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	<title>News &#8226; Food and Wine Italia</title>
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	<title>News &#8226; Food and Wine Italia</title>
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		<title>Temperature estreme: chi tutela chi cucina?</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/temperature-estreme-chi-tutela-chi-cucina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 16:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Roundtable]]></category>
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		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se fino a quest’estate resistevano sacche di scetticismo davanti a quella che è probabilmente la più grande emergenza attuale per il pianeta – vale a dire quella climatica –, agosto ha contribuito a mostrare una realtà brutale: fa più caldo, in modo continuativo, di quanto sia mai successo e, verosimilmente, andrà sempre peggio. E questo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se fino a quest’estate resistevano sacche di scetticismo davanti a quella che è probabilmente la più grande <strong>emergenza</strong> attuale per il pianeta – vale a dire quella climatica –, agosto ha contribuito a mostrare una realtà brutale: <strong>fa più caldo</strong>, in modo continuativo, di quanto sia mai successo e, verosimilmente, andrà sempre peggio.</p>
<p>E questo, al di là delle vacanze spesso rese più difficili del solito, delle battute estive per sdrammatizzare e dei paragoni con il passato, riguarda molto da vicino anche il <strong>settore enogastronomico:</strong> pensiamo alle difficoltà degli olivicoltori e degli agricoltori, alle vendemmie sempre più anticipate, ma anche e soprattutto alle condizioni di lavoro di chi raccoglie, produce, cucina.</p>
<p>Purtroppo le morti e i malori nei campi, legati anche a situazioni di sfruttamento e irregolarità, non sono una novità, ma l’aumento delle temperature di questi mesi ha iniziato a mietere vittime anche nelle <strong>cucine</strong>: è accaduto a Forte dei Marmi, in Versilia, dove a metà agosto <strong>Marco Barsi</strong> – cuoco cinquantenne originario di Strettoia, frazione di Pietrasanta, rientrato in Italia da un anno dopo aver lavorato a lungo all’estero – è deceduto per un malore alla fine del turno di lavoro nella cucina di uno stabilimento balneare.</p>
<p>L’ipotesi è che si sia trattato di un colpo di calore, il che rende ormai ineludibile una domanda a cui nessuno ha mai dato una risposta chiara: qual è <strong>la soglia massima di temperatura</strong> affrontabile da chi è impiegato nelle cucine, per evitare che un lavoro già molto impegnativo diventi usurante e potenzialmente letale?</p>
<h3>Le richieste dei sindacati</h3>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-203555" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2025/05/brigata-cucina-ruoli-gerarchie.png" alt="brigata-cucina-ruoli-gerarchie" width="763" height="627" /></p>
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<p>A sollevare il tema è la <strong>USB (Unione Sindacale di Base)</strong>, che fa notare come la tragedia versiliese sia “la conseguenza diretta di un sistema che considera accettabile far lavorare le persone in condizioni estreme pur di non fermare la macchina della stagione turistica; nelle cucine il calore dei fornelli si somma a climatizzazione insufficiente o assente”, e lo stesso vale per chi lavora in spiaggia e nelle strutture di ospitalità, spesso senza ambienti climatizzati dedicati.</p>
<p>Una <strong>mancanza di tutela</strong> evidente e incomprensibile, visto che – si legge ancora sul sito dell’USB – “le ordinanze regionali anti-caldo coprono edilizia, agricoltura e cantieri, ma non nominano esplicitamente ristorazione e turismo balneare: chi lavora in cucina, in spiaggia o come bagnino resta escluso dalla tutela &#8220;automatica&#8221;”, nonostante l’obbligo di legge per i datori di lavoro a valutare lo <strong>stress termico</strong> nel Documento di Valutazione dei Rischi previsto dal Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro (Decreto Legislativo 81/2008).</p>
<p>E tra le richieste avanzate figurano lo stop al lavoro nelle ore più calde, con retribuzione al 100% e non all&#8217;80% della CIG in deroga, l’estensione esplicita delle ordinanze regionali anti-caldo a ristorazione, turismo e lavoro balneare, la <strong>climatizzazione</strong> reale in cucine, sale e spazi di servizio, acqua e sali minerali gratuiti forniti dal datore di lavoro, ma anche l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro.</p>
<h3>Il monitoraggio di Restworld</h3>
<p>A occuparsi del tema è anche l’agenzia per il lavoro specializzata <strong>Restworld</strong>. Già da fine luglio, avendo ricevuto centinaia di segnalazioni dai lavoratori della ristorazione in tutta Italia che attestavano le temperature estreme registrate nelle cucine – anche maggiori di quelle solitamente toccate nei mesi estivi –, ha avviato un <strong>monitoraggio</strong> della situazione raccogliendo le immagini come quella di apertura, inviate direttamente da cuochi e ristoratori, di termometri che arrivano a toccare picchi tra i 50 e i 60°C durante il servizio, e in alcuni casi superano i 40°C anche a cucine ancora spente.</p>
<p>In provincia di Brindisi, ad esempio, la sera del 10 agosto una cuoca ha documentato con un termometro digitale appoggiato sul pass, con i fuochi alle spalle, una temperatura di <strong>51,4°C e il 20% di umidità.</strong> In provincia di Genova sono stati invece fotografati <strong>50,5°C</strong> su una mensola sopra la piastra a induzione, mentre in una cucina d&#8217;albergo il termometro ha raggiunto <strong>46°C</strong> durante il servizio. E nell’Aquilano, il capo pasticciere di un laboratorio ha registrato <strong>30°C</strong> nell&#8217;ambiente, nonostante il condizionatore fosse impostato a 16°C.</p>
<p>Potrebbe sembrare una situazione legata al caldo anomalo di quest’anno. Ma<strong> Luca Lotterio</strong>, founder di Restworld, fa notare come in realtà sia una situazione non del tutto nuova e mai affrontata in modo serio: «Ogni estate affrontiamo questa situazione come fosse <strong>un&#8217;emergenza</strong> imprevedibile, quando sappiamo perfettamente che si ripresenterà anche l&#8217;anno successivo», spiega. «La tragedia dello chef Marco Barsi ha colpito duramente tutti i lavoratori del settore; auspichiamo che possa essere la scintilla per risolvere finalmente questo problema che affligge migliaia di ristoratori e dipendenti».</p>
<p>Anche da Restworld, infatti, sottolineano alcune <strong>lacune legislative</strong>: «La normativa italiana impone ai datori di lavoro di valutare il rischio microclimatico e di adottare tutte le misure necessarie per tutelare la salute dei dipendenti, ma non stabilisce una soglia di temperatura oltre la quale sia obbligatorio interrompere l&#8217;attività. In pratica, la gestione del rischio viene affidata alle singole valutazioni aziendali», spiega Lotterio. E sottolinea come, nonostante le condizioni spesso estreme in cui operano migliaia di addetti alla ristorazione, il lavoro in cucina non sia riconosciuto tra le attività considerate <strong>usuranti</strong> dal Decreto Legislativo 67/2011.</p>
<h3>La proposta di un Fondo Nazionale</h3>
<p>Come visto, installare l’aria condizionata nelle cucine e negli ambienti di lavoro non è sufficiente: le soluzioni devono essere più “sistematiche” e ad ampio raggio, ma comportano innegabilmente <strong>investimenti importanti,</strong> in primis quelli per aumentare la potenza elettrica disponibile (ma anche la ricerca di soluzioni per contenere gli impatti ambientali dei consumi relativi).</p>
<p>La proposta di Restworld, diretta al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, è quella di valutare l&#8217;istituzione di un <strong>Fondo nazionale per le cucine professionali,</strong> destinato a sostenere gli investimenti necessari a rendere questi ambienti di lavoro più <strong>sicuri, efficienti e sostenibili:</strong> potenziamento degli impianti elettrici, installazione di sistemi di climatizzazione e trattamento dell&#8217;aria, adeguamento delle cappe e dei sistemi di immissione e ricambio dell&#8217;aria, sostituzione delle apparecchiature più energivore con tecnologie moderne e, dove tecnicamente possibile, il passaggio a sistemi di cottura a induzione.</p>
<p>Un’iniziativa che riguarderebbe circa la metà delle imprese della ristorazione attualmente attive in Italia – 324.436, secondo il Rapporto Ristorazione Fipe 2026 – ovvero fino a circa 162.000 locali in cui durante i mesi estivi il caldo può rappresentare un vero rischio per i lavoratori. Considerando un costo medio di adeguamento di circa 22.500 euro per cucina, intervenire sull&#8217;intera platea potenzialmente interessata richiederebbe complessivamente tra <strong>1,6 e 3,3 miliardi di euro</strong>: una cifra imponente, che rende irrealistico ipotizzare un intervento generalizzato nel breve periodo.</p>
<p>Restworld, allora, propone di partire da una sorta di “test”: u<strong>n fondo pilota da 20 milioni di euro</strong>, che preveda una copertura pubblica fino al 90% dell&#8217;investimento, pari a circa 20.250 euro per locale. Si potrebbe così coprire l&#8217;adeguamento di circa 1.000 cucine professionali, raccogliendo dati concreti sull&#8217;efficacia della misura e costruendo un modello eventualmente estendibile negli anni successivi.</p>
<p>«Non chiediamo un bonus a pioggia», precisa Lotterio. «Chiediamo di avviare una sperimentazione seria su un problema che ogni estate coinvolge migliaia di lavoratori e di imprese. Sarebbe un investimento sulla salute delle persone, sulla qualità del lavoro e sulla competitività di uno dei settori più importanti dell’economia italiana». E il punto di arrivo è proprio questo: affrontare in modo strutturale il problema del<strong> caldo in cucina.</strong></p>
