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		<title>Giovani virgulti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ray Isle]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Mar 2021 08:33:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>TREDIBERRI PIEMONTE, ITALIA Il nome potrebbe suonare poco piemontese, ma se lo si analizza come “tre di Berri”, cioè il trio composto da padre e figlio Federico e Nicola Oberto e il socio Vladimiro Rambaldi, tutti provenienti dalla piccola città di Berri – allora ecco che tutto acquista un senso compiuto. E quando vieni a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>TREDIBERRI<br />
</strong>PIEMONTE, ITALIA<br />
Il nome potrebbe suonare poco piemontese, ma se lo si analizza come “tre di Berri”, cioè il trio composto da padre e figlio Federico e Nicola Oberto e il socio Vladimiro Rambaldi, tutti provenienti dalla piccola città di Berri – allora ecco che tutto acquista un senso compiuto. E quando vieni a sapere che Federico è stato per quarant’anni l’enologo della cantina Renato Ratti, punto di riferimento del Barolo, e che gli Oberto possiedono anche una preziosa porzione del pregiato cru Rocche dell’Annunziata — allora tutto diventa ancor più chiaro. Le nuove cantine che producono Barolo di alta qualità alla loro prima annata sono rare, e questa è senza dubbio una di quelle da non perde- re (anche il Dolcetto e la Barbera degli Oberto sono ottimi, e pure un vero affare).<br />
<em>SITO:</em><strong>trediberri.com</strong><em><br />
DA PROVARE:</em><br />
<strong>LANGHE NEBBIOLO TREDIBERRI 2019<br />
</strong>In attesa dell’uscita del prossimo Barolo di Trediberri, gustatevi questo rosso complesso con sentori di bacche rosse e spezie. Il Nebbiolo delle Langhe è spesso definito un piccolo Barolo — e questo vino ne è la prova.</p>
<p><strong>ASHES &amp; DIAMONDS<br />
</strong>NAPA, CALIFORNIA<br />
Può Ashes &amp; Diamonds essere considerata una dichiarazione di stile? La cantina, con il suo aspetto retrò anni ’50, le pareti bianche decisamente poco “Napa style&#8221; e gli ambienti comuni di basso pro lo, è una risposta affermativa alla domanda. Una calamita per i millennial amanti del vino, un po’ come la Scribe Winery di Sonoma? Sì, anche in questo caso. Un riferimento a un lm d’arte polacco del 1958? Ehi, perché no? Ma soprattutto, è una il luogo d’origine di vini coltivati biologica- mente che si rifanno al sobrio stile californiano a basso contenuto di alcol degli anni ‘60 e ‘70, realizzato da stelle della viticoltura come Steve Matthiasson e Diana Snow-den Seysses. Il proprietario Kashy Khaledi ha il raro dono di essere tanto bravo a intuire le tendenze del momento quanto ad attirare i migliori talenti per produrre i suoi straordinari vini.<br />
<em>SITO</em>: <strong>ashesdiamonds.com</strong><br />
<em>DA PROVARE:</em><br />
<strong>MOUNTAIN CUVÉE NO. 2 ASHES &amp; DIAMONDS 2017<br />
</strong>Questo rosso profumato di ribes acquista eleganza e note speziate dalle uve di vecchie vigne di cabernet franc presenti in assemblaggio.</p>
<p><strong>ALMA DE CATTLEYA<br />
</strong>SONOMA COUNTY, CALIFORNIA<br />
Bibiana González Rave era determinata a fare vino dall’età di 14 anni ma, essendo cresciuta a Medellín, in Colombia, la cosa più affine al suo desiderio che potesse fare era studiare ingegneria chimica. Finalmente, è partita per la Francia, dove si è laureata in viticoltura ed enologia e ha fatto esperienza nelle migliori tenute della Côte-Rôtie e di Bordeaux. In breve: dopo aver lavorato in diverse cantine della costa centrale, ha fondato Cattleya Wines (l’orchidea cattleya è il fiore nazionale della Colombia). González Rave produce vini vivaci e pieni di sentimento in tutte le fasce di prezzo, da quelli più accessibili sotto l’etichetta Alma de Cattleya alle bottiglie di fascia alta (come il suo stellare The Initiation Syrah) etichettate semplicemente Cattleya.<br />
<em>SITO</em>: <strong>cattleyawines.com</strong><br />
<em>DA PROVARE:</em><br />
<strong>CHARDONNAY ALMA DE CATTLEYA 2018<br />
</strong>Questo bianco beverino rap- presenta perfettamente l’ideale Chardonnay californiano, ovvero con un sapore deciso senza risultare troppo pesante.</p>
<p><strong>MAISON &amp; DOMAINES LES ALEXANDRINS<br />
</strong>VALLE DEL RODANO, FRANCIA<br />
La storia completa della genesi di questo nuovo produttore del Rodano richiederebbe molte spiegazioni, ma eccovi la versione abbreviata: Nicolas Jaboulet (sesta generazione della famiglia che ha fondato l’iconica azienda Paul Jaboulet Aîné), più Guillaume Sorrel (figlio di Marc Sorrel, enologo di Hermitage), più l’acclamato viticoltore Alexandre Caso. Aggiungete il coinvolgimento della famiglia Perrin del castello di Beaucastel e il risultato è uno dei nuovi progetti più entusiamanti nella zona del Rodano. Les Alexandrins produce vini sia dalle vigne di Saint-Joseph e Crozes-Hermitage che da uve acquistate a Hermitage, Condrieu, Cornas, in Côte-Rôtie e in Côtes du Rhône; sono tutti eccellenti.<br />
<em>SITO:</em> <strong>lesalexandrins.com</strong><br />
<em>DA PROVARE:</em><br />
<strong>CROZES-HERMITAGE DOMAINE LES ALEXANDRINS 2016<br />
</strong>Il carattere deciso e affumicato di questo potente Syrah è alleggerito da note di violetta.</p>
<p><strong>FOLDED HILLS<br />
</strong>SANTA YNEZ VALLEY, CALIFORNIA<br />
Folded Hills è un’azienda vinicola, ma anche un ranch di 100 anni che ospita vigneti, un’azienda agricola biologica e un negozio di vendita al dettaglio dei prodotti. Attualmente, i proprietari Kim e Andrew Busch si prendono cura di 6 ettari di vigne, oltre a campi coltivati, alberi da frutto, capre, maiali, lama e un cammello di nome George. I primi vini sono usciti nel 2017, realizzati con la collaborazione di Angela Osborne. Dalla vendemmia 2020 a raccogliere il suo testimone sarà Michael Brughelli, già co-fondatore di Scar of The Sea. Moderata- mente alcolici e prodotti con lieviti autoctoni, i vini di Folded Hills sono morbidi, aromatici e complessi; davvero notevoli anche per una regione ricca di eccellenti cantine.<br />
<em>SITO:</em> <strong>foldedhills.com</strong><br />
<em>DA PROVARE:</em><br />
<strong>AUGUST RED WINE FOLDED HILLS 2017<br />
</strong>Questo scintillante assemblaggio di syrah e grenache è sapido e vibrante, con note di mirtilli e pepe nero.</p>
<p><strong>CAMINS 2 DREAMS<br />
</strong>S.TA RITA HILLS, CALIFORNIA<br />
Nel 2008, le due vignaiole Tara Gomez e Mireia Taribó lavoravano entrambe al Castell d’Encus, in Spagna; Gomez, membro della fondazione Santa Ynez Band of Chumash Indians, si stava prendendo una pausa dalla California per girare il mondo. Oggi sono sposate, con Gomez responsabile di Kitá Wines (di proprietà della tribù Chumash) e Taribó che si occupa di consulenza per numerose aziende vinicole. Nel 2017 hanno dato vita a Camins 2 Dreams. La produzione è molto piccola, per il momento, ma i vigneti con cui lavorano Gomez e Taribó sono tra i migliori della regione. E, sebbene la grande festa di inaugurazione della loro tasting room sia stata annullata a causa del Covid, offrono degustazioni su appuntamento.<br />
<em>SITO:</em> <strong>camins2dreams.com</strong><br />
<em>DA PROVARE:</em><br />
<strong>ZOTOVICH VINEYARD SYRAH CAMINS 2 DREAMS 2017</strong>Pepe appena macinato e more sono i sentori dominanti di questo leggiadro Syrah.</p>
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		<title>Il nuovo raccolto</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/il-nuovo-raccolto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ray Isle]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Mar 2021 08:24:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il vino è in continua trasformazione. Nessuna annata è esattamente uguale alla precedente; ogni bottiglia si sviluppa autonomamente durante l’invecchiamento e, cosa ancora più eccitante, ogni anno porta con sé un nuova ondata di aziende vinicole che si affacciano sulla scena, regioni che vengono riscoperte e giovani produttori di vino che raggiungono nuovi, ambiziosi risultati. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il vino è in continua trasformazione. Nessuna annata è esattamente uguale alla precedente; ogni bottiglia si sviluppa autonomamente durante l’invecchiamento e, cosa ancora più eccitante, ogni anno porta con sé un nuova ondata di aziende vinicole che si affacciano sulla scena, regioni che vengono riscoperte e giovani produttori di vino che raggiungono nuovi, ambiziosi risultati.<strong> Ecco un ricco assortimento di novità da cercare nella vendemmia di quest’anno:</strong> dagli ottimi affari sui vecchi vigneti ai confini meridionali del Cile, alle persone che stanno cambiando ogni preconcetto che abbiamo sul vino. Ce n’è per tutti. Non rimane altro da fare che godersela.</p>
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		<title>Vecchie vigne, nuovi vini</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/vecchie-vigne-nuovi-vini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ray Isle]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Mar 2021 08:11:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La reputazione vinicola cilena si è basata per lungo tempo sulle varietà bordolesi: intensi Cabernet, erbacei Sauvignon Blanc. Il nuovo Cile rappresenta una svolta rispetto a ciò, e in qualche modo anche un ritorno alle sue radici. Come dice Julio Bouchon, uno dei principali produttori nel sud del Paese, «Per certi aspetti, le persone hanno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La reputazione vinicola cilena si è basata per lungo tempo sulle varietà bordolesi: intensi Cabernet, erbacei Sauvignon Blanc. <strong>Il nuovo Cile rappresenta una svolta rispetto a ciò, e in qualche modo anche un ritorno alle sue radici.</strong> Come dice Julio Bouchon, uno dei principali produttori nel sud del Paese, «Per certi aspetti, le persone hanno dimenticato il vero passato vinicolo del Cile». La varietà país, come sottolinea, «proviene dalla Spagna, poi viene portata alle Isole Canarie, arriva in Messico con missionari spagnoli, poi su in California e giù in Cile nel 1600». Le regioni vinicole meridionali recentemente riscoperte sono quelle dove si trovano le vecchie vigne di país, insieme a quelle di carignano e cinsaut: la valle del Maule (che rappresenta tecnicamente l’estremità meridionale della Central Valley, ma appartiene a questo gruppo a tutti gli e etti), la valle dell’Itata, il Bío Bío, persino la Patagonia. <strong>Questo è il Cile dei piccoli produttori indipendenti;</strong> vigneti a conduzione familiare, ricchi di vecchie viti nodose; e un crescente interesse per gli stili di vinificazione a basso intervento e gestiti con minore ricorso alla tecnologia.</p>
<p><strong>VIÑA MAITIA AUPA PIPEÑO RED 2019</strong><br />
I vini pipeño della vecchia scuola venivano prodotti dagli agricoltori per consumarli dopo la raccolta. Questo fruttato assemblaggio di país e carignano, dai leggeri sentori di tabacco, è opera di David Marcel e Loreta Garau, marito e moglie, con sede nella Valle del Maule.</p>
<p><strong>DE MARTINO GALLARDIA CINSAULT 2018<br />
</strong>L’azienda a conduzione famigliare De Martino è stata fondata nel 1934 nella valle del Maipo, ma possiede anche una serie di antichi vigneti nell’estremo sud della valle dell’Itata, tra cui l’appezzamento di uve cinsaut che producono questo rosso leggero, aggraziato e pepato.</p>
<p><strong>ERASMO RESERVA DE CALIBORO 2014<br />
</strong>L’azienda agricola biologica Erasmo è di proprietà del Conte Francesco Marone Cinzano, della celebre azienda vinicola Col d’Orcia a Montalcino. Ma questo assemblaggio di Cabernet esprime chiaramente il carattere di Maule con i suoi aromi di ciliegia scura e sottobosco.</p>
<p><strong>PEDRO PARRA Y FAMILIA IMAGINADOR CINSAULT 2018<br />
</strong>Pedro Parra, acclamato consulente sui terroir, ha fondato la sua azienda vinicola nel 2013 per concentrarsi sui vigneti storici di tutta la valle dell’Itata. Questo vecchio Cinsaut profuma di spezie secche, ori e fragola.</p>
