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	<title>Pizza &#8226; Food and Wine Italia</title>
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	<title>Pizza &#8226; Food and Wine Italia</title>
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		<title>Quale olio usare nell’impasto della pizza e perché: il ruolo dell’extravergine</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/quale-olio-usare-impasto-pizza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 16:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’olio è uno degli ingredienti che più facilmente viene considerato accessorio nella preparazione della pizza. In realtà, quando viene inserito nell’impasto, modifica in modo concreto la struttura e la lavorabilità della massa, oltre ad avere conseguenze sulla consistenza, sulla fragranza e sul profilo aromatico del prodotto finito. Non tutti gli impasti, però, ne hanno bisogno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">L’<strong>olio</strong> è uno degli ingredienti che più facilmente viene considerato accessorio nella preparazione della pizza. In realtà, quando viene inserito nell’impasto, modifica in modo concreto la struttura e la lavorabilità della massa, oltre ad avere conseguenze sulla consistenza, sulla fragranza e sul profilo aromatico del prodotto finito. Non tutti gli impasti, però, ne hanno bisogno e soprattutto non tutti gli oli si comportano allo stesso modo.</p>
<p class="isSelectedEnd">La domanda, quindi, non è soltanto quale olio usare nell’impasto della pizza, ma anche <strong>perché aggiungerlo, in quale quantità e in quale momento</strong>. La risposta dipende dal tipo di pizza che volete ottenere, dalla farina utilizzata, dall’idratazione, dai tempi di fermentazione e dalla cottura.</p>
<h2>Che cosa fa l’olio nell’impasto della pizza</h2>
<p class="isSelectedEnd">L’olio appartiene alla componente grassa dell’impasto e interagisce con gli altri ingredienti durante l’impastamento e la fermentazione. I lipidi, sia quelli naturalmente presenti nella <strong>farina</strong> sia quelli aggiunti, hanno un ruolo nella struttura dell’impasto, nelle interazioni con le proteine del glutine e nella stabilità delle cellule gassose.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-217567" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/olio-negli-impasti-pizza-quale-scegliere.png" alt="olio-negli-impasti-pizza-quale-scegliere" width="960" height="720" srcset="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/olio-negli-impasti-pizza-quale-scegliere.png 960w, https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/09/olio-negli-impasti-pizza-quale-scegliere-768x576.png 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p class="isSelectedEnd">È però importante evitare una semplificazione che leggiamo spesso in giro: l’olio non funziona come un semplice “collante” che unisce gliadine e glutenine. Queste due famiglie di proteine, in presenza di acqua e attraverso l’impastamento, formano la rete glutinica responsabile dell’elasticità e della capacità dell’impasto di trattenere i gas prodotti durante la fermentazione. L’aggiunta di grassi interviene su questa struttura, modificandone soprattutto la <strong>lavorabilità</strong> e l’<strong>estensibilità</strong>. Quantità elevate di olio possono infatti rendere l’impasto meno elastico e alterare la rete glutinica.</p>
<p class="isSelectedEnd">In pratica, l’olio può contribuire a rendere l’impasto più <strong>morbido</strong> e lavorabile, favorire una determinata sensazione di fragranza e apportare sostanze aromatiche che saranno percepibili nel prodotto finito. La sua funzione, dunque, non è soltanto nutrizionale o aromatica: è anche tecnologica.</p>
<p class="isSelectedEnd">La <strong>quantità</strong> diventa per questo fondamentale. Una dose contenuta può modificare positivamente la struttura senza trasformare l’impasto; un eccesso, invece, può interferire con lo sviluppo della rete glutinica e portare verso una consistenza diversa da quella ricercata.</p>
<h2>Quale olio usare per la pizza</h2>
<p class="isSelectedEnd">Qui la risposta è facile e intuibile: la scelta più naturale è l’<strong>olio extravergine di oliva</strong>, soprattutto quando si vuole che il grasso contribuisca anche al profilo aromatico ma questa risposta è comunque fallace perché è importante capire quale tipologia di &#8220;evo&#8221; utilizzare: non dobbiamo necessariamente preferire l’olio più intenso possibile. Al contrario, soprattutto nella pizza, è utile considerare l’equilibrio tra intensità aromatica, amaro, piccante e caratteristiche della farina e del condimento.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-208420" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2025/10/umbria-progetto-polifenoli-olio-extravergine.png" alt="umbria-progetto-polifenoli-olio-extravergine" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">Un extravergine molto <strong>amaro</strong> e <strong>piccante</strong> può avere una personalità importante e risultare interessante a <strong>crudo</strong>, ma all’interno di un impasto potrebbe non essere sempre la scelta più equilibrata. Un olio dal profilo più delicato può invece integrarsi meglio quando l’obiettivo è lasciare spazio al cereale e agli altri ingredienti.</p>
<p class="isSelectedEnd">Non esiste quindi un extravergine “da pizza” in senso assoluto. Esiste l’olio più adatto a quel determinato impasto e a quella determinata pizza.</p>
<h3>Si può usare l&#8217;olio di semi?</h3>
<p class="isSelectedEnd">Nella preparazione degli impasti è possibile utilizzare anche oli di semi, per esempio quello di <strong>girasole</strong>. Il risultato cambia soprattutto dal punto di vista aromatico: un olio di semi generalmente introduce meno caratterizzazione legata all’oliva e lascia maggiore neutralità al prodotto.</p>
<h2>Quanto olio mettere nell’impasto della pizza</h2>
<p class="isSelectedEnd">Una quantità indicativa per un impasto che prevede l’aggiunta di grassi può essere intorno ai <strong>30 grammi di olio extravergine per ogni chilo di farina</strong>. Non è però una proporzione universale.</p>
<p class="isSelectedEnd">La dose deve essere rapportata al <strong>tipo di farina</strong>, all’<strong>idratazione</strong> e soprattutto alla <strong>struttura</strong> che volete ottenere. Un impasto destinato a una pizza croccante e fragrante può richiedere una gestione diversa rispetto a quello di una pizza più morbida oppure di una focaccia.</p>
<p class="isSelectedEnd">Anche l’utilizzo di farine meno raffinate o integrali richiede attenzione. La maggiore presenza di crusca e germe modifica infatti l’assorbimento dell’acqua e la struttura dell’impasto. La regola più utile è quindi considerare l’olio come un ingrediente da bilanciare all’interno della formula, non come una quantità fissa da aggiungere indipendentemente dal resto.</p>
<h2>Quando aggiungere l’olio nell’impasto</h2>
<p class="isSelectedEnd">Anche il momento in cui inserite l’olio può avere un effetto sulla lavorazione. In un impasto tradizionale è generalmente preferibile consentire prima alla farina di <strong>idratarsi</strong> e alla struttura glutinica di iniziare a svilupparsi, inserendo successivamente il grasso. L’olio, infatti, può rivestire parzialmente le particelle della farina e modificare il modo in cui acqua, proteine e amido interagiscono.</p>
<p class="isSelectedEnd">Questo non significa che esista una sola tecnica valida per ogni impasto: ordine degli ingredienti, velocità di impastamento, temperatura e tempi di lavorazione cambiano in funzione della ricetta e dell’attrezzatura. Ma, quando l’obiettivo è costruire una buona struttura glutinica, aggiungere immediatamente una quantità significativa di grasso non è necessariamente la strategia più efficace.</p>
<h2>Burro e strutto: si possono usare nella pizza?</h2>
<p class="isSelectedEnd">Olio, burro e strutto appartengono tutti alla categoria dei grassi alimentari, ma non producono lo stesso risultato. Burro e strutto possono essere utilizzati in alcune preparazioni da forno, soprattutto quando si cercano caratteristiche particolari di friabilità e struttura. Sono quindi perfettamente legittimi in determinati impasti, ma non rappresentano la scelta più coerente con tutti gli stili di pizza.</p>
<p class="isSelectedEnd">Nella pizza in teglia e nelle focacce, per esempio, la presenza di una componente grassa può essere gestita secondo formule molto diverse da quelle della <a href="https://www.foodandwineitalia.com/disciplinare-pizza-napoletana-stg-regole-ingredienti-forno/" target="_blank" rel="noopener">pizza napoletana</a>. Il punto non è stabilire quale grasso sia “migliore” in assoluto, ma quale sia più adatto alla struttura e alla cottura desiderate.</p>
<p class="isSelectedEnd">Dire che burro e strutto producano necessariamente impasti “meno salutari”, inoltre, è una semplificazione che non aiuta a comprendere la funzione degli ingredienti. Il loro impiego modifica soprattutto composizione, gusto e caratteristiche fisiche del prodotto; la valutazione nutrizionale complessiva dipende dalla quantità utilizzata e dall&#8217;intera ricetta.</p>