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		<title>I latiao sono il nuovo snack cinese che sta conquistando il mondo</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/latiao-snack-cinese-piccante-cosa-sono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 13:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I latiao, gli snack cinesi a base di farina di frumento, piccanti, dolci e dalla consistenza gommosa, stanno passando dai supermercati della Cina ai negozi specializzati e alle piattaforme online di mezzo mondo. Sono conosciuti come spicy strips, letteralmente «strisce piccanti», e oggi vengono esportati in oltre 160 Paesi. Il loro successo internazionale è legato [&#8230;]</p>
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<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="863" data-end="1190">I <strong>latiao</strong>, gli snack cinesi a base di farina di frumento, piccanti, dolci e dalla consistenza gommosa, stanno passando dai supermercati della Cina ai negozi specializzati e alle piattaforme online di mezzo mondo. Sono conosciuti come <em data-start="1096" data-end="1110">spicy strips</em>, letteralmente «strisce piccanti», e oggi vengono esportati in oltre 160 Paesi.</p>
<p data-start="1192" data-end="1538">Il loro successo internazionale è legato anche alla crescente attenzione verso la cultura cinese sui social, un fenomeno che viene indicato con il termine «<em>Chinamaxxing</em>». Su <strong>TikTok</strong> e <strong>Instagram</strong> si moltiplicano i video di persone che li assaggiano per la prima volta, spesso proprio per la loro consistenza insolita e per il livello di piccantezza.</p>
<p data-start="1540" data-end="1902">I latiao vengono prodotti cuocendo ad alta temperatura e pressione un impasto di farina di frumento, poi lavorato fino a ottenere quelle strisce rosse e spugnose che ricordano, per forma e aspetto, delle <strong>patatine fritte schiacciate</strong> e condite con olio e spezie. La consistenza è uno degli elementi che li distingue maggiormente dagli snack occidentali più comuni e che li rendono molto amati o molto odiati a seconda dei gusti di chi li assaggia.</p>
<h2 data-section-id="btd7f0" data-start="1904" data-end="1956">Questi snack nascono da una catastrofe naturale</h2>
<p data-start="1958" data-end="2276">La storia dei latiao comincia nel <strong>1998</strong> a <strong>Pingjiang</strong>, nella provincia cinese dello <strong>Hunan</strong>. In quell&#8217;anno una serie di <strong>gravi inondazioni</strong> distrusse il raccolto locale di soia. La necessità di trovare un alimento alternativo e facilmente conservabile portò alla nascita dello snack che oggi viene consumato in tutta la Cina.</p>
<p data-start="2278" data-end="2560">Da prodotto nato come <strong>provvista d&#8217;emergenza</strong>, il latiao è diventato un&#8217;industria che vale oltre 60 miliardi di yuan, circa <strong>8,9 miliardi di dollari</strong>. A Pingjiang uno stabilimento della Mala Wangzi, uno dei marchi del settore, arriva a produrre quasi 700 tonnellate di latiao al giorno.</p>
<figure id="attachment_217155" aria-describedby="caption-attachment-217155" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" class="size-full wp-image-217155" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/latiao-snack-cinese-piccante-cosa-sono.png" alt="latiao-snack-cinese-piccante-cosa-sono" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217155" class="wp-caption-text">Foto da Wikipedia</figcaption></figure>
<p data-start="2562" data-end="3020">Come riporta l&#8217;Ansa, l&#8217;intera produzione dell&#8217;azienda viene attualmente venduta sul mercato cinese, ma il settore nel suo complesso ha ormai una presenza internazionale. Secondo <strong>Li Manliang</strong>, vicepresidente di <strong>Mala Wangzi</strong>, i latiao vengono esportati in più di 160 Paesi. I mercati dell&#8217;Asia orientale e sudorientale stanno crescendo rapidamente, mentre negli Stati Uniti e in Australia vengono acquistati soprattutto nei negozi specializzati, attraverso l&#8217;e-commerce e sui social.</p>
<p data-start="3022" data-end="3292">Anche i numeri di <strong>Weilong</strong>, il maggiore produttore cinese di latiao, mostrano questa espansione. L&#8217;azienda, quotata alla Borsa di Hong Kong, ha realizzato lo scorso anno 117 milioni di yuan di vendite all&#8217;estero, quasi il 50% in più rispetto all&#8217;anno precedente.</p>
<h2 data-section-id="57imal" data-start="3294" data-end="3336">Il successo dei latiao passa dai social</h2>
<p data-start="3338" data-end="3665">Una parte della nuova popolarità internazionale dei latiao è legata ai <strong>video</strong> in cui i consumatori stranieri li provano per la prima volta. Il formato si presta particolarmente ai contenuti brevi: il prodotto è riconoscibile, ha una consistenza insolita e permette di costruire il video intorno alla reazione di chi lo assaggia.</p>
<p data-start="3667" data-end="4064">Un influencer ha ottenuto<strong> 1,5 milioni di visualizzazioni</strong> mangiando una casa in miniatura realizzata interamente con i latiao. Un altro video, nel quale una donna australiana assaggia un latiao gigante, ha raggiunto<strong> 2,6 milioni di visualizzazioni</strong> su TikTok. In un ulteriore contenuto, un recensore straniero li ha descritti come una sorta di «<strong>tofu gommoso</strong>» e ne ha sottolineato la consistenza unta.</p>
<h2 data-section-id="11lmrcu" data-start="4348" data-end="4407">Dai dubbi sulla sicurezza alimentare ai matrimoni a tema</h2>
<p data-start="4409" data-end="4673">Per anni i latiao hanno avuto in Cina la reputazione di <strong>alimento poco salutare e poco igienico</strong>, anche per la presenza di olio, sale, zucchero e additivi. Un&#8217;immagine che i produttori stanno cercando di modificare, anche attraverso investimenti nella comunicazione.</p>
<p data-start="4675" data-end="4933">Alla Mala Wangzi un dipendente ha trasmesso in diretta le immagini dello stabilimento per mostrare le condizioni del reparto produttivo. Li Manliang ha sostenuto che gli standard igienici dell&#8217;impianto siano paragonabili a quelli dell&#8217;industria farmaceutica. L&#8217;azienda ha inoltre <strong>modificato la ricetta</strong> dichiarando di voler <strong>ridurre</strong> la quantità di olio, sale, zucchero e additivi e di utilizzare materie prime più naturali. La strategia commerciale comprende anche pop-up, sponsorizzazioni di eventi di e-sport, festival musicali e manifestazioni legate all&#8217;animazione.</p>
<p data-start="5256" data-end="5540">Tra le iniziative più insolite ci sono i <strong>matrimoni a tema latiao</strong>. Mala Wangzi ne ha organizzati <strong>più di 4.000 per coppie</strong> particolarmente appassionate dello snack, trasformando un prodotto nato in una situazione di emergenza agricola in un elemento della cultura popolare contemporanea.</p>
<p data-start="5542" data-end="6000" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Il pubblico resta comunque diviso. C&#8217;è chi continua a considerarli uno snack occasionale e chi li ha eliminati dalla propria alimentazione per motivi legati a uno stile di vita più sano. Il successo commerciale, però, racconta un&#8217;altra storia: quello che per anni è stato soprattutto uno snack da supermercato cinese è diventato un prodotto esportabile, riconoscibile sui social e capace di intercettare un pubblico che fino a poco tempo fa non lo conosceva.</p>
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		<title>Sa Matracca, la pizza che fa rete</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/sa-matracca-la-pizza-che-fa-rete/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 08:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pizza]]></category>
		<category><![CDATA[Cagliari]]></category>
		<category><![CDATA[pizza]]></category>
		<category><![CDATA[Sa Matracca]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Stampace, storico quartiere di Cagliari un tempo ricco di botteghe artigiane, corso Vittorio Emanuele è un susseguirsi di animati localini con i tavoli lungo la via pedonale, spesso pensati ad hoc per la folla spensierata di turisti e giovani del luogo. Salendo lungo via Ospedale, però, l’atmosfera si fa decisamente più tranquilla. Un ingresso [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A <strong>Stampace</strong>, storico quartiere di <strong>Cagliari</strong> un <span class="s1">tempo ricco di botteghe artigiane, corso </span>Vittorio Emanuele è un susseguirsi di animati localini con i tavoli lungo la via pedonale, spesso pensati <span class="s2">ad hoc per la folla spensierata di turisti e giovani del </span><span class="s2">luogo. Salendo lungo via Ospedale, però, l’atmosfera </span><span class="s2">si fa decisamente più tranquilla. Un ingresso poco ap</span><span class="s2">pariscente segnala che si è giunti a destinazione per </span><span class="s2">mangiare un&#8217;ottima <strong>pizza</strong>. </span></p>
<p><span class="s2">La Locanda </span><span class="s2"><strong>Sa Matracca</strong> è </span><span class="s2">nata nel 2019, quando <strong>Magdalena Perria</strong> – cagliaritana </span><span class="s2">di madre sudamericana, che tutti chiamano Magda – </span><span class="s2">decide di aprire un’insegna gemella di quella già esi</span><span class="s2">stente a Iglesias, nel Sulcis-Iglesiente, guidata dall’a</span><span class="s2">mica e socia Martina Gorgoni, inserendo anche la pizza </span><span class="s2">accanto alla cucina tipica. Ben presto però, ai due locali </span><span class="s2">resta in comune solo il nome, quello di un antico stru</span><span class="s2">mento musicale che accompagna le processioni igle</span><span class="s2">sienti. «Il team che si è creato a Cagliari era decisamen</span><span class="s1">te più dinamico, avevamo tutte voglia di imparare, </span>sperimentare, crescere. Così, abbiamo deciso di puntare sulla pizza», spiega Perria.</p>