<p><strong>P.S. GARCIA BRAVADO ITATA VALLEY 2018<br />
</strong>Felipe Garcia è in prima linea nella nuova ondata di viticoltori cileni (ha co-fondato MOVI, l’associazione cilena dei vignaioli indipendenti). Questo uvaggio di syrah e altre varietà presenta sentori di erbe e ribes, ed è ricco di sapore senza risultare pesante.</p>
<p><strong>BOUCHON PAÍS SALVAJE 2019<br />
</strong>Questo rosso simile a un Beaujolais, con le sue note di fragola selvatica e rosa, è delizioso (soprattutto se bevuto freddo) e ha una storia affascinante: è ottenuto da viti selvatiche di país di oltre 120 anni d’età, che crescono avvinghiate intorno a tronchi e rami nel letto asciutto di un torrente nella regione del Maule.</p>
<p><strong>RAFAEL TIRADO LABERINTO MAULE VALLEY SAUVIGNON BLANC 2018<br />
</strong>Siete abituati a Sauvignon sempliciotti? Assaggiate questo splendido vino di Rafael Tirado. Complesso, con nuance di guava e pompelmo candito, ha una profondità persistente, minerale e sapida (e sì, il vigneto è effettivamente piantato come un labirinto circolare).</p>
<p><strong>CONCHA Y TORO MARQUES DE CASA CONCHA MERLOT 2016<br />
</strong>Concha y Toro produce princi- palmente vini delle rinomate regioni intorno a Santiago, ma questo Merlot della Valle del Maule è una scoperta: dall’in- gresso pepato ed erbaceo, ha dolci note di frutti rossi e un accenno di legno sul nale.</p>
<p><strong>ROBERTO HENRÍQUEZ RIVERA DEL NOTRO TINTO 2016<br />
</strong>Vivaci sentori di ciliegia e note affumicate caratterizzano que- sto rosso evocativo di Roberto Henríquez. Bassa alcolicità, basso intervento e viti di país vecchie 200 anni (sul serio) nella valle del Bío Bío gli danno qual- cosa di veramente speciale.</p>
<p><strong>VIÑA AQUITANIA SOL DE SOL CHARDONNAY 2018<br />
</strong>Uno dei migliori Chardonnay cileni che abbia mai assaggiato, questo vino potrebbe dare del lo da torcere a un buon Puligny-Montrachet. Il naso ricorda note di mais tostato, ori di limone e eno, mentre in bocca fonde senza soluzione di continuità una buona sapidità e note agrumate.</p>
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		<title>La nuova Australia</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/la-nuova-australia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ray Isle]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Mar 2021 08:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un sacco di persone mi guarderebbero in modo strano se dicessi che l’Australia è il più grande paese produttore di vino di cui la gente negli Stati Uniti sa molto poco, ma ciò, sia pure in modo non convenzionale, è vero. L’Australia è uno dei luoghi del vino più entusiasmanti del pianeta in questo momento, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un sacco di persone mi guarderebbero in modo strano se dicessi che l’Australia è il più grande paese produttore di vino di cui la gente negli Stati Uniti sa molto poco, ma ciò, sia pure in modo non convenzionale, è vero. <strong>L’Australia</strong> è uno dei luoghi del vino più entusiasmanti del pianeta in questo momento, ma la visione americana sembra ancora troppo limitata agli Shiraz a buon mercato, allegri e robusti. Questa reputazione dei vini australiani sta cambiando, ma lentamente — e certo non tanto velocemente quanto il ritmo a cui <strong>l’Australia sta generando nuovi, ambiziosi produttori di vino e nuove, rivoluzionarie aziende vinicole</strong>, in un periodo in cui anche i produttori storici stanno cambiando le aspettative. Un ottimo Pinot dall’Australia? Nessun problema. Un riesling da favola? Eccolo. Uno Chardonnay pulito, fresco e vivace? Ma certo. Vini naturali che stupiscono, e convincono? Decisamente. L’unico problema è che alcuni dei nomi più interessanti in questa ondata di grande vino ne producono minuscole quantità. Due dei miei preferiti tra quelli che ho degustato – lo straordinario <strong>Chardonnay Captains Creek Vineyard dell’enologo Joshua Cooper</strong> e uno stellare <strong>Pinot di Levantine Hill nella Yarra Valley</strong> – vengono esportati in quantità così minime da non valere nemmeno la pena di elencarli qui (ma se voi trovate una bottiglia tra queste, non esitate a prenderla). In ogni caso, ce ne sono molti altri che vengono venduti all’estero in quantità più ragionevoli, come indicano queste 10 grandi bottiglie.</p>
<p><strong>JIM BARRY THE BARRY BROS RED 2017<br />
</strong>Shiraz e cabernet sauvignon si uniscono in questo vino vivace, ricco di sentori di ciliegia rossa, proveniente da una delle migliori aziende vinicole della Clare Val- ley. Offre un piacere immediato ed è molto più complesso di molti rossi australiani dal prezzo simile.</p>
<p><strong>D’ARENBERG THE HERMIT CRAB VIOGNIER MARSANNE 2018<br />
</strong>Uno dei nomi meno altisonanti dei numerosi vini dell’enologo Chester Osborn («The Solipsistic Snollygoster» vi dice qualcosa?), questa miscela di varietà bianche del Rodano offre uno spiccato sapore di pesca e melone e un finale fresco e vivace.</p>
<p><strong>DANDELION VINEYARDS LION’S TOOTH OF MCLAREN VALE SHIRAZ-RIESLING </strong>S<br />
hiraz e riesling sono partner improbabili ma, nelle mani di Elena Brooks, la combinazione funziona senza forzature. More, pepe bianco e una nota di foglie di lime dalle uve riesling fermentate sulle bucce: una sorpresa, ma buona.</p>
<p><strong>TYRRELL’S HUNTER VALLEY CHARDONNAY 2017<br />
</strong>Fondata nel 1858 dall’immigrato inglese Edward Tyrrell e ancora di proprietà dei suoi discendenti, la Tyrrell’s è una delle aziende vinicole più antiche d’Australia e ancora una delle migliori. Dolci note agrumate e un finale di note speziate, tostate e minerali rendono questo Chardonnay molto piacevole.</p>
<p><strong>PENFOLDS MAX’S CHARDONNAY 2018<br />
</strong>Così chiamato in onore dell’ex enologo capo Max Schubert (il creatore di Penfolds Grange, probabilmente il vino più famoso d’Australia), questo bianco impeccabile e agrumato vi farà cambiare idea se pensate che gli Chardonnay australiani siano solo vetusti e barricati.</p>
<p><strong>TIM SMITH BUGALUGS BAROSSA GRENACHE 2019<br />
</strong>Il grenache australiano riceve molta meno attenzione rispetto allo shiraz (cioè Syrah) importato dal Rodano, e non se ne capisce il motivo. Impossibile non amare questo vino, con la sua luminosa tonalità granata, il fresco sentore di lampone e le note di pepe.</p>
<p><strong>ALKOOMI BLACK LABEL RIESLING 2018<br />
</strong>Dall’Australia arrivano alcuni dei migliori Riesling secchi del mondo, questo è assodato. Note di scorza di agrume e talco si uniscono a una mineralità completamente secca e fanno pensare a un lime spremuto sulla pietra — portatemi le ostriche crude!</p>
<p><strong>POWELL &amp; SON EDEN VALLEY RIESLING 2018<br />
</strong>Dave Powell è conosciuto come fondatore ed esperto di vinificazione della cantina di culto Torbreck. Nel 2013 è passato a Powell &amp; Son, dove realizza intensi Shiraz, oltre a questo delizioso e minerale Riesling ottenuto da vigne di oltre 80 anni.</p>
<p><strong>YETTI &amp; THE KOKONUT HIPSTER JUICE RED 2019 </strong><br />
“Yetti” è l’enologo Dave Geyer, “Kokonut” è il partner Koen Janssens, e questo vino naturale dal nome creativo, ottenuto da una miriade di varietà di uva, è una delizia. Leggermente erbaceo, dall’acidità vibrante, a bassissimo contenuto di alcol (9,1%) – rilassatevi e godetevelo.</p>
<p><strong>CIRILLO THE VINCENT GRENACHE 2016<br />
</strong>Ciliegie speziate e una leggera nota di cuoio caratterizzano questo rosso vellutato e di me- dio corpo. Cirillo possiede il più antico vigneto di grenache del mondo, piantato nel 1848, anche se questo vino proviene da viti che hanno solo 88 anni o giù di lì (la loro etichetta 1850 Ancestor Vine costa circa €100 ma li vale tutti, se riuscite a trovarlo).</p>
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		<title>Speciale Vino: 50 etichette da provare</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/speciale-vino-50-etichette-da-provare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Rizzari]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Feb 2021 08:36:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una selezione di vini preceduta da un qualsiasi numero (i 100 migliori vini italiani, la top ten dei rossi toscani, e simili) genera nel bevitore comune e nell’enomaniaco due reazioni opposte. Due riflessi pavloviani, verrebbe da dire, come se bevitore comune ed enomaniaco appartenessero a due specie animali diverse: il primo è di solito incuriosito, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/speciale-vino-50-etichette-da-provare/">Speciale Vino: 50 etichette da provare</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una selezione di vini preceduta da un qualsiasi numero (i 100 migliori vini italiani, la top ten dei rossi toscani, e simili) genera nel bevitore comune e nell’enomaniaco due reazioni opposte. Due riflessi pavloviani, verrebbe da dire, come se bevitore comune ed enomaniaco appartenessero a due specie animali diverse: il primo è di solito incuriosito, quando non proprio direttamente catturato all’amo del giochino “vini/numero”. Il secondo, che ha giustamente un’alta considerazione della sua competenza e del suo palato, ha invece una reazione tra il sarcastico e l’annoiato. Eppure è perfettamente possibile che una selezione di vini sia soltanto quello che è, ovvero una semplice selezione di vini. <strong>Nel nostro caso, una semplice selezione di vini che ci piacciono molto.</strong> Cinquanta etichette che quindi ci fa piacere condividere, con l’augurio che in molti possano fare qualche scoperta interessante e che possano gustarsi qualche buon bicchiere alla nostra salute.</p>
<p>Se non sono ancora sufficienti, per circoscrivere il tema, le soprascritte indicazioni su ciò che 50 vini da provare è, ecco qualche veloce tratteggio su ciò che non è: <strong>non è una lista di premi o di riconoscimenti.</strong> Non è un gruppo omogeneo in cui, da manuale Cencelli, si distribuiscono pesi e contrappesi (“abbiamo messo otto piemontesi quindi ci vogliono sette/otto toscani”; “bisogna citare almeno un vino delle regioni piccole”; “attenzione che ci sono molti più rossi che bianchi”, e simili). Non è un manifesto critico (“viva i vini naturali e abbasso quelli convenzionali”; “viva i vini normali e abbasso quelli naturali”). <strong>Non è un elenco di vini sconosciuti in assoluto:</strong> quasi tutte sono bottiglie ben note agli enofili; tuttavia non poche possono costituire una stimolante novità per i bevitori meno smaliziati.</p>
<p>Perciò, riassumendo: <strong>50 vini da scoprire è una sintesi, in forma di racconto in agili profili monografici, dei vini che ci hanno convinto</strong> – e talvolta anche meglio: colpito, emozionato, sorpreso – nel corso del 2020. La maggior parte delle schede registrano la robusta conferma di una qualità assodata nel corso degli anni; altre un livello in crescita, nelle ultime vendemmie, di etichette dalla storia più giovane.<br />
Nota bene: l’impostazione teorica e pratica appena descritta ci ha suggerito di non vincolare i lettori alla ricerca di una singola annata. Tutti i vini segnalati sanno infatti esprimere una qualità significativa, al di là del carattere – e delle eventuali difficoltà – della singola vendemmia.</p>
<p><strong>VALLÉE D’AOSTE CORNALIN<br />
</strong>LES GRANGES<br />
Da un angolo molto appartato della Valle d’Aosta (per raggiungere il nucleo aziendale bisogna organizzare una spedizione guidata da esperti carovanieri), un vino di sorprendente piacevolezza. Tutto meno che appiattito nel solito schema frutto/tannini morbidi/rovere dolce, deriva dall’uva omonima, una varietà rara tipica della regione che dà rossi speziati, succosi, pericolosamente facili da bere. Il leggero timbro affumicato ne suggerisce per analogia l’accostamento con carni alla brace.</p>