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		<title>Al Vomero c&#8217;è una delle pizzerie più interessanti di Napoli</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/raf-bonetta-pizzeria-napoli-vomero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 13:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La collina del Vomero è stato il paradiso gastronomico dei napoletani degli anni &#8217;80 e &#8217;90, poi il boom degli affitti ha fatto scemare sempre più la bolla e la zona ha perso tantissimo in qualità. Non è un caso che ci siano tanti pub storici, aperti quando questo format era una novità, che hanno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">La collina del <strong>Vomero</strong> è stato il paradiso gastronomico dei napoletani degli anni &#8217;80 e &#8217;90, poi il boom degli affitti ha fatto scemare sempre più la bolla e la zona ha perso tantissimo in qualità. Non è un caso che ci siano tanti <strong>pub storici</strong>, aperti quando questo format era una novità, che hanno mantenuto una qualità più che sufficiente fino a oggi. Però di insegne nuove in zona se ne contano sulle dita di una mano da diversi anni ormai. Tra queste c&#8217;è sicuramente la <strong>pizzeria</strong> di <strong>Raf Bonetta</strong> che ha trovato uno spazio adeguato alla propria idea di pizza: un luogo costruito intorno a impasti, cotture, ingredienti e soprattutto attorno al <strong>recupero</strong> della materia prima in esubero. Raffaele Bonetta arriva da una lunga esperienza nella pizzeria Ciarly a Fuorigrotta e da anni di studio sugli impasti. Qui quella ricerca prende una forma più completa, con una carta che attraversa pizza napoletana, gluten free, doppie cotture e proposte più sperimentali sui topping.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il risultato è una <strong>pizzeria contemporanea</strong> che non ha bisogno di allontanarsi dalla tradizione per dimostrare di avere una propria identità. La tecnica è evidente, ma non diventa il centro del racconto: serve piuttosto a costruire pizze leggibili, dove l&#8217;impasto e il condimento hanno lo stesso peso.</p>
<h2>Gli impasti e il lavoro sulla materia</h2>
<p class="isSelectedEnd">Uno degli aspetti più iconici del lavoro di Bonetta è proprio la <strong>varietà</strong> degli impasti. Durante il percorso trovate consistenze differenti, dalla pizza più classica a quella croccante, fino alla montanara in doppia cottura e alla proposta senza glutine.</p>
<figure id="attachment_217188" aria-describedby="caption-attachment-217188" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" class="size-full wp-image-217188" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/raf-bonetta-pizzeria-napoli-vomero-gluten-free.png" alt="raf-bonetta-pizzeria-napoli-vomero-gluten-free" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217188" class="wp-caption-text">La gluten free</figcaption></figure>
<p class="isSelectedEnd">La <strong>Margherita gluten free</strong> è particolarmente significativa perché mette alla prova la capacità di lavorare su un impasto che spesso rischia di essere considerato una semplice alternativa. Qui invece diventa una pizza compiuta, con una struttura precisa e un risultato convincente figlio di una marea di esperimenti su diversi tipi di farine così da non far sentire il cliente celiaco sempre e costantemente un &#8220;intruso&#8221; in un luogo del genere. La gluten free qui è buona quanto quella &#8220;normale&#8221;.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il tema del recupero della materia prima attraversa invece diversi piatti della degustazione. Anche il <strong>bun al cacao</strong>, servito con <strong>parmigiana</strong> e Provolone del Monaco (un omaggio alla parmigiana di melanzane al cioccolato tipica della Costiera Amalfitana), introduce subito un linguaggio diverso, mentre nelle pizze la ricerca sugli ingredienti campani diventa più evidente.</p>
<h2>La pizza napoletana tra ricerca e materia</h2>
<p class="isSelectedEnd">La <strong>Pizza croccante</strong> gioca su contrasti netti, l&#8217;abbiamo assaggiata all&#8217;inizio anche un po&#8217; titubanti vista la presenza del fico dolce ma ci ha sorpreso: stracciata di fiordilatte, misticanza di Montoro, dosso di maiale pesante, fico bianco al forno e nocciole tostate. È una costruzione <strong>ricca</strong>, ma sostenuta dalla componente vegetale e dalla parte croccante, senza perdere di vista l&#8217;impasto.</p>
<figure id="attachment_217187" aria-describedby="caption-attachment-217187" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-217187" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/raf-bonetta-pizzeria-napoli-vomero-come-si-mangia.png" alt="raf-bonetta-pizzeria-napoli-vomero-come-si-mangia" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217187" class="wp-caption-text">La pizza croccante</figcaption></figure>
<p class="isSelectedEnd">La <strong>Montanara in doppia cottura al misto semola</strong> porta invece il ragionamento sulla frittura e sulla cottura a un livello diverso. Il condimento mette insieme stracotto di datterino, peperoncini verdi, capocollo artigianale e primosale al miele d&#8217;arancia. Il risultato è intenso, ma non confuso: dolcezza, acidità, parte grassa e nota vegetale si alternano nel boccone. Inoltre la presenza del <strong>primosale</strong>, non bellissimo da vedere nel suo insieme ma estremamente funzionale, ha migliorato il tutto: la sua consistenza unica ha reso ogni morso più piacevole.</p>
<p class="isSelectedEnd">Con la <strong>Ratatouille</strong> il centro della pizza diventa il vegetale. Fior di latte, melanzana violetta, zucchina baby, peperone cornetto, pomodorino datterino appassito e fiore di zucca marinato costruiscono una pizza estiva, completata da ricotta salata di bufala, olio extravergine e basilico. È forse la proposta che rende più evidente l&#8217;attenzione di Bonetta al recupero e alla <strong>valorizzazione</strong> degli ingredienti oltre il loro utilizzo più immediato anche grazie a una varietà di ingredienti insolita per una pizzeria.</p>
<p class="isSelectedEnd">Ancora più radicale è l&#8217;<strong>Assoluto di Bufala &amp; Albicocca</strong>, che utilizza diverse espressioni dello stesso ingrediente: estratto lattico concentrato ottenuto dallo sgrondo della mozzarella, mozzarella di bufala campana, ricotta di bufala, caciocavallo di bufala stagionato, blu di bufala e primosale. In chiusura arriva il gel di albicocca Pellecchiella del Vesuvio. È un piatto che racconta bene la direzione della pizzeria: partire da una materia prima e lavorarla in più <strong>forme</strong>, senza limitarne il potenziale.</p>
<h3>Anche il dessert segue la stessa idea</h3>
<p class="isSelectedEnd">Il percorso si chiude con <strong>Dolce Nera</strong>, che mantiene il rapporto con la materia e con le tecniche della cucina salata. La base croccante al burro sostiene una crema inglese montata al burro francese Cesta, more sabbiate, gel di limone e gin, riduzione di gelsi fermentati e cioccolato bianco Venezuela. È una conclusione costruita più sulla <strong>stratificazione</strong> che sulla semplice dolcezza, con acidità, fermentazione e note amare che impediscono al dessert di risultare prevedibile. Bonetta ci dice di non amare i dolci troppo dolci e questo ne è l&#8217;esempio perfetto</p>
<h2>Una pizzeria coerente con Raf Bonetta</h2>
<p class="isSelectedEnd">La forza di Raf Bonetta sta soprattutto nella <strong>coerenza</strong>. Gli impasti sono studiati, le cotture precise e gli ingredienti scelti con attenzione, ma nessuno di questi elementi viene utilizzato come semplice esercizio tecnico. Anche la complessità delle pizze rimane comprensibile al tavolo.</p>
<p>È questo che rende interessante il progetto del Vomero (in attesa dell&#8217;apertura a Fuorigrotta, limitata dalle lungaggini burocratiche tipiche del Bel Paese): la ricerca non viene proposta come una <strong>rottura</strong> con la pizza napoletana, ma come uno strumento per <strong>ampliarne le possibilità</strong>. E, in una pizzeria che lavora su numeri importanti, riuscire a mantenere questa attenzione è la sfida più difficile ma Raf Bonetta ci riesce a vincerla.</p>
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		<title>Sa Matracca, la pizza che fa rete</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/sa-matracca-la-pizza-che-fa-rete/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 08:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pizza]]></category>
		<category><![CDATA[Cagliari]]></category>
		<category><![CDATA[pizza]]></category>
		<category><![CDATA[Sa Matracca]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Stampace, storico quartiere di Cagliari un tempo ricco di botteghe artigiane, corso Vittorio Emanuele è un susseguirsi di animati localini con i tavoli lungo la via pedonale, spesso pensati ad hoc per la folla spensierata di turisti e giovani del luogo. Salendo lungo via Ospedale, però, l’atmosfera si fa decisamente più tranquilla. Un ingresso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A <strong>Stampace</strong>, storico quartiere di <strong>Cagliari</strong> un <span class="s1">tempo ricco di botteghe artigiane, corso </span>Vittorio Emanuele è un susseguirsi di animati localini con i tavoli lungo la via pedonale, spesso pensati <span class="s2">ad hoc per la folla spensierata di turisti e giovani del </span><span class="s2">luogo. Salendo lungo via Ospedale, però, l’atmosfera </span><span class="s2">si fa decisamente più tranquilla. Un ingresso poco ap</span><span class="s2">pariscente segnala che si è giunti a destinazione per </span><span class="s2">mangiare un&#8217;ottima <strong>pizza</strong>. </span></p>
<p><span class="s2">La Locanda </span><span class="s2"><strong>Sa Matracca</strong> è </span><span class="s2">nata nel 2019, quando <strong>Magdalena Perria</strong> – cagliaritana </span><span class="s2">di madre sudamericana, che tutti chiamano Magda – </span><span class="s2">decide di aprire un’insegna gemella di quella già esi</span><span class="s2">stente a Iglesias, nel Sulcis-Iglesiente, guidata dall’a</span><span class="s2">mica e socia Martina Gorgoni, inserendo anche la pizza </span><span class="s2">accanto alla cucina tipica. Ben presto però, ai due locali </span><span class="s2">resta in comune solo il nome, quello di un antico stru</span><span class="s2">mento musicale che accompagna le processioni igle</span><span class="s2">sienti. «Il team che si è creato a Cagliari era decisamen</span><span class="s1">te più dinamico, avevamo tutte voglia di imparare, </span>sperimentare, crescere. Così, abbiamo deciso di puntare sulla pizza», spiega Perria.</p>