<figure id="attachment_217137" aria-describedby="caption-attachment-217137" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" class="size-full wp-image-217137" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/Magdalena-Perria-al-centro-con-Sofia-Paba-e-Daniela-Tola.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217137" class="wp-caption-text">Magdalena Perria, al centro, con Sofia Paba e Daniela Tola</figcaption></figure>
<p>L’uso del femminile plurale non è un caso: insieme a lei, e alla socia che presidia il locale di Iglesias, ci sono <strong>Sofia Paba</strong> e <strong>Daniela Tola</strong>, con cui aveva già lavorato a lungo in precedenza, e una sala di sole donne: «Noi tre non abbiamo ruoli predefiniti: il pizzaiolo che ci ha accompagnate nell’apertura ha inse<span class="s1">gnato a tutte e poi abbiamo seguito tantissimi corsi, insieme o singolarmente: dal pane alla pasticceria, dai corsi </span><span class="s1">specifici sulla pizza romana e la teglia con Gabriele Bonci e Jacopo Mercuro fino a fermentazioni e koji. Così </span><span class="s1">possiamo alternarci per essere sempre aperti, mentre due volte l’anno chiudiamo e partiamo con tutta la squadra </span>per scoprire posti e sapori nuovi, da Napoli a Siviglia e oltre», racconta Madga, spiegando anche l’origine del menu &#8220;contaminato&#8221; di Sa Matracca, tra eccellenti prodotti sardi – inclusa la mozzarella fiordilatte realizzata <span class="s1">giornalmente da un casaro di Elmas –, tipicità di altre regioni e rimandi ad Asia, mondo arabo e America Latina, </span><span class="s1">dalle spezie a kimchi e chimichurri. </span></p>
<p><span class="s1">Il menu permette di scegliere ogni pizza in due versioni: con<strong> l’impasto </strong></span><strong>contemporaneo</strong>, alto, soffice e gustoso (ottenuto inserendo il kefir prodotto da sé a chiudere l’impasto da biga) <span class="s1">o quello della <strong>&#8220;romana&#8221;</strong>, sottile e croccante, entrambi cotti alla perfezione nonostante l’utilizzo di un unico <strong>forno </strong></span><span class="s1"><strong>a gas</strong> di moderna generazione. Il secondo impasto si sposa perfettamente alle pizze (relativamente) più semplici </span><span class="s1">come la buonissima <strong>Marinara Speciale</strong> con polpa di pomodoro San Marzano, crema all’aglione della Valdichiana, </span><span class="s1">origano fresco, scorza di limone, pomodorini confit, polvere di olive nere e basilico. Mentre il primo è ideale per </span><span class="s1">i condimenti più robusti e complessi, come nella <strong>Black</strong>, con fiordilatte, erborinato sardo Ovinforth, Black Angus </span>affumicato, polvere di olive nere e mayo al kimchi. Tra i <strong>fuori menu</strong> quasi sempre c’è la <strong>Roger Rabbit</strong>, con fior- <span class="s1">dilatte, coniglio in umido cotto con latte, senape e miso, </span><span class="s1">salsa con frattaglie di coniglio e scalogno, mentuccia e </span><span class="s1">sommacco. E se la <strong>sostenibilità &#8220;umana&#8221;</strong> – dai turni di </span>lavoro alla crescita professionale – è uno dei pilastri di <span class="s1">Sa Matracca, anche quella <strong>ambientale</strong> è al centro dell’at</span>tenzione.</p>
<figure id="attachment_217138" aria-describedby="caption-attachment-217138" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-217138" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/la-special-Roger-Rabbit-con-impasto-contemporaneo.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217138" class="wp-caption-text">la &#8220;special&#8221; Roger Rabbit, con impasto contemporaneo</figcaption></figure>
<p>L’utilizzo degli ingredienti è alla base di un <span class="s2">vero e proprio <strong>&#8220;menu sinergico&#8221;</strong> che coinvolge anche </span><strong>Pizza e Vino</strong> (locale più informale dedicato soprattutto <span class="s1">all’asporto, che da Sa Matracca non c’è) in via Torino, e </span>il cocktail bar <strong>Ricicla, Riduci, Riusa</strong>, guidato da Marco Crobu, poco distante dalla pizzeria. Così, bucce di patate, <span class="s1">gambi di ortaggi e altri ingredienti &#8220;di scarto&#8221; si trasfor</span><span class="s1">mano in estratti e oli essenziali per i drink. </span></p>
<p><span class="s1">Un progetto </span><span class="s2">che adesso trova la chiusura del cerchio in un nuovo </span>locale, questa volta un po’ più distante, a piazza Galilei, <span class="s1">dove ci sono altri due imperdibili indirizzi come <strong>Cucina.</strong></span><strong>eat</strong> e la gelateria<strong> I Fenu</strong>: un vero e <span class="s1">proprio laboratorio sperimentale, </span><span class="s2">che ospita anche degustazioni e </span><span class="s2">serate incentrate sul pairing tra </span>pizza e cocktail.</p>
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		<title>Quanto costa oggi un caffè al bar in Italia: gli aumenti sono costanti ma è realmente &#8220;caro&#8221;?</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/prezzo-caffe-bar-italia-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 16:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Caffè]]></category>
		<category><![CDATA[Drinks]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La tazzina di espresso costa oggi in media 1,29 euro in Italia, 25 centesimi in più rispetto al 2021. In cinque anni il prezzo è aumentato del 24,2%, ma la cifra cambia sensibilmente a seconda della città: a Bolzano si arriva a 1,51 euro, mentre a Messina il prezzo medio è di 1,06 euro. Il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">La tazzina di <strong>espresso</strong> costa oggi in media <strong>1,29 euro</strong> in Italia, 25 centesimi in più rispetto al 2021. In cinque anni il prezzo è aumentato del 24,2%, ma la cifra cambia sensibilmente a seconda della città: a <strong>Bolzano</strong> si arriva a 1,51 euro, mentre a Messina il prezzo medio è di 1,06 euro.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il dato arriva da uno studio del Centro di formazione e ricerca sui consumi (C.r.c.), realizzato in collaborazione con Assoutenti, che ha analizzato i prezzi dell&#8217;espresso sulla base dei dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy raccolti nelle diverse province italiane.</p>
<h2>Dove costa di più il caffè al bar</h2>
<p class="isSelectedEnd">Bolzano si conferma la città con il prezzo medio più alto, con 1,51 euro per una tazzina. Segue <strong>Pescara</strong>, dove l&#8217;espresso costa 1,49 euro. Sono invece undici le province in cui il prezzo ha raggiunto o superato 1,40 euro: oltre a Bolzano e Pescara ci sono Ferrara, Belluno, Ravenna, Trieste, Parma, Trento, Padova, Treviso e Udine.</p>
<p class="isSelectedEnd">All&#8217;estremità opposta della classifica c&#8217;è Messina, con un prezzo medio di 1,06 euro. <strong>Catanzaro</strong> segue con 1,08 euro. Restano invece sotto 1,20 euro anche Aosta, Siracusa, Varese, Roma e Pistoia.</p>
<p class="isSelectedEnd">La differenza tra le città è ancora più evidente se si considera l&#8217;aumento registrato negli ultimi cinque anni. A Pescara il prezzo dell&#8217;espresso è cresciuto del 49% rispetto al 2021, il dato più alto rilevato dallo studio. Seguono Parma, con un aumento del 41%, Bari, con il 39,5%, e Napoli, dove il prezzo è salito del 37,8%.</p>
<p class="isSelectedEnd">Gli aumenti più contenuti si sono verificati invece ad Aosta, con il 6,7%, e a Cagliari, Biella e Reggio Emilia, dove i rincari si aggirano intorno al 15%.</p>
<h2>Perché il caffè al bar è aumentato</h2>
<p class="isSelectedEnd">L&#8217;aumento del prezzo della tazzina non sembra dipendere soltanto dal costo del caffè. Secondo il C.r.c., le <strong>quotazioni</strong> della materia prima sono infatti <strong>scese</strong> rispetto ai picchi raggiunti nel 2025. Il prezzo del <strong>Robusta</strong>, che nel 2025 aveva raggiunto circa 5.600 dollari a tonnellata, si aggira oggi intorno ai 3.900 dollari, mentre l&#8217;<strong>Arabica</strong> è sceso verso i 3,20 dollari per libbra, contro gli oltre 4 dollari dell&#8217;anno precedente.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217198" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/prezzo-caffe-bar-italia-2026.png" alt="prezzo-caffe-bar-italia-2026" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">A incidere sul prezzo finale sono quindi anche altri costi sostenuti dai bar, a partire da energia e gestione. «Alla base degli aumenti registrati ai bar ci sono altri fattori, come il rialzo dei costi energetici e di gestione in capo agli esercenti, che vengono poi scaricati sui prezzi finali al consumatore», ha spiegato <strong>Furio Truzzi</strong>, presidente del comitato scientifico del C.r.c.</p>
<p>Ma è davvero giusto parlare di &#8220;caro caffè&#8221;? Probabilmente sì ma è leggermente improprio. L&#8217;espresso è sì aumentato del 25% negli ultimi 5 anni ma nello stesso periodo la materia prima ha subito aumenti enormemente superiori, senza contare energia, trasporti, personale, affitti e tutti gli altri costi sostenuti dagli esercenti. I bar e le torrefazioni hanno assorbito moltissimo questi aumenti, a volte con conseguenze disastrose per le proprie finanze. Al TG1 il coffee expert <strong>Mauro Illiano</strong> ha detto che questo rincaro potrebbe essere addirittura un&#8217;opportunità perché «può essere un ripensamento della bevanda e del caffè stesso, con la possibilità per i clienti finali di riqualificare la figura del barista» e del luogo del bar. Dopotutto oggi la differenza di prezzo tra uno specialty coffee e un caffè tradizionale si sta assottigliando sempre più ed effettivamente potremmo trovarci di fronte a un insperato allineamento dei pianeti per permettere anche all&#8217;Italia di fare quel tanto sperato passo in avanti nel mondo dei chicchi.</p>
<h2>Gli italiani stanno cambiando il modo di bere il caffè</h2>
<p class="isSelectedEnd">Il prezzo della tazzina si inserisce in un cambiamento più ampio nelle abitudini di consumo. Secondo Assoutenti, nel 2026 sono aumentate del 33% le vendite di <strong>caffè in chicchi</strong>, scelto sempre più spesso al posto di cialde e capsule, e un ritorno nostalgico alla <a href="https://www.foodandwineitalia.com/perche-la-moka-si-chiama-cosi-la-storia-della-caffettiera/" target="_blank" rel="noopener">moka</a>: non sappiamo se spinti da un costo più contenuto o da un ritorno al ritmo lento che le macchine automatiche ci hanno un po&#8217; tolto.</p>