<p><strong>BARBARESCO PAJÈ VECCHIE VITI<br />
</strong>ROAGNA<br />
Azienda a conduzione familiare di lunga tradizione, per decenni è stata lontana dai riflettori mediatici, per poi esplodere all’incirca una quindicina d’anni fa grazie ad alcune recensioni di critici illuminati. Attualmente le sue cuvée, curate con precisione artigianale, spuntano prezzi davvero significativi. I vini, ignoti o ricercati come oggi, hanno sempre seguito un modello iper classico: lavorazioni tradizionali in vigna, lunghissime macerazioni, niente legno piccolo o nuovo. Il Pajè Vecchie Viti è un Barbaresco roagnesco esemplare, delicato nel colore e nei tannini ma tenace e profondo al gusto, lunghissimo.</p>
<p><strong>BAROLO PERNO </strong><br />
ELIO SANDRI<strong><br />
</strong>Non c’è dubbio che le Langhe siano uno dei due o tre territori italici più celebri e più scandagliati dai bevitori anche stranieri. È quindi difficile pescare nomi davvero lontani dai radar: Elio Sandri è uno di quei pochi; di sicuro per sua scelta meditata. Mi spiace strapparlo per una volta alla bolla di discrezione in cui si muove, ma è per il bene dei bevitori più saggi. Il suo Barolo Perno, valido cru di Monforte, è declinato con una grazia e una delicatezza di tocco magni che, capaci di contro- bilanciare alla perfezione un tenore alcolico qua e là (2015) non proprio timido.</p>
<p><strong>DOLCETTO D’ALBA </strong><br />
GIUSEPPE CORTESE<br />
Famoso, a giusto titolo, per il suo stilizzato Barbaresco Rabajà, una delle vigne più leggendarie per la denomina- zione, Giuseppe Cortese firma anche un buonissimo Dolcetto. Qui si tocca con mano – o meglio, con lingua – quanto sia ingiusto che una tipologia così ariosa, così felicemente compagna della tavola, soffra uno strutturale calo di interesse da parte degli enofili. Il Dolcetto di Cortese ha un frutto molto puro, una freschezza succosa che rilancia la beva, un finale netto, longilineo, privo di toni amari.</p>
<p><strong>BARBERA D’ASTI ASINOI </strong><br />
CARUSSIN<br />
Per molti produttori che cavalcano disinvoltamente – quando non furbescamente – la moda del vino naturale l’autenticità è solo un’immagine pubblicitaria. Nell’attività agricola di Bruna Ferro e del marito Luigi Garberoglio l’autenticità è invece un valore vero: lo si coglie facilmente visitando il nucleo aziendale, a San Marzano Oliveto, nell’astigiano. Qui la conduzione delle vigne è in biodinamica, la tecnica enologica semplice ma accurata (niente vinificazioni selvagge, insomma), i risultati di grande espressività. La Barbera Asinoi è un rosso schietto, franco, succoso, pieno di vitalità.</p>
<p><strong>LESSONA </strong><br />
LA PREVOSTURA<br />
Rimasto in ombra per decenni, oscurato dall’accecante luminosità della fama langarola, il distretto viticolo del Nord Piemonte sta ritrovando negli ultimi tempi l’alta stima che merita presso i conoscitori. Qui le numerose matrici geologi- che costituiscono un mosaico di complessità non lontana da quella della Borgogna o dell’Alsazia. Tra le diverse Doc dell’area spicca la bellezza dei rossi di Lessona, finissimi all’olfatto e al gusto, nei casi migliori un vero ricamo: come il Lessona La Prevostura, che unisce a un ampio spettro aromatico una trama tannica particolarmente delicata.</p>
<p><strong>FARA BARTON </strong><br />
BONIPERTI<br />
Fara è una delle più piccole e meno note tra le denomina- zioni del Nord Piemonte. “Una vera chicca da amatori”, secondo la definizione enfatica dei dépliant turistici. Per tagliare l’argomento con l’accetta usando uno schema rozzo ma fondato, i rossi di queste parti hanno meno struttura rispetto ai monumenti delle Langhe (Barolo, Barbaresco), ma in compenso offrono una silhouette in media più longilinea, più affusolata, e un sapore più delicato. Una descrizione che si adatta bene al Fara di Gilberto Boniperti, sottile, puro, di grande eleganza.</p>
<p><strong>VALLI OSSOLANE NEBBIOLO SUPERIORE PRÜNENT<br />
</strong>CANTINE GARRONE<br />
Ancora una volta questa selezione suggerisce un vino nord-piemontese. Una fissazione degna di miglior causa? No, la semplice constatazione che qui nasce una varietà sorprendente di tipologie originali. Il Prünent altro non è che il nome locale del nebbiolo in questa piccola enclave della Val d’Ossola. Qui il nobile vitigno, lungi dall’avere toni vegetali o un corpo troppo gracile, trova invece un’espressione felice in termini di ampiezza aromatica e ritmo gustativo. Il giovanissimo Matteo Garrone lo interpreta con particolare ispirazione. E i prezzi, en passant, sono molto invitanti.</p>
<p><strong>BIANCO TESTALONGA </strong><br />
NINO PERRINO<br />
Antonio Perrino è una gura riassorbita nella mitologia, qui in terra ligure; e non soltanto. Fa vino da sessant’anni, in maniera che definire semplice e tradizionale è ovvio ma verissimo. Firma un rosso di complessità aromatica non di rado impressionante e un bianco più austero e minerale. Quest’ultimo, da uve vermentino lasciate macerare per qualche giorno, ha il colore carico dei cosiddetti orange wines, ma per fortuna è tutto meno che appiattito su quel modello modaiolo e ripetitivo, Al contrario è succoso, agile, piacevolmente salino.</p>
<p><strong>ROSSESE DI DOLCEACQUA CURLI<br />
</strong>MACCARIO DRINGENBERG<br />
La citazione a Veronelli è inevitabile: il fondatore della moderna critica enologica italiana riteneva il ligure Rossese uno dei vini più buoni d’Italia. E quello della vigna Curli lo stimava niente di meno che “la Romanée Conti italiana”. Il paragone, lusinghiero, regge solo in termini evocativi di una qualità somma: nei fatti, mentre il rosso della Romanée Conti è un vino quasi senza peso, il Curli è scuro e potente (almeno in relazione agli altri Rossese). Dal 2012 ne ha ripreso in mano le sorti Giovanna Maccario, che ne firma versioni impeccabili per precisione aromatica e pienezza di frutto.</p>
<p><strong>VERMENTINO COLLI DI LUNI<br />
</strong>OTTAVIANO LAMBRUSCHI<br />
Colli di Luni è una denomina- zione di con ne: parte ricade in Liguria, in provincia di La Spezia, parte nella Toscana settentrionale. Come molte aree liminali, sono maggiori gli elementi di condivisione rispetto a quelli di separazione. Cerniera principale il vermentino, vitigno plastico che sa dare sia vinelli leggeri che bianchi più ambiziosi in termini di spessore e complessità aromatica. Il Vermentino “d’annata” Lambruschi è un vero classico. Profumato, ampio, reattivo nel sapore, è particolarmente versatile negli abbinamenti a tavola.</p>
<p><strong>ROSSO DI VALTELLINA </strong><br />
BARBACÀN<br />
Per il distretto produttivo valtellinese si può usare tutto l’armamentario retorico attribuito alle vigne di montagna, o comunque su pendii terrazzati (Val d’Aosta, Carema, certe aree liguri, certe aree campane, eccetera): “viticoltura eroica”, “vigneti strappati alla roccia”, “si può lavorare la terra solo a mano, con costi altissimi”. È tutto vero. Qui la famiglia Sega firma rossi di grande naturalezza espressiva, dritti e puri. Nei sei ettari di vigneti l’uva chiavennasca affianca varietà rare quali rossòla, brugnola, negrera. Il buonissimo Rosso è strutturato ma sciolto, scorrevole, tutto meno che frenato dai tannini.</p>
<p><strong>FRANCIACORTA BRUT SATÈN<br />
</strong>MOSNEL<br />
Lo sforzo legittimo dei produttori franciacortini per imporre il marchio “Franciacorta” quale sinonimo stesso di vino spumante ha dato i suoi frutti. Non avrà la pervasiva ricorrenza del nome Prosecco, oggi richiesto fin dentro il fitto della foresta amazzonica, però “mi porti un Franciacorta” è una frase più che diffusa nei ristoranti italiani. Tra i numerosi nuclei aziendali vanta una storia pluridecennale Il Mosnel. Qui nascono cuvée ricche di carattere, sempre misurate nello stile. Il Satèn coniuga finezza nella grana della carbonica a una bella spinta gustativa.</p>
<p><strong>VINO SANTO TRENTINO </strong><br />
GIOVANNI POLI SANTA MASSENZA<br />
Nicchia nella nicchia degli enofili, i cultori dei vini dolci sono veri segugi nello scovare bottiglie rare. In Germania si contendono Eiswein o finissimi Trockenbeerenauslese della Mosella; in Francia Sauternes, Barsac o Vouvray Doux, eccetera. E da noi? Da noi una tipologia poco battuta è quella del Vino Santo trentino, un bianco che non ha nulla da invidiare ai soprascritti campioni. La versione della famiglia Poli è ottenuta da uve nosiola di solito pressate nel periodo della settimana santa (da cui il nome). Ha grande densità interna e una marcata dolcezza, doti che non vanno a scapito di una dinamica e una freschezza del sorso notevoli.</p>
<p><strong>TRENTINO PINOT NERO MASO ÉLESI<br />
</strong>AGRARIA RIVA DEL GARDA<br />
Il culto del Pinot Nero è senza alcun dubbio il fenomeno più rilevante nel mondo del vino da una ventina d’anni a questa parte. Non c’è bevitore, per quanto alle prime armi, che non abbia intercettato quanto sia à la page. Come conseguenza si coltiva pinot nero ovunque in Italia, con sforzi spesso velleitari e risultati ancor più spesso deludenti. Fa bella eccezione la cuvée Maso Élesi della cooperativa AgriRiva. Da una singola vigna sulle alture di Padaro, a nord del lago di Garda, ha una certa lentezza nell’aprirsi all’olfatto, ma poi sviluppa uno spettro aromatico molto piacevole e offre un gusto tonico, nitido, fresco.</p>
<p><strong>VIGNETI DELLE DOLOMITI PINOT BIANCO ART<br />
</strong>WEINGUT ABRAHAM<br />
L’Alto Adige è famoso, a giusto titolo, per la millimetrica precisione esecutiva che fa nascere l’ampia maggioranza dei suoi vini. Il rovescio della medaglia è una certa prevedibilità degli esiti: Sauvignon, Traminer, Kerner, Lagrein tutti molto simili tra loro. Da qualche anno una nuova generazione di giovani vignaioli cerca – con successo – di proporre bottiglie più ricche di carattere. Tra loro Martin e Marlies Abraham hanno dato prova di eccellenti capacità. Il Pinot Bianco Art è ricamato nei profumi, pieno e insieme agile al palato: quello che un tempo si definiva “un vino di classe”.</p>
<p><strong>ALTO ADIGE SAUVIGNON </strong><br />
GLASSIER<br />
Come gli enomaniaci sanno bene, il Sauvignon può essere un bianco banale e ammiccante (diciamo nel 70% dei casi) o un bianco che riscatta la sua didascalica esuberanza aromatica offrendo in contrappunto profumi e sapori più complessi. Quest’ultimo è senz’altro il caso del Sauvignon Glassier, piccola azienda altoatesina che ha vigne a sud di Bolzano, tra Egna e Termeno. La parcella dove cresce il sauvignon, “geboch”, ha suoli porfidici che danno energia e sapidità al sorso. Ne risulta un vino ingannevolmente muto dopo la stappatura, che si apre in pochi minuti e si dimostra di rara intensità.</p>
<p><strong>BARDOLINO </strong><br />
POGGIO DELLE GRAZIE<br />
Il Bardolino segna la rivincita dei rossi slanciati sulla tirannia, durata più di un quarto di secolo, del modello “colore scuro/ frutto dolciastro/tannini appiccicosi”. Oggi il bevitore ha in media capito che l’equazione “struttura=qualità” non è sempre fondata; anzi. Il Bardolino, rimasto in ombra per decenni, ritrova quindi il suo pieno ruolo a tavola, dove – nei casi migliori – ha la versatilità di un rosato e la trama tannica di un rosso. La versione dell’azienda Poggio alle Grazie è centrata su un frutto delicato e puro, che in certe vendemmie non ha niente da invidiare a un buon Bourgogne Village.</p>
<p><strong>VALPOLICELLA CLASSICO </strong><br />
NOVAIA<br />
A voler tagliare con l’accetta un soggetto molto più complesso, la produzione della Valpolicella è divisa in due parti diseguali. Da un lato gli Amarone e i Recioto, vini rossi di struttura poderosa, ricchi in estratti, zuccheri, alcol. Dall’altro lato rossi non monumentali, cioè Valpolicella più slanciati e scattanti. Quest’ultima categoria ha sofferto a lungo uno svilimento a causa di prodotti di qualità molto anodina. Oggi un numero crescente di vignaioli recupera il senso più nobile dei rossi di quest’area, restituendo ai palati più attenti vini facili da bere ma non vuoti né banali. Come il Valpolicella Novaia: fresco, aggraziato, succoso.</p>