<figure id="attachment_217137" aria-describedby="caption-attachment-217137" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-217137" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/Magdalena-Perria-al-centro-con-Sofia-Paba-e-Daniela-Tola.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217137" class="wp-caption-text">Magdalena Perria, al centro, con Sofia Paba e Daniela Tola</figcaption></figure>
<p>L’uso del femminile plurale non è un caso: insieme a lei, e alla socia che presidia il locale di Iglesias, ci sono <strong>Sofia Paba</strong> e <strong>Daniela Tola</strong>, con cui aveva già lavorato a lungo in precedenza, e una sala di sole donne: «Noi tre non abbiamo ruoli predefiniti: il pizzaiolo che ci ha accompagnate nell’apertura ha inse<span class="s1">gnato a tutte e poi abbiamo seguito tantissimi corsi, insieme o singolarmente: dal pane alla pasticceria, dai corsi </span><span class="s1">specifici sulla pizza romana e la teglia con Gabriele Bonci e Jacopo Mercuro fino a fermentazioni e koji. Così </span><span class="s1">possiamo alternarci per essere sempre aperti, mentre due volte l’anno chiudiamo e partiamo con tutta la squadra </span>per scoprire posti e sapori nuovi, da Napoli a Siviglia e oltre», racconta Madga, spiegando anche l’origine del menu &#8220;contaminato&#8221; di Sa Matracca, tra eccellenti prodotti sardi – inclusa la mozzarella fiordilatte realizzata <span class="s1">giornalmente da un casaro di Elmas –, tipicità di altre regioni e rimandi ad Asia, mondo arabo e America Latina, </span><span class="s1">dalle spezie a kimchi e chimichurri. </span></p>
<p><span class="s1">Il menu permette di scegliere ogni pizza in due versioni: con<strong> l’impasto </strong></span><strong>contemporaneo</strong>, alto, soffice e gustoso (ottenuto inserendo il kefir prodotto da sé a chiudere l’impasto da biga) <span class="s1">o quello della <strong>&#8220;romana&#8221;</strong>, sottile e croccante, entrambi cotti alla perfezione nonostante l’utilizzo di un unico <strong>forno </strong></span><span class="s1"><strong>a gas</strong> di moderna generazione. Il secondo impasto si sposa perfettamente alle pizze (relativamente) più semplici </span><span class="s1">come la buonissima <strong>Marinara Speciale</strong> con polpa di pomodoro San Marzano, crema all’aglione della Valdichiana, </span><span class="s1">origano fresco, scorza di limone, pomodorini confit, polvere di olive nere e basilico. Mentre il primo è ideale per </span><span class="s1">i condimenti più robusti e complessi, come nella <strong>Black</strong>, con fiordilatte, erborinato sardo Ovinforth, Black Angus </span>affumicato, polvere di olive nere e mayo al kimchi. Tra i <strong>fuori menu</strong> quasi sempre c’è la <strong>Roger Rabbit</strong>, con fior- <span class="s1">dilatte, coniglio in umido cotto con latte, senape e miso, </span><span class="s1">salsa con frattaglie di coniglio e scalogno, mentuccia e </span><span class="s1">sommacco. E se la <strong>sostenibilità &#8220;umana&#8221;</strong> – dai turni di </span>lavoro alla crescita professionale – è uno dei pilastri di <span class="s1">Sa Matracca, anche quella <strong>ambientale</strong> è al centro dell’at</span>tenzione.</p>
<figure id="attachment_217138" aria-describedby="caption-attachment-217138" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-217138" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/la-special-Roger-Rabbit-con-impasto-contemporaneo.png" alt="" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-217138" class="wp-caption-text">la &#8220;special&#8221; Roger Rabbit, con impasto contemporaneo</figcaption></figure>
<p>L’utilizzo degli ingredienti è alla base di un <span class="s2">vero e proprio <strong>&#8220;menu sinergico&#8221;</strong> che coinvolge anche </span><strong>Pizza e Vino</strong> (locale più informale dedicato soprattutto <span class="s1">all’asporto, che da Sa Matracca non c’è) in via Torino, e </span>il cocktail bar <strong>Ricicla, Riduci, Riusa</strong>, guidato da Marco Crobu, poco distante dalla pizzeria. Così, bucce di patate, <span class="s1">gambi di ortaggi e altri ingredienti &#8220;di scarto&#8221; si trasfor</span><span class="s1">mano in estratti e oli essenziali per i drink. </span></p>
<p><span class="s1">Un progetto </span><span class="s2">che adesso trova la chiusura del cerchio in un nuovo </span>locale, questa volta un po’ più distante, a piazza Galilei, <span class="s1">dove ci sono altri due imperdibili indirizzi come <strong>Cucina.</strong></span><strong>eat</strong> e la gelateria<strong> I Fenu</strong>: un vero e <span class="s1">proprio laboratorio sperimentale, </span><span class="s2">che ospita anche degustazioni e </span><span class="s2">serate incentrate sul pairing tra </span>pizza e cocktail.</p>
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		<title>Dalla friggitoria al freezer: la nuova sfida di Isabella De Cham</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/isabella-de-cham-il-fascino-del-freddo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luciana Squadrilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 08:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>
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		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[pizza fritta]]></category>
		<category><![CDATA[surgelati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa ci aspettiamo da un fritto perfetto? Che sia asciutto, profumato, croccante in superficie e ben dorato. Tutte caratteristiche che si possono ottenere solo con una frittura espressa, in olio bollente di ottima qualità; e possibilmente da ordinare al ristorante, in pizzeria o in friggitoria, per evitare di ritrovarsi la cucina invasa dall’odore del fritto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa ci aspettiamo da<strong> un fritto perfetto</strong>? Che sia asciutto, profumato, croccante in superficie e ben dorato. Tutte caratteristiche che si possono ottenere solo con una frittura espressa, in olio bollente di ottima qualità; e possibilmente da ordinare <strong>al ristorante</strong>, in pizzeria o in friggitoria, per evitare di ritrovarsi la cucina invasa dall’odore del fritto, specialmente in estate. Giusto? Non proprio. Perché oggi si possono servire e mangiare le squisite proposte di<strong><a href="https://www.foodandwineitalia.com/tutta-pepe-e-olio/"> Isabella De Cham</a></strong> anche a casa propria, come se fossero appena state tirate su dalla padella o dal cestello della friggitrice, ma senza dover usare olio.</p>
<figure id="attachment_216907" aria-describedby="caption-attachment-216907" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216907" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/2.png" alt="Isabella De Cham" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216907" class="wp-caption-text">Isabella De Cham</figcaption></figure>
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<p>La pizzaiola napoletana, che con il suo team al femminile guida <a href="https://sanita.isabelladecham.com/">il locale del rione Sanità</a> che porta il suo nome dedicato alla<strong> pizza fritta</strong> – e alle meravigliose frittatine di pasta, e altro ancora –, è tra i nomi di punta che hanno fatto conoscere e amare questa specialità “da strada” partenopea a tantissime persone, servendola anche al tavolo accompagnata da belle bottiglie e proiettandola così nell’Olimpo gastronomico come cibo squisito, lontano da un immaginario fatto di unto e grossolanità. E, oltre al locale adiacente dove si sfornano invece <strong>Margherite&amp;co</strong>, è in procinto di riaprire anche l’insegna ad Aversa.</p>
<h3>Isabella De Cham Frozen, pizze e altre delizie come appena fritte</h3>
<figure id="attachment_216908" aria-describedby="caption-attachment-216908" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216908" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/5-1.png" alt="Isabella De Cham" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216908" class="wp-caption-text">Alcuni prodotti della linea Isabella De Cham Frozen</figcaption></figure>
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<p>Ma a Napoli c’è anche il laboratorio del nuovo progetto<strong> Isabella De Cham Frozen</strong>: una linea di prodotti che vengono composti, fritti, abbattuti con grande attenzione, imballati e spediti in tutta Italia e anche oltre. Ci sono le classiche <strong>pizze ripiene</strong> e le montanare da farcire a piacere – realizzate con l’accortezza di un’idratazione dell’impasto leggermente minore, ma per il resto uguali in tutto e per tutto a quelle che si possono mangiare in pizzeria –, gli arancini e i crocchè di patate, e <strong>frittatine</strong> di ogni tipo: dalla classica in bianco alla cacio e pepe, dalla <strong>Nerano con zucchine</strong> alla amatriciana, dalla genovese allo scarpariello (tipico sugo campano con pomodoro, peperoncino e formaggio), da salsiccia e friarielli a <strong>pasta e patate</strong> e altre ancora. E di alcune proposte sono di disponibili anche le versioni gluten free o vegan, con ingredienti 100% vegetali.</p>
<p>Fatti scongelare per bene in frigorifero (ma, nel caso di fame immediata, si può anche fare un veloce passaggio nel microonde), possono essere rigenerati in pochi minuti nel forno ben caldo o nella <strong>friggitrice ad aria</strong>, seguendo le semplici istruzioni sulla confezione o il video tutorial che si apre inquadrando il QRcode. O anche, soprattutto nel caso del servizio professionale, immersi rapidamente nell’olio bollente.</p>
<h3>Dalla ristorazione alle case</h3>