<p>Per milioni di persone il caffè al bar resta un rito quotidiano, ma il prezzo della tazzina è diventato progressivamente più alto e le alternative per consumarlo a casa stanno guadagnando spazio.</p>
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		<title>Alla scoperta di uno dei migliori stellati per rapporto qualità-prezzo in Italia</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/veritas-napoli-marco-caputi-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 13:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Ristoranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Napoli il fine dining è cresciuto rapidamente negli ultimi quindici anni ma pochi ristoranti hanno dimostrato la continuità di Veritas. Lo stellato del Corso Vittorio Emanuele ha attraversato tre cambi di chef mantenendo sempre la Stella Michelin. Un risultato tutt&#8217;altro che scontato, che racconta soprattutto la solidità del progetto costruito da Stefano Giancotti. È [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="646" data-end="1150">A <strong>Napoli</strong> il fine dining è cresciuto rapidamente negli ultimi quindici anni ma pochi ristoranti hanno dimostrato la <strong>continuità</strong> di <strong>Veritas</strong>. Lo stellato del Corso Vittorio Emanuele ha attraversato tre <strong>cambi</strong> di chef <strong>mantenendo sempre la Stella Michelin</strong>. Un risultato tutt&#8217;altro che scontato, che racconta soprattutto la solidità del progetto costruito da Stefano Giancotti.</p>
<p data-start="1152" data-end="1578">È proprio questa la forza di Veritas. Non è mai stato il ristorante della personalità dominante di uno chef, ma quello di un&#8217;<strong>idea</strong> di cucina capace di evolvere senza perdere riconoscibilità. Oggi quella visione passa attraverso <strong>Marco Caputi</strong>, cuoco irpino molto riservato, lontano dalle dinamiche dello star system gastronomico, che ha trovato nel ristorante il contesto ideale per sviluppare una cucina personale, misurata e tecnica.</p>
<p data-start="1580" data-end="1743">Il risultato è una tavola che continua a rappresentare uno dei riferimenti del fine dining napoletano, senza cedere alla ricerca dell&#8217;effetto o della provocazione.</p>
<h2 data-section-id="1m1fqm" data-start="1745" data-end="1810">Un progetto che ha saputo cambiare restando fedele a sé stesso</h2>
<p data-start="1812" data-end="2165">La storia di Veritas inizia nel <strong>2007</strong>, quando <strong>Stefano Giancotti</strong> decide di trasformare un pub in un wine bar, anticipando una tendenza che a Napoli sarebbe esplosa solo negli anni successivi. Da quel primo progetto nasce un percorso di crescita costante che porta il ristorante alla Stella Michelin con <strong>Gianluca D&#8217;Agostino</strong> (anche lui irpino, oggi alla guida di Joca, altro indirizzo da segnare) e, soprattutto, alla costruzione di un&#8217;identità precisa.</p>
<p data-start="2167" data-end="2413">Il merito di Giancotti è stato quello di definire una linea gastronomica abbastanza forte da sopravvivere ai cambi di brigata. Dopo D&#8217;Agostino è stata la volta di <strong>Carlo Spina</strong> che ha mantenuto il macaron e oggi è a La Pampa, in provincia di Caserta, prima di arrivare a Caputi. È una caratteristica rara nella ristorazione italiana, spesso legata in maniera esclusiva alla figura dello chef.</p>
<p data-start="2167" data-end="2413"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-216889" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/veritas-napoli-marco-caputi-recensione.png" alt="veritas-napoli-marco-caputi-recensione" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="2415" data-end="2693">Anche con Marco Caputi questa identità non viene rivoluzionata, ma <strong>reinterpretata</strong>, cosa che è evidente anche con gli chef predecessori: ognuno ha la propria firma e i menu sono molto diversi gli uni dagli altri ma sempre di alto livello. La sua cucina introduce nuovi equilibri, amplia il linguaggio vegetale e lavora con maggiore decisione sui contrasti, mantenendo però una leggibilità che rende ogni piatto immediatamente comprensibile.</p>
<h2 data-section-id="pz7bgm" data-start="2695" data-end="2734">Una cucina costruita sull&#8217;equilibrio</h2>
<p data-start="2736" data-end="2930">Il menu di Veritas non procede per accumulo. Ogni piatto nasce da <strong>pochi ingredienti</strong>, selezionati per costruire un equilibrio preciso tra acidità, dolcezza, amaro, componente vegetale e sapidità. Una cucina che evita volutamente l&#8217;esibizione <strong>tecnica</strong> e la nasconde dietro preparazioni pulite e combinazioni apparentemente semplici.</p>
<figure id="attachment_216890" aria-describedby="caption-attachment-216890" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216890" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/veritas-marco-caputi-recensione.png" alt="veritas-marco-caputi-recensione" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216890" class="wp-caption-text">I tortelli vegetariani</figcaption></figure>
<p data-start="3414" data-end="3808">Il <strong>percorso</strong> si apre con zucchina, anacardi, avocado e cedro, un piatto che chiarisce immediatamente la direzione della cucina di Caputi. Le diverse consistenze costruiscono un equilibrio tra cremosità, croccantezza e freschezza, mentre il cedro introduce una componente agrumata che alleggerisce l&#8217;insieme senza coprire gli altri ingredienti. È un inizio essenziale, ma tutt&#8217;altro che semplice.</p>
<p data-start="3810" data-end="4397">Lo <strong>spaghetto</strong> con vongole, burro affumicato, pinoli e limone (in copertina) è probabilmente uno dei piatti simbolo dell&#8217;attuale carta. Parte da un grande classico della tradizione partenopea, ma ne modifica completamente la prospettiva. Il burro affumicato dona profondità e una delicata nota tostata, i pinoli aggiungono una componente grassa e leggermente resinosa, mentre il limone restituisce tensione e pulizia. Le vongole rimangono protagoniste senza essere sommerse dagli altri elementi.  I <strong>tortelli</strong> vegetariani di mandorla, rucola alla brace e aglio bianco rappresentano invece il lato più <strong>vegetale</strong> della cucina di Caputi. La mandorla contribuisce con una dolcezza misurata, la rucola introduce una piacevole nota amaricante e l&#8217;aglio bianco accompagna il piatto con discrezione, senza mai risultare invasivo. Ancora una volta il filo conduttore è la ricerca dell&#8217;equilibrio.</p>
<p data-start="4765" data-end="5210">Con il <strong>pollo</strong> accompagnato da kimchi e curry verde il percorso cambia registro. È probabilmente il piatto più <strong>internazionale</strong> della degustazione, dove una carne bianca povera e tanto comune nelle case di tutti viene <strong>valorizzata</strong> attraverso fermentazioni e spezie che ne amplificano il carattere senza snaturarla. Il kimchi porta acidità e profondità aromatica, mentre il curry verde aggiunge freschezza e complessità. L&#8217;insieme funziona perché nessun elemento cerca di prevalere sugli altri.</p>
<figure id="attachment_216891" aria-describedby="caption-attachment-216891" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216891" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/veritas-napoli-marco-caputi-stefano-giancotti.png" alt="veritas-napoli-marco-caputi-stefano-giancotti" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216891" class="wp-caption-text">Cioccolato e cicoria</figcaption></figure>
<p data-start="5212" data-end="5506">La chiusura è affidata a un dessert che unisce <strong>cioccolato e cicoria</strong> e che fa tornare bambini perché ricorda nitidamente il gusto del latte con la polvere di coccolato oppure il latte coi cereali al cacao all&#8217;interno. Anche qui Caputi evita la strada più prevedibile. L&#8217;amaro vegetale della cicoria dialoga con il cioccolato senza trasformarsi in semplice contrasto, costruendo un finale elegante e coerente con l&#8217;intero percorso degustazione.</p>
<p data-section-id="1kwzyhd" data-start="5508" data-end="5549"><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, 'Helvetica Neue', Arial, 'Noto Sans', sans-serif, 'Apple Color Emoji', 'Segoe UI Emoji', 'Segoe UI Symbol', 'Noto Color Emoji';">L</span><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, 'Helvetica Neue', Arial, 'Noto Sans', sans-serif, 'Apple Color Emoji', 'Segoe UI Emoji', 'Segoe UI Symbol', 'Noto Color Emoji'; font-size: 16px;">a proposta gastronomica dimostra un&#8217;attenzione non comune all&#8217;<strong>accessibilità</strong>. Oltre ai percorsi degustazione tradizionali, Veritas propone formule come la &#8220;<em>Funky</em>&#8220;, dedicata agli <strong>under 35</strong>, oltre a menu dal rapporto qualità-prezzo difficilmente eguagliabile nel panorama degli stellati italiani. Oggi è possibile vivere un&#8217;esperienza di alta cucina con cifre che, in alcuni casi, si avvicinano a quelle di una buona trattoria contemporanea.</span></p>
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		<title>Il mattino ha l’oro in bocca: Eggs Florentine, la variante vegetariana delle uova alla Benedict</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/il-mattino-ha-loro-in-bocca-eggs-florentine-la-variante-vegetariana-delle-uova-alla-benedict/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 08:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Eggs Florentine]]></category>
		<category><![CDATA[salsa olandese]]></category>
		<category><![CDATA[uova]]></category>