<p><strong>CONEGLIANO VALDOBBIA DENE PROSECCO SUPERIORE BRUT<br />
</strong>VETTORI<br />
A poca distanza da Conegliano, le vigne dell’azienda Vettori (una trentina di vendemmie alle spalle) fanno nascere dei Prosecco che hanno un punto di forza assolutamente non trascurabile, anzi decisivo: non mostrano di solito alcun carattere artificioso nei profumi né al gusto, ma al contrario si propongono con particolare naturalezza di tratti. Ne è ottimo esempio il Valdobbiadene Superiore Brut, nitido nelle note floreali e agrumate all’olfatto, percorso da una spuma carbonica delicata, sottile, molto ben bilanciato al palato tra la dolcezza del frutto e la freschezza dell’acidità.</p>
<p><strong>SACRISASSI ROSSO </strong><br />
LE DUE TERRE<br />
Una curiosa passione che ha una piccola percentuale di enofili è quella per i vini che odorano di pepe. Esiste infatti una ricorrenza analogica puntuale che rimanda al pepe in diversi vitigni: il groppello, la pelaverga, il ciliegiolo, il sirah. Non è un dato soggettivo perché il rimando è dovuto alla presenza di una precisa molecola, il rotundone. Bene, anche (anzi, soprattutto) lo schioppettino contiene rotundone. Se vi piacciono i rossi speziati, il Sacrisassi – schioppettino e refosco – fa al caso vostro: scattante, pieno di succo, delizioso all’olfatto, ha maturità di frutto e insieme molta freschezza.</p>
<p><strong>MALVASIA </strong><br />
SKERLJ<br />
Negli ultimi anni è esplosa una delle tante mode che affliggono il mondo del vino, quella dei bianchi ottenuti da macerazioni sulle bucce. Il nucleo di produttori originario recuperava tecniche arcaiche ed era animato da un genuino desiderio di ritrovare radici storiche. Poi all’autentico si è affiancato il furbesco di chi cavalca la voga del momento. Così oggi un bel numero di orange wines è solo esibizione di un colore arancio/ambra e di gusti ripetitivi all’insegna dell’astringenza tannica. La Malvasia di Skerlj ha invece a pena un tocco di macerazione, quanto basta per dare complessità a un bianco fresco, slanciato, molto naturale.</p>
<p><strong>CARSO TERRANO </strong><br />
CASTELVECCHIO<br />
Volendo essere schematici, esistono due macrocategorie di rossi: quelli morbidi, di tendenza dolce, e quelli sapidi, più nervosi che rilassati. Se amate rossi avvolgenti quali l’Amaro- ne, passate oltre, perché il Terrano appartiene risolutamente al secondo genere. È un rosso che nasce in un’area estrema, su pendii rocciosi scoscesi, spesso sferzati da una bora micidiale. Il Terrano di una volta aveva un’acidità addirittura “elettrica” ed era una specie di cavallo imbizzarrito. Oggi, con una leggera doma in cantina, l’uva di base fa nascere rossi snelli, freschi, pieni di frutto croccante. La versione di Castelvecchio è esemplare.</p>
<p><strong>METODO CLASSICO IL MATTAGLIO BLANC DE BLANCS<br />
</strong>CANTINA DELLA VOLT<br />
Il livello di perfezione formale raggiunto nella presa di spuma permette alle diverse cuvée di Christian Bellei di misurarsi senza alcun complesso di inferiorità con il vertice del mercato italiano e per no gallico. Nonostante il successo di pubblico e di critica onori in particolare il lavoro svolto partendo dall’uva-simbolo del territorio, il lambrusco, qui caldeggiamo di provare con mano, o meglio con lingua, l’esito brillante del Metodo Classico ottenuto da uve chardonnay: che sprigiona un’intensità olfattiva, un’energia motrice al palato, una progressione molto rare da rintracciare altrove.</p>
<p><strong>ROMAGNA SANGIOVESE </strong><br />
MARTA VALPIANI<br />
Per riflesso mentale alla parola sangiovese l’appassionato di vini tende ad associare la Toscana. Eppure il sangiovese, oltre a essere una varietà quasi ubiqua in tutto il territorio nazionale, trova una regione di elezione anche in Romagna. Qui è stato svilito a lungo da rese per ettaro alte e da vinificazioni sciatte. Da qualche tempo produttori scrupolosi ne stanno portando in luce le considerevoli potenzialità. È il caso di Elisa Mazzavillani, giovane vignaiola che ha scelto di fare rossi giocati sulla delicatezza dell’estrazione, sulle mezze tinte aromatiche, più che sulla potenza. Il suo Romagna Sangiovese si propone così, succoso e pericolosamente facile da bere.</p>
<p><strong>CHIANTI CLASSICO </strong><br />
LAMOLE DI LAMOLE<br />
Un tempo nemmeno troppo remoto era un segreto custodito con riservatezza degna di carbonari: per finezza di profumi ed eleganza dei sapori il Chianti Classico proveniente dai vigneti sommitali di Lamole è tra i rossi più buoni da bere del globo terracqueo. Vigneti sommitali perché in zona si toccano i punti più estremi in altitudine della coltivazione del sangiovese: circa 650 metri sul livello del mare. Le parcelle aziendali sono appena meno alte, sui 500 metri. Il Chianti che se ricava rispecchia con fedeltà il carattere del posto: delicatezza nel frutto, sapidità infiltrante, bella grana tannica.</p>
<p><strong>TÏN SANGIOVESE </strong><br />
MONTESECONDO<br />
La smania di novità modaiole si traduce in fiammate di interesse per i più disparati specchietti per le allodole: affinamenti subacquei, botti a forma di conchiglia, pietre nel mosto coerenti con il segno zodiacale. Una tecnica arcaica, tuttavia, non è stata rispolverata per attrarre i gonzi; o almeno, non dai vignaioli che per primi l’hanno studiata e ripresa: la vinificazione in anfora. Spesso e volentieri l’anfora dona infatti al vino una qualità supplementare. Il Sangiovese Tïn di Silvio Messana ha tutti pregi di un ottimo Chianti – freschezza, sapidità, frutto nitido – cui si aggiunge una qualità aromatica priva di sbavature sul piano della pulizia.</p>
<p><strong>BRUNELLO DI MONTALCINO </strong><br />
LE CHIUSE<br />
“Nelle questioni di grande importanza è lo stile, e non la sincerità, quello che conta”, scriveva Oscar Wilde. Se avesse assaggiato il Brunello di Montalcino Le Chiuse, il celebrato scrittore irlandese avrebbe dovuto ricredersi. Questo rosso sa infatti sposare armoniosamente uno stile elegante, calibratissimo nell’estrazione tannica, con una netta fedeltà ai migliori caratteri della tradizione: pienezza di costituzione, generose fondamenta tanniche, finale di grande grip e allungo. En passant, due suggerimenti in uno: il Rosso di Montalcino della casa è altrettanto riuscito.</p>
<p><strong>ROSSO DI MONTALCINO </strong><br />
PODERE SANTE MARIE<br />
Montalcino è celebre in tutto il mondo per il suo Brunello, ma il Rosso, che è considerato a torto il fratello minore, ha invece molte ragioni per essere tenuto in uguale considerazione. L’uva è la stessa, ma il disciplinare più snello ne consente l’uscita sul mercato in anticipo. I Rosso hanno quindi in media un frutto più tonico e un assetto aromatico più fresco. Così infatti si propone il Rosso di Marino Colleoni, da una piccola vigna nei pressi della chiesa della Madonna del Soccorso. Ampio, aperto, limpido, ha tannini fini ma tenaci e una notevole progressione al palato.</p>
<p><strong>SACROMONTE </strong><br />
CASTELLO DI POTENTINO<br />
Fuori dei recinti delle denominazioni più illustri è sempre più facile rintracciare bottiglie di significativa qualità in terra toscana. Le vigne del Castello di Potentino si trovano alle pendici nord-occidentali del Monte Amiata. Di proprietà di inglesi amanti della Toscana, come da cliché molto classico, Potentino firma rossi che privilegiano la finezza rispetto alla potenza bruta. Il Sacromonte, da uve sangiovese, è da anni giustamente famoso per la ricchezza dei profumi che offre, in contrappunto a un gusto più austero, essenziale, ma mai privo di grazia e piacevolezza.</p>
<p><strong>BOLGHERI ROSSO </strong><br />
LE MACCHIOLE<br />
Qualche lustro fa la zona vinicola del bolgherese ha conosciuto una crescita tumultuosa, e nuclei aziendali di ogni dimensione sono sorti come funghi lungo un esteso tratto di questa parte della Maremma settentrionale. Pochi nomi, tuttavia, hanno iniziato ad operare qui prima del boom dei Cabernet locali. Tra questi va annoverato di sicuro Le Macchiole, l’azienda di Cinzia Merli che da molte vendemmie propone selezioni di certosina cura. Il Bolgheri “d’annata” ha la stessa qualità delle cuvée più famose della casa, in un registro più sciolto, più agile, più beverino.</p>
<p><strong>GLI EREMI </strong><br />
LA DISTESA<br />
Corrado Dottori è una gura di particolare rilevanza nel panorama produttivo marchigiano. Non soltanto per le sue indubbie doti di vignaiolo, quanto anche per il ruolo di coscienza critica. Il suo libro “Non è il vino dell’enologo” (2012) ha gettato non un sasso, ma un discreto masso nello stagno. Gli Eremi nasce, come gli altri vini, da una conduzione agronomica che rigetta l’uso delle sostanze di sintesi e da una vinificazione spartana ed essenziale (ma non abborracciata). Da uve verdicchio, ha pienezza aromatica, grande intensità gustativa, significativa persistenza finale.</p>
<p><strong>PECORINO ONIROCEP </strong><br />
PANTALEONE<br />
Per gli esploratori del gusto marchigiani – e italiani tout court – l’Onirocep Pantaleone non costituisce certo una novità. Da molti anni è citato dagli enomaniaci più intransigenti ed è presente in molte carte dei vini di locali illustri. I motivi sono semplici: una qualità in media scintillante, un prezzo ancora molto ragionevole, una buona reperibilità su tutto il territorio nazionale. Ottenuto da uve pecorino (Onirocep scritto al contrario), è un bianco che non “vede” legno ma solo acciaio, e basa il suo profilo su una rinfrescante corrente agrumata che attraversa con misura i profumi e il gusto.</p>
<p><strong>IL BIANCO </strong><br />
ANNESANTI<br />
Negli anni 90 e 2000 tecnici spregiudicati hanno cambiato il volto della viti- coltura umbra, piantando ovunque varietà a bacca rossa e di conseguenza spiantando centinaia di ettari di vigneti a bacca bianca. Perciò nell’immaginario di molti vino umbro equivale oggi a vino rosso. Un vero peccato, perché qui si possono fare bianchi di notevole livello. È il caso del Bianco del giovane Francesco Annesanti. Nella sua gamma peschiamo il bianco in teoria più semplice e nei fatti più economi- co: un vino sorprendente per ampiezza, intensità e slancio, percorso da una vena salina che propizia molti abbinamenti a tavola.</p>
<p><strong>INDIGENO TREBBIANO </strong><br />
CHIESA DEL CARMINE<br />
Si tratta di un progetto che ha pochi anni di vita, ma con notevoli ambizioni di scalata delle gerarchie qualitative non soltanto regionali. La figura cardine è senz’altro Giovanni Dubini, nome molto apprezzato per la pluridecennale attività di produttore (sua la nota azienda Palazzone), scelto dai proprietari come consulente. Giovanni ha mano sicura nel disegnare bianchi sapidi ed eleganti, e guarda caso l’Indigeno (nelle prime vendemmie “Trebbiano Spoletino”) si propone fresco, ritmato, in bella alternanza tra note saline e fruttate.</p>
<p><strong>CESANESE DI OLEVANO ROMANO SILENE<br />
</strong>DAMIANO CIOLLI<br />
Il comprensorio ciociaro del Cesanese – nelle sue declinazioni del Piglio, di Affile, di Olevano Romano – è sicuramente l’areale di produzione migliore del Lazio per i rossi. Un tempo poco considerato, oggi è uno dei nomi più pronunciati dall’appassionato esperto. Damiano Ciolli è tra i pionieri della rinascita di questo vino rustico e saporito. Le prime edizioni dei suoi vini, pur molto buone, erano appesantite da un calore alcolico quasi da distillato. Oggi invece il Silene trova un equilibrio, una misura nell’estrazione, una facilità di beva a tutta prova.</p>
<p><strong>FIENO DI PONZA </strong><br />
ANTICHE CANTINE MIGLIACCIO<br />