<figure id="attachment_216909" aria-describedby="caption-attachment-216909" style="width: 763px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216909" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/08/3-1.png" alt="fritattina di pasta" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216909" class="wp-caption-text">La frittatina Nerano</figcaption></figure>
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<p>L’idea, spiega infatti De Cham nasce soprattutto per le forniture alla <strong>ristorazione</strong>: «Si tratta di prodotti completamente pronti. Prepararli e servirli è velocissimo, e così non hai bisogno di tre persone per linea delle fritture, tra produzione, chiusura e servizio».  Così, oggi in diversi locali di tutta Italia si possono assaggiare i prodotti firmati da lei, il più delle volte “dichiarati” e anzi celebrati nel menu.</p>
<p>Ma il progetto si è presto ampliato anche al consumo, vista la praticità d’uso e la qualità del risultato – che abbiamo provato in prima persona, restando colpiti soprattutto dal “batocchio”, o mezza pizza fritta farcita con provola e pomodoro, rigenerata nel <strong>forno di casa</strong> fino a diventare fragrante e per nulla unta, e dalle frittatine passate nella friggitrice ad aria. Al momento, è attiva in Campania una collaborazione con l’azienda <strong>Delfino</strong>, che dal 1978 è specializzata nel mercato del surgelato con diversi negozi in regione, e la linea <strong>Isabella De Cham Frozen</strong> si inizia a trovare anche in altri indirizzi della grande distribuzione oltre regione.</p>
<p>Mentre, inattesa che parta la piattaforma e-commerce per ordinarli direttamente a casa (con consegna, almeno all’inizio, solo in Campania), c’è una buona notizia per i numerosi turisti e viaggiatori che passano dall’aeroporto di <strong>Capodichino:</strong> i prodotti Frozen sono in vendita presso lo store Fattorie Garofalo all’interno dell’aeroporto, dopo i controlli: perfetti come souvenir da portare con sé, rigenerandoli entro 10 ore, per gustare a casa un morso di Napoli una volta rientrati e magari condividerli con qualcuno che ancora non conosce la magia della pizza fritta.</p>
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		<title>Per il New York Times è iniziata la nuova età dell&#8217;oro della pizza romana</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/new-york-times-pizza-romana-reportage-roma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 11:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per anni, all&#8217;estero, parlare di pizza italiana ha significato quasi esclusivamente parlare di Napoli. Ora qualcosa sembra cambiare. In un lungo reportage il New York Times sostiene che Roma stia vivendo una nuova stagione della pizza, soprattutto di quella al taglio, diventata negli ultimi anni uno dei laboratori più interessanti della panificazione italiana. Più che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="578" data-end="1236">Per anni, all&#8217;estero, parlare di pizza italiana ha significato quasi esclusivamente parlare di Napoli. Ora qualcosa sembra cambiare. In un lungo reportage il <strong data-start="761" data-end="779">New York Times</strong> sostiene che <strong>Roma</strong> stia vivendo una nuova stagione della pizza, soprattutto di quella al taglio, diventata negli ultimi anni uno dei laboratori più interessanti della panificazione italiana. Più che una semplice raccolta di indirizzi, è il riconoscimento di un <strong>fenomeno</strong> gastronomico che il quotidiano statunitense racconta ai propri lettori come una delle evoluzioni più significative della cucina romana contemporanea.</p>
<h2 data-start="578" data-end="1236">Da Seu a Ruver, passando per tutti i grandi della pizza a Roma</h2>
<p data-start="1238" data-end="1824">L&#8217;<a href="https://www.nytimes.com/2026/07/28/travel/pizza-romana-rome-recommendations.html?fbclid=IwY2xjawTWoQVleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeDiPyHvMs6lV2XuOLsTBFvmM7PLIQsHRt0kQfEGtU-o5ZdmLDcdwphddyy5k_aem_DbRDwaBdAAkGb8Z4BbbPQw" target="_blank" rel="noopener">articolo</a>, firmato da <strong>Anya von Bremzen</strong> e illustrato dalle fotografie di <strong>Gianni Cipriano</strong>, parte da un&#8217;osservazione precisa: la pizza al taglio, tradizionalmente venduta a peso e consumata come spuntino veloce, non è più soltanto un prodotto popolare. Secondo il New York Times, una nuova generazione di pizzaioli ha trasformato questa specialità in uno spazio di ricerca, lavorando su impasti, farine, lievitazioni e condimenti che guardano sempre più alla cucina contemporanea, pur mantenendo prezzi accessibili e un&#8217;identità profondamente romana.</p>
<p data-start="1238" data-end="1824"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-216621" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/new-york-times-pizza-romana.png" alt="new-york-times-pizza-romana" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="1826" data-end="2339">Il reportage individua in <strong>Frumentario</strong> uno dei simboli di questa evoluzione. Nel piccolo locale di San Giovanni, <strong>Alessandro Santilli</strong> propone ogni giorno decine di varianti, completate al momento con ingredienti come confettura di cipolle, guanciale, demi-glace, carciofi fritti e ricotta di pecora. La filosofia, racconta al quotidiano americano, è quella di offrire una pizza creativa senza rinunciare alla dimensione quotidiana che da sempre caratterizza la pizza al taglio.</p>
<p data-start="2341" data-end="2744">A confermare il cambiamento è anche <strong>Sara Bonamini</strong>, cofondatrice del panificio <strong>Tulipane</strong> ed ex curatrice della guida <em data-start="2456" data-end="2475">Pizzerie d&#8217;Italia</em> del Gambero Rosso. Nell&#8217;articolo spiega che oggi una grande pizza al taglio non si misura soltanto dalla qualità della vetrina, ma dalla capacità di <strong>raccontare una storia</strong> attraverso ingredienti, lavorazioni e memoria gastronomica.</p>
<p data-start="2746" data-end="3212">Il viaggio prosegue all&#8217;EUR, da <strong>Lievito</strong>, dove <strong>Francesco Arnesano</strong> costruisce il proprio impasto combinando diverse farine e valorizzando pochi ingredienti selezionati. Tra le pizze citate figurano quelle con polpette brasate al vino bianco e piselli, roast beef di Fassona con giardiniera e maionese agli agrumi, a testimonianza di una cucina che supera gli abbinamenti più tradizionali senza perdere il legame con il territorio.</p>
<p data-start="3214" data-end="3659">Vicino al Circo Massimo, il New York Times segnala anche <strong>Ruver Teglia Frazionata</strong>, dove <strong>Alessandro Ruver</strong> rilegge ricette italiane e suggestioni internazionali. Nel reportage trovano spazio una pizza ispirata al kebab di Adana con agnello, vitello e kefir di pecora e una reinterpretazione del croque madame, esempi di una contaminazione che, secondo il giornale americano, caratterizza la nuova scena romana.</p>
<figure id="attachment_216620" aria-describedby="caption-attachment-216620" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216620" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/new-york-times-pizza-romana-reportage-roma.png" alt="new-york-times-pizza-romana-reportage-roma" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216620" class="wp-caption-text">Foto di Andrea Di Lorenzo</figcaption></figure>
<p data-start="3661" data-end="4169">La panoramica comprende anche <strong>Fratelli Trecca</strong>, che trasferisce sulla pizza piatti tipici della trattoria romana come la trippa al sugo o il ragù di ventrigli, mentre per la pizza tonda vengono indicati due indirizzi ormai centrali nel dibattito gastronomico della Capitale: <strong>180 Grammi</strong>, a Centocelle, con la sua interpretazione della tradizionale pizza &#8220;scrocchiarella&#8221;, e <strong>Seu Pizza Illuminati</strong>, dove la ricerca tecnica convive con l&#8217;identità di una pizzeria di quartiere.</p>
<p data-start="4171" data-end="4827" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Il reportage non contrappone Roma a Napoli. Al contrario, riconosce il ruolo avuto dalla rivoluzione della pizza napoletana negli ultimi vent&#8217;anni, ma osserva come la Capitale abbia ormai sviluppato un percorso autonomo. La pizza romana raccontata dal New York Times <strong>non cerca di imitare altri modelli</strong>: punta sulla qualità degli impasti, sulla ricerca delle materie prime e sulla capacità di reinterpretare la tradizione cittadina. È proprio questo, più dei singoli indirizzi citati, l&#8217;aspetto che rende significativa la scelta del quotidiano americano di dedicare un ampio spazio a uno dei fenomeni gastronomici più interessanti dell&#8217;Italia contemporanea.</p>
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		<title>Il teorema della pizza esiste davvero: ecco il metodo matematico per dividerla in parti perfettamente uguali</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/teorema-pizza-dividere-fette-parti-uguali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 16:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pizza si può dividere in parti perfettamente uguali anche se i tagli non passano dal centro. A dimostrarlo è il cosiddetto teorema della pizza, un risultato matematico pubblicato nel 1968 sulla rivista Mathematics Magazine, che spiega come ottenere porzioni di identica superficie seguendo una precisa sequenza di tagli. A prima vista le fette sembrano [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">La pizza si può dividere in <strong>parti perfettamente uguali</strong> anche se i tagli non passano dal centro. A dimostrarlo è il cosiddetto <strong>teorema della pizza</strong>, un risultato matematico pubblicato nel 1968 sulla rivista <a href="https://archive.org/details/sim_mathematics-magazine_1994-10_67_4/page/266/mode/2up" target="_blank" rel="noopener"><em>Mathematics Magazine</em></a>, che spiega come ottenere porzioni di identica superficie seguendo una precisa sequenza di tagli. A prima vista le fette sembrano <strong>irregolari</strong>, ma la loro area complessiva risulta esattamente la stessa.</p>
