nel menu gourmet di <b data-path-to-node="1,0" data-index-in-node="447">Carosello</b>, o in riva al mare da <b data-path-to-node="1,0" data-index-in-node="479">Lido Bambù</b>, per addentare un Club Sandwich locale con stracciatella e capocollo di Martina Franca.</p>
<p><span style="font-weight: 400;"> In questa tenuta, dove l’innegabile bellezza del design di </span><b>Olga Polizzi </b><span style="font-weight: 400;">sposa la natura, il lusso si scopre così: attraverso un incontro umano – e non solo, a giudicare dall&#8217;oca che villeggia felice nel resort, stravagante regalo di ringraziamento lasciato da alcuni ospiti tedeschi per l&#8217;accoglienza ricevuta – e un ritorno all&#8217;autenticità che si declina dalla tavola al bicchiere, fino alle buche del campo da golf. </span></p>
<figure id="attachment_214618" aria-describedby="caption-attachment-214618" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-214618" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/Fulvio-Pierangelini-direttore-creativo-food-del-gruppo.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214618" class="wp-caption-text">Fulvio Pierangelini, direttore creativo food del gruppo</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo legame viscerale prende vita prima di tutto nell&#8217;<strong>orto</strong> della masseria, un vero e proprio scrigno di </span><b>biodiversità</b><span style="font-weight: 400;"> a chilometro zero. Pomodori, zucchine, melanzane e ortaggi che seguono rigorosamente la stagionalità non sono semplici ingredienti, ma i protagonisti assoluti delle <strong>cooking class</strong> offerte agli ospiti e dei piatti serviti nei ristoranti della struttura, come nel caso delle primizie primaverili valorizzate nell’ottima </span><b>vignaiola</b><span style="font-weight: 400;">, variante pugliese del contorno a base di fave, piselli, carciofi e asparagi che, più comunemente, chiamiamo vignarola. Ad accarezzare queste materie prime è</span><b> l&#8217;olio extravergine d&#8217;oliva</b><span style="font-weight: 400;"> prodotto direttamente all&#8217;interno della tenuta. Una scelta di carattere, fortemente voluta dallo chef </span><b>Fulvio Pierangelini</b><span style="font-weight: 400;">, direttore culinario del gruppo, che ha insistito affinché Torre Maizza utilizzasse esclusivamente il proprio &#8220;oro verde&#8221;, distinguendosi dalle altre strutture del gruppo che impiegano l&#8217;olio del siciliano del Verdura Resort.</span></p>
<h2>Così il territorio finisce nel bicchiere</h2>
<figure id="attachment_214619" aria-describedby="caption-attachment-214619" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" class="size-full wp-image-214619" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/Il-bancone-del-cocktail-bar-Bougainvillea.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214619" class="wp-caption-text">Il bancone del cocktail bar Bougainvillea</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Questa stessa filosofia botanica e territoriale ha contagiato il </span><strong>Bougainvillea</strong> <span style="font-weight: 400;"><strong>bar</strong> – che da quest’anno gode di una bellissima <strong>terrazza</strong> sul tetto di una delle strutture principali nella corte, da cui si scorge il mare all’orizzonte –, dando vita a una sorprendente cocktail list che gioca proprio sui nomi di appartenenza. I drink – <strong>La Torre</strong>, <strong>Il Vigneto</strong>, <strong>L&#8217;Orto</strong> – nascono per tradurre il paesaggio pugliese in un&#8217;esperienza liquida, puntando molto sul gesto e sul sapore classico italiano dell&#8217;umami. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;innovazione si mescola alla terra in creazioni audaci, come nel cocktail a base di Tequila con acqua di pomodoro, o quello chiamato appunto L&#8217;Orto, strutturato su una base di brodo vegetale ed estratto di mela e carota. L&#8217;identità locale emerge prepotentemente anche nelle rivisitazioni dei grandi classici. Ne è un esempio <strong>Il Massaro</strong>, un twist sul Martini che esalta la freschezza del &#8220;carosello&#8221; (o barattiere), un ortaggio tipico pugliese a metà tra il cetriolo e il melone che spinge al massimo la nota rinfrescante. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ancora più sorprendente è la tecnica dietro a <strong>Il Frantoio</strong>: attraverso il fat-washing, la vodka viene infusa con l&#8217;olio d&#8217;oliva della masseria e poi privata della parte grassa, trattenendone solo i profumi erbacei. Il drink viene poi completato da un vermouth fuso con i capperi e guarnito con un fiore di cappero al posto della classica oliva. Per chi preferisce una bevuta più dolce, la lista esplora l&#8217;abbinamento tra il Calvados e il fico d&#8217;India, bilanciato da un top di sidro di mele, ideale da alternare alle birre artigianali locali come la profumata Blanche</span> <span style="font-weight: 400;">alla spina.</span></p>
<h2>Dormire a bordo green e relax al pistacchio</h2>
<figure id="attachment_214620" aria-describedby="caption-attachment-214620" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" class="size-full wp-image-214620" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/Il-campo-da-golf-da-9-buche-tra-gli-uliveti-della-masseria.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214620" class="wp-caption-text">Il campo da golf da 9 buche tra gli uliveti della masseria</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma l&#8217;esperienza di Torre Maizza si estende oltre i confini del palato. Tra le varie attività proposte agli ospiti, ci si può intrattenere sui </span><b>campi da golf</b><span style="font-weight: 400;">. Alcune delle camere affacciano sulle buche – come la mia, tra quelle dell’ala chiamata </span><b>Borgo degli Ulivi</b><span style="font-weight: 400;">, inaugurata nel 2025, con vista sulla bandierina numero 9, <em>nda</em> –, un percorso che qui è un richiamo irresistibile soprattutto per i turisti americani, portatori di una cultura golfistica monumentale (basti pensare ai 46 milioni di tesserati negli Stati Uniti, contro i circa 90mila italiani). È un&#8217;oasi dove i giocatori esperti si mettono alla prova sfidando il <strong>vento</strong> pugliese – una variabile imprevedibile capace di cambiare nel giro di ventiquattr&#8217;ore – mentre chi si avvicina a questo mondo per la prima volta può seguire lezioni su misura del <strong>maestro Giulio Grippa</strong> per accedere ai segreti del </span><span style="font-weight: 400;">green</span><span style="font-weight: 400;"> in una settimana.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I benefici di una giornata passata all&#8217;aperto trovano il loro naturale compimento nella </span><b>Spa</b><span style="font-weight: 400;"> della masseria. Qui il concetto di cura del corpo attinge a piene mani dalla ricchezza del Mediterraneo, declinandosi in percorsi rigeneranti che impiegano i prodotti naturali della linea </span><b>Irene Forte Skincare</b><span style="font-weight: 400;">. Tra i trattamenti più efficaci spicca il massaggio facciale, un&#8217;esperienza che sfrutta le proprietà nutrienti di ingredienti biologici coltivati in Sicilia, come il pistacchio, capace di restituire idratazione e freschezza immediata alla pelle.</span></p>
<h2>La tradizione delle luminarie diventa arte contemporanea con Marinella Senatore</h2>
<figure id="attachment_214617" aria-describedby="caption-attachment-214617" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-214617 size-full" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/Una-delle-opere-di-Mariella-Senatore-esposte-a-Torre-Maizza-fino-all8-settembre.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-214617" class="wp-caption-text">Una delle opere di Mariella Senatore, esposte a Torre Maizza fino all&#8217;8 settembre</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Al calare della sera, il soggiorno si arricchisce di una nuova, suggestiva </span><b>dimensione culturale</b><span style="font-weight: 400;">. Chiunque abbia attraversato i paesi della Puglia d’estate conosce la meraviglia ipnotica delle sue luminarie: architetture di luce che profumano di festa, memoria e comunità che si radunano nelle piazze. </span><b>Dal 29 maggio all’8 settembre</b><span style="font-weight: 400;">, la masseria accoglie questa tradizione reinterpretandola in chiave contemporanea grazie a <em>We Rise By Lifting Others</em>, un progetto espositivo dell’artista </span><b>Marinella Senatore</b><span style="font-weight: 400;">. Così, sei opere trasformano la tenuta in un percorso immersivo dove la luce si fa medium sociale e dispositivo di relazione. Fulcro del progetto, posizionato proprio all&#8217;ingresso, è la monumentale architettura luminosa che dà il titolo alla mostra, la più grande mai realizzata dall’artista. </span></p>