Il Fieno di Ponza è un vino sorprendente. In primo luogo perché nasce in una delle vigne più remote d’Italia, a Punta Fieno, nell’estrema punta meridionale dell’isola. Poi perché ospita varietà ischitane quali la biancolella e la forastera, importate da un antenato degli attuali proprietari nel 1700. Poi, ancora, perché le uve devono essere trasportate per la vinificazione a dorso di mulo a Dragonara, dato che nessun locale di cantina può per ovvi motivi di tutela paesaggistica essere costruito presso la vigna. Infine perché il bianco che ne risulta ha sì tratti aromatici “marini” (iodio, ostrica), ma anche peculiari note agrumate e floreali.</p>
<p><strong>MONTEPULCIANO D’ABRUZZO MAZZAMURELLO<br />
</strong>TORRE DEI BEATI<br />
Qui a Loreto Aprutino opera la firma più carica di allori della regione, quella della famiglia Valentini. Di storia più recente, ma di fama già consolidata, la confinante azienda Torre dei Beati ne ripercorre le tracce nella ricerca di una qualità genuina. Adriana Galasso e Fausto Albanesi, i titolari, hanno tuttavia saputo ritagliarsi uno stile autonomo, che disegna rossi dal timbro fruttato più tonico. Il Mazzamurello ha tratti aromatici che lo imparentano a un rosso del Rodano (inchiostro, pepe), ma rimane ancorato al profilo del Montepulciano tradizionale, corposo, verace, dai tannini saporiti.</p>
<p><strong>TAUMA VINO ROSATO </strong><br />
PETTINELLA<br />
Non fa parte della Doc Cera- suolo d’Abruzzo, ma il Tauma si è ritagliato da poche vendemmie un ruolo di primattore nel contesto – ricco di ottima concorrenza – dei rosati regionali. Non va dimenticato che in terra abruzzese il vino considerato storicamente migliore non era rosso né bianco, ma appunto rosato. Lo produce alle pendici della Maiella, con scrupolo maniacale, Giuliano Pettinella; il che fa anche rima. Fermentazione in barrique “esauste”, affinamento sulle fecce nobili, nessuna filtrazione finale: ne viene un vino di rara delicatezza all’olfatto e al gusto, soffuso, ricamato, ma anche salino e tenace in chiusura.</p>
<p><strong>GRECO DI TUFO </strong><br />
BAMBINUTO<br />
Un giorno del 2088 (e si spera anche molto prima, ovviamente), l’intera comunità del vino darà per assodata una verità che oggi è comunque di evidenza solare per il bevitore smaliziato: l’Irpinia è tra i tre o quattro più grandi territori del mondo per i vini bianchi. La fama del Greco di Tufo e del Fiano di Avellino, dopo un paio di decenni di appannamento dovuto a un abbassamento dello standard di molte bottiglie, ha ritrovato le sue patenti di nobiltà. Il Greco di Marilena Bambinuto è talvolta rustico in alcuni tratti aromatici, ma al palato sprigiona un’energia e una progressione da far invidia a un Meursault Premier Cru.</p>
<p><strong>TAURASI </strong><br />
PERILLO<br />
Il Taurasi è da tempo rubricato tra i vini più completi prodotti in Italia: nei casi migliori ha particolare complessità aromatica, struttura non bruta ma finemente disegnata, eccellente longevità. Un profilo che ben si adatta al Taurasi di Michele Perillo, cui una lieve variabilità di esiti da bottiglia a bottiglia non sottrae forza espressiva, qualità dei tannini e sicura progressione al palato. Tipico, in particolare, il sentore affumicato di cenere vulcanica che ne marca (con discrezione) il lungo finale.</p>
<p><strong>FIANO DI AVELLINO </strong><br />
ROCCA DEL PRINCIPE<br />
Fiano di Avellino e Greco di Tufo formano una coppia indissolubile, ma a differenza del mito dei Dioscuri (Castore e Polluce, uno morto e l’altro immortale), entrambi questi celebri bianchi irpini godono di ottima salute. La sottozona di Lapìo è considerata una delle migliori di tutta la denominazione. Qui la famiglia Zarrella coltiva una mezza dozzina di ettari, da cui ricava un Fiano energico e reattivo, ottimo da giovane e capace di un ampio arco evolutivo in cantina. L’età matura (cinque anni e oltre) gli conferisce ulteriori doti in termini di ampiezza aromatica e profondità gustativa.</p>
<p><strong>AGLIANICO DEL VULTURE SERRA DEL PRETE<br />
</strong>MUSTO CARMELITANO<br />
Al modello dell’Aglianico di monumentale imponenza strutturale – tutto polpa, fittezza tannica, calore alcolico – ho sempre preferito espressioni più sfumate, più giocate sui chiaroscuri aromatici. Va comunque riconosciuto all’azienda Musto Carmelitano (è un doppio cognome, non un nome e cognome: “mio nonno Musto” non c’entra) di saper far “muovere” il robusto corpo dei rossi con una certa agilità. Il Serra del Prete è pieno e ricco, ma è anche – in media – sostenuto da una corrente di freschezza che innerva e sostiene il sorso.</p>
<p><strong>NEGROAMARO CAPOPOSTO </strong><br />
ALBERTO LONGO<br />
Pochi vini del sud sono associati all’idea di calore alcolico e di densità sciropposa quanto i rossi pugliesi: vini caldi e mediterranei per definizione. Senonché, a un occhio o meglio un palato non afflitto da pregiudizi, la realtà si presenta molto più sfrangiata. E se è vero che i Primitivo di Manduria sono dei campioni della tipologia, altrove le ragioni del rosso scattante, vivo, di beva scorrevole si fanno valere. È il caso del Capoposto di Alberto Longo, un Negroamaro che propone un corpo sì concentrato e fitto nei tannini, ma in un disegno svelto, profumato, pieno di ritmo gustativo.</p>
<p><strong>CIRÒ ROSSO CLASSICO SUPERIORE<br />
</strong>‘AVITA<br />
Avvicinando una bottiglia dell’azienda ‘A Vita – marchio creato da Francesco De Franco circa tre lustri fa, ristrutturando le vigne di famiglia e recuperandone di nuove – scordatevi il pro lo caldo e un po’ slabbrato, precocemente ossidato, di molti Cirò d’antan. Qui la generosità dell’alcol, pur presente, è ricondotta entro un disegno che privilegia la dinamica del gusto. Sapido, ricco di sfumature aromatiche, un po’ austero in giovane età, il Cirò ‘A Vita traduce con estrema fedeltà il carattere deciso e insieme sfumato del migliore gaglioppo.</p>
<p><strong>FARO </strong><br />
BONAVITA<br />
Con una lentezza degna di un rimborso dell’Agenzia delle Entrate, il consumatore si sta rendendo conto che la Sicilia non fa vini tutti uguali, uniti nel cliché del rosso pesante o del bianco grasso e alcolico. Ma che al contrario vanta una tale complessità di stili e tradizioni da poter essere definita un continente, più che un’isola. Da poco è uscita dall’ombra una tipologia che ha carattere quasi nordico, la Doc Faro. I vitigni di base sono nerello mascalese e nerello cappuccio. La versione di Giovanni Scarfone si distingue per la grazia nell’estrazione tannica, la delicatezza tattile del gusto, il finale sapido e tenace.</p>
<p><strong>SPUMANTE BRUT ROSÉ METODO CLASSICO VINUDILICE<br />
</strong>I VIGNERI<br />
Suonerà sorprendente, ma si possono ottenere vini spumanti di qualità senza compromessi anche in remote terre meridionali. Metodo Classico non significa infatti necessariamente uve acide coltivate su terre fredde e climi nordici dai cieli lattiginosi. A esclusione della fascia che va dalla Guinea Equatoriale al Kenya, infatti, si possono trovare vini “mossi” di qualità anche molto a sud. Qui ci troviamo sulle pendici dell’Etna, dove Salvo Foti realizza uno spumante da diverse uve locali (alicante, minnella, eccetera). Nessun tratto pesante né all’olfatto né al palato: prevalgono invece la freschezza, la luminosità, la “pulsazione ritmica” del gusto.</p>
<p><strong>ETNA BIANCO GAMMA </strong><br />
FEDERICO CURTAZ<br />
Vignaiolo e vinificatore, più che “enotecnico”, Federico Curtaz è un personaggio eclettico. Valdostano di nascita, è noto e apprezzato per le sue incursioni produttive in diverse terre italiche, dalla Toscana alla Sicilia. In quest’ultima regione firma da diverse vendemmie – da una vigna in notevole altitudine, ben 900 metri sul livello del mare – un bianco di energia e articolazione gustativa di solito impressionanti: cristallino nei profumi, ampio e insieme vibrante al gusto, rende piena giustizia al terroir unico del vulcano.</p>
<p><strong>PASSITO DI PANTELLERIA </strong><br />
FERRANDES<br />
Pantelleria è un’isola unica. Si trova all’estremità meridionale dei confini nazionali, immersa nel Mediterraneo, ma ha peculiarità climatiche bizzarre: può essere avvolta dalla nebbia a luglio (!) ed è battuta da venti tesi che fanno invidia al mare del Nord. Qui le viti devono per forza di cose essere ad alberello, diversamente sarebbero affettate come una cipolla dal maestrale. Il sontuoso Passito di Pantelleria Ferrandes ha dolcezza misurata e una corrente di freschezza che lo controbilancia perfettamente, rendendolo un modello del vino “dolce/non dolce” di veronelliana memoria.</p>
<p><strong>U.V.A. </strong><br />
PANEVINO<br />
Non si può certo affermare che Gianfranco Manca sia una persona di facile approccio. Riservato fin quasi all’estremo della clausura monacale, inafferrabile e irrintracciabile per chiunque, ha però le qualità necessarie richieste a chi fa vino d’autore. Le sue cuvée cambiano nome a ogni nuova annata. Quindi questa citazione a U.V.A. (United Vineyards of Angiona) va considerata un suggerimento generico a seguire il produttore, più che la singola etichetta. Da uve locali, ha intensità di macchia mediterranea all’olfatto e un sapore vibrante, sapido, lungo.</p>
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		<title>Speciale Vino: 50 aziende top dell’anno #1</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/speciale-vino-50-aziende-top-dellanno-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[A cura Di Federico De Cesare Viola. Con Antonio Boco, Francesca Ciancio, Anita Franzon, Åsa Johansson, Fabio Turchetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 18:26:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[50 Cantine Top]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Innovazione. Export. Sostenibilità. Ospitalità. Sono questi i criteri con cui abbiamo scelto le cinquanta migliori aziende italiane dell’anno. Argiolas &#124; Serdiana (Cagliari) argiolas.it Pochi luoghi come la Sardegna sono capaci di mantenere così vivo il legame tra uomo e natura. Il vino trae giovamento da questo stretto rapporto e lo diffonde anche sulla terraferma, il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Innovazione. Export. Sostenibilità. Ospitalità.<br />
Sono questi i criteri con cui abbiamo scelto le cinquanta migliori aziende italiane dell’anno.</h2>
<p><strong>Argiolas | Serdiana (Cagliari) </strong><a href="http://www.argiolas.it">argiolas.it</a><br />
Pochi luoghi come la Sardegna sono capaci di mantenere così vivo il legame tra uomo e natura. Il vino trae giovamento da questo stretto rapporto e lo diffonde anche sulla terraferma, il continente, come dicono i sardi. Per questo motivo i produttori dell’isola da sempre ne rispettano e proteggono i tesori. La famiglia Argiolas lo fa quotidianamente dal 1938 quando, a Serdiana, nell’entroterra di Cagliari, Antonio fondò la cantina cui donò il cognome. Oggi Argiolas è sinonimo di vino sardo sul continente e sui continenti, e i nipoti di Antonio continuano il lavoro di custodia di queste terre piene di storie che riaffiorano da un passato lontanissimo. Anche i vitigni tradizionali fanno parte di un patrimonio dal valore inestimabile da conservare e valorizzare, ed è per questo che tutta la famiglia è da anni impegnata in un lavoro di salvaguardia della biodiversità e in un’attenta selezione dei terreni su cui sorgono i vigneti divisi su cinque tenute. I vini qui prodotti sono l’anima del Mediterraneo, intensi, profondi, ricchi, intriganti: invitano tutti, a loro modo, al sorso successivo e a compiere un viaggio in Sardegna. Non a caso, come in tutta la regione, l’accoglienza ha un’importanza fondamentale e da Argiolas lo dimostrano le varie possibilità di esperienza – dalla visita più semplice ai corsi di cucina tradizionale tenuti da esperti chef locali – mentre il Wine Bar all’aeroporto di Cagliari permette un caloroso saluto a questa terra prima di lasciare l’isola.<br />
<strong>Il vino: Turriga Isola dei Nuraghi Igt<br />
</strong>Alla statuetta che ha portato con sé dal Neolitico la sacralità femminile dell’isola è dedicata un’icona dell’enologia moderna sarda: sintesi di varietà autoctone (cannonau, carignano, bovale sardo e malvasia nera) che ha preso forma anche grazie all’enologo Giacomo Tachis.</p>