<h2>Sembrano diverse ma hanno lo stesso peso queste fette di pizza</h2>
<p class="isSelectedEnd">È decisamente una curiosità <strong>teorica</strong>, che non metteremmo mai in pratica soprattutto in Italia viste le nostre dimensioni della pizza ma in molti Paesi, soprattutto anglosassoni o che vivono l&#8217;influenza politica degli Stati Uniti, il formato delle pizze tonde può essere anche molto grosso, pensate per essere condivise. È proprio da questa osservazione che nasce uno dei teoremi più noti della cosiddetta matematica ricreativa.</p>
<figure id="attachment_216099" aria-describedby="caption-attachment-216099" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216099" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/teorema-pizza-dividere-fette-parti-uguali.png" alt="teorema-pizza-dividere-fette-parti-uguali" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216099" class="wp-caption-text">Immagine generata in IA</figcaption></figure>
<p class="isSelectedEnd">Il principio è sorprendente nella sua semplicità anche se sembra controintuitivo. <strong>Non bisogna partire dal centro</strong> della pizza, ma scegliere un qualsiasi punto all&#8217;interno del disco. Da quel punto si esegue un primo taglio rettilineo e poi un secondo, perpendicolare al primo, sempre attraversando lo stesso punto. Si ottengono così quattro settori. Successivamente ciascuno dei quattro angoli viene diviso a metà con altri quattro tagli che passano ancora per il medesimo punto. Il risultato finale è una pizza suddivisa in otto fette.</p>
<p class="isSelectedEnd">A questo punto entra in gioco la parte meno intuitiva del teorema. Le fette <strong>non hanno tutte la stessa forma</strong> e alcune appaiono più <strong>grandi</strong> di altre. Eppure, se due persone prendono le porzioni in modo alternato, cioè la prima, la terza, la quinta e la settima da una parte e la seconda, la quarta, la sesta e l&#8217;ottava dall&#8217;altra, ciascuna riceverà <strong>esattamente la stessa quantità di pizza</strong>. Le differenze tra una fetta più ampia e una più piccola si compensano infatti grazie alla particolare simmetria della costruzione geometrica.</p>
<p class="isSelectedEnd">La dimostrazione è stata resa ancora più celebre negli anni successivi da <strong>Larry Carter</strong> e <strong>Stan Wagon</strong> con una cosiddetta &#8220;dimostrazione senza parole&#8221;. Attraverso una serie di figure geometriche, i due matematici mostrarono come ogni settore trovi il proprio equivalente tra quelli alternati, rendendo evidente l&#8217;equivalenza delle superfici senza ricorrere a formule complesse.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il principio può essere esteso anche quando i commensali sono più di due. Se, ad esempio, le persone sono tre, ogni angolo retto viene suddiviso in tre parti invece che in due, ottenendo dodici spicchi. Distribuendo poi le fette in modo alternato tra i tre partecipanti, ciascuno riceve quattro porzioni che, sommate, hanno la stessa area delle altre.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il teorema, però, <strong>non vale in qualsiasi situazione</strong>. La proprietà matematica è garantita soltanto quando il numero complessivo delle fette è ottenuto con una suddivisione che produce un numero pari e multiplo di quattro, come otto, dodici, sedici o venti porzioni. Se invece si ottengono sei o dieci spicchi, oppure soltanto quattro, la particolare simmetria su cui si basa la dimostrazione viene meno e non esiste più la certezza che le aree alternate coincidano.</p>
<p class="isSelectedEnd">Studi successivi hanno analizzato proprio questi casi, mostrando che le differenze possono essere molto contenute ma dipendono dalla disposizione dei tagli. Non è quindi il punto scelto all&#8217;interno della pizza a determinare un vantaggio per qualcuno, bensì la <strong>geometria</strong> complessiva della suddivisione.</p>
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		<title>Giotto, la pizzeria che ha reso credibile la pizza napoletana nel cuore di Firenze</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/giotto-pizzeria-firenze-marco-manzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 11:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.foodandwineitalia.com/?p=216074</guid>

					<description><![CDATA[<p>A pochi passi dalla stazione di Santa Maria Novella, in una delle zone più attraversate dai visitatori di Firenze, trovate una pizzeria che ha contribuito a cambiare il modo in cui si guarda alla pizza in città. Si chiama Giotto ed è il progetto di Marco Manzi, pizzaiolo ischitano che in pochi anni è riuscito [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="692" data-end="1155">A pochi passi dalla stazione di <strong>Santa Maria Novella</strong>, in una delle zone più attraversate dai visitatori di <strong>Firenze</strong>, trovate una pizzeria che ha contribuito a cambiare il modo in cui si guarda alla pizza in città. Si chiama <strong>Giotto</strong> ed è il progetto di <strong>Marco Manzi</strong>, pizzaiolo ischitano che in pochi anni è riuscito a costruire un’identità precisa: una pizza napoletana contemporanea, riconoscibile, costruita su impasti ben studiati e materie prime di grande qualità.</p>
<p data-start="1157" data-end="1460">Il nome non è casuale. Giotto richiama l’artista fiorentino, ma anche la forma più semplice e perfetta della pizza: il <strong>cerchio</strong>. Una geometria che qui diventa una dichiarazione d’intenti. La pizza resta un prodotto popolare, immediato, democratico, ma può essere anche un terreno di ricerca.</p>
<p data-start="1462" data-end="1878">È proprio questa la direzione scelta da Marco Manzi: mantenere salda la <strong>tradizione</strong> della pizza napoletana, senza rinunciare alla <strong>contaminazione</strong> con il mondo della cucina d’autore.</p>
<h2 data-section-id="1xzdrsr" data-start="1885" data-end="1948">La storia di Giotto e di Manzi: da Ischia a Santa Maria Novella</h2>
<p data-start="1950" data-end="2303">Marco Manzi non nasce pizzaiolo. La sua formazione arriva dalla <strong>pasticceria</strong>. A Ischia, sua terra d’origine, muove i primi passi all’<strong>Hotel Regina Isabella</strong> di Lacco Ameno, una delle strutture simbolo dell’ospitalità italiana, dove entra in contatto con una cucina di alto livello.</p>
<p data-start="1950" data-end="2303"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-216075" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/pizzeria-marco-manzi.png" alt="pizzeria-marco-manzi" width="763" height="627" /></p>
<p data-start="2305" data-end="2595">Da quell’esperienza porta con sé un metodo fatto di precisione, attenzione alle consistenze e cura del dettaglio. Elementi che oggi ritrovate nella sua pizza: dalla gestione degli impasti alla costruzione delle farciture, fino alla parte dolce del menu, spesso sottovalutata nelle pizzerie.</p>
<p data-start="2597" data-end="2921">Nel <strong>2016</strong> apre il primo locale in via Francesco Veracini, nella zona di Novoli, iniziando un percorso che in pochi anni lo porta a diventare uno dei nomi più interessanti della pizza fiorentina. Successivamente arriva la seconda sede in via Panzani, nel cuore della città, a pochi metri dalla stazione di Santa Maria Novella. Oggi le sedi sono addirittura <strong>tre</strong>: la nuova arrivata è in via Orsini, una zona meno turistica per un locale che, come ammette lo stesso Manzi candidamente, è per i fiorentini visto che è in una zona residenziale e poco turistica della città. Non a caso è molto più raccolto e anche molto elegante nella struttura e nel design degli interni.</p>
<figure id="attachment_216076" aria-describedby="caption-attachment-216076" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216076" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/giotto-pizzeria-marco-manzi-pizza-napoletana.png" alt="giotto-pizzeria-marco-manzi-pizza-napoletana" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216076" class="wp-caption-text">Il ripieno al forno</figcaption></figure>
<p data-start="2923" data-end="3240">Quella più &#8220;trafficata&#8221; è senza dubbio la seconda inaugurata in città, in una posizione strategica, anche per chi arriva a Firenze per poche ore, ma che poteva rappresentare una <strong>sfida</strong> importante: lavorare in una delle strade più turistiche del Paese significa confrontarsi ogni giorno con <strong>aspettative</strong> molto diverse, da quelle del pubblico internazionale fino agli appassionati più esperti.</p>
<p data-start="3242" data-end="3558">Giotto supera questo test puntando sulla <strong>sostanza</strong>. Il locale è funzionale, il <strong>servizio</strong> è <strong>veloce</strong> ma attento, gli ambienti sono pensati per gestire anche i momenti di maggiore affluenza.</p>
<h2 data-section-id="irv4s7" data-start="3565" data-end="3646">Com&#8217;è la pizza di Giotto</h2>
<p data-start="3648" data-end="3851">Al centro di tutto c&#8217;è naturalmente la pizza. L’impasto segue la <strong>tradizione napoletana</strong>, con una lunga lievitazione e una struttura capace di mantenere leggerezza e carattere.</p>
<figure id="attachment_216077" aria-describedby="caption-attachment-216077" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216077" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/giotto-firenze-marco-manzi-pizza-napoletana.png" alt="giotto-firenze-marco-manzi-pizza-napoletana" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216077" class="wp-caption-text">Le montanare</figcaption></figure>