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		<item>
		<title>Spazio, la &#8220;nuova via&#8221; del pane di Mauro Petronella ad Altamura</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/spazio-la-nuova-via-del-pane-di-mauro-petronella-ad-altamura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Danilo Giaffreda]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 13:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove aperture]]></category>
		<category><![CDATA[Altamura]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Petronella]]></category>
		<category><![CDATA[pane]]></category>
		<category><![CDATA[puglia]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Brunch&Dinner]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un successo annunciato, quello di Spazio Brunch&#38;Dinner ad Altamura. La fama di Mauro Petronella, talentuoso lievitista pugliese, ha preceduto l’apertura di quella che già in fase progettuale si prefigurava come la nuova, imperdibile meta dei foodie amanti della bakery e delle sue digressioni contemporanee. Quinta generazione di una nota famiglia di panificatori altamurani, Mauro si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un successo annunciato, quello di <strong>Spazio Brunch&amp;Dinner</strong> ad <strong>Altamura</strong>. La fama di <strong>Mauro Petronella</strong>, talentuoso lievitista pugliese, ha preceduto l’apertura di quella che già in fase progettuale si prefigurava come la nuova, imperdibile meta dei foodie amanti della bakery e delle sue digressioni contemporanee.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-214263" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/il-team-di-Spazio-ad-Altamura.jpg" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p>Quinta generazione di una nota famiglia di panificatori altamurani, Mauro si distingue già da giovanissimo nel forno paterno in viale Regina Margherita, prendendo le distanze dalla tradizione e affermando la necessità di <strong>una nuova via al consumo del pane</strong>: meno spreco, diversificazione e selezione accurata delle farine – quelle di grani antichi e di piccoli molini le sue preferite – e, ultima ma non meno importante, l’esigenza del giusto prezzo. Distanze che inizialmente marcano quella, più sofferta, dal padre, ma poi, visti i risultati (i clienti che capiscono e scelgono la differenza, a prescindere dal prezzo), convincono quest’ultimo a prendere atto e riconoscere – ratificato da una insegna con la sua immagine e il suo nome davanti a uno degli ingressi – il valore della visione del figlio.</p>
<p>Evidentemente un solo riconoscimento non gli basta se, tra il lavoro in forno e le consulenze, comincia a immaginare insieme alla compagna<strong> Klausa Benga</strong>, sua musa e sodale, un nuovo spazio. Qui, la coppia vuole fondere l’arte bianca con una ristorazione più contemporanea: vino proposto senza formalismi, design identitario e un coinvolgimento totale del cliente.</p>
<h2>Un&#8217;anima divisa in due</h2>
<p>Inaugurato di recente, Spazio Brunch&amp;Dinner – questo il nome scelto dichiarando da subito la doppia tipologia dell’offerta – è la rappresentazione plastica del sogno di Mauro e Klausa, un microcosmo dove arte dell’accoglienza, tecnica, artigianato e cultura del territorio trovano nell’elegante minimalismo monocromatico, scelto dall’architetto <strong>Annalisa Massaro</strong>, il palcoscenico perfetto.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-214261" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/Linsegna-di-Spazio-ad-Altamura.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p>Un ampio <strong>bancone</strong> in caldo travertino romano tagliato in falda occupa gran parte del piano terra su strada, ospitando da una parte sei dei dieci posti a sedere totali e dall’altra la parte operativa con la cucina a vista, la macchina del caffè e un frigo ferma lievitazione con i lievitati per il giorno dopo in bella vista. Il piano interrato ospita invece la cantina, spazio di decompressione per degustazioni lente e regno di Klausa, sommelier invaghita di vini e viti, che qui ha voluto privilegiare le referenze del cuore sue e di Mauro, con l’intento di completare e condividere così, senza filtri e sovrastrutture, il loro sguardo sul mondo dell’enogastronomia. Colori, luci, materiali e arredi tra loro diversissimi caratterizzano sensorialmente i due livelli, disvelando la loro anima: mediterranea, solare e sociale quella del piano terra; notturna, lunare e poetica, quella al piano inferiore.</p>
<h2>Cosa si mangia (e beve) da Spazio Brunch&amp;Dinner</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-214260" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/La-proposta-di-Spazio-ad-Altamura.png" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p>Nonostante la consulenza iniziale di un professionista e l’imminente arrivo di un giovane chef altamurano con ricco background di esperienze di livello all’estero, l’offerta ristorativa di Spazio era e rimane un concetto corale e trasversale di competenze. Un gruppo ristretto ma affiatato di zoomer con esperienze trasversali nel settore cura l’anima e l’identità di Spazio condividendo scelte e stile narrativo.</p>
<p>Il pane e i lievitati di Mauro da una parte e le verdure fresche e di stagione della Murgia intorno, le uova di un piccolo allevatore locale, la panna di affioramento di latte di bufale di Stigliano trasformata in casa in burro e le carni di animali grass-fed concesse in esclusiva da un noto selezionatore altamurano dall’altra, danno vita – spesso combinandosi – a proposte autenticamente local e decisamente innovative.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-214262" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/05/La-proposta-food-di-Spazio-ad-Altamura.jpg" alt="" width="763" height="627" /></p>
<p>All’ora del <strong>brunch</strong>, oltre a irresistibili croissant, pain suisse, pain au chocolat e monkey bread, uova variamente interpretate e i classici toast e french toast, è possibile divertirsi gustando quiche e tarte tatin del giorno, insalate, hummus di fave e piselli freschi e un inedito Pane e Pomodoro, tutto accompagnato da nettari di frutta, infusi o un ottimo <strong>specialty coffee</strong> di un roaster della vicina Gravina di Puglia.</p>
<p>A <strong>cena</strong> la scelta, ardua, è tra una decina di proposte, tutte espresso, tra cui – imperdibili – le Frittelle di lampascioni, gli Gnumridd’ bbq con crema di canestrato, la Seppia, chimichurri e limone nero e, per chiudere in dolcezza, il carezzevole Flan vanille. In cantina, è possibile scegliere e gustare in autonomia con calici e cavatappi lasciati a disposizione o farsi guidare, al bancone, dai suggerimenti di Klausa. Attenti, però: la selezione non è tra bolle, bianchi, rossi e rosati, ma tra: frivoli, gioiosi, purpurei, estetici, luminosi e voluttuosi. Astenersi sedicenti aspiranti sommelier e tradizionalisti convinti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/spazio-la-nuova-via-del-pane-di-mauro-petronella-ad-altamura/">Spazio, la &#8220;nuova via&#8221; del pane di Mauro Petronella ad Altamura</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ode al pomodoro</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/ode-al-pomodoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 13:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Chef]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Giammarco Angelilli]]></category>
		<category><![CDATA[Lucera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da crocevia della transumanza a zona a forte vocazione agricola, in cui spesso i piccoli orti a conduzione familiare hanno ceduto il passo alle coltivazioni intensive a uso dell’industria conserviera: la Capitanata – o Daunia, vale a dire il territorio della Puglia settentrionale in provincia di Foggia tra Gargano e Tavoliere, che in passato ebbe [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da crocevia della transumanza a zona a forte vocazione agricola, in cui spesso i piccoli orti a conduzione familiare hanno ceduto il passo alle coltivazioni intensive a uso dell’industria conserviera: la <strong>Capitanata</strong> – o Daunia, vale a dire il territorio della Puglia settentrionale in provincia di Foggia tra Gargano e Tavoliere, che in passato ebbe il suo centro principale a<strong> Lucera</strong> – è in particolare uno dei poli italiani principali della coltivazione del <a href="https://www.foodandwineitalia.com/pomodoro-resistente-virus-tobrfv/"><strong>pomodoro</strong></a>, con una produzione annua di oltre 10 milioni di quintali.</p>