		<category><![CDATA[uova alla fiorentina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un grande classico del brunch, le Eggs Florentine – o &#8220;uova alla fiorentina&#8221; – hanno reminiscenze regali. Secondo la leggenda sarebbero nate presso la corte francese di Caterina de’ Medici che amava molto gli spinaci: ecco perché i piatti che li pre- vedevano venivano spesso chiamati &#8220;à la Florentine&#8221;. Cugine delle uova alla Benedict, le [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Un grande classico del brunch, le <strong>Eggs Florentine</strong> – o &#8220;uova alla fiorentina&#8221; – hanno reminiscenze regali. Secondo la leggenda sarebbero nate presso la corte francese di Caterina de’ Medici che amava molto gli spinaci: ecco perché i piatti che li pre- vedevano venivano spesso chiamati &#8220;à la Florentine&#8221;. Cugine delle uova alla Benedict, le Eggs Florentine consistono in uova in camicia servite su del pane tostato con spinaci saltati, e completate dalla <strong>salsa olandese</strong>.</p>
<p class="p1">Per fare la <strong>salsa</strong>, preparate un bagnomaria. Mescolare i tuorli con qualche goccia di succo di limone e acqua, prima di inserire la ciotola sul bagnomaria, avvia il processo di emulsione. Ma è l’aggiunta lenta e costante del <strong>burro fuso</strong> mentre si continua a mescolare che trasforma il tutto in una salsa ricca e cremosa. Solitamente, per l’olandese si usa il burro chiarificato, privato delle parti solide del latte, ma in questa versione utilizziamo il burro nocciola; le proteine del latte caramellizzate danno una profondità tostata al risultato finale.</p>
<p class="p1">Per delle perfette uova in camicia <strong>cuocetele una alla volta</strong>, rompendo ciascuna in un pirottino o tazza prima di farle scivolare nell’acqua che sobbolle dolcemente. Qualche goccia di succo di limone acidifica l’acqua senza alterare il sapore, aiutando i bianchi d’uovo a rassodarsi senza diventare gommosi. Mescolate gentilmente l’acqua prima di aggiungere le uova per creare un piccolo e lento vortice: aiuterà a evitare che gli albumi si disperdano in filamenti separati. Se dovete preparare un numero elevato di uova in camicia, potete anche farlo prima.</p>
<p class="p1">Per servirle, disponete gli <strong>spinaci </strong>saltati su dei panini o delle fette di <strong>pane tostato</strong>, e ricoprite ciascuna con un uovo in camicia e un manto dorato di salsa olandese. Una volta che avrete trovato il vostro ritmo – sbattere per emulsionare la salsa, far rassodare dolcemente le uova e assemblare il tutto – preparerete questo classico francese con la nonchalance di un cuoco esperto. <em>— Cheryl Slocum </em></p>
<p><strong>1 PREPARARE IL BURRO NOCCIOLA</strong></p>
<p class="p2">Fate fondere il burro in un’ampia padella a fuoco medio. Fate cuocere, roteando ogni tanto la padella, finché il burro si colora leggermente. Trasferite in un recipiente graduato.</p>
<p><strong>2 PREPARARE LA SALSA OLANDESE</strong></p>
<p class="p2">Sbattete i tuorli con acqua, succo di limone, sale e pepe. Lavorando su un bagnomaria, incorporate lentamente il burro nocciola finché la salsa non si addensa.</p>
<p><strong>3 SALTARE GLI SPINACI</strong></p>
<p class="p2">Scaldate dell’olio extravergine in una padella a fuoco medio. Aggiungete aglio, scalogno e peperoncino. Unite gli spinaci e portate a cottura.</p>
<p><strong>4 AGGIUNGERE LE UOVA ALL’ACQUA IN EBOLLIZIONE</strong></p>
<p class="p2">Portate a ebollizione una pentola piena d’acqua. Aggiungete succo di limone. Mescolate per creare un vortice. Fate scivolare delicatamente le uova, una alla volta, nell’acqua.</p>
<p><strong>5 PRELEVARE LE UOVA IN CAMICIA</strong></p>
<p class="p2">Fate sobbollire le uova fino a che gli albumi sono sodi e i tuorli morbidi. Rimuoveteli dall’acqua con un cucchiaio forato, e trasferiteli su un piatto rivestito di carta assorbente.</p>
<p><strong>6 ASSEMBLARE LE EGGS FLORENTINE</strong></p>
<p class="p2">Disponete sopra a ogni metà panino o fetta di pane una dose equa di spinaci saltati e un uovo in camicia. Versatevi sopra la salsa olandese, e servite immediatamente.</p>
<p>Per la ricetta completa, cliccate <a href="https://www.foodandwineitalia.com/eggs-florentine/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.</p>
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		<title>Il riso italiano è in crisi: prezzi in calo e concorrenza dall’India</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/riso-italiano-crisi-prezzi-concorrenza-asia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 16:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il riso italiano sta attraversando una delle campagne più difficili degli ultimi anni. Nell’arco di una sola stagione i prezzi di alcune delle varietà più coltivate sono diminuiti anche di quasi il 40%: il Lungo B, che un anno fa arrivava a circa 520 euro alla tonnellata, oggi viene venduto a un massimo di 330 [&#8230;]</p>
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<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="510" data-end="1005">Il <strong data-start="513" data-end="599">riso italiano</strong> sta attraversando una delle <strong data-start="513" data-end="599">campagne più difficili </strong>degli ultimi anni. Nell’arco di una sola stagione i <strong>prezzi</strong> di alcune delle varietà più coltivate sono diminuiti anche di quasi il 40%: il <strong>Lungo B</strong>, che un anno fa arrivava a circa 520 euro alla tonnellata, oggi viene venduto a un massimo di 330 euro. Per l’<strong>Arborio</strong> il calo è del 31%, per il <strong>Carnaroli</strong> del 27%, mentre il <strong>Vialone Nano</strong> è passato da oltre mille euro alla tonnellata a meno della metà.</p>
<p data-start="1007" data-end="1416">Per i risicoltori italiani è l’effetto di una <strong>combinazione di fattori</strong>. Ci sono stati gli eventi meteorologici estremi, dalla grandine alla siccità, ma soprattutto è cambiato il mercato internazionale. Il ritorno del <strong>riso indiano</strong> sui mercati mondiali e la debolezza del dollaro hanno aumentato la pressione sui prezzi europei, proprio mentre in Italia e in Spagna aumentavano nuovamente le superfici coltivate.</p>
<h2 data-section-id="pwzakw" data-start="1418" data-end="1459">Una campagna iniziata con la grandine</h2>
<p data-start="1461" data-end="1690">La campagna commerciale del riso non coincide con l’anno solare: va dal primo settembre al 31 agosto successivo. Quella 2025/2026, ormai prossima alla conclusione, era iniziata con un evento meteorologico particolarmente dannoso.</p>
<p data-start="1692" data-end="2037">Tra il 24 e il 25 settembre 2025 una forte <strong>grandinata</strong> colpì gran parte della risicoltura del Nord Italia, con conseguenze particolarmente pesanti in provincia di <strong>Vercelli</strong>. Il momento era quello della raccolta e quindi le piante erano più vulnerabili: quando il chicco è già formato, la grandine può spezzare le pannocchie e farlo cadere a terra.</p>
<p data-start="2039" data-end="2475">Come riporta Il Post «Solitamente la grandine colpisce in una zona poco estesa e non impatta mai per più dell’1 per cento del raccolto complessivo», ha spiegato <strong>Enrico Losi</strong>, responsabile dell’Area Mercati dell’Ente Nazionale Risi. Nel 2025, invece, secondo le stime dell&#8217;ente, i danni hanno provocato una riduzione della produzione di circa il 10%. In alcune aree della provincia di Vercelli gli agricoltori hanno perso fino alla metà del raccolto.</p>
<p data-start="2477" data-end="2793">Il problema climatico <strong>non si è fermato lì.</strong> La siccità e le ondate di calore continuano a rappresentare una delle principali difficoltà per la risicoltura italiana. Nel 2022, per esempio, le temperature elevate avevano fatto scendere la resa media da 6,6 a 5,8 tonnellate per ettaro, con una perdita del 12%.</p>
<p data-start="2795" data-end="3109">Quest’anno il calo dovrebbe essere <strong>più contenuto</strong>, anche grazie ai sistemi di distribuzione dell’acqua adottati tra le diverse aree del Piemonte e della Lomellina, in provincia di Pavia. Sono anche il risultato dell&#8217;esperienza del 2022, quando la scarsità d&#8217;acqua aveva provocato forti tensioni tra gli agricoltori.</p>
<h2 data-section-id="1jnig5d" data-start="3111" data-end="3165">Il problema principale è il mercato internazionale</h2>
<p data-start="3167" data-end="3311">Il clima, però, non spiega da solo la crisi dei prezzi. Il principale elemento di pressione sul riso italiano è stato il mercato internazionale. L’<strong>Italia</strong> è il <strong>primo produttore</strong> di riso <strong>dell’Unione europea</strong> e circa il 60% della sua produzione viene esportato, soprattutto verso Francia, Germania e Regno Unito. Questo rende il settore particolarmente esposto alle variazioni dei prezzi internazionali e alla concorrenza dei grandi produttori asiatici.</p>
<p data-start="3167" data-end="3311"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217100" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/riso-italiano-crisi.png" alt="riso-italiano-crisi" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="3627" data-end="3973">Negli ultimi mesi il ritorno del riso indiano sui mercati mondiali ha contribuito ad aumentare l’offerta. L’<strong>India</strong>, da sola, rappresenta circa un terzo delle esportazioni mondiali di riso e aveva limitato le esportazioni per quasi un anno e mezzo, nel tentativo di aumentare le scorte interne e contenere i prezzi in vista delle elezioni del 2024.</p>
<p data-start="3975" data-end="4331">Quando l’India è tornata a esportare, nella seconda metà del 2024, una parte del vantaggio accumulato dai produttori italiani negli anni precedenti è progressivamente venuta meno. Il riso asiatico è tornato a essere disponibile in <strong>quantità maggiori</strong> proprio mentre Italia e Spagna aumentavano le superfici coltivate dopo alcune annate segnate dalla siccità.</p>
<p data-start="4333" data-end="4655">A questo si è aggiunto l&#8217;andamento del <strong>dollaro</strong>. Poiché i prezzi internazionali del riso sono espressi in dollari, un indebolimento della valuta statunitense rispetto all&#8217;euro rende relativamente meno costose per gli acquirenti europei le importazioni dall&#8217;Asia. Il risultato è una maggiore pressione sul prodotto italiano.</p>