<p data-start="3853" data-end="4107">Il <strong>cornicione</strong> è alto, sviluppato, con un’alveolatura evidente ma equilibrata. La pizza arriva al tavolo con una consistenza che riesce a tenere insieme due esigenze spesso difficili da conciliare: morbidezza e capacità di sostenere condimenti importanti. La selezione delle materie prime è uno degli elementi distintivi di Giotto. Il menu utilizza prodotti simbolo della tradizione italiana, con particolare attenzione alle <strong>eccellenze campane e toscane</strong>: pomodoro San Marzano Dop, fiordilatte di Agerola, parmigiano reggiano Dop, salumi selezionati, olio extravergine d’oliva.</p>
<p data-start="4431" data-end="4631">La filosofia è chiara: la pizza non deve diventare un esercizio di complicazione, ma un equilibrio tra impasto e topping. Anche quando le farciture diventano più creative, la base rimane protagonista.</p>
<p data-start="4682" data-end="5045">Tra le pizze simbolo della casa e che ci hanno colpito c’è la <strong data-start="4721" data-end="4738">Carbonara 2.0</strong>, una delle <a href="https://www.foodandwineitalia.com/le-migliori-pizze-alla-carbonara-da-assaggiare-almeno-una-volta/" target="_blank" rel="noopener">migliori pizze alla carbonara d&#8217;Italia</a>. Nata dalla collaborazione con lo chef <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Rocco De Santis</span></span></strong>, quando era alla guida del ristorante Santa Elisabetta proprio a Firenze (oggi invece è il <a href="https://www.foodandwineitalia.com/rocco-de-santis-grand-hotel-flora-roma-rooftop/" target="_blank" rel="noopener">nuovo chef del Grand Hotel Flora di Roma</a>) è una rilettura di un grande classico romano attraverso il linguaggio della pizza: crema all’uovo, fiordilatte di Agerola, pancetta croccante, tartufo nero e olio extravergine d’oliva. Il risultato funziona: la componente grassa della carbonara viene bilanciata dall’impasto, mentre il tartufo aggiunge un richiamo territoriale alla Toscana.</p>
<figure id="attachment_216078" aria-describedby="caption-attachment-216078" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216078" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/giotto-firenze-pizzeria-marco-manzi.png" alt="giotto-firenze-pizzeria-marco-manzi" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216078" class="wp-caption-text">La Carbonara 2.0</figcaption></figure>
<p data-start="5250" data-end="5551">Un’altra pizza identitaria è la <strong data-start="5282" data-end="5294">Bistecca</strong>, realizzata con lo chef ischitano <strong><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Pasquale Palamaro</span></span></strong>, del ristorante Indàco. È un omaggio doppio: a Firenze attraverso il riferimento alla bistecca alla fiorentina e a Ischia attraverso il legame personale di Manzi con la sua terra. La pizza propone grasso di manzo arrosto, demi-glace, carpaccio di manzo, timo fresco e olio extravergine. Una costruzione ambiziosa, che mostra il lato più contemporaneo della pizzeria.</p>
<p data-start="5741" data-end="6033">Per chi preferisce una lettura più tradizionale, la <strong data-start="5793" data-end="5813">Napoli a Firenze</strong> è una scelta da fare: pomodoro San Marzano Dop, basilico, fiordilatte di Agerola, capperi e acciughe del Mar Cantabrico. È una pizza che guarda al Sud e alla memoria, ma viene interpretata con una tecnica moderna.</p>
<p data-start="6035" data-end="6367">La <strong data-start="6038" data-end="6052">Margherita</strong>, che resta il banco di prova più importante per ogni pizzaiolo, da Giotto segue i canoni classici: pomodoro San Marzano Dop, fiordilatte, parmigiano reggiano, basilico e olio extravergine per un risultato che appagherebbe anche il napoletano più talebano in fatto di tradizioni.</p>
<h3 data-section-id="1wveis3" data-start="6699" data-end="6755">I fritti di Giotto: un capitolo importante della cena</h3>
<p data-start="6757" data-end="6895">Prima della pizza vale la pena dedicare attenzione al comparto dei <strong>fritti</strong>, spesso fondamentale nella tradizione delle pizzerie napoletane.</p>
<figure id="attachment_216079" aria-describedby="caption-attachment-216079" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-216079" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/giotto-firenze-pizzeria-marco-manzi-fritti.png" alt="giotto-firenze-pizzeria-marco-manzi-fritti" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-216079" class="wp-caption-text">Il cono fritto alla parmigiana</figcaption></figure>
<p data-start="6897" data-end="7107">Il tris composto da <strong>crocché</strong>, <strong>arancino</strong> e <strong>frittatina</strong> di pasta rappresenta uno dei punti forti del menu. La tecnica è precisa, con preparazioni che cercano equilibrio tra croccantezza esterna e morbidezza interna. Anche la <strong>montanarina</strong>, altro grande classico napoletano, racconta la volontà di Manzi di lavorare sulla tradizione. La versione con pesto, crema di parmigiano reggiano e pomodoro punta su una maggiore complessità gustativa. Impossibile poi resistere al <strong>conetto alla parmigiana di melanzane</strong>, un&#8217;idea che abbiamo già incontrato da Franco Pepe che Manzi fa sua con grande padronanza della materia, portando in tavola un piatto memorabile.</p>
<h2 data-start="6897" data-end="7107">La vera pizza napoletana a Firenze</h2>
<p class="isSelectedEnd">Giotto è oggi uno degli indirizzi più solidi per mangiare una pizza napoletana a Firenze. Il punto di forza è l’<strong>equilibrio</strong>: una pizza riconoscibile, costruita su un impasto ben eseguito, con ingredienti selezionati e alcune proposte fantasiose che rendono molto più divertente tutto il pasto.</p>
<p class="isSelectedEnd">Marco Manzi ha costruito in pochi anni un’identità precisa, sostenuta da una <strong>squadra</strong> e da un progetto coerente tra pizza, fritti e dolci. Giotto è una pizzeria dove potete fermarvi per una Provola e pepe ben fatta oppure scegliere un percorso più creativo che rende questo posto adatto sia agli appassionati sia a chi semplicemente vuole mangiare bene.</p>
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		<title>Ciccio Vitiello torna agli impasti che lo hanno reso famoso: dopo dieci anni nasce &#8220;Missione Nostalgia&#8221;</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/ciccio-vitiello-missione-nostalgia-impasti-cambiamenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 16:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dieci anni dall&#8217;apertura di Casa Vitiello, Ciccio Vitiello riporta al centro della sua proposta gli impasti alternativi che hanno segnato l&#8217;inizio del suo percorso professionale. Lo fa con Missione Nostalgia, un nuovo progetto ospitato da Cambia-Menti, il locale aperto nel 2022, dove gli impasti diventano il filo conduttore di un percorso degustazione che ripercorre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" data-start="936" data-end="1355">A dieci anni dall&#8217;apertura di Casa Vitiello,<strong> Ciccio Vitiello</strong> riporta al centro della sua proposta gli impasti alternativi che hanno segnato l&#8217;inizio del suo percorso professionale. Lo fa con <strong data-start="1127" data-end="1149">Missione Nostalgia</strong>, un nuovo progetto ospitato da <strong data-start="1181" data-end="1197">Cambia-Menti</strong>, il locale aperto nel 2022, dove gli impasti diventano il filo conduttore di un percorso degustazione che ripercorre le tappe della sua ricerca gastronomica.</p>
<p data-start="1357" data-end="1812">L&#8217;iniziativa celebra il decennale di <strong>Casa Vitiello</strong>, la pizzeria che contribuì a far conoscere il lavoro del pizzaiolo casertano in un periodo in cui il settore proponeva quasi esclusivamente un unico tipo di impasto. Canapa, grano arso, multicereali, cacao, curcuma e altre farine speciali entrarono allora stabilmente nel menu, trasformando il panetto in uno strumento di sperimentazione e contribuendo ad ampliare il dibattito sulla pizza contemporanea.</p>
<p data-start="1814" data-end="2335">Negli anni successivi quella ricerca si è evoluta. Con l&#8217;apertura di Cambia-Menti, Vitiello ha progressivamente spostato l&#8217;attenzione dall&#8217;impasto come unico elemento distintivo a una <strong>visione più ampia</strong> della ristorazione, che coinvolge cucina, panificazione, servizio, organizzazione del lavoro e sostenibilità. In questo contesto, gli impasti alternativi non scompaiono, ma assumono un ruolo diverso: non sono più una semplice variante tecnica, bensì uno dei linguaggi attraverso cui costruire l&#8217;esperienza gastronomica.</p>
<p data-start="2337" data-end="2741">È da questa prospettiva che nasce Missione Nostalgia. Il progetto non ripropone gli impasti storici come opzioni alla carta, ma li inserisce nel <strong data-start="2482" data-end="2503">Ciccio Pizza Tour</strong>, il percorso degustazione di Cambia*Menti. L&#8217;obiettivo è rileggere il lavoro svolto negli ultimi dieci anni attraverso cinque portate, ciascuna costruita attorno a uno specifico impasto, una tecnica di lavorazione e un&#8217;idea gastronomica.</p>
<h2 data-start="2337" data-end="2741">Come sarà il percorso degustazione di Cambia-menti</h2>
<p data-start="2743" data-end="3054">Il percorso si apre con <strong data-start="2767" data-end="2779">Il Gesto</strong>, una preparazione ai multicereali che richiama il pane condiviso a tavola attraverso una base croccante accompagnata da crema di Parmigiano di bufala, burro di bufala e olio extravergine d&#8217;oliva. Segue <strong data-start="2982" data-end="2996">Filo Rosso</strong>, dedicato al pomodoro e alle sue diverse interpretazioni.</p>