<p><strong>Barone di Villagrande | Milo (Catania) </strong><a href="http://www.villagrande.it">villagrande.it</a><br />
Marco Nicolosi ha una grande responsabilità, rappresentare al meglio una delle più antiche cantine italiane e di certo la prima sull’Etna: la Barone di Villagrande, che ha quasi 300 anni. Una storia così lunga, anziché essere un fardello, fa costantemente da risorsa e stimolo per Nicolosi che di suo ha messo l’attenzione alla sostenibilità e la passione per l’accoglienza. «Biologici lo siamo dal 1989 – racconta – in assoluto i primi, tant’è che ci rivolgemmo a un certificatore francese non esistendone ancora in Italia. Oggi facciamo parte del programma SOStain (il protocollo di sostenibilità per la vitivinicoltura siciliana, ndr) che consente di raccontarsi con numeri alla mano. La mia azienda ad esempio fissa più CO2 di quanta ne produce. Gli scarti dell’azienda agricola (vinacce, raspi, sfalcio) vengono riutilizzati come compost, l’acqua piovana viene recuperata per l’irrigazione, stiamo realizzando una strada in pietra lavica che metta in collegamento tutte le vigne, abolendo del tutto l’asfalto». La stessa cura c’è nella dimensione “ecolussuosa” del Wine Resort: quattro stanze appena – e due in preparazione tra i vigneti –, colazione con prodotti dell’orto e pranzi e cene curati con la consulenza di Accursio Craparo: «Ogni piatto – spiega Marco – è pensato per abbinarlo al meglio alle nostre etichette, cercando al contempo di valorizzare tutto il paniere gastronomico del vulcano».<br />
<strong>Il vino:</strong> <strong>Etna Rosso Doc Contrada Villagrande<br />
</strong>Un rosso che sa di cenere nel camino, di viola e sottobosco e che matura per due anni in botti di castagno – il legno prediletto dai produttori dell’Etna di un tempo – che viene dai boschi della tenuta.</p>
<p><strong>Arnaldo Caprai | Montefalco (Perugia) </strong><a href="http://www.arnaldocaprai.it">arnaldocaprai.it</a><br />
Molti conoscono la cantina Caprai per il suo ruolo centrale nella riscoperta e valorizzazione del Sagrantino, varietà autoctona del territorio di Montefalco letteralmente strappata all’anonimato e proiettata sotto i riflettori internazionali. Molti di meno sono al corrente dei progetti seguiti al boom degli inizi, proiettati all’innalzamento continuo della qualità e dello stile dei vini, con attenzione crescente alla sostenibilità. Non una parola vuota o fumosa, in questo caso, ma il risultato di iniziative concrete, precise, dagli effetti misurabili su più fronti: ambientale, economico, sociale. L’avvio dei lavori, in continua evoluzione e aggiornamento, nel 2015. È allora che prende forma la così detta “New Green Revolution”, il primo protocollo territoriale di sostenibilità in campo vitivinicolo. Un nuovo balzo verso il futuro per Montefalco e le sue aziende, con Caprai protagonista. In pratica, anni di monitoraggio e valutazione dei consumi aziendali e dell’impatto delle attività produttive sul territorio; con analisi annuali su una serie di parametri, al fine di controllare l’efficienza operativa dell’azienda e il percorso di miglioramento della sostenibilità produttiva. Un processo che, per fare qualche esempio, ha portato a ridurre il consumo di energia elettrica (-22%), acqua (-23%), emissioni di Co2 (-17% per bottiglia) e agrofarmaci (-77% per ettaro), innescando circoli virtuosi nell’impiego di concimi organici (+166%), di ettari gestiti con essenze leguminose da sovescio (+133%) o di quelli trattati con atomizzatori innovativi a recupero di prodotto (+62%).<br />
<strong>Il vino:</strong> <strong>25 Anni Montefalco Sagrantino Docg<br />
</strong>Vino simbolo del percorso verso l’eccellenza di Marco Caprai, punto di arrivo e di partenza per la varietà, il territorio e la cantina che l’ha realizzato. Ha segnato un’epoca del vino italiano.</p>
<p><strong>Bucci|Ostra Vetere (Ancona) </strong><a href="http://www.villabucci.com">villabucci.com</a><br />
Forse i caratteri davvero più autentici del vino italiano sono racchiusi in storie come quella di Ampelio Bucci, esemplare in tal senso. Operare su un vitigno autoctono fra i migliori del Tricolore, però in passato legato soprattutto a produzioni in grande quantità più che a un’elevata dignità qualitativa; l’essere titolare di un’azienda che non gode dello scudo protettivo di una regione celebrata all’estero, come possono esserlo ad esempio Toscana o Piemonte; e ancora, un’organizzazione frutto di intuizioni e di esperienze personali, prima che di chissà quali consolidate strategie di marketing. Sono solo alcuni dei tratti salienti di quell’imprenditoria media italiana che ha insegnato tanto a tutti, e che rende la nostra creatività sempre sorprendente. Anche se poi Ampelio Bucci – Ampelio dal greco ampelios: vignaiolo, guarda caso – una laurea in economia ce l’ha, così come un curriculum ricco di significative docenze universitarie. Ma quanto fatto da lui per le Marche con il suo Verdicchio, reso uno dei bianchi più eleganti e longevi di cui possiamo pregiarci, è un indubitabile capolavoro che i migliori degustatori del mondo apprezzano da decenni. Così oggi Villa Bucci mette insieme: una cantina che supera i trenta ettari, fra Serra de’ Conti e Montecarotto; montepulciano e sangiovese a far compagnia all’uva bianca; conduzione biologica con disincantata strizzatina d’occhi alla biodinamica; Verdicchio dei Castelli di Jesi sempre delizioso e, nelle annate migliori, una Riserva iperbolica.<br />
<strong>Il vino:</strong> <strong>Castelli di Jesi Verdicchio Docg Riserva Classico Villa Bucci<br />
</strong>Uno dei più grandi bianchi d’Italia, dalla longevità fuori concorso. Anice, mandorla, fieno e nocciola che muovono al naso senza enfasi ma con nitore, equilibrio ed eleganza: ad anticipare un assaggio ammaliante, ampio e polputo, ma di finezza e persistenza con pochi eguali.</p>
<p><strong>Bellavista | </strong><strong>Erbusco (Brescia) </strong><a href="http://bellavistawine.it">bellavistawine.it </a></p>
<p>Un nome che ha segnato l’affermazione della Franciacorta vinicola, una storia di famiglia e di imprenditoria lungimirante (e del tutto al femminile da quando Francesca Moretti è a capo del gruppo Terra Moretti Vino, che conta sei aziende dalla Lombardia alla Sardegna), un esempio di capacità di innovazione e di intuito nella scelta del team migliore per sostenere la crescita. Fondata nel 1977 da Vittorio Moretti – toscano di nascita ma franciacortino di origine – per affiancare una produzione vitivinicola alla propria attività imprenditoriale mettendo a frutto le vigne di famiglia sulla collina Bellavista (il panorama dalle Alpi al lago d’Iseo spiega il toponimo), oggi l’azienda conta circa 200 ettari vitati nella zona della denominazione in cui ricade anche la “sorella” Contadi Castaldi. Dal 1981 le bollicine sono firmate dall’enologo Mattia Vezzola, che ha contribuito a definire l’inconfondibile “stile Bellavista”, basato su eleganza ed equilibrio, traendo il meglio da ognuna delle 147 parcelle in cui è suddiviso il vigneto. Altrettanto fondamentale il contributo di Marco Simonit, preparatore d’uva che porta avanti un attento lavoro per garantire la salute delle viti nel pieno rispetto della natura. Dal 1993 Bellavista è pure ospitalità di charme – a cura di Carmen Moretti – con L’Albereta: incantevole wine resort in un’antica dimora nobiliare, ospita anche il ristorante Leonfelice Vista Lago e La Filiale, con le pizze di Franco Pepe servite in un elegante chiosco nel parco.<br />
<strong>Il vino: Vittorio Moretti Riserva<br />
</strong>È la cuvée di punta, che nasce solo nelle annate capaci di esprimere un temperamento unico. Blend di chardonnay e pinot nero, elegante e complesso, è un Franciacorta “gastronomico&#8221;.</p>
<p><strong>Ca’ del Bosco | Erbusco (Brescia) </strong><a href="http://www.cadelbosco.com">cadelbosco.com</a><br />
Tanti gli anni trascorsi da quando un inquieto – no, irrequieto! – giovanotto non ancora maggiorenne, dallo spirito contestatario e rivoluzionario e mosso dalla voglia di spaccare il mondo, nel suo curioso e riflessivo girovagare oltre confine si convinse che in quel di Erbusco si sarebbe potuta operare una sintesi compiuta fra Champagne, Borgogna e Bordeaux. Peccato di superbia? Esuberanza giovanile? Cialtroneria? Nulla di tutto questo, perché nei decenni successivi i fatti avrebbero dato pienamente ragione a Maurizio Zanella: facendo della sua Ca’ del Bosco il riferimento moderno di quella Franciacorta che, anche grazie al suo esempio, avrebbe poi spiccato definitivamente il volo. Non solo l’esempio della Champagne, quindi, che poi avrebbe reso questa sponda del Bresciano il riferimento nazionale del vino rifermentato, conquistando pure l’estero: ma anche il taglio bordolese del vino a sua firma (Maurizio Zanella, appunto), profondo rosso che neanche Dario Argento, o la scommessa vinta col pinot nero e il suo Pinéro. Indubbiamente, però, il nome di Zanella (oggi socio del Gruppo Santa Margherita) resta legato alle innovazioni agronomiche ed enologiche da lui trasferite sul territorio, a cominciare dalla fittezza d’impianto o dalle modernissime concezioni di cantina: come la selezione e il lavaggio dei grappoli, la pigiatura in assenza d’ossigeno o i travasi praticati per gravità. Nota ulteriore di merito, per un parco viticolo che supera i 200 ettari, l’attenzione all’ambiente rappresentata dalla certificazione biologica.<br />
<strong>Il vino: Franciacorta Dosaggio Zero Riserva Docg Annamaria Clementi<br />
</strong>Fiore all’occhiello della cantina: dedicato alla mamma di Maurizio Zanella (e oggi in versione Extra Brut Rosé), arriva solo dalle annate migliori e da una maturazione sui lieviti che sfiora i 10 anni. Un capolavoro di finezza, profondità, classe e persistenza.</p>
<p><strong><br />
Cantina Tollo Tollo (Chieti) </strong><a href="http://www.tollo.it">tollo.it</a><br />
Circa 700 soci, 13 milioni di bottiglie l’anno commercializzate e 2.700 ettari coltivati in un territorio che va dalla Maiella al litorale abruzzese, tra clima mediterraneo ed escursioni termiche “da montagna”. Fondata 60 anni fa, Cantina Tollo riesce a coniugare i grandi numeri e la presenza sui principali mercati mondiali (Unione Europea, Giappone, Stati Uniti, Canada, ma anche Russia, India e Cina) con la sperimentazione e l’attenzione ai vitigni autoctoni (montepulciano, trebbiano, pecorino, passerina e cococciola). Le etichette delle quattro principali linee aziendali (Anthology, Iconic, Sparkling e Organic) dimostrano la capacità di raccontare la diversità e la storia del vino abruzzese in ottica contemporanea e con attenzione alle esigenze in evoluzione, puntando soprattutto sui vitigni locali (con l’eccezione dell’Abruzzo Rosé Spumante Dop, 100% pinot nero). Aderente al Progetto Etico di Coop Italia, per la GDO Tollo firma anche la linea Rocca Ventosa, oggetto di un restyling frutto di una ricerca di neuromarketing: sulle diverse bottiglie, piccoli pallini colorati che rimandano ad acini d’uva disegnano una spirale e una rocca, simbolo della tradizione, portando con sé le parole chiave della cantina: vento, mare e montagna ma anche passione e autenticità.<br />
<strong>Il vino: Cagiòlo Montepulciano d’Abruzzo DOP Riserva<br />
</strong>Dal 1992 una delle etichette di punta della Cooperativa, racconta la tradizione del montepulciano reinterpretata in maniera moderna, con lunga macerazione delle bucce e 12 mesi di barrique.</p>
<p><strong>Cantine Sorrentino | Boscotrecase (Napoli) </strong><a href="http://www.sorrentinovini.com">sorrentinovini.com</a><br />