<h2>Paglione, tutte le sfumature dei pomi d’oro</h2>
<figure id="attachment_213213" aria-describedby="caption-attachment-213213" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213213" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/1-11.png" alt="Pomodoro Paglione" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213213" class="wp-caption-text">Pomodorini pugliesi di Paglione</figcaption></figure>
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<p>Se sole e suolo garantiscono maturazioni e gusto anche su larga scala, restano diversi <strong>artigiani</strong> a coltivare e trasformare varietà locali da serbo che regalano una tavolozza decisamente più sfaccettata non solo di colori, dal giallo al rosso, ma anche di sapori e consistenze, dolcezze e acidità.</p>
<p>Un esempio da manuale è <strong>Paglione</strong>, l’azienda biologica fondata nel 1994 da Beniamino Faccilongo (scomparso prematuramente nel 2023) e Maria Costanza Albano unendo la sapienza contadina delle rispettive famiglie a un approccio attento alla terra e alla salubrità dei prodotti – non solo pomodori ma anche <strong>olio extravergine</strong> e olive da mensa, vino e sughi pronti –, e avviando un laboratorio di trasformazione per garantire la qualità grazie alla filiera corta.</p>
<p>Così, la gamma di pomodori di Paglione – oggi guidata da <strong>Nicola Faccilongo</strong> – va dai piccoli e corposi <strong>pomodorini pugliesi</strong> dall’acidità ben calibrata, perfetti per sughi veloci, ai <strong>prunill</strong>, varietà autoctona coltivata in aridocoltura dal gusto intenso ma fresco, fino alla dolcezza e alla polpa carnosa dei versatili pomodori Roma, ecotipo variante del San Marzano che qui trova condizioni ideali. Tutti ingredienti eccellenti tanto per i cuochi domestici che chef e pizzaioli.</p>
<h2>Giammarco Angelilli e Modigliani Osteria Contemporanea</h2>
<figure id="attachment_213215" aria-describedby="caption-attachment-213215" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213215" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/9-1.png" alt="Modigliani Osteria Contemporanea" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213215" class="wp-caption-text">Pannacotta al basilico, mousse di bufala e sorbetto di pomodorini, dessert nato dalla collaborazione tra Angellilli, Paglione e la gelateria Priezza</figcaption></figure>
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<p>Tra coloro che, nell’area del Tavoliere, si sono più dedicati a interpretare in cucina tutte le potenzialità dei pomodori locali c’è lo chef <strong>Giammarco Angelilli</strong>, che dallo scorso anno è tornato a Lucera – dopo numerose esperienze in giro per il mondo e la fortunata parentesi londinese a capo del suo ristorante <a href="https://modiosteria.it/"><strong>Osteria Modigliani</strong></a> – per portare in città la sua idea di cucina che mixa territorio e tradizione con tecniche francesi e contaminazioni culinarie, all’insegna della libertà espressiva.</p>
<p>Battezzata anche in questo caso in omaggio al grande pittore, la sua “osteria contemporanea” lucerina trova spazio in un bel locale del centro storico, a due passi dalla<strong> cattedrale</strong>, che in passato ha ospitato antiche cantine e in cui sui muri a volta in mattoncini spiccano le riproduzioni dei famosi ritratti di “Modì”.</p>
<p>Nel menu, trovano spazio senza dogmi molti prodotti locali, dalle carni e i formaggi agli ortaggi e, appunto,<strong> i pomodori</strong>. «Ne ho un grande rispetto: dietro a ogni pomodoro c’è il lavoro di un contadino, ci sono tempo, lavoro, giornate di pioggia o di sole. Se lo prendi e lo tagli senza pensarci, uno vale l’altro. Ma se lo assaggi, ci ragioni, capisci come usarlo, nascono emozioni, e ricordi».</p>
<h2>L’omaggio al pomodoro, con il pranzo della domenica (e oltre)</h2>
<p>Proprio con Paglione e con Nicola Faccilongo, Angelilli – che con gli appuntamenti <em>Modigliani&amp;Friends</em> fa spesso rete anche con produttori, chef, pizzaioli e artigiani della zona – ha organizzato a inizio marzo un “<strong>pranzo della domenica</strong>”: un omaggio ai riti conviviali e ai tempi lenti, alla condivisione di piatti e storie e, naturalmente, al pomodoro, di cui lo chef ha alternato (o sapientemente mescolato) gusti e consistenze e lavorazioni, esaltandolo con preparazioni non invadenti.</p>
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<figure id="attachment_213210" aria-describedby="caption-attachment-213210" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213210" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/5-8.png" alt="Paglione pomodoro" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213210" class="wp-caption-text">Il Bloody Mary proposto da Giammarco Angelilli</figcaption></figure>
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<p>Dal buonissimo paté di pomodori secchi e aromi mediterranei – olio, aglio, basilico e Parmigiano Reggiano – da spalmare sulla focaccia, accompagnato da un <strong>Bloody Mary</strong> di passata di pomodoro prunill che ricorda i sapori dell’acquasale estiva (versione pugliese della panzanella), fino al dessert: pannacotta al basilico, mousse di bufala e <strong>sorbetto di pomodorini di Priezza</strong>, gelateria e pasticceria lucerina di Marco Barbaro. Un tentativo riuscito di riassumere sapori e profumi dell’insalata caprese senza cedere né a dolcezze estreme né a note squilibrate.</p>
<p>Nel mezzo, piatti – creati ad hoc, ma di cui molti entreranno in menu – in cui la tecnica è al servizio di <strong>gusti immediati</strong> e riconoscibili, quasi nascosta per permettere a tutti di goderne, di rintracciare memorie gustative e affettive, di creare connessioni, lasciando che fosse soprattutto il pomodoro a “parlare” in ogni piatto.</p>
<h2>A ogni piatto il suo pomodoro (o più di uno): una lezione da replicare anche a casa</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-213209" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/4-7.png" alt="pomodoro" width="763" height="627" /></p>
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<p>Le<strong> spaccatelle</strong> – il pomodoro in pezzi tipico della tradizione del Sud, tagliato longitudinalmente e messo in conserva in vasetto con acqua, sale e basilico –, unite alla carnosità e al gusto intenso della versione<strong> semi dry</strong> (tagliato in due ma cosparso di sale, fatto asciugare al sole e conservato in olio extravergine, nella foto di apertura), sono diventate una <strong>tartare</strong> ricca e fresca insieme, completata da mousse di caprino, crumble di tarallo lucerino, pomodorini confit e pomodorini gialli arrosto, in una inedita sinfonia di sapori prettamente locali.</p>
<figure id="attachment_213211" aria-describedby="caption-attachment-213211" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213211" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/6-4.png" alt="Modigliani Osteria Contemporanea" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213211" class="wp-caption-text">Ragù di polpo</figcaption></figure>
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<p>Per il <strong>ragù di polpo al Caporale</strong> – il deciso e schietto Cacc’e Mitte di Paglione, vino rosso intenso ma fresco della tradizione di Lucera ottenuto dalla sosta veloce del mosto nelle vasche di fermentazione, che serviva a far posto ad altre lavorazioni – Angelilli ha preparato un classico “ragù di mare” concentrato e gustoso aggiungendo, dopo il vino, anche la vellutata Passata Contadina, che unisce polpa e crema, fino a cottura finale.</p>
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<figure id="attachment_213212" aria-describedby="caption-attachment-213212" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-213212" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/7-4.png" alt="Modigliani Osteria Contemporanea" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-213212" class="wp-caption-text">Paccheri ai tre pomodori</figcaption></figure>
