Un recente studio dell’Università di Reims Champagne-Ardenne mette in discussione uno degli elementi meno considerati nella produzione degli spumanti metodo classico: il tappo a corona. Secondo la ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Beverages, le moderne chiusure utilizzate durante la presa di spuma e l’affinamento sui lieviti sono in grado di trattenere l’anidride carbonica in modo molto più efficace rispetto ai modelli impiegati fino a pochi decenni fa, contribuendo a prolungare la vita delle bottiglie.
Il risultato è rilevante perché la CO₂ non determina soltanto la presenza delle bollicine, ma incide direttamente sull’identità sensoriale dello spumante. È responsabile della pressione interna della bottiglia, dell’effervescenza nel bicchiere e di una parte importante delle sensazioni percepite durante la degustazione.
L’evoluzione tecnologica dei tappi a corona
La normativa europea stabilisce che uno spumante possa essere commercializzato solo se mantiene una pressione minima di 3,5 bar a 20 gradi. La capacità di conservare questa pressione nel tempo dipende soprattutto dalla tenuta della chiusura. I ricercatori hanno analizzato diverse annate storiche di Champagne sottoposte a lunghi periodi di affinamento. I dati mostrano che i tradizionali tappi a corona dotati di dischetto in sughero, molto diffusi fino ai primi anni Duemila, permettono una graduale dispersione dell’anidride carbonica. Nel lungo periodo la perdita può diventare significativa e compromettere alcune caratteristiche del vino.

In una collezione di bottiglie conservate sui lieviti fino a 47 anni, le dispersioni hanno raggiunto quasi 9 grammi per litro di CO₂ nelle bottiglie da 75 centilitri. Una quantità sufficiente a modificare la pressione interna e, di conseguenza, il profilo organolettico del prodotto.
La situazione cambia con i tappi a corona di nuova generazione. I produttori hanno progressivamente sostituito il sughero con guarnizioni sintetiche ad alta barriera, progettate per limitare il passaggio dei gas. Secondo lo studio, queste tecnologie riducono in modo significativo la permeabilità e consentono di preservare più a lungo le caratteristiche del vino.
I ricercatori hanno inoltre confrontato diversi modelli attualmente in commercio, rilevando differenze sostanziali nelle prestazioni. Le chiusure più efficienti permetterebbero di allungare sensibilmente il periodo di affinamento delle cuvée destinate a lunghe permanenze sui lieviti.
Le simulazioni indicano che, in una cantina mantenuta tra i 12 e i 14 gradi, una bottiglia sigillata con i migliori tappi a corona moderni potrebbe conservare i requisiti normativi per oltre due secoli.
Anche il formato della bottiglia si conferma determinante. Le magnum da un litro e mezzo conservano l’anidride carbonica in modo più efficace rispetto alle bottiglie standard da 75 centilitri, grazie a un rapporto più favorevole tra volume del vino e spazio di testa. Secondo lo studio, questo formato può sostenere tempi di affinamento superiori al doppio rispetto a quelli di una bottiglia tradizionale.
Un altro elemento decisivo resta la temperatura di conservazione. Ambienti più freschi rallentano la dispersione della CO₂, mentre temperature elevate accelerano il processo e riducono il potenziale di evoluzione del vino.