<h3 data-section-id="1iqcc38" data-start="4657" data-end="4692">Le superfici coltivate cambiano</h3>
<p data-start="4694" data-end="4975">Nonostante il calo dei prezzi, i risicoltori italiani non hanno smesso di seminare. Secondo le stime dell’Ente Nazionale Risi, nel 2026 sono stati coltivati circa <strong data-start="4857" data-end="4886">2.335 chilometri quadrati</strong> di risaie, circa 1.200 in meno rispetto al 2025 ma comunque più che nel 2023 e nel 2024.</p>
<p data-start="4977" data-end="5232">A cambiare è soprattutto la composizione delle coltivazioni. Le superfici destinate al <strong data-start="5064" data-end="5078">riso tondo</strong> sono aumentate da 568,2 a circa 775 chilometri quadrati. È la tipologia che, nella campagna appena conclusa, ha mostrato una maggiore tenuta sul mercato.</p>
<p data-start="5234" data-end="5465">Anche questa scelta, però, potrebbe diventare un problema. Se molti produttori decidessero di puntare sul riso tondo, l&#8217;offerta potrebbe aumentare oltre la domanda nella prossima campagna, provocando una nuova pressione sui prezzi.</p>
<h2 data-section-id="18uot5a" data-start="5467" data-end="5521">Cosa può succedere alla prossima campagna del riso</h2>
<p data-start="5523" data-end="5842">La nuova campagna, che inizierà a settembre, presenta già alcune incognite. Tra queste c&#8217;è il <strong>costo dei carburanti</strong>, destinato a risentire delle conseguenze della chiusura dello stretto di Hormuz. Aumentano anche i costi di alcuni <strong>fertilizzanti</strong>, in particolare quelli a base di urea, molto utilizzati nei paesi asiatici.</p>
<p data-start="5844" data-end="6025">Per i produttori italiani potrebbe quindi diventare necessario <strong>chiedere prezzi più alti</strong> per compensare l&#8217;aumento dei costi. Ma non è detto che il mercato sia disposto ad assorbirli.</p>
<p data-start="6027" data-end="6381">Uno scenario favorevole potrebbe arrivare proprio dall&#8217;Asia. Se i costi di produzione e le difficoltà climatiche dovessero ridurre la disponibilità di riso sui mercati internazionali, il prezzo potrebbe aumentare e rendere meno conveniente per i paesi europei acquistare prodotto asiatico. In quel caso il riso italiano potrebbe recuperare competitività.</p>
<p data-start="6383" data-end="6858">Anche <strong data-start="6389" data-end="6400">El Niño</strong>, iniziato a giugno, potrebbe avere un ruolo. Il fenomeno tende a modificare il regime delle precipitazioni e delle temperature in diverse aree del pianeta e può aumentare il rischio di siccità in alcune regioni dell&#8217;Asia meridionale e sudorientale, tra le principali aree produttrici di riso. Gli effetti più significativi, però, potrebbero arrivare nel 2027, quindi non è ancora possibile stabilire quanto possano incidere sulla prossima campagna italiana.</p>
<p data-start="6860" data-end="7159" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Per ora, quindi, il quadro resta incerto. Dopo una stagione segnata dal calo dei prezzi, dai danni meteorologici e dal ritorno della concorrenza asiatica, i produttori italiani si preparano a una nuova campagna senza avere ancora indicazioni sufficienti per capire se il mercato tornerà a premiarli.</p>
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		<title>Edoardo Tilli apre un’osteria: a Podere Belvedere arriva una nuova idea di cucina toscana</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/edoardo-tilli-osteria-podere-belvedere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 12:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove aperture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1° settembre 2026, sulle colline di Pontassieve, il progetto gastronomico di Edoardo Tilli cambia ancora forma. Accanto a Podere Belvedere, il ristorante che ha costruito la propria identità intorno alla ricerca sulla carne, sulle frollature e sull’utilizzo dell’animale intero, apre Osteria di Belvedere. Non è un secondo ristorante pensato per semplificare il lavoro del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="538" data-end="1038">Dal <strong data-start="542" data-end="563">1° settembre 2026</strong>, sulle colline di Pontassieve, il progetto gastronomico di <strong>Edoardo Tilli</strong> cambia ancora forma. Accanto a <strong data-start="668" data-end="688">Podere Belvedere</strong>, il ristorante che ha costruito la propria identità intorno alla <a href="https://www.foodandwineitalia.com/podere-belvedere-edoardo-tilli-ristorante-toscana/" target="_blank" rel="noopener">ricerca sulla carne</a>, sulle frollature e sull’utilizzo dell’animale intero, apre <strong data-start="834" data-end="858">Osteria di Belvedere</strong>. Non è un secondo ristorante pensato per semplificare il lavoro del primo, né una versione economica del fine dining. È un altro modo di leggere la stessa materia prima.</p>
<p data-start="1040" data-end="1550">Il menu sarà alla carta, cambierà continuamente e avrà piatti che appartengono a una cucina più riconoscibile: finocchiona, prosciutto di cinta, tartare di vacca, tagliatelle al ragù di capra, tortellino panna e tartufo nero, piccione in umido, lingua e testina bollite, bistecca di vacca o di cavallo. Una cucina apparentemente più semplice, ma che arriva dallo stesso <strong>percorso di ricerca</strong> che ha reso Podere Belvedere una delle insegne più interessanti della gastronomia italiana contemporanea.</p>
<h2 data-section-id="m15oxm" data-start="1552" data-end="1602">Come spesso accade con lui, Tilli ha fatto un percorso &#8220;al contrario&#8221;</h2>
<p data-start="1604" data-end="1973">«Io ho fatto il percorso al contrario: prima si dovrebbero aprire le camere e l’osteria, poi il ristorante gourmet. Io ho fatto l&#8217;inverso». È lo stesso Tilli a definire così la nuova fase di Podere Belvedere. Il punto è importante perché l’Osteria di Belvedere non rappresenta una deviazione rispetto al progetto costruito negli anni, ma il tentativo di completarlo.</p>
<p data-start="1604" data-end="1973"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217181" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/edoardo-tilli-osteria-podere-belvedere-tuscany.png" alt="edoardo-tilli-osteria-podere-belvedere-tuscany" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="1975" data-end="2330">Tilli arriva infatti all’osteria dopo aver portato Podere Belvedere verso una cucina sempre più <strong>personale</strong> e <strong>radicale</strong>. La ricerca sull’animale intero, sulle carni mature, sulle frollature e sulle parti meno convenzionali ha costruito una reputazione precisa, ma anche un linguaggio che non necessariamente deve essere applicato a ogni occasione di consumo.</p>
<p data-start="2332" data-end="2655">«Mi piace ciò che ho costruito, sono conosciuto nel mondo della carne, sulla capacità di ricerca e valorizzazione, ma non è che il <strong>piacere</strong> di <strong>mangiare</strong> a tavola, come quello di <strong>cucinare</strong>, possa andare solo in una direzione», spiega. È da qui che nasce l’idea dell’osteria: non abbandonare la ricerca, ma permettere alla cucina di muoversi in più direzioni, in totale <strong>libertà</strong>. Una parola, &#8220;libertà&#8221;, che torna di frequente nelle conversazioni con Tilli e che ritroveremo anche più avanti.</p>
<h2 data-section-id="tmwajc" data-start="2657" data-end="2726">Dalla ricerca alla semplicità: perché nasce l’Osteria di Belvedere</h2>
<p data-start="2728" data-end="3057">Le parole chiave utilizzate da Tilli sono libertà e <strong data-start="2767" data-end="2781">semplicità</strong>, ma quest&#8217;ultima non va interpretata come sinonimo di facilità. «Le direzioni possono essere tante: è piacevole fare un piccione in umido, è piacevole utilizzare tutto il colombaccio, è piacevole fare ricerca sugli ingredienti, ma è piacevole anche una <strong>classicità</strong> che può essere <strong>ricerca</strong>». Ma cosa intende lo chef toscano con questa definizione? Un piatto tradizionale non è necessariamente l&#8217;<strong>opposto</strong> di un piatto di ricerca. Può esserlo se viene trattato come una formula da replicare, ma può diventare ricerca quando richiede la stessa attenzione alla materia prima, alla cottura, alla stagionalità e alla memoria del gusto.</p>
<p data-start="2728" data-end="3057"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217182" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/edoardo-tilli-osteria-podere-belvedere-nuova-apertura.png" alt="edoardo-tilli-osteria-podere-belvedere-nuova-apertura" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="3391" data-end="3690">Tilli porta questo ragionamento fino a un esempio molto quotidiano: «È come fare un piatto riconoscibile ma che vada oltre, come quando mangi il pomodoro d’inverno: lo mangi per mangiare, lo condisci bene altrimenti non sa di nulla, poi quello stesso pomodoro lo mangi in estate e dici <em>mammamia</em>, eppure è &#8220;condito&#8221; solo coi raggi del sole e la terra in cui è cresciuto. Io voglio arrivare a questo, alla semplicità assoluta». È come lo zero comico assoluto di <strong>Tafazzi</strong>, il personaggio immaginario di Aldo, Giovanni e Giacomo: esilarante nel suo gesto semplice e quasi infantile (perfino un po&#8217; trash visto con gli occhi del 2026).</p>
<p data-start="3692" data-end="4012">È probabilmente questo il punto più interessante dell&#8217;apertura stando a quanto ci ha raccontato Edoardo Tilli: l’Osteria di Belvedere non vuole imitare la cucina domestica, ma recuperare quella capacità di <strong>rendere immediatamente leggibile un piatto</strong> senza rinunciare alla precisione. «Il percorso dell’osteria e del fine dining si uniscono in questo modo», dice il cuoco.</p>
<h2 data-section-id="tr1jqz" data-start="4014" data-end="4067">Due stanze per l’osteria, due per Podere Belvedere</h2>