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<p>Frutto di un mix di varietà e tipologie è anche il delizioso sugo dei <strong>paccheri ai tre pomodori</strong> (tre salse a base di pelato giallo, passata di prunill e pomodorini pugliesi, poi unite insieme per calibrare dolcezza e acidità), la cui texture vellutata e avvolgente è bilanciata da salsa di basilico e crema di burrata. Mentre per la<strong> guancia di vitello alla pizzaiola</strong>, servita con patata affumicata e cipolle croccanti, lo chef ha optato per la Passata Rustica (lavorata a maglie molto strette, per ottenere una salsa intensa ma leggermente più “grezza”), alleggerita dalla freschezza del prunill.</p>
<p>«Ho voluto giocare con dolcezza, acidità e sapidità di ogni pomodoro», dice Angelilli. «È qualcosa che si può fare anche a casa: basta studiare l’ingrediente, conoscerlo e capire come poterlo rendere diverso senza tradirlo».</p>
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		<title>In Puglia c&#8217;è un formaggio buonissimo a forma di pallone</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/pallone-di-gravina-formaggio-puglia-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 08:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[formaggio]]></category>
		<category><![CDATA[pallone di gravina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nome è tutto un programma: si chiama Pallone di Gravina, è buonissimo ma è ancora poco conosciuto fuori dalla sua area di origine. Si tratta di un formaggio vaccino a pasta filata, prodotto esclusivamente tra l’Alta Murgia pugliese e una parte della provincia di Matera, con forme sferiche che possono superare i dieci chili [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="275" data-end="922">Il nome è tutto un programma: si chiama <strong>Pallone di Gravina</strong>, è buonissimo ma è ancora poco conosciuto fuori dalla sua area di origine. Si tratta di un formaggio vaccino a pasta filata, prodotto esclusivamente tra l’<strong>Alta Murgia pugliese</strong> e una parte della <strong>provincia di Matera</strong>, con forme sferiche che possono superare i dieci chili e stagionature che arrivano oltre l’anno. Un prodotto antico, documentato già tra Settecento e Ottocento nelle enciclopedie agrarie del Regno di Napoli, che oggi è diventato un caso emblematico di recupero della tradizione casearia italiana.</p>
<h2 data-start="275" data-end="922">Cos&#8217;è il Pallone di Gravina</h2>
<p data-start="1302" data-end="1857">Il nome è la prima cosa che colpisce. Pallone, <strong>letteralmente</strong>, una una descrizione fisica precisa. È un formaggio rotondo, compatto, senza testina, una sorta di <strong>caciocavallo primordiale</strong>, come se qualcuno avesse fermato l’evoluzione della forma nel punto più essenziale possibile. E in effetti il Pallone di Gravina è proprio questo: un formaggio che viene da prima, da quando la necessità era <strong>conservare</strong> il latte durante i lunghi mesi della transumanza e non certo costruire un’identità gastronomica da esportare.</p>
<figure id="attachment_211739" aria-describedby="caption-attachment-211739" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-211739" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/02/pallone-di-gravina.png" alt="pallone-di-gravina" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-211739" class="wp-caption-text">Foto dell&#8217;Associazione Tutela e Valorizzazione a marchio DOP del Pallone di Gravina</figcaption></figure>
<p data-start="1859" data-end="2404">La sua area di nascita è l’Alta Murgia, quel grande altopiano calcareo che abbraccia Gravina in Puglia, Altamura, Santeramo, Spinazzola, Poggiorsini e si spinge fino alla Basilicata. Un territorio che, a differenza dell’immaginario turistico pugliese fatto di ulivi e mare, è soprattutto <strong>pascolo</strong>, vento, erba bassa e luce abbacinante. Per secoli questa zona è stata uno snodo fondamentale dei <em>tratturi</em>, le autostrade della transumanza, percorse da migliaia di capi bovini e ovini che scendevano verso il Tavoliere o risalivano verso l’Appennino.</p>
<p data-start="2406" data-end="3015">È qui che il pallone prende forma, in senso letterale e culturale. Latte vaccino crudo, un tempo soprattutto di razza podolica, oggi proveniente da vacche locali allevate in gran parte al pascolo. La tecnica è quella classica dei <strong>formaggi a pasta filata</strong>: il latte viene coagulato con caglio, la cagliata riposa sul tompagno, matura, poi viene filata in acqua calda e modellata fino a diventare una sfera compatta, liscia, pesante. Dopo la salamoia, il Pallone viene appeso ad asciugare e infine lasciato stagionare in grotte o cantine naturali, spesso scavate nella calcarenite, la roccia tipica della Murgia.</p>
<p data-start="3017" data-end="3661">Ed è proprio qui che succede qualcosa di interessante, anche dal punto di vista scientifico. Durante la stagionatura, che può durare dai tre mesi fino a oltre un anno, entrano in gioco i processi di lipolisi e proteolisi: i grassi e le proteine si trasformano lentamente, sviluppando <strong>aromi sempre più complessi</strong>. Il risultato è un formaggio che cambia radicalmente nel tempo. Da giovane è ancora elastico, lattico, con note burrose. Da stagionato diventa secco, friabile, con sentori di caramello, frutta secca, erbe amare, una piccantezza progressiva che lo avvicina più a un grande formaggio da meditazione che a un semplice prodotto da banco.</p>
<h2 data-start="3017" data-end="3661">La storia del Pallone di Gravina</h2>
<p data-start="3663" data-end="4203">Come potete immaginare, questo formaggio non è affatto una riscoperta recente, anche se oggi viene raccontato come tale. È citato già tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento nel Dizionario Geografico del Regno di Napoli di <strong>Lorenzo Giustiniani</strong>, che parla di caciocavalli “di figura rotonda appellati meloni o palloni”. Compare nell’Enciclopedia agraria del Regno di Napoli del <strong>1859</strong> e perfino in testi britannici di chimica agraria dell’Ottocento, dove viene indicato come uno dei formaggi più <strong>interessanti</strong> dell’Italia meridionale.</p>
<figure id="attachment_211740" aria-describedby="caption-attachment-211740" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-211740" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/02/pallone-di-gravina-formaggio-puglia-basilicata.png" alt="pallone-di-gravina-formaggio-puglia-basilicata" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-211740" class="wp-caption-text">Foto dell&#8217;Associazione Tutela e Valorizzazione a marchio DOP del Pallone di Gravina</figcaption></figure>
<p data-start="4205" data-end="4658">Eppure, come spesso succede, a un certo punto è quasi scomparso. L’industrializzazione della filiera lattiero-casearia, la standardizzazione del gusto, la difficoltà di lavorare il latte crudo e di garantire lunghe stagionature hanno reso il Pallone un prodotto <strong>scomodo</strong>, poco redditizio, difficile da spiegare al mercato. Per decenni è sopravvissuto quasi solo come <strong>consumo locale</strong>, confuso con un caciocavallo qualsiasi, venduto giovane, senza identità.</p>
<p data-start="4660" data-end="5239">La svolta arriva nel 2012, quando diventa <strong>Presidio Slow Food</strong>. Un tentativo concreto di salvare una microfiliera, di tutelare la produzione a latte crudo, di mantenere l’uso di fermenti autoctoni, di difendere la stagionatura naturale in grotta. Oggi i produttori certificati sono <strong>pochissimi</strong>, letteralmente contabili sulle dita di una mano, tra Gravina, Altamura e Santeramo: Caseificio De Rosa, Caseificio Fratelli Tarantino, Caseificio Stella Dicecca e Masseria La Ghianda. Sono <strong>solamente quattro produttori</strong>. La produzione è limitata a poche centinaia di pezzi all’anno. Numeri ridicoli per il mercato globale, ma enormemente significativi per la biodiversità alimentare.</p>
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		<title>Kardelen Soyalp vince Qoco 2026</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/kardelen-soyalp-vince-qoco-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 16:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Chef]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Andria]]></category>
		<category><![CDATA[concorso]]></category>
		<category><![CDATA[olio extravergine d'oliva]]></category>
		<category><![CDATA[puglia]]></category>