«La mia famiglia ha iniziato a produrre vino per necessità, era l’unico modo per sopravvivere», così Maria Paola Sorrentino risponde alla domanda su come tutto ebbe inizio. Lei e i suoi fratelli, Giuseppe e Benny, sono la quinta generazione a fare vino nelle terre nere sul versante sud del Vesuvio. Chissà quante volte le hanno chiesto se ha paura di vivere e lavorare su uno dei vulcani più pericolosi del mondo? Ma Cantine Sorrentino paura non ne ha; più che altro ha una grandissima determinazione a fare sempre meglio. Qui l’esistenza è forte e fragile al contempo, come la vita stessa. Forte nella sua bellezza: puoi quasi toccare con mano Capri e il mare azzurro che brilla intorno alla penisola di Sorrento mentre il Vesuvio ti copre le spalle. Fragile per l’imprevedibilità, come dimostrano i resti archeologici di Pompei che si vedono dalle vigne centenarie. I tre fratelli Sorrentino consentono ai visitatori da tutto il mondo di scoprire questo posto incantato alloggiando in piccole casette direttamente tra i filari o nel più moderno agriturismo appena aperto. Le visite in vigna fanno individuare i flussi di lava, e la storia della zona e della cantina viene raccontata tramite le viti, che non nascondono i segni di una lunga vita vissuta appieno. La vista dalla sala degustazione toglie il fiato e qui il concetto di “light lunch” prende un nuovo significato, perché i vini prodotti con uve autoctone come piedirosso, falanghina, caprettone e aglianico sono abbinati ai prodotti di propria produzione. Molto difficile resistere.<br />
<strong>Il vino:</strong> <strong>Don Paolo Aglianico Pompeiano Igt<br />
</strong>Un Aglianico 100% cresciuto nelle terre vulcaniche e di grande espressività, che la sapidità aiuta a risultare slanciato sorso dopo sorso. Un vino capace di invecchiare e che col tempo sviluppa la stessa eleganza delle viti centenarie da cui proviene.</p>
<p><strong><br />
Cantine Ferrari | Trento<br />
</strong><a href="http://www.ferraritrento.com">ferraritrento.com</a><br />
Fare vini del genere, e con tale costanza negli anni, per qualcuno non potrà che risultare consequenziale, una volta compresa la filosofia che c’è dietro bottiglie come queste. Non da ieri, oltretutto: visto che quando Bruno Lunelli decise di acquistare l’azienda, direttamente da un certo Giulio Ferrari, si era ancora nel 1952. Da lì un ricambio generazionale che dopo gli esordi di Bruno ha visto man mano succedergli i suoi eredi, Franco, Gino e Mauro, quindi la terza generazione: Marcello, Matteo, Camilla e Alessandro. Che dopo un percorso pressoché obbligato per tutta la dinastia, fatto di studi significativi e di importanti esperienze all’estero, sono oggi a capo di un colosso enologico dello Stivale, per quantità e qualità. Senza dimenticare che cosa possa poi significare, anche per tutto l’ecosistema trentino, convivere con un’azienda di oltre 120 ettari di proprietà e circa 600 conferitori tutti però a regime biologico o in conversione, vincolati al rispetto del “protocollo Ferrari” dalla vigna alla cantina: teso sia alla salvaguardia dell’ambiente sia alla qualità dei milioni di bottiglie prodotti al momento dalla casa spumantistica italiana più famosa del globo. Una filosofia, si diceva, un progetto, un obiettivo. Che non poteva non proiettarsi in un’ulteriore divagazione di livello, costituita dall’ospitalità a tutto tondo di Villa Margon e dell’annessa Locanda Margon: un ristorante coi fiocchi, ciliegina sulla torta, dove godersi vini, piatti e territorio.<br />
<strong>Il vino: Trento Doc Extra Brut Giulio Ferrari Riserva del Fondatore<br />
</strong>Chardonnay in purezza, almeno dieci anni sui lieviti, una longevità disarmante, una complessità senza eguali e l’alternarsi di toni floreali e fruttati, di miele e di spezie, di crosta di pane e dolci da forno. Con un perlage di finezza esemplare.</p>
<p><strong>Castello di Ama | Gaiole in Chianti (Siena) </strong><a href="http://www.castellodiama.com">castellodiama.com</a><br />
È difficile raccontare e spiegare Castello di Ama a chi non c’è mai stato. Perché Ama non è “solo” la cantina che produce alcuni dei single vineyards di Chianti Classico più definiti ed eleganti; e nemmeno “solo” l’artefice del rivoluzionario L’Apparita, primo merlot in purezza prodotto in Toscana (e coltivato su un appezzamento da dove, appunto, appare Siena) poi divenuto un vino di culto a livello mondiale. L’azienda gioiello di Lorenza Sebasti e Marco Pallanti – nata negli anni 70, con la capacità di stare in equilibrio tra tradizione e tecnologia &#8211; è una dimensione dello spirito, un luogo che esprime sensibilità e cultura in ogni dettaglio, dalla semplice cucina del Ristoro alla linea di fragranze, all’eccellente olio extravergine di oliva. Ma soprattutto un borgo dove vino e arte contemporanea hanno trovato la perfetta corrispondenza: vent’anni fa nasceva il progetto che ha chiamato a raccolta, vendemmia dopo vendemmia, alcuni dei più grandi artisti internazionali – Louise Bourgeois, Michelangelo Pistoletto, Daniel Buren, Kendell Geers, Anish Kapoor, Lee Ufan, tra gli altri – perché creassero un’opera site specific, ispirati dal genius loci. Serve approfittare della raffinata ospitalità di una delle suite di Villa Ricucci per godere appieno di questa straordinaria collezione, oltre che dei vini, va da sé. Nel frattempo continuano i lavori dell’Arca, una cantina-caveau da 80mila bottiglie, dedicata alle annate storiche, che sarà pronta a marzo 2021.<br />
<strong>Il vino: Castello di Ama Chianti Classico Gran Selezione San Lorenzo<br />
</strong>Ottenuto dalle migliori uve provenienti dai vigneti storici, è la quintessenza dello stile dell’azienda: complesso, fine, intenso e fresco, con una grande capacità di evoluzione</p>
<p><em>foto Castello di Ama</em></p>
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Speciale Vino: le 50 aziende top del 2020<br />
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		<item>
		<title>Speciale Vino: 50 aziende top dell’anno #2</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/speciale-vino-50-aziende-top-dellanno-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[A cura Di Federico De Cesare Viola. Con Antonio Boco, Francesca Ciancio, Anita Franzon, Åsa Johansson, Fabio Turchetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 18:25:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cantine 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Innovazione. Export. Sostenibilità. Ospitalità. Sono questi i criteri con cui abbiamo scelto le cinquanta migliori aziende italiane dell’anno. Cataldo Calabretta I Cirò Marina (Crotone) cataldocalabretta.it Questa è una storia di singoli, certo, ma è soprattutto una vicenda collettiva. Terra di dove finisce la terra, con le vigne che si tuffano nel mare e il senso [&#8230;]</p>
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					<h1 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Speciale Vino: 50 aziende top dell’anno #2</h1>				</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Innovazione. Export. Sostenibilità. Ospitalità.
Sono questi i criteri con cui abbiamo scelto le cinquanta migliori aziende italiane dell’anno.</h2>				</div>
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										A cura Di Federico De Cesare Viola. Con Antonio Boco, Francesca Ciancio, Anita Franzon, Åsa Johansson, Fabio Turchetti					</span>
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										<time>Dicembre 27, 2020</time>					</span>
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									<p><strong>Cataldo Calabretta I </strong><strong>Cirò Marina (Crotone) </strong><a href="http://www.cataldocalabretta.it">cataldocalabretta.it</a><br />Questa è una storia di singoli, certo, ma è soprattutto una vicenda collettiva. Terra di dove finisce la terra, con le vigne che si tuffano nel mare e il senso d’appartenenza è qualcosa da riconquistare. Calabria, in una delle sue zone simbolo per il suo vino: Cirò. È qui che inizia la rivoluzione, con un manipolo di piccoli produttori decisi a riallacciare i fili della storia e riprendersi il futuro. Una storia collettiva, appunto, di cui Cataldo Calabretta è una pagina fondamentale, almeno guardando oggi al capitolo dei “Cirò boys”. Laurea in Viticultura ed Enologia a Milano, formazione ed esperienze in giro per alcune cantine della Lombardia, quindi il ritorno a casa; la coltivazione biologica e la scintilla del vino naturale per incendiare la prateria. Quella di Cataldo è però una rivoluzione gentile, affatto vaga ma pensata e realizzata per la sua terra e le sue uve. A cominciare dal gaglioppo: coltivato in collina, ad alberello, come una volta. E in cantina niente trucchi ma la ricerca di uno stile puro, che non rincorre le mode ma le detta. È così che questo rosso, scarico di colore e orgogliosamente duro, si è fatto breccia sui mercati del mondo. Export fino al 60% delle vendite, quasi sempre attraverso piccoli distributori alla ricerca di una Calabria “vera” e di quel capitolo mancante. Oggi la sfida è anche inversa, tesa a portare il mondo a Cirò, in Calabria, alla scoperta di una terra difficile quanto bella. Un’altra rivoluzione, che come sempre squarcia l’esistente e indica la via.  <br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Cirò Rosso Classico Superiore Doc<br /></strong>L’innovazione è il recupero della tradizione per questo Cirò da uve gaglioppo in purezza &#8211; coltivate ad alberello, vinificate con soli lieviti indigeni &#8211; maturato in vasche di cemento.</p><p><strong>Ceretto | Alba (Cuneo)<br /></strong><a href="http://www.ceretto.com">ceretto.com</a><br />Da dove cominciare? Certamente dal vino, perché è grazie a questo che i fratelli Ceretto hanno conquistato il mondo. Arduo, però, mettere in fila quanto combinato da Bruno e Marcello dagli anni Sessanta in avanti. Ad esempio, per dirne qualcuna, fare sistema con tutti i migliori del territorio, non fermandosi solo al vino – dire Ceretto equivale a confrontarsi anche con formaggi o nocciole –, per tacere di quello che significhi per la città di Alba fare da cornice a un tre stelle Michelin come Piazza Duomo, guidato in cucina da Enrico Crippa ma di proprietà della dinastia. E che dire della distinzione – da sempre – dei cru più vocati, come il Bricco Rocche fra i Barolo o il Bricco Asili fra i Barbaresco. Bravissimi, poi, anche nel conquistare i mercati internazionali: l’Arneis Blangé, infatti, dall’etichetta inconfondibile, ancora vende ovunque come pochi. Ulteriore nota di merito, infine, per due aspetti fondamentali nella dinamica aziendale, esaltati oggi da Roberta, Federico, Lisa e Alessandro, eredi dei due. Il primo è l’approccio al biologico e, ove possibile nei cento ettari, alla biodinamica; quindi le molteplici iniziative culturali che da tempo caratterizzano i Ceretto boys, con interventi multidisciplinari di figure dal calibro internazionale come quelle coinvolte di recente – dal paesaggista Paolo Pejrone alla chef slovena Ana Roš – nell’ambito de “La Via Selvatica”, progetto in più fasi che dovrebbe protrarsi per tutto il 2021. Mecenati esemplari, i Nostri, a cui le Langhe saranno sempre riconoscenti.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Barolo Docg Bricco Rocche<br /></strong>Una leggenda, senza il minimo dubbio, dove il nebbiolo giustamente nebbioleggia, senza ammiccare a chissà quali estrazioni o evoluzioni, e dove sono le Langhe ad esprimersi. Silenziose ma profonde, austere ma comunicative: dal sorso energico, elegante, solido e avvolgente.