<figure id="attachment_215913" aria-describedby="caption-attachment-215913" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-215913" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/07/ciccio-vitiello-anniversario-missione-nostalgia-impasti-cambiamenti.png" alt="ciccio-vitiello-anniversario-missione-nostalgia-impasti-cambiamenti" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-215913" class="wp-caption-text">Mancanza di personale, la terza portata del menu</figcaption></figure>
<p data-start="3056" data-end="3475">La terza portata, <strong data-start="3074" data-end="3099">Mancanza di personale</strong>, utilizza un impasto alla canapa e introduce anche una riflessione sul servizio in sala. Gli ospiti ricevono un dispositivo elettronico che li avvisa quando la pizza è pronta e vengono invitati a ritirarla direttamente al banco. Una scelta che richiama le difficoltà di reperimento del personale nella ristorazione e trasforma questo tema in parte integrante dell&#8217;esperienza.</p>
<p data-start="3477" data-end="3918">Il percorso prosegue con <strong data-start="3502" data-end="3524">Montanara Champion</strong>, realizzata con impasto al grano arso, che richiama la tradizione contadina del Sud Italia, mentre la conclusione è affidata a <strong data-start="3652" data-end="3663">Innesto</strong>, una preparazione a base di Panvitiello al cacao servito con pesca alla paprika affumicata e guanciale di Nero Casertano. Più che un dessert, è un passaggio che sottolinea come il lavoro di Cambia*Menti si estenda oggi anche al mondo della panificazione.</p>
<p data-start="3920" data-end="4335">Secondo Vitiello, <a href="https://www.foodandwineitalia.com/best-pizza-chef-under-35-ciccio-vitiello/" target="_blank" rel="noopener">best pizza chef under 35 ai Food&amp;Wine Awards</a> di quest&#8217;anno, l&#8217;obiettivo non era riproporre semplicemente le ricette del passato, ma attribuire loro un <strong>nuovo significato</strong> alla luce del percorso compiuto negli ultimi anni. Missione Nostalgia diventa così un modo per raccontare l&#8217;<strong>evoluzione</strong> di un progetto che dagli impasti alternativi è arrivato a considerare la pizza come uno strumento di dialogo con la cucina contemporanea, la panificazione e il servizio. Più che una celebrazione del passato, il nuovo percorso rappresenta una <strong>sintesi</strong> del lavoro svolto dal pizzaiolo casertano nell&#8217;ultimo decennio e restituisce un&#8217;immagine dell&#8217;evoluzione della pizza d&#8217;autore, dove tecnica, memoria e ricerca convivono all&#8217;interno della stessa esperienza gastronomica.</p>
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		<title>In Cilento c&#8217;è una pizzeria che si fa perfino grano e farina in casa grazie a un mulino</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/cristian-santomauro-mulino-pizzeria-cilento-filiera-grano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 14:05:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Casal Velino, nel Cilento, Cristian Santomauro ha inaugurato un mulino a pietra all&#8217;interno della sua pizzeria L&#8217;Ammaccata &#8211; Antica Pizza Cilentana. Il progetto segna un nuovo passaggio in un percorso iniziato anni fa: produrre internamente gran parte delle materie prime necessarie agli impasti, riducendo la distanza tra agricoltura e cucina. Si tratta di un [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">A Casal Velino, nel Cilento, <strong>Cristian Santomauro</strong> ha inaugurato un <strong>mulino a pietra</strong> all&#8217;interno della sua pizzeria <strong>L&#8217;Ammaccata &#8211; Antica Pizza Cilentana</strong>. Il progetto segna un nuovo passaggio in un percorso iniziato anni fa: produrre internamente gran parte delle materie prime necessarie agli impasti, riducendo la distanza tra agricoltura e cucina. Si tratta di un modello produttivo che mette insieme coltivazione, molitura e ristorazione all&#8217;interno dello stesso sistema, un po&#8217; come abbiamo visto con la <a href="https://www.foodandwineitalia.com/davide-longoni-pane-del-mulino-milano-filiera-breaders/" target="_blank" rel="noopener">recente innovazione di Longoni</a>. Il grano viene seminato, raccolto, macinato e trasformato direttamente nel luogo in cui prende forma la pizza. L&#8217;obiettivo è costruire una filiera corta e <strong>controllata in ogni sua fase</strong>, riportando all&#8217;interno della pizzeria una parte del lavoro che normalmente viene affidato a soggetti esterni.</p>
<p class="isSelectedEnd">Da tempo Santomauro coltiva sei ettari di terreno nel <strong>Cilento</strong> seguendo i principi dell&#8217;agricoltura biologica. Qui vengono recuperate e valorizzate varietà locali come Carosella, Saragolla, Risciola, Russulidda e Ianculidda, antiche cultivar che appartengono alla storia agricola del territorio. Con l&#8217;avvio del mulino a pietra, la farina viene macinata settimanalmente <strong>in base alle esigenze degli impasti</strong> e alle <strong>caratteristiche</strong> stagionali delle materie prime.</p>
<p class="isSelectedEnd">«Riportare il sapore autentico dell&#8217;<em>ammaccata</em>, una particolare tipologia di antica pizza cilentana, è il mio obiettivo. Tutto parte dall&#8217;elemento per me più importante: l&#8217;<strong>impasto</strong>. Per questo ho scelto di lavorare con gli stessi grani tradizionali di un tempo, recuperando varietà locali e processi originari», spiega Santomauro.</p>
<h2>Una filiera circolare che parte dal grano</h2>
<p class="isSelectedEnd">Il pizzaiolo sottolinea il ruolo fondamentale della materia prima all&#8217;interno del progetto. «La centralità delle farine in pizzeria è basilare ed è anche il motivo per cui ho inaugurato un mulino a pietra, per riportare in pizzeria una parte della filiera». La lavorazione viene seguita attraverso parametri precisi. «Ogni scelta viene <strong>calibrata</strong> in modo consapevole, anche attraverso lo studio della granulometria, del contenuto di fibre e delle caratteristiche delle farine, per ottenere un impasto coerente con l&#8217;identità del progetto», aggiunge.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-215707" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/cristian-santomauro-mulino-cilento-filiera-grano.png" alt="cristian-santomauro-mulino-cilento-filiera-grano" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">Il progetto non riguarda soltanto la pizza. Il <strong>grano</strong> coltivato nei campi viene impiegato anche per produrre <strong>pane</strong> e una <strong>birra artigianale</strong> che Santomauro definisce &#8220;birra cilentana&#8221;. L&#8217;intero sistema è stato costruito secondo i principi dell&#8217;economia circolare. Gli <strong>scarti</strong> diventano nuove risorse e ogni elemento viene recuperato.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il pane avanzato viene trasformato in pangrattato, utilizzato nelle polpette, nelle bruschette o come ingrediente di alcune preparazioni dolci. Anche i sottoprodotti della molitura trovano una nuova destinazione. La <strong>crusca</strong>, la parte più esterna e fibrosa del chicco, viene impiegata come mangime animale e come fertilizzante naturale, mentre la <strong>paglia</strong> viene utilizzata per la pacciamatura dell&#8217;orto, contribuendo a conservare l&#8217;umidità del terreno e a limitare la crescita delle infestanti.</p>
<h2>L&#8217;orto sinergico completa il progetto</h2>
<p class="isSelectedEnd">Accanto al mulino trova spazio un orto sinergico, dove ortaggi ed erbe aromatiche crescono seguendo i principi della <strong>biodiversità</strong> e del <strong>mutuo sostegno</strong> tra le colture. Sono questi gli ingredienti che finiscono sulle pizze e nei piatti della tradizione cilentana, rispettando il ritmo delle stagioni e i tempi della produzione agricola.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-215708" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/cristian-santomauro-mulino-pizzeria-cilento-filiera-grano.png" alt="cristian-santomauro-mulino-pizzeria-cilento-filiera-grano" width="763" height="627" /></p>
<p class="isSelectedEnd">Santomauro definisce questo approccio &#8220;<strong>Cucina Sinergica</strong>&#8220;: un sistema in cui il lavoro agricolo orienta le scelte della cucina e la cucina restituisce valore alla terra. Il progetto rappresenta anche una <strong>riflessione</strong> sul <strong>ruolo</strong> del <strong>pizzaiolo</strong>. Sempre più spesso, infatti, il mestiere si allontana dall&#8217;idea di una semplice trasformazione finale della materia prima per avvicinarsi a un modello produttivo più ampio, in cui la conoscenza agricola diventa parte integrante del lavoro.</p>
<p class="isSelectedEnd">A Casal Velino <strong>questa evoluzione è già in atto</strong>. L&#8217;Ammaccata è un laboratorio permanente che prova a riportare la filiera alimentare sotto un unico sguardo, dal campo alla tavola.</p>
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		<title>In Calabria si fa un &#8220;nuovo&#8221; stile di pizza ed è buonissimo</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/pizza-cosentina-cose-caratteristiche-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Ciccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 16:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>No, non è certo lo stile più famoso né il primo che vi viene in mente se parliamo di pizza. Non è neanche il quinto che vi viene in mente probabilmente ma se andiamo oltre la classica geografia della pizza italiana notiamo stili che la dicono lunga sul rapporto col territorio e sull&#8217;infinita possibilità che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/pizza-cosentina-cose-caratteristiche-storia/">In Calabria si fa un &#8220;nuovo&#8221; stile di pizza ed è buonissimo</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>No, non è certo lo stile più famoso né il primo che vi viene in mente se parliamo di <strong>pizza</strong>. Non è neanche il quinto che vi viene in mente probabilmente ma se andiamo oltre la classica geografia della pizza italiana notiamo stili che la dicono lunga sul rapporto col territorio e sull&#8217;infinita possibilità che il prodotto ha da offrire. È il caso della <strong>pizza cosentina</strong>: non ha ancora un <a href="https://www.foodandwineitalia.com/come-si-fa-la-pizza-napoletana-secondo-il-disciplinare/" target="_blank" rel="noopener">disciplinare</a>, non gode della stessa riconoscibilità di una napoletana o di una romana, eppure ha tratti abbastanza netti da renderla <strong>distinguibile</strong> al primo morso. È tonda, molto ampia, sottile, croccante sui bordi ma ancora cedevole al centro. In altre parole, è una pizza che sembra stare in mezzo a più tradizioni senza coincidere davvero con nessuna.</p>