		<category><![CDATA[Slow Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Carciofi brasati all&#8217;Olio Evo di Andria, gambilya e insalata di finocchi: con questo piatto, che traccia un filo diretto – quello dell’olio extravergine d’oliva, prodotto protagonista di entrambi i Paesi e di entrambe le culture culinarie – tra territorio della Murgia pugliese e Turchia, la giovane cuoca Kardelen Soyalp si è aggiudicata il primo premio [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Carciofi brasati all&#8217;Olio Evo di Andria, gambilya e insalata di finocchi: con questo piatto, che traccia un filo diretto – quello dell’olio extravergine d’oliva, prodotto protagonista di entrambi i Paesi e di entrambe le culture culinarie – tra territorio della Murgia pugliese e Turchia, la giovane cuoca <strong>Kardelen Soyalp</strong> si è aggiudicata il primo premio (e un assegno da duemila euro stanziato dalla amministrazione civica andriese), della 26esima edizione di <strong>QOCO – Un Filo d&#8217;Olio nel Piatto</strong>, <a href="https://www.foodandwineitalia.com/qoco-2026-extravergine-e-cucina-si-incontrano-ad-andria/">il concorso elaiogastronomico</a> organizzato dal Comune di Andria (e in particolare dall’Assessorato alle Radici) in collaborazione con l&#8217;Associazione Nazionale Città dell&#8217;Olio e Slow Food Puglia.</p>
<p>Classe 1995, laureata all’Università di Istanbul in Gastronomia e Cultura con una tesi sull’utilizzo delle alghe nel fine dining e le emissioni di carbonio, Soyalp – che ha anche esperienze nel campo della comunicazione – lavora dal 2023 come Sustainability Manager e responsabile di Ricerca e Sviluppo da <a href="https://www.foodandwineitalia.com/istanbul-un-ponte-tra-immaginazione-e-memoria/"><strong>Neolokal</strong></a>, il ristorante una stella Michelin dello chef Maksut Aşkar.</p>
<figure id="attachment_212407" aria-describedby="caption-attachment-212407" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212407" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/2.png" alt="Qoco 2026" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212407" class="wp-caption-text">Gli oli pugliesi di Qoco 2026</figcaption></figure>
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<p>Ad Andria, ha convinto la giuria tecnica presieduta da Oscar Farinetti e composta da chef stellati e ristoratori di rilievo (tra cui <strong>Nino Di Costanzo</strong>, Felice Sgarra, Antonello Magistà, <strong>Domenico Schingaro</strong>, Mimmo Soranno e Antonello Colonna) con un piatto lineare ma ben costruito, rispettoso della stagionalità e dei prodotti pugliesi, e capace di esaltare un prodotto prezioso ma non facilissimo come l’extravergine da <strong>Coratina</strong>, noto per l’intensità delle sue note amare e piccanti.</p>
<figure id="attachment_212408" aria-describedby="caption-attachment-212408" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212408" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/3.png" alt="Qoco 2026" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212408" class="wp-caption-text">Il piatto presentato da Kardelen Soyalp</figcaption></figure>
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<p>A fare da trait-d’union tra due territori pienamente mediterranei ma distanti come la Turchia e la Murgia, oltre all’olio d’oliva la cuoca turca ha inserito nel piatto la <strong>gambilya</strong>, o cicerchia pisellina, citata nell’Arca del Gusto Slow Food:  <strong>legume</strong> dall&#8217;elevato contenuto proteico che riprende l’ampio utilizzo di fave e ceci comune anche nel repertorio culinario pugliese. Il piatto – presentato al pubblico la sera precedente al concorso in occasione della “cena di gemellaggio” presso il ristorante Cru Cantina e Cucina – ha colpito anche per la presentazione molto curata, con la purea di legumi modellata a ricordare l’inconfondibile sagoma ottagonale del castello federiciano di <strong>Castel del Monte</strong>, a pochi chilometri dal centro della città.</p>
<figure id="attachment_212406" aria-describedby="caption-attachment-212406" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212406" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/1.png" alt="Qoco 2026" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212406" class="wp-caption-text">Marina Marquez Dominguez completa il suo piatto con l&#8217;extravergine pugliese</figcaption></figure>
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<p>Tra i dieci partecipanti di <a href="https://qoco.info/">Qoco</a>, selezionati tra i cuochi parte dell’Alleanza di Slow Food e provenienti da diversi Paesi del bacino mediterraneo, culla privilegiata della produzione e cultura dell’<strong>olio extravergine d’oliva</strong>, sono stati premiati – in questo caso su indicazione della giuria di opinione presieduta dalla Sindaca di Andria Giovanna Bruno – anche alti due cuochi: la spagnola <strong>Marina Marquez Dominguez</strong>, con un elaborato piatto di “cucina circolare” a base di coniglio, limone fermentato, mandorle, carciofi e polvere d’oliva che ripercorre idealmente il “Cammino dell’Olivo” dal campo alla tavola, e <strong>Vladimir Pemaj</strong>, di origine albanese ma ormai saldamente alla guida della cucina dell’Osteria del Boccondivino di Bra, con la sua più essenziale ma non meno convincente Crema di ceci con carciofo spadellato e primosale. A loro sono andati rispettivamente il Premio Todi Food e Cantine Rivera, tra gli sponsor principali dell’iniziativa.</p>
<figure id="attachment_212410" aria-describedby="caption-attachment-212410" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-212410" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/5.png" alt="Qoco 2026" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-212410" class="wp-caption-text">Gli chef in gara a Qoco 2026</figcaption></figure>
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<p>Ma i piatti presentati dai cuochi in gara, coordinati dallo chef <strong>Pietro Zito</strong> del ristorante Antichi Sapori, hanno offerto una bella panoramica di tradizioni e ispirazioni mediterranee, portando ad Andria sapori, culture e racconti. C’è chi ha puntato sulla ripresa di ricette tipiche, come il <a href="https://www.foodandwineitalia.com/musakhan/">Musakhan</a> della palestinese <strong>Fidaa Abuhamdiya</strong> (che in origine recupera il pane raffermo imbevendolo d’olio e arricchendolo con pollo, cipolla e spezie), il Mesnik (agnello in sfoglia) dell’albanese <strong>Cibuku Inesa</strong> o la Rfisa di <strong>Zouheir Boumghara</strong>, preparata in ogni casa marocchina alla nascita di un figlio o una figlia.</p>
<p>Mentre altri hanno preferito su proposte più originali, come lo Sgombro marinato e affumicato con verdure e spuma di patate del rumeno <strong>Badea Mihnea Ionu</strong>t, il Fior di carciofo, salsa di pancotto, lattuga di mare e liquirizia dell’albanese <strong>Xhafaj Rushan</strong> (chef patron di Demenna Luogo di Ristoro in provincia di Messina), l’Oro di Betanzos (a base di patate, uova e jamón) dello spagnolo <strong>Marcos Sanchez Area</strong> o l’Oro Verde (filetto di manzo e riso Acquerello) di <strong>Giuseppe Fragomeni</strong>, giovanissimo cuoco calabrese dell’Osteria Zio Salvatore di Siderno. Tutti impegnati a valorizzare l’extravergine, ingrediente imprescindibile della cucina mediterranea.</p>
<p><u> </u></p>
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		<title>Pizza fritta napoletana o panzerotto pugliese? Tutte le differenze</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/differenza-pizza-fritta-panzerotto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Feb 2026 16:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>
		<category><![CDATA[campania]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="flex flex-col text-sm pb-25">
<article class="text-token-text-primary w-full focus:outline-none [--shadow-height:45px] has-data-writing-block:pointer-events-none has-data-writing-block:-mt-(--shadow-height) has-data-writing-block:pt-(--shadow-height) [&amp;:has([data-writing-block])&gt;*]:pointer-events-auto scroll-mt-[calc(var(--header-height)+min(200px,max(70px,20svh)))]" dir="auto" tabindex="-1" data-turn-id="request-WEB:708d5cf4-a98a-43b7-8123-34b1cfd1ae6a-4" data-testid="conversation-turn-4" data-scroll-anchor="true" data-turn="assistant">
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<p data-start="402" data-end="857">Ci sono due preparazioni tipiche del Mezzogiorno che si somigliano tantissimo, così tanto da trarre in inganno anche gli appassionati più attenti: <strong>pizza fritta</strong> napoletana e <strong>panzerotto</strong> pugliese. Entrambi sono prodotti da forno trasformati dalla frittura, entrambi appartengono alla tradizione gastronomica del Sud Italia, entrambi vengono consumati soprattutto come cibo di strada. Eppure, pizza fritta napoletana e panzerotto pugliese sono due preparazioni distinte, con identità ben definite, che non si esauriscono nella semplice differenza di nome.</p>