<p data-start="4069" data-end="4329">La nuova organizzazione coinvolgerà anche gli spazi. «Ci saranno due stanze dedicate all’osteria e due a Podere Belvedere», racconta Tilli. Le <strong>due identità</strong> resteranno quindi riconoscibili, pur condividendo una parte importante del lavoro e della materia prima.</p>
<p data-start="4331" data-end="4588">Non ci saranno <strong>obblighi</strong> legati al percorso gastronomico. «Non ci sono limitazioni su degustazione e cose così», spiega lo chef. All’Osteria si viene per scegliere quello che si vuole mangiare, costruendo il proprio pranzo o la propria cena attraverso la carta che è più mutevole delle scale di Hogwarts: «Il menu dell’osteria è soggetto a variazioni fino all’ultimo giorno», precisa Tilli, quindi ciò che stiamo leggendo sul menu attualmente consultabile sul sito potrebbe non valere quando andiamo a mangiare lì. Una formula coerente con l&#8217;idea di una cucina che deve seguire quello che arriva, quello che c’è a disposizione e il modo in cui la materia prima può essere utilizzata.</p>
<h2 data-section-id="mbmrhc" data-start="5019" data-end="5061">Cosa si mangia all’Osteria di Belvedere</h2>
<p data-start="5063" data-end="5272">Si comincia dagli <strong data-start="5081" data-end="5094">affettati</strong>, con finocchiona, prosciutto di cinta, prosciutto di vacca e salame di daino, proposti a 30 euro. C’è poi la <strong data-start="5204" data-end="5224">tartare di vacca</strong>, accompagnata da salse e condimenti, a 24 euro.</p>
<p data-start="5063" data-end="5272"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217183" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/edoardo-tilli-osteria-podere-belvedere-apre.png" alt="edoardo-tilli-osteria-podere-belvedere-apre" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="5274" data-end="5509">Tra i primi compaiono le <strong data-start="5299" data-end="5331">tagliatelle al ragù di capra</strong>, a 20 euro, e il <strong data-start="5349" data-end="5393">riso alle erbe amare selvatiche e limone</strong>, con Parmigiano 60 mesi e scorza di limone, sempre a 20 euro. Il tortellino con panna e tartufo nero costa 27 euro.</p>
<p data-start="5511" data-end="5871">La parte centrale della carta è quella che più chiaramente racconta il rapporto tra l’osteria e la ricerca di Tilli. Il <strong data-start="5631" data-end="5672">piccione in umido con patate al lardo</strong> viene proposto a 38 euro, mentre <strong data-start="5706" data-end="5734">lingua e testina bollite</strong>, accompagnate da brodo di limone affumicato e salse, costano 35 euro. La <strong data-start="5808" data-end="5842">bistecca di vacca o di cavallo</strong> è indicata a 15 euro l’etto.</p>
<p data-start="5873" data-end="6154">I contorni – giardiniera, patata sotto cenere, erbe selvatiche e insalata – costano 8 euro. Per chiudere ci sono una girella di sfoglia con timo, sale e crema inglese alla fava tonka a 12 euro, il gelato alla crema a 8 euro e la frutta disponibile a 5 euro. Il coperto è di 5 euro.</p>
<p data-start="6156" data-end="6481">È una carta che sembra voler recuperare il vocabolario dell’osteria toscana senza rinunciare alle ossessioni dello chef. La capra diventa ragù, il piccione torna a essere un piatto in umido, le frattaglie entrano nel bollito, mentre vacca e cavallo vengono proposti anche nella forma più diretta della bistecca.</p>
<h2 data-section-id="82gvyh" data-start="6483" data-end="6534">La stessa materia prima, due modi di raccontarla</h2>
<p data-start="6536" data-end="6813">La vera scommessa dell’Osteria di Belvedere è però nella possibilità di far convivere due cucine senza creare una gerarchia tra loro. «Probabilmente in futuro non sarà più nemmeno la stessa cucina», anticipa Tilli. Al momento, però, la produzione rimane strettamente collegata.</p>
<p data-start="6815" data-end="7133">Il principio è quello dell’utilizzo <strong>più ampio possibile dell’animale</strong>. Una parte può essere destinata alle preparazioni più complesse del ristorante, un&#8217;altra può trovare nell’osteria una forma più diretta. È una logica che appartiene da tempo al lavoro di Tilli e che lo ha reso famoso nel mondo degli appassionati della carne (perfino stimato da una parte del &#8220;mondo&#8221; dei vegetariani per l&#8217;utilizzo consapevole e sacrale dell&#8217;animale) qui diventa anche una questione di organizzazione.</p>
<p data-start="6815" data-end="7133"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217184" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/edoardo-tilli-osteria-podere-belvedere-camere-piscina.png" alt="edoardo-tilli-osteria-podere-belvedere-camere-piscina" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="7135" data-end="7351">«Sono molto contento, da tanto volevo aprire l’osteria», dice. E l&#8217;idea non si limita alla cena. «Faremo le <strong>merende</strong> coi salumi dell’osteria e con le verdure del giardiniere che possono diventare <strong>aperitivo</strong>». L’osteria non deve necessariamente funzionare soltanto come luogo per il pranzo e la cena: può diventare uno <strong>spazio</strong> del podere, collegato alla permanenza degli ospiti e alla possibilità di vivere la struttura in momenti diversi della giornata.</p>
<h2 data-section-id="17evxm9" data-start="7684" data-end="7739">Più ospitalità per rendere più libero il fine dining</h2>
<p data-start="7741" data-end="8130">È qui che il progetto gastronomico si intreccia con quello dell’ospitalità. «Voglio creare un’offerta più ampia grazie alla piscina e alle camere», racconta Tilli. E aggiunge una frase che chiarisce l&#8217;obiettivo finale dell&#8217;operazione: «Voglio rendere <strong>più libero ancora Podere Belvedere</strong> perché se posso fare meno coperti e mi sostengo con le camere e con l’osteria sono ancora più libero nel fine dining di quanto non lo sia ora dato che al momento lui mantiene tutto, ora spero di diventare ancora più libero», dice Tilli che sembra voler costruire un sistema nel quale le diverse attività del podere possano sostenersi reciprocamente.</p>
<p data-start="8382" data-end="8738">La libertà di cui parla è soprattutto creativa. Se l’osteria può intercettare una domanda diversa, se le camere permettono agli ospiti di fermarsi e se in futuro la piscina amplia ulteriormente la possibilità di soggiornare, il ristorante gastronomico può permettersi di essere ancora più <strong>selettivo</strong> nel numero dei coperti e nel tipo di esperienza proposta.</p>
<h2 data-section-id="696vhm" data-start="8740" data-end="8796">L’osteria come parte di una destinazione gastronomica</h2>
<p data-start="8798" data-end="9082">Il risultato è un progetto che si sta progressivamente allontanando dalla definizione tradizionale di ristorante come sta accadendo in tanti locali in Italia. Podere Belvedere diventa un luogo in cui mangiare, dormire e trascorrere tempo, con linguaggi gastronomici differenti ma costruiti intorno alla stessa idea di territorio.</p>
<p data-start="9084" data-end="9570">L’Osteria di Belvedere nasce dentro questa trasformazione. Il suo compito non è rendere più semplice Podere Belvedere, ma <strong data-start="9213" data-end="9261">renderne più ampia la possibilità di accesso</strong>. Potrete fermarvi per un piatto di tagliatelle al ragù oppure scegliere una bistecca, ordinare un bollito o condividere gli affettati. Potrete arrivare per un aperitivo, soggiornare nelle camere e, allo stesso tempo, lasciare che il ristorante continui a seguire una strada più radicale ed estrema.</p>
<p data-start="9572" data-end="9970">È una distinzione che Tilli sembra voler mantenere volutamente aperta. L’osteria non viene presentata come un format già definito una volta per tutte e la disponibilità alla variazione sembra essere il punto di contatto più forte con la filosofia di Podere Belvedere che abbiamo conosciuto negli anni: cambiare forma alla materia prima senza smettere di conoscerla.</p>
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		<title>Ospitalità diffusa: Castelfalfi, tutti i sapori del borgo</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/ospitalita-diffusa-castelfalfi-tutti-i-sapori-del-borgo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Martina Di Lena]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 08:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hôtellerie]]></category>
		<category><![CDATA[Antico Setificio Fiorentino]]></category>
		<category><![CDATA[Castelfalfi]]></category>
		<category><![CDATA[Erbario Toscano]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Ricci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scorso 4 maggio le campane della chiesetta di San Floriano hanno suonato a festa per l’omonimo patrono di Castelfalfi, a cui è consacrato l’edificio in pietra di origine romanica. Questo borgo toscano, un tempo roccaforte militare longobarda e poi dimora medicea, oggi è un gioiello di ospitalità diffusa da due chiavi Michelin che si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Lo scorso 4 maggio </span>le campane della chiesetta di San Floriano hanno suonato a festa per l’omonimo patrono di <strong>Castelfalfi</strong>, a cui è consacrato <span class="s2">l’edificio in pietra di origine romanica. Questo <strong>borgo toscano</strong>, un tempo </span>roccaforte militare longobarda e poi dimora medicea, oggi è un gioiello di ospitalità <span class="s2">diffusa da due chiavi Michelin che si sviluppa proprio come un vero paesino, </span>alternando la vita del borgo alle attività della tenuta.</p>
<p class="p1">A voler riaprire il luogo di <span class="s2">culto cattolico è stata la proprietà indonesiana che, nel 2021, ha rilevato l’intera </span>struttura e, con grande sensibilità, ha rimesso in funzione i riti religiosi. Sacro, ma anche profano: i nostalgici dei pomeriggi d’estate non possono rinunciare a una partita (con rivincita) a biliardino, sorseggiando il Gin Tonic a base di <strong>gin </strong><span class="s2"><strong>Castelfalfi</strong> preparato dietro al bancone dall’<strong>Alimentari</strong>. La bottega si trova lungo </span>via Castelfalfi Castello, dopo la boutique di <strong>Erbario Toscano</strong>, le cui essenze personalizzano l’hotel cinque stelle, e poco prima della gelateria <strong>Latte e Menta</strong>. Le <span class="s2">vetrine che seguono mostrano la collezione di<strong> Stefano Ricci</strong>, l’eccentrico designer </span><span class="s2">fiorentino che firma anche la <strong>Penthouse La Rocca</strong> nel castello medievale, tra </span>marmi pregiati e tessuti dell’<strong>Antico Setificio Fiorentino</strong>.</p>