<p>Negli ultimi anni alcuni pizzaioli calabresi, e in particolare <strong>Pasqualino De Giuseppe</strong> a <strong>Rende</strong>, stanno cercando di ricostruirne i contorni storici e tecnici, restituendole dignità autonoma. Il punto interessante è proprio questo: la pizza cosentina <strong>non è una “nuova invenzione”,</strong> ma una forma locale rimasta a lungo dentro un racconto orale che solo adesso prova a essere nominata con precisione.</p>
<h2 class="mt-6 mb-2 font-semibold text-2xl" data-streamdown="heading-2">Che cos’è la pizza cosentina</h2>
<p>La pizza cosentina è una<strong> tonda di grande diametro</strong>, generalmente compreso tra 36 e 40 centimetri, stesa<strong> molto sottile</strong>, con cornicione basso o appena accennato, e una doppia consistenza che la vera caratteristica: asciutta e croccante al bordo, più morbida e flessibile al centro. Questa tenuta centrale fa sì che, pur essendo sottile, possa ancora “fare il baffo” come una napoletana classica, cioè cedere leggermente al peso.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-215102" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/pizza-cosentina-cose-caratteristiche.png" alt="pizza-cosentina-cose-caratteristiche" width="763" height="627" /></p>
<p>Se volete orientarvi per confronto, potete immaginarla come un punto di incontro tra tre famiglie diverse. Dalla napoletana a <strong>ruota di carro</strong> eredita diametro ampio e una certa mobilità del centro; dalla <strong>romana fina e croccante</strong> riprende la stesura sottile e la tendenza alla secchezza del bordo; da alcune <strong>pizze da forno</strong> della tradizione <strong>pugliese</strong>, conserva un rapporto più asciutto e meno “umido” con la cottura.  Il suo carattere sta proprio in questa ambivalenza: crocca e cede dove serve.</p>
<p>L&#8217;impasto della pizza cosentina è solitamente <strong>diretto</strong>, con buona idratazione e farine in prevalenza di <strong>tipo 0 o tipo 1</strong>. I pizzaioli lavorano spesso su lievitazioni più lunghe, tra le 24 e le 48 ore. Nel caso di Pasqualino De Giuseppe, che oggi è il grande riferimento per questo stile, la ricetta si è evoluta verso un approccio più moderno: prefermento al 50%, idratazione intorno al 70%, farine di tipo 0 e 1, riposo del prefermento per 24 ore e poi ulteriore lievitazione dei panetti.</p>
<figure id="attachment_215103" aria-describedby="caption-attachment-215103" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-215103" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/pizza-cosentina-cose-caratteristiche-pasqualino-de-giuseppe.png" alt="pizza-cosentina-cose-caratteristiche-pasqualino-de-giuseppe" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-215103" class="wp-caption-text">Rapa e salsicce</figcaption></figure>
<p>Conta anche il <strong>peso</strong> dei panetti in questa equazione, che si muove spesso tra 180 e 230 grammi, con una stesura molto ampia. Questo produce una pizza leggera nella struttura, visivamente estesa, capace di sostenere il condimento senza trasformarsi in una base spessa. La <strong>cottura</strong>, tradizionalmente più dolce rispetto a quella di molti forni da pizza ad alta temperatura, contribuisce a definire la sua identità perché a differenza della scroccchiarella romana non ha il bordo bruciato.</p>
<h3 class="mt-6 mb-2 font-semibold text-2xl" data-streamdown="heading-2">Da dove nasce la pizza cosentina</h3>
<p>Le informazioni oggi disponibili arrivano soprattutto da racconti, testimonianze, abitudini di consumo, ricordi di pizzaioli e famiglie del territorio. È una <strong>storia trasmessa oralmente</strong>.</p>
<p>Le ipotesi la collocano tra il secondo <strong>dopoguerra</strong> e i decenni successivi, indicativamente tra gli anni Cinquanta e Settanta. Probabilmente questa pizza si è evoluta nei <strong>forni da pane</strong>, dove cupole più alte e temperature meno aggressive rispetto a quelli della pizzeria favorivano una cottura più dolce.</p>
<h2>De Giuseppe è un indirizzo da capire</h2>
<p>Pasqualino De Giuseppe arriva da un <strong>percorso non lineare</strong>, fatto di pasticceria, street food, cucina, panificazione, bistrot e poi pizzeria. Questa stratificazione si sente. Non perché il menu voglia raccontarvela a ogni costo, ma perché la mano è quella di chi ha fatto prove, cambiato direzione e infine trovato un punto fermo. Quel punto, oggi, è la pizza cosentina.</p>
<p class="mt-6 mb-2 font-semibold text-2xl" data-streamdown="heading-2"><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, 'Helvetica Neue', Arial, 'Noto Sans', sans-serif, 'Apple Color Emoji', 'Segoe UI Emoji', 'Segoe UI Symbol', 'Noto Color Emoji';">I</span><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, 'Helvetica Neue', Arial, 'Noto Sans', sans-serif, 'Apple Color Emoji', 'Segoe UI Emoji', 'Segoe UI Symbol', 'Noto Color Emoji'; font-size: 16px;">l <strong>cuore</strong> del locale è ovviamente la pizza cosentina. </span>C’è croccantezza, ma non l’effetto cracker. C’è sottigliezza, ma non fragilità. C’è ampiezza, ma non dispersione. La base regge, il condimento non la sfibra, e soprattutto la pizza resta <strong>mangiabile fino in fondo</strong>, che è un merito meno ovvio di quanto sembri visto che molti oggi pensano ai menu come a dei degustazioni componbili.</p>
<p>La <strong><span class="font-semibold" data-streamdown="strong">Marinara bruciata</span></strong> è una delle pizze che spiegano meglio il locale: lavora su un sugo di pomodoro più spinto, quasi appoggiato su quella memoria domestica del fondo leggermente abbrustolito, con acciughe, capperi e olive nere che danno profondità senza trasformare tutto in un esercizio di intensità. È una pizza che ha gusto, ma non pesa. Ed è probabilmente qui che De Giuseppe mostra la sua qualità migliore: evitare il sovraccarico.</p>
<figure id="attachment_215101" aria-describedby="caption-attachment-215101" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-215101" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/pizza-cosentina-cose-caratteristiche-storia-de-giuseppe.png" alt="pizza-cosentina-cose-caratteristiche-storia-de-giuseppe" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-215101" class="wp-caption-text">La provola e pecora</figcaption></figure>
<p>Anche la <strong><span class="font-semibold" data-streamdown="strong">Provola&amp;pecora</span></strong> racconta bene questa impostazione. L’idea di prendere una grammatica familiare della provola e pepe e spostarla su un asse più calabrese, usando il caciocavallo di pecora, è intelligente e concreta ed è una delle <strong>migliori pizze assaggiate</strong> nel 2026.</p>
<p>Questo continuo, perenne e talebano rimando alla Calabria non stanca perché De Giuseppe è andato oltre i cliché scegliendo i prodotti in base a una logica di leggibilità anche perché lo stile,con il suo diametro ampio e la sua struttura sottile, non sopporta bene i condimenti ridondanti. Servono mano ferma e senso della misura. Pasqualino e <strong>Ilaria Santelli</strong>, chef con un passato nelle cucine stellate e compagna anche nella vita di Pasqualino, sembrano aver capito che la coerenza viene prima dell’effetto. E infatti il territorio entra come filiera: pomodoro Migliarese, latticini della Sila, salumi di suino nero, conserve, oli, presìdi Slow Food.</p>
<figure id="attachment_215104" aria-describedby="caption-attachment-215104" style="width: 763px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-215104" src="https://www.foodandwineitalia.com/wp-content/uploads/2026/06/pasqualino-de-giuseppe-pizza-cosentina.png" alt="pasqualino-de-giuseppe-pizza-cosentina" width="763" height="627" /><figcaption id="caption-attachment-215104" class="wp-caption-text">Pasqualino De Giuseppe</figcaption></figure>
<p>Anche la proposta da beverage va in questa direzione. <strong>Birre artigianali</strong> del territorio, <strong>cocktail</strong> costruiti con ingredienti calabresi: è una scelta che aiuta molto a dare al locale un’identità netta. Se un posto vi dice che vuole raccontare una regione, deve farlo fino in fondo.</p>
<p>Se vi interessa <strong>capire</strong> che cosa può essere oggi una<strong> pizzeria territoriale</strong> fatta con criterio, De Giuseppe è un indirizzo da segnare. Non soltanto per mangiare una buona pizza, ma per vedere come uno stile locale ancora poco codificato possa diventare il centro di un <strong>progetto credibile</strong>. La pizza cosentina qui ha struttura, senso e una voce abbastanza chiara da restare impressa. E questo, per un prodotto che fino a poco fa viveva quasi solo nei ricordi e nelle abitudini dei calabresi, è già un risultato impressionante.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/pizza-cosentina-cose-caratteristiche-storia/">In Calabria si fa un &#8220;nuovo&#8221; stile di pizza ed è buonissimo</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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