<h2 data-start="402" data-end="857">Le differenze tra pizza fritta e panzerotto</h2>
<p data-start="859" data-end="1177">Nel meridione la distinzione è chiara e consolidata. Fuori dai contesti regionali, invece, i due termini vengono spesso usati come sinonimi, generando <strong>confusione</strong>. In realtà, le differenze riguardano l’origine geografica, la composizione dell’impasto, la tipologia di farcitura e persino la forma finale del prodotto.</p>
<p data-start="859" data-end="1177"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-211396" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/differenza-pizza-fritta-napoletana-panzerotto.png" alt="differenza-pizza-fritta-napoletana-panzerotto" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="1179" data-end="1586">La prima separazione è di tipo culturale e territoriale. La pizza fritta nasce a <strong>Napoli</strong> ed è parte integrante della cucina popolare cittadina, soprattutto nel secondo dopoguerra, quando rappresentava una soluzione economica e nutriente rispetto alla pizza cotta al forno. Il panzerotto, invece, è un prodotto tipico della <strong>Puglia</strong>, diffuso in tutta la regione con numerose varianti locali, da Bari al Salento.</p>
<p data-start="1588" data-end="2054">Anche l’<strong>impasto</strong> segna una differenza sostanziale. Nel caso della pizza fritta si utilizza lo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/disciplinare-pizza-napoletana-stg-regole-ingredienti-forno/" target="_blank" rel="noopener">stesso impasto della pizza classica</a>, composto da farina, acqua, sale e lievito. Le proporzioni possono variare in base allo stile del pizzaiolo, ma la struttura resta quella di un impasto diretto, elastico e adatto a una lievitazione tradizionale. Negli ultimi anni si registra una tendenza all’aumento dell’<strong>idratazione</strong>, ma gli ingredienti restano essenzialmente invariati.</p>
<p data-start="2056" data-end="2537">Il panzerotto parte invece da una base simile, ma viene spesso arricchito con una componente grassa, come <strong>strutto</strong> o <strong>olio</strong>, che modifica la consistenza finale rendendola più friabile e croccante. In molte ricette domestiche compaiono anche uova, latte o patate, elementi che rendono l’impasto più ricco e meno standardizzabile. Le <strong>varianti</strong> sono numerose e cambiano non solo da provincia a provincia, ma spesso<strong> da famiglia a famiglia</strong>, rendendo difficile individuare una formula unica.</p>
<p data-start="2539" data-end="2883">Il <strong>ripieno</strong> rappresenta forse la differenza più riconoscibile. La pizza fritta napoletana ha una farcitura <strong>codificata</strong> nella tradizione: ricotta, cicoli di maiale e pepe nero. In alcune versioni viene aggiunto anche il <strong>pomodoro</strong>, ma la struttura originaria resta legata a ingredienti poveri e fortemente identitari della cucina partenopea.</p>
<p data-start="2885" data-end="3292">Il panzerotto pugliese, invece, nasce come preparazione più semplice, con un ripieno essenziale a <strong>base di pomodoro e mozzarella</strong>. In alcune zone si aggiunge la ricotta, ma la combinazione principale resta quella lattiero-casearia. Anche in questo caso il tempo ha moltiplicato le possibilità, con farce che includono salumi, verdure, formaggi diversi e persino preparazioni di carne o pesce.</p>
<p data-start="2885" data-end="3292"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-211397" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/differenza-pizza-fritta-panzerotto-pugliese.png" alt="differenza-pizza-fritta-panzerotto-pugliese" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="3294" data-end="3853">Dal punto di vista della <strong>forma</strong>, la pizza fritta è tradizionalmente tonda, simile a una pizza classica ripiegata e chiusa prima della frittura. Il panzerotto, invece, ha forma <strong>esclusivamente a mezzaluna</strong>, ottenuta chiudendo un disco di impasto su se stesso. Esiste però una zona di contatto tra le due tradizioni: a Napoli, nel secondo dopoguerra, la storica pizzaiola <strong>Anna Manfredi</strong>, nota come la <strong>Masardona</strong>, introdusse il cosiddetto <em>battilocchio</em>, una pizza fritta più piccola e ripiegata, simile nella forma a un panzerotto, ma con impasto e ripieno napoletani. Oggi la pizzeria aperta dalla &#8220;masardona&#8221;, che porta ancora il suo nome e in cui lavorano gli eredi, è una delle migliori del capoluogo campano.</p>
<p data-start="3855" data-end="4446">A complicare ulteriormente il quadro interviene il <strong>calzone</strong>, spesso chiamato in causa come terzo elemento della famiglia. In questo caso la distinzione è più semplice: il calzone è, di fatto, <strong>un panzerotto o una pizza fritta cotta al forno</strong>. È presente sia nella tradizione campana sia in quella pugliese e mantiene la forma chiusa, ma elimina la frittura. Nelle pizzerie napoletane il calzone viene farcito con ricotta, mozzarella, salame e pecorino, talvolta con aggiunta di pomodoro, mentre esistono anche versioni che riprendono il ripieno classico della pizza fritta con cicoli e ricotta.</p>
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		<title>Bros&#8217;: cambio di scena in Valle d’Itria</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/bros-cambio-di-scena-in-valle-ditria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Cosenza]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 15:44:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Chef]]></category>
		<category><![CDATA[Bros]]></category>
		<category><![CDATA[Floriano Pellegrino]]></category>
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Isabella Potì]]></category>
		<category><![CDATA[Martina Franca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una differenza sostanziale tra recensire un ristorante e scrivere di cinema o di teatro. Nel primo caso ci si rivolge a un pubblico che desidera un quadro chiaro di cosa aspettarsi da un locale. Quando si parla di spettacolo, invece, è necessario evitare di fornire dettagli cruciali che potrebbero comprometterne la fruizione. L’esperienza costruita [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una differenza sostanziale tra recensire un ristorante e scrivere di cinema o di teatro. Nel primo caso ci si rivolge a un pubblico che desidera un quadro chiaro di cosa aspettarsi da un locale. Quando si parla di spettacolo, invece, è necessario evitare di fornire dettagli cruciali che potrebbero comprometterne la fruizione.</p>
<p>L’esperienza costruita dai <strong>Bros&#8217;</strong>, tuttavia, possiede una dimensione narrativa e immersiva tale da rendere inevitabile, nel racconto, l’anticipazione di alcuni passaggi. Da qui l’avvertenza: attenzione, <strong>spoiler</strong>.</p>
<h2>Puglie: plurale</h2>
<figure id="attachment_211415" aria-describedby="caption-attachment-211415" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-211415" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/Lesterno-del-Relais-Villa-San-Martino-nel-cuore-della-Valle-dItria.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-211415" class="wp-caption-text">L&#8217;esterno del Relais Villa San Martino nel cuore della Valle d&#8217;Itria</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Floriano Pellegrino</strong> e <strong>Isabella Potì</strong> non hanno bisogno di presentazioni. Il loro Bros&#8217; di Lecce è stato per anni uno degli indirizzi di avanguardia del fine dining italiano. Giovanissimi e super mediatici, con sperimentazioni audaci, a tratti provocatorie, hanno portato il Salento nell’Olimpo dell’alta cucina. Il <strong>trasferimento in Valle d’Itria</strong> è stata una delle notizie più clamorose dell’anno gastronomico appena concluso. Martina Franca dista un centinaio di chilometri dalla vecchia sede, ma in una terra lunga ed eterogenea come la Puglia, il cambiamento di scenario può essere netto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo si percepisce a livello linguistico, ma soprattutto dal punto di vista paesaggistico e ambientale. </span><span style="font-weight: 400;">«Qui fa davvero freddo. Non è come in Salento o nel sud della Spagna», si lamenta scherzosamente Ruben, responsabile di sala e fedelissimo dei Bros&#8217;, originario di Alicante. Sorrido ripensando agli 819 metri di altitudine della mia città natale.</span></p>