<figure id="attachment_217127" aria-describedby="caption-attachment-217127" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-217127" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/la-piscina-del-resort-con-colpo-docchio-sul-borgo.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217127" class="wp-caption-text">la piscina del resort con colpo d’occhio sul borgo</figcaption></figure>
<p class="p1"><span class="s2">Fino allo scorso anno la fortezza ospitava il fine dining, che in questa stagione </span><span class="s2">non riaprirà. Il cuore pulsante dell’accoglienza si concentra così nel corpo centrale </span>del resort, una struttura moderna che racchiude le camere, il centro benessere, il <span class="s2">kids club, la palestra, la piscina (aperta agli esterni e ai residenti) e i principali </span>outlet ristorativi. Qui si trova Olivina, l’insegna che propone una cucina curata <span class="s2">e senza fronzoli: dal <strong>Carpaccio di pomodori con olive nere e aceto balsamico</strong> – </span><span class="s2"><strong>piatto Airo</strong>, Associazione internazionale ristoranti dell&#8217;olio, che valorizza l’extra</span>vergine Igp di Castelfalfi – alla sempre vincente semplicità degli <strong>Spaghetti con salsa di pomodori e basilico</strong>. Restando nel corpo centrale, il <strong>Bar Ecrù &amp; Lounge</strong> offre signature cocktail come il <strong>Negroni Perpetuo</strong>, invecchiato in botte di rovere per tre mesi.</p>
<p class="p1">La sera, questi stessi spazi si trasformano per una cena fusion in un ristorante asiatico dove il Pad Thai viene decli<span class="s1">nato in ben quattro versioni: con gamberi, asti</span>ce, pollo o verdure. Le suggestioni orientali <span class="s1">continuano da <a href="https://www.foodandwineitalia.com/la-cucina-libanese-conquista-castelfalfi-arriva-ummi/" target="_blank" rel="noopener"><strong>UMMI</strong></a>, il nuovo format sulla </span><span class="s1">terrazza del castello firmato dallo chef Hussein </span>Hadid, dove la cucina libanese incontra la <span class="s1">Toscana. </span><span class="s1">Poco fuori, la vita del borgo continua alla trat</span><span class="s2">toria <strong>Il Rosmarino</strong> che, oltre alla bistecca di </span><span class="s1">Rubia Gallega e Wagyu, sorprende con un’ot</span><span class="s1">tima pizza cotta nel forno a legna.</span></p>
<figure id="attachment_217128" aria-describedby="caption-attachment-217128" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-217128" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/una-delle-etichette-prodotte-nella-cantina-dellazienda-agricola.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217128" class="wp-caption-text">una delle etichette prodotte nella cantina dell&#8217;azienda agricola</figcaption></figure>
<p class="p1"><span class="s1">Ad accom</span><span class="s1">pagnare la proposta c’è una <strong>cantina</strong> importante </span><span class="s1">dove si consiglia di provare almeno una delle </span><span class="s1">etichette della casa, inserite in una produzione </span>annua di 150mila bottiglie. Se il Sangiovese <span class="s1">esprime la sua tempra nel cru Poggia la Fame, </span>la vera sorpresa sono i bianchi con le due espres<span class="s1">sioni di Vermentino, fresche e minerali. I wine t</span><span class="s1">asting nella tenuta sono l’attività più prenota</span><span class="s1">ta, come conferma <strong>l’agronomo e direttore agri</strong></span><span class="s1"><strong>colo Diego Mugnaini</strong>, che ha ripensato la can</span><span class="s1">tina con <strong>l’enologo Emiliano Falsini</strong>, gestendola t</span><span class="s1">ra piccoli tini, barrique a leggera tostatura e </span><span class="s2">anfore termoregolate. </span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Tra le altre esperienze </span><span class="s1">che qui fanno perdere la cognizione del tempo </span><span class="s1">ci sono la falconeria, nobile disciplina dimostra</span><span class="s1">ta da <strong>Lorenzo Tartarini</strong>, e il parco avventura tra </span><span class="s1">zipline e ponti tibetani. Chi cerca il puro relax </span><span class="s1">può invece rifugiarsi nella spa, un tempio d’ac</span><span class="s1">qua affacciato sul verde che il prestigioso brand </span><span class="s1">thailandese <strong>RAKxa</strong> ha scelto come sua prima </span><span class="s1">e unica sede europea.</span></p>
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		<title>In Basilicata si fa una treccia di mozzarella unica nel suo genere</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/treccia-massa-maratea-formaggio-lucano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 16:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si parla di Maratea, il pensiero corre quasi sempre alle falesie sul Tirreno, alle calette nascoste, al Cristo Redentore che domina il golfo e ai panorami che hanno reso questa parte della Basilicata una delle destinazioni più affascinanti del Mezzogiorno. Eppure esiste un&#8217;altra Maratea, meno fotografata ma altrettanto identitaria, che passa attraverso il lavoro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">Quando si parla di <strong>Maratea</strong>, il pensiero corre quasi sempre alle falesie sul Tirreno, alle calette nascoste, al <strong>Cristo Redentore</strong> che domina il golfo e ai panorami che hanno reso questa parte della Basilicata una delle destinazioni più affascinanti del Mezzogiorno. Eppure esiste un&#8217;altra Maratea, meno fotografata ma altrettanto identitaria, che passa attraverso il lavoro degli allevatori e dei casari. È quella della <strong>Treccia di Massa di Maratea</strong>, un formaggio fresco che rappresenta una delle espressioni più autentiche della tradizione casearia lucana.</p>
<p class="isSelectedEnd">Piccola nelle dimensioni ma ricca di significato, questa pasta filata racconta un sistema produttivo rimasto profondamente legato al territorio. È un prodotto che nasce ogni giorno, destinato a essere <strong>consumato nel giro di poche ore</strong>, e proprio questa sua natura effimera ne ha limitato la diffusione al di fuori dell&#8217;area di produzione.</p>
<h2>Un formaggio che nasce dal pascolo e dal latte crudo</h2>
<p class="isSelectedEnd">La Treccia di Massa di Maratea appartiene alla grande famiglia delle <strong>paste filate</strong> dell&#8217;Italia meridionale, una tradizione che attraversa Campania, Basilicata, Calabria e Puglia, ma che assume caratteristiche differenti a seconda del territorio.</p>
<p class="isSelectedEnd">La sua produzione avviene durante tutto l&#8217;anno utilizzando <strong>esclusivamente</strong> latte intero crudo proveniente da bovine allevate prevalentemente al pascolo brado. È un dettaglio tutt&#8217;altro che secondario: l&#8217;alimentazione naturale degli animali, insieme alla ricchezza botanica dei pascoli che circondano il massiccio del Sirino e la costa di Maratea, contribuisce infatti a definire il profilo aromatico del formaggio.</p>
<figure id="attachment_215776" aria-describedby="caption-attachment-215776" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-215776" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/treccia-massa-maratea.png" alt="treccia-massa-maratea" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-215776" class="wp-caption-text">Foto dell&#8217;azienda Casearia &#8220;Via Lattea&#8221; Massa di Maratea</figcaption></figure>
<p class="isSelectedEnd">Come accade per molte produzioni artigianali, <strong>non esiste una standardizzazione</strong> assoluta. Ogni caseificio conserva piccoli accorgimenti tramandati nel tempo e il risultato finale varia leggermente in funzione delle essenze foraggere, delle condizioni climatiche e perfino delle razze bovine allevate. È proprio questa variabilità a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del prodotto, lontano dalla logica dell&#8217;uniformità industriale.</p>
<p class="isSelectedEnd">Dopo la filatura, il casaro ricava una sottile fascia di pasta ancora calda e malleabile che viene <strong>intrecciata manualmente</strong> fino a ottenere una piccola treccia regolare. Le dimensioni sono contenute: circa dieci centimetri di lunghezza, quattro o cinque di larghezza e un peso medio che si aggira intorno ai <strong>cento grammi.</strong> L&#8217;intreccio contribuisce infatti a valorizzare la struttura della pasta filata, mettendo in evidenza quelle caratteristiche sfoglie sottili e allungate che rappresentano uno dei principali indicatori della qualità del prodotto. Il risultato è un formaggio rivestito da una pelle liscia, elastica e lucente di colore bianco latte.</p>
<h2>Una pasta filata delicata che privilegia l&#8217;equilibrio</h2>
<p class="isSelectedEnd">A differenza di altre paste filate del Sud Italia dal carattere più deciso, la Treccia di Massa di Maratea punta tutto sull&#8217;<strong>eleganza</strong>. Al taglio rivela una pasta umida, morbida ed elastica, priva di occhiature e caratterizzata dalle tipiche sfogliature generate durante la filatura. L&#8217;aroma è <strong>delicato</strong>, con richiami al latte appena munto, allo yogurt fresco e a una lieve acidità naturale che ne aumenta la piacevolezza senza risultare invasiva.</p>
<p class="isSelectedEnd">Anche il <strong>gusto</strong> segue questa linea di equilibrio. La dolcezza del latte rimane protagonista, sostenuta da una leggera nota lattica che prolunga la persistenza senza coprire la freschezza del prodotto.</p>
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