<h2>Cinque passi nel mondo di Bros&#8217;</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">L’accoglienza, pensata per colmare proprio l’escursione termica, è affidata a un decotto di erbe spontanee, servito all’ingresso di <strong>Villa San Martino</strong>. La casa colonica ottocentesca, finemente restaurata, è il cuore del relais, che include ventuno stanze e la trattoria – sempre gestita dai Bros&#8217; – all’interno di uno splendido complesso di trulli adiacente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo il &#8220;caloroso&#8221; benvenuto si passa nel salottino, dove vengono servite due mini-portate: un parallelepipedo di zucca cotto nella calce spenta con salsa al sesamo bianco tostato e olio di semi di zucca, seguito da un panino al vapore avvolto nelle foglie di rapa, farcito con una crema di cime di rapa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’inizio è rassicurante, scendendo in sala, però, si ha la sensazione di aver oltrepassato la linea invisibile della normalità. Luci soffuse, il camino acceso e gli spazi ampi, con un biliardo al centro, alimentano l’impressione che stia per accadere qualcosa fuori dall’ordinario.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I <strong>pani</strong> della casa sono accompagnati da un tris lipidico: burro alle alghe, olio extravergine di Coratina e grasso di maiale con lamponi. La prima portata insiste proprio sul suino, del quale notoriamente non si butta via nulla: ecco allora il tendine su meringa di pane con un’intensa salsa di peperoni, un lardo marinato sotto il sale delle sarde e un sanguinaccio arricchito con foie gras, servito con pera e verbena.</span></p>
<figure id="attachment_211477" aria-describedby="caption-attachment-211477" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-211477" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/Vongula-core-de-tonnu-caviale.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-211477" class="wp-caption-text">Vongula, core de tonnu, caviale</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Un &#8220;piatto&#8221; a forma di dente accoglie la tappa più sorprendente del percorso: un <strong>chawanmushi</strong> (flan giapponese) di vongole e cuore di tonno essiccato come una bottarga, condito con finger lime e caviale e completato da aria di prezzemolo e vongole. </span></p>
<figure id="attachment_211476" aria-describedby="caption-attachment-211476" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-211476" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/Timballo-di-cacciagione-e-vino-spunto.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-211476" class="wp-caption-text">Timballo di cacciagione e vino spunto</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">I sapori decisi del timballo di pasta con cacciagione sono accentuati dalla <strong>salsa di vino &#8220;spunto&#8221;</strong>: scarpetta obbligatoria. Meno spiazzanti, ma altrettanto profonde, le sensazioni regalate dall’agnello con lattume di aringhe e fondo di prosciutto di agnello affumicato, servito con conserve salentine (olive, lampascioni e aringhe).</span></p>
<h2>Colpi di scena</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">A questo punto accade davvero qualcosa. Si viene &#8220;prelevati&#8221; e accompagnati fuori dalla sala per essere accolti in cucina da Floriano Pellegrino e dalla sua brigata. L’incursione è propedeutica all’assaggio del <strong>pre-dessert</strong>: in una cesta piena di mandarini ce n’è uno, mimetizzato, riempito con un fresco sorbetto agli agrumi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Durante il passaggio in cucina emerge anche un’indiscrezione sui<strong> progetti futuri</strong>: all’interno del relais San Martino è prevista l’apertura di <strong>Bros&#8217; Bar</strong>, un locale pensato come <strong>anello di congiunzione tra la trattoria e il ristorante gastronomico</strong>. Una &#8220;palestra&#8221;, per usare le parole dello chef, in cui i ragazzi dello staff di cucina potranno esprimersi liberamente, sperimentare e rivolgersi a una clientela curiosa, in un contesto informale. </span></p>
<h2>Gran finale</h2>
<figure id="attachment_211475" aria-describedby="caption-attachment-211475" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-211475" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/A-tutta-mandorla.jpg" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-211475" class="wp-caption-text">A tutta mandorla</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">Si ritorna in sala per i <strong>dolci</strong>. Nell’ultima versione del suo <em>A tutta mandorla</em>, Isabella Potì conduce l’ospite in una degustazione che vede protagonista la frutta a guscio pugliese per eccellenza. C’è una torta spumosa aromatizzata all’anice stellato con cialde di cacao, accompagnata da una melassa di mandorle nere; il sorbetto di latte di mandorla è completato da mandorla cruda grattugiata, mentre sul goloso soufflé viene spruzzato dell’amaretto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Altrettanto composita la batteria di quella che in altri ristoranti è definita <strong>piccola pasticceria</strong>, ma che dai Bros&#8217; assume le sembianze di fuochi d’artificio finali. Tanti piccoli gioielli di tecnica, sorprendenti per forme, consistenze e sapori profondamente radicati nel territorio: dal gelato di latte di asina martinese, servito in un involucro di plastica commestibile, alla pallina di carruba, surrogato locale del cioccolato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La conclusione è affidata a uno dei piatti più iconici e discussi dei Bros&#8217;: <em>Limoniamo</em>. Una spuma al limoncello, servita su labbra realizzate con una stampante 3D. E mentre si &#8220;bacia&#8221; quest’ultima follia, si viene immortalati da una Polaroid.</span></p>
<h2>Post-credits</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Come in un film in cui vengono inserite delle scene dopo i titoli di coda, anche per gli ospiti di Bros&#8217; c’è una piccola sorpresa, ma almeno questa lasciamo che resti tale. Di certo si va via soddisfatti, divertiti e con il desiderio di tornare: magari per provare la trattoria nei trulli, in attesa di scoprire cosa riserverà il Bros&#8217; Bar, che renderà ancora più completo il progetto Bros a Martina Franca.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-211479" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/La-brigata-di-cucina-di-Bros.jpg" alt="" width="763" height="627" /></p>
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		<title>Xylella in Salento, alcuni ulivi tornano inspiegabilmente a produrre: cosa sta succedendo</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/xylella-salento-ulivi-resilienza-produzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jan 2026 09:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[olio]]></category>
		<category><![CDATA[puglia]]></category>
		<category><![CDATA[xyella]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.foodandwineitalia.com/?p=211254</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nel Salento, una delle aree europee più colpite dalla Xylella fastidiosa, si sta osservando un fenomeno che fino a pochi anni fa sembrava impossibile. In alcune zone della provincia di Lecce, ulivi quasi completamente disseccati hanno ripreso a sviluppare foglie e, in alcuni casi, a produrre olive. La notizia, riportata da il Post in un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/xylella-salento-ulivi-resilienza-produzione/">Xylella in Salento, alcuni ulivi tornano inspiegabilmente a produrre: cosa sta succedendo</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="623" data-end="1136">Nel <strong>Salento</strong>, una delle aree europee più colpite dalla <em>Xylella fastidiosa</em>, si sta osservando un fenomeno che fino a pochi anni fa sembrava impossibile. In alcune zone della provincia di <strong>Lecce</strong>, ulivi <strong>quasi completamente disseccati</strong> hanno ripreso a sviluppare foglie e, in alcuni casi, a <strong>produrre olive</strong>. La notizia, riportata da <em data-start="948" data-end="957">il Post</em> in un articolo di Francesco Gaeta, sta attirando l’attenzione della comunità scientifica perché introduce una variabile inattesa in uno scenario finora considerato irreversibile.</p>
<h2 data-start="623" data-end="1136">Cos&#8217;è la Xylella e cosa sta accadendo in Puglia</h2>
<p data-start="1138" data-end="1599">La Xylella è il batterio responsabile del cosiddetto disseccamento rapido dell’olivo, una patologia che blocca il flusso di acqua e nutrienti all’interno della pianta, portandola progressivamente alla <strong>morte</strong>. Dal 2013 ha colpito circa <strong>dieci milioni di alberi</strong> in Puglia, con danni economici stimati intorno ai <strong>due miliardi di euro</strong>. <strong>Non esiste</strong>, allo stato attuale, <strong>una cura</strong> riconosciuta e validata, e la strategia principale resta il <strong>contenimento</strong> della diffusione.</p>
<p data-start="1601" data-end="2066">Il fenomeno osservato nel Leccese viene definito dagli studiosi come “<em>resilienza</em>”. Non si tratta di una guarigione né dell’eliminazione del batterio, che continua a essere presente nella pianta, ma di <strong>una risposta allo stress</strong> che consente all’albero di ricostruire in parte la chioma e tornare a produrre. Questa dinamica è stata documentata attraverso immagini satellitari e analisi NDVI, un indice che misura l’attività fotosintetica della vegetazione.</p>
<p data-start="1601" data-end="2066"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-211256" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/01/xylella-salento-ulivi-resilienza-produzione-puglia.png" alt="xylella-salento-ulivi-resilienza-produzione-puglia" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="2068" data-end="2606">Al momento <strong>non esiste una spiegazione scientifica</strong> sulle cause di questa ripresa. Secondo quanto ricostruito dal Post, in alcune aree gli agricoltori hanno adottato strategie molto diverse tra loro. C’è chi ha puntato su pratiche agronomiche di base, come il miglioramento del suolo e l’uso di concimi organici, senza ricorrere a nuovi trattamenti. In altri casi è stato applicato un protocollo sperimentale a base di rame, zinco e acido citrico, noto come “<em>protocollo Scortichini”</em>, dal nome di uno dei ricercatori coinvolti.</p>
<p data-start="2608" data-end="3105">Tuttavia, diversi studiosi invitano alla <strong>prudenza</strong> nell’attribuire un rapporto diretto di causa-effetto tra questi interventi e la resilienza osservata. Una delle ipotesi più accreditate riguarda piuttosto la diminuzione della popolazione dell’insetto vettore, la <strong>sputacchina</strong>, responsabile della trasmissione del batterio da una pianta all’altra. Una minore densità di insetti ridurrebbe i casi di <strong>reinfezione</strong>, permettendo alle piante di stabilizzare l’infezione e manifestare una parziale ripresa.</p>
<p data-start="3107" data-end="3542">Secondo <strong>Donato Boscia</strong>, ricercatore emerito del CNR citato dal summenzionato giornale online, questa riduzione dipenderebbe da una <strong>combinazione di fattori</strong> ambientali ancora non completamente quantificabili. Anche <strong>Vincenzo Verrastro</strong>, del CIHEAM di Bari, sottolinea che la presenza diffusa di alberi spogli potrebbe aver abbassato il numero di insetti vettori per unità di superficie, ma che mancano dati sistematici per dimostrare il fenomeno su larga scala.</p>
<p data-start="3544" data-end="4265">Un elemento di particolare interesse riguarda l’<strong>olio</strong> prodotto dagli ulivi &#8220;rinati&#8221;. Le prime analisi di laboratorio, condotte su varietà tipiche come <strong>Ogliarola salentina</strong> e <strong>Cellina di Nardò</strong>, mostrano un <strong>aumento del contenuto di polifenoli</strong>, composti naturali con funzione antiossidante: paradossalmente quest&#8217;olio sembra addirittura più <strong>salutare</strong>. Secondo <strong>Francesco Paolo Fanizzi</strong>, docente all’Università del Salento, questo cambiamento chimico potrebbe essere legato allo stress della pianta, che reagisce <strong>aumentando le sostanze di difesa</strong>. Storicamente l’olio salentino era caratterizzato da un profilo più dolce e meno ricco di polifenoli, mentre oggi si osserva un possibile spostamento verso caratteristiche diverse, ancora da confermare su campioni più ampi e nel lungo periodo.</p>
<p data-start="4267" data-end="4751">Nel frattempo l’epidemia non si è arrestata. La Xylella continua a diffondersi verso nord, con nuovi focolai individuati nel Barese, nel Foggiano e nelle Murge. In Puglia sono oggi presenti <strong>tre varianti del batterio</strong>, con livelli di aggressività differenti. La Regione applica un sistema di zone con regole diverse, che vanno dalla gestione della convivenza nelle aree endemiche agli abbattimenti obbligatori nelle zone di contenimento, secondo quanto previsto dalla normativa europea.</p>
<p data-start="4753" data-end="5295" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Il caso del Salento non cambia, per ora, l’impostazione generale delle politiche fitosanitarie. Rappresenta però un <strong>dato nuovo</strong>, che apre interrogativi sulla capacità di alcune piante di adattarsi all’infezione e sulle possibili implicazioni agronomiche, economiche e qualitative per il futuro dell’olivicoltura pugliese. Si tratta di un fenomeno reale ma ancora privo di una spiegazione definitiva, che richiede ulteriori studi prima di poter essere considerato una strategia replicabile.</p>
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		<title>Torrevento</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/torrevento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2025 11:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cantine 2025]]></category>
		<category><![CDATA[puglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’Alta Murgia, cuore di pietra e vento di Puglia, Torrevento ha costruito un modello di viti- coltura che è al tempo stesso custodia del territorio e motore d’innovazione. La cantina, incastonata tra ulivi secolari e vigne che guardano Castel del Monte, lavora da più di vent’anni su un percorso di qualità certificata. Non si tratta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Nell’<strong>Alta Murgia</strong>, cuore di pietra e vento di <strong>Puglia</strong>, Torrevento ha costruito un modello di viti- coltura che è al tempo stesso custodia del territorio e motore d’innovazione. La cantina, incastonata tra ulivi secolari e vigne che guardano Castel del Monte, lavora da più di vent’anni su un percorso di qualità certificata. Non si tratta solo di standard tecnici, ma di una vera filosofia: <strong>Equalitas</strong>, la certificazione che misura sostenibilità ambientale, sociale ed economica, qui è stata abbracciata come bussola quotidiana. Il lavoro parte dal suolo: riduzione delle lavorazioni, incremento della biodiversità, uso esclusivo di concimi organici e organo-minerali. Nei vigneti sono installate <strong>centraline</strong> <strong>meteo</strong> che dialogano con sistemi di viticoltura di precisione: monitorano umidità, rischio di oidio (una malattia fungina che indebolisce le piante) e fabbisogno idrico, consentendo interventi mirati e riducendo al minimo input chimici e sprechi d’acqua. Così si difende la fertilità e la vita microbica dei terreni.</p>
<p class="p1">L’innovazione si traduce anche in trasparenza: Torrevento è stata tra le prime in Italia ad adottare un sistema di <strong>tracciabilità</strong> basato su blockchain che permette di seguire la storia di ogni bottiglia, dal vigneto alla cantina, semplicemente scansionando un QR code. Un racconto digitale che non è marketing, ma garanzia concreta di autenticità e responsabilità. La sostenibilità qui ha anche un volto umano: programmi formativi per i dipendenti, parità di genere, impegno sociale sul territorio. Perché fare vino, secondo Torrevento, non è solo vinificare uve, ma creare un ecosistema culturale ed economico che restituisca valore alla comunità. Il tutto con un’attenzione speciale ai vitigni autoctoni pugliesi, a partire dal Nero di Troia. Un lavoro di ricerca e tutela che conferma come l’identità del territorio possa convivere con le tecnologie più avanzate. Torrevento dimostra che la tradizione, se guidata da dati e visione etica, diventa innovazione sostenibile.</p>
<h2>Da portare a casa</h2>
<p class="p1">Nero di Troia Riserva Ottagono: rubino intenso, profuma di frutti di bosco maturi, spezie e cenni tostati. In bocca è caldo e armonioso, con tannini morbidi e finale lungo. Un rosso che racchiude l’anima della Murgia e l’eleganza del Castel del Monte.</p>
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