<br /><strong> </strong></p><p><strong>Cecchi | Castellina in Chianti (Siena) </strong><a href="http://www.cecchi.net">cecchi.net</a><br />La tenuta di Sant’Antimo, sei ettari di vigna nei pressi della bellissima abbazia appena fuori Montalcino, è l’acquisto più recente (2018) della famiglia Cecchi, l’ultimo tassello di una storia ben radicata sul territorio toscano e non solo. Un “sistema” che fa perno sulla tenuta storica di Villa Cerna a Castellina in Chianti e abbraccia anche Castello Montaùto (San Gimignano), Val delle Rose (Grosseto), Villa Rosa sempre a Castellina e Tenuta Alzatura (Montefalco) fuori regione. Tutto nasce nel 1893 quando Luigi Cecchi decide di gettare le basi dell’attività vitivinicola oggi arrivata alla quarta generazione, con i fratelli Cesare e Andrea Cecchi. È negli anni Settanta del Novecento, però, che la produzione conosce una svolta tanto qualitativa quanto imprenditoriale, con l’acquisizione di Villa Cerna, il “quartier generale” nel cuore dell’area del Chianti Classico Docg, e il deciso impegno verso la ricerca e la sperimentazione. Le successive acquisizioni, prima oltre i confini chiantigiani e poi anche di quelli regionali, e la costante propensione all’innovazione – che vuol dire pure attenzione all’ambiente e scelte ecosostenibili, tutelando il patrimonio agricolo e ambientale e favorendo l’impiego di tecnologie per ridurre al minimo i consumi energetici e le risorse naturali necessarie alla produzione – disegnano una realtà moderna e dinamica ma allo stesso tempo legata alle proprie radici.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Villa Cerna Chianti Classico Riserva Docg<br /></strong>Emblema di “chiantigianità”, quest’uvaggio di sangiovese e colorino – fresco e armonico, dal buon equilibrio tra acidità e tannini – è il compagno ideale per la cucina toscana di terra.</p><p><strong>Condé | </strong><strong>Fiumana di Predappio (Forlì Cesena) </strong><a href="http://www.conde.it">conde.it</a><br />Chiara Condello è prima di tutto una donna del vino italiano ed è anche protagonista della nuova generazione di produttori che sta portando il Romagna Sangiovese Doc, in particolare la sottozona di Predappio, all’attenzione dei mercati nazionali e internazionali. Giovane e testarda, Chiara è intraprendente e prosegue dritta per la strada che, dopo una laurea all’Università Bocconi di Milano, l’ha riportata a casa, a metà strada tra l’Appennino tosco-romagnolo e il mare Adriatico. Il vino è la migliore espressione di queste terre coltivate a vite fin dal XIV secolo e caratterizzate dalla roccia pliocenica chiamata spungone, un ricordo tangibile di quando il mare abitava ancora queste colline e una peculiarità che dà al Sangiovese di Predappio tutto il diritto di gareggiare negli stessi campionati dei cugini toscani. Ma quest’area vitivinicola riserva altre sorprese: dal cru Massera, Condé ottiene un grande Merlot in purezza capace di esprimere tutta la magia del luogo, così come l’ambizione dell’azienda. I vini qui sono prodotti secondo le regole dell’agricoltura biologica e grande attenzione è riservata alla biodiversità che fortunatamente popola ancora le campagne, dove la vigna non cresce isolata ma all’interno di un sistema in cui possa dialogare con il bosco, la flora e la fauna locale. L’azienda Condé non è, però, solamente una cantina ma pure un borgo in mezzo alle vigne con ristoranti, spa, ville e suite per godersi al meglio le ospitali colline romagnole.<br /><strong>Il vino: Raggio Brusa Romagna Sangiovese Predappio Riserva Doc<br /></strong>Da una vigna esposta al sole del mattino, un vino che rivela perfettamente il carattere del sangiovese di Romagna. Un calice intensamente profumato, un assaggio austero e dal grande potenziale di invecchiamento.</p><p><strong><br />Elena Fucci | Barile (Potenza) </strong><a href="http://www.elenafuccivini.com">elenafuccivini.com</a><br />Una storia che sovverte un bel mucchio di luoghi comuni e se ne prende gioco. In un mondo agricolo maschile e a tratti maschilista, in pieno “Mezzogiorno”, il volto di questa impresa di successo è donna. Anno 2000. Elena Fucci decide che era arrivato il momento di prendere in mano i vigneti di famiglia e dare nuove prospettive ai loro frutti. Scelta sofferta: sarebbe stato più facile vendere tutto e ritagliarsi un futuro comodo, altrove, ma il richiamo di quelle vecchie piante è stato troppo forte. Sei ettari di viti curve, fino a 600 metri d’altezza, con il monte Vulture a scrutare e proteggere. È la prima vendemmia di un nuovo corso. L’aglianico non è certo una varietà facile; da coltivare, trasformare in vino e far capire al mercato, che non ne voleva saperne di tirar fuori un prezzo adeguato ai sacrifici. Specialmente con la decisione di produrre un’unica etichetta, il Titolo, cru realizzato senza compromessi e di altissimo livello. Eppure è stato un boom, tanto che dalle 1200 bottiglie della prima annata se ne producono oggi circa 30 mila. Il lavoro commerciale è stato incredibile, con una rara capacità di internazionalizzazione. Si è presto puntato a moltiplicare gli interlocutori, parcellizzando le allocazioni e scegliendo partner di piccole dimensioni. L’esempio è il “modello americano”, come viene chiamato in azienda, che prevede la bellezza di 29 importatori in altrettanti stati. Ed è così ovunque, dall’Europa all’Asia, per tutti i 56 Paesi in cui il vino è distribuito.<br /><strong>Il vino: Aglianico del Vulture Doc Titolo</strong><br />Un vino unico, capace di far cambiare la percezione dell’Aglianico del Vulture (e il prezzo) sui mercati internazionali. Moderno senza essere “modernista”, racconta un territorio antico e di raro fascino.</p><p><strong><br />Damilano | </strong><strong>La Morra (Cuneo) </strong><a href="http://www.cantinedamilano.it">cantinedamilano.it</a><br />Fu Giuseppe Borgogno, nel 1890, a iniziare a coltivare e vinificare le uve di proprietà a Barolo. Ma fu suo genero Giacomo Damilano a comprare due ettari di vigna sulla collina di Cannubi, a costruire la cantina e, dal 1935, a produrre con l’attuale nome. Oggi l’azienda, guidata da Paolo Damilano insieme al fratello Mario e al cugino Guido, ha il privilegio di poter gestire alcuni dei vigneti più vocati delle Langhe, da cui nascono cru dalla forte identità, molto conosciuti e apprezzati sul mercato internazionale. Un successo cominciato da quel Barolo 2001 che divenne oggetto del desiderio tra gli appassionati americani: non è un caso se gli Stati Uniti si confermano ancora la quota di export più rilevante. Oltre a saper cesellare il nebbiolo in vini rossi di razza, Damilano è capace di mettersi alla prova con i bianchi: elegante e sapido lo Chardonnay, dedicato al fondatore. Colpisce pure la capacità di diversificarsi, ma sempre sotto il segno della piemontesità: il gruppo ha acquistato il Pastificio Defilippis, che è anche ristorante e gastronomia, e il Bar Zucca, due nomi storici di Torino. Senza dimenticare le acque minerali che, con la Società Pontevecchio, rappresentano la voce principale di business.<br /><strong>Il vino: Barolo Riserva Cannubi “1752”<br /></strong>Nasce con la vendemmia 2008 dal nucleo storico del vigneto Cannubi &#8211; quello con viti di nebbiolo con un’età compresa tra 30 e 50 anni – e viene prodotto in circa 6mila bottiglie. Intenso e austero, con note speziate e balsamiche.</p><p><strong>Foradori| Mezzolombardo (Trento) </strong><a href="http://www.agricolaforadori.com">agricolaforadori.com</a><br />I pionieri meriterebbero sempre uno spazio tutto per loro. Anche nel mondo del vino coloro che hanno capito per primi che il fuoco covava sotto la cenere, al di là delle approssimazioni dei loro predecessori, dovrebbero vedersi riconosciuti meriti ulteriori rispetto a quelli di certo già loro attribuiti: si pensi ad esempio a quanto fatto da Giacomo Bologna per la Barbera, negli anni tragici del metanolo. In questo caso è stata una donna a tessere le fila, elemento che alcuni anni fa non costituiva di certo un vantaggio aprioristico. Elisabetta Foradori prende in mano le redini dell’azienda di famiglia dopo la morte del papà Roberto, avvenuta nel 1985: l’unione, anche di vita, con Rainer Zierock, agronomo dalla filosofia rispettosissima della natura, la coinvolgerà in scelte viticole così lungimiranti e coraggiose da trasformare il teroldego, un’uva fino a quel momento destinata a produzioni sciatte e anonime, in uno dei più definiti esempi della nouvelle vague enoica italiana. Rese per ettaro drasticamente abbassate, attenzione estrema in cantina, evoluzione in legni scelti ad hoc e, ultima ma non ultima, la conversione alla biodinamica messa a regime dal 2002 – con un lavoro articolato anche su anfore e cemento – per un’azienda che oltre al nettare di Bacco si occupa anche di ortaggi e della produzione di formaggio da vacche brune. A coadiuvare oggi il percorso materno i figli Emilio, Theo e Myrta, degni eredi nello spirito e nei risultati.<br /><strong>Il vino: Vigneti delle Dolomiti Teroldego Igt Granato<br /></strong>Ed eccolo, il Teroldego capace di issarsi in cima al mondo. Un vino fantastico, il cui nome già predispone alla ricchezza, alla concentrazione e allo spessore organolettico emanato. Il capolavoro di Elisabetta Foradori.<br /><br /></p><p><strong>Famiglia Cotarella | Montecchio (Terni) </strong><a href="http://www.famigliacotarella.it">famigliacotarella.it</a><br />Un tempo fu Falesco, oggi è Famiglia Cotarella. L’azienda è la stessa, con il vino come centro nevralgico della storia imprenditoriale, ma con altre idee-satellite che hanno preso forma negli anni. Più che un cambio generazionale è stato un cambio di visione. Se Riccardo Cotarella era e rimane un uomo del vino, Dominga, Marta e Enrica – oggi alla guida dell’azienda, sono cugine ma si definiscono tutte “sorelle” – sono impegnate in tante altre iniziative. Alla base la volontà di costruire un’impresa enogastronomica dove il vino, il cibo, l’ospitalità, la comunicazione, il terzo settore potessero non solo convivere ma sostenersi a vicenda, creando profitto e generando formazione e supporto. E alle “Cotarella Sisters” va riconosciuto il fatto di esserci riuscite. Innanzitutto con Intrecci, la scuola di formazione dedicata al servizio di sala a Castiglione in Teverina in Umbria, diventata punto di riferimento per tutti coloro sognano di lavorare nella ristorazione senza per forza voler diventare chef. E poi con Tellus, una fattoria didattica pensata con l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma per aiutare anche i bambini con difficoltà a sviluppare le proprie capacità fisiche e mentali grazie all’interazione con la natura. Pure qui siamo in Umbria, a San Pietro a Montecchio. Naturalmente resta centrale il vino, di cui tutte e tre sono delle instancabili ambassador: basta seguirle sui social – periodo di fermo forzato a parte per l’emergenza Covid – per capire che è impossibile trovarle nello stesso posto per più di due giorni.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Montiano Rosso Lazio Igp<br /></strong>Archetipo del Merlot italiano secondo Cotarella, è un vero vino-bandiera: dall’attacco morbido con tanta marasca e spezie, in bocca colpisce per l’eleganza e il tannino delicato.</p><p><strong><br />Giacomo Conterno | Monforte d’Alba (Cuneo) </strong><a href="http://www.conterno.it">conterno.it</a><br />È una storia scritta da uomini lungimiranti con una visione innovativa della tradizione e una ricerca della perfezione mai tradita, quella della famiglia Conterno di Monforte d’Alba, nelle Langhe. Nell’arco di appena tre generazioni, qui il Barolo è passato da vino sfuso a mito internazionale. Fu Giacomo a intuire, nel 1924, le potenzialità di un vino che, da subito chiamato Monfortino, meritava la bottiglia e non la damigiana. Cinquant’anni dopo il figlio Giovanni capì l’importanza di coltivare e vinificare le proprie uve: si deve a lui l’acquisto del prezioso vigneto Francia a Serralunga d’Alba. Oggi alla guida della cantina c’è Roberto Conterno che, con carattere piemontese e visione universale, ha ampliato gli ettari dell’azienda con l’acquisto dei cru Cerretta e Arione, quest’ultimo naturale proseguimento del vigneto Francia e lembo sudorientale della Docg. Nel 2018 l’azienda si allarga ancora con un’importante acquisizione nell’Alto Piemonte, a Gattinara. La storia lineare e il rigore nell’innovazione in ogni dettaglio tramite l’uso di macchinari di precisione assoluta, dalla vinificazione alla scelta del tappo perfetto per ridurre a zero il rischio di problemi legati al sughero, sono le chiavi del successo di Conterno. Ma una cantina come questa che – come da tradizione – è sempre proiettata verso il futuro non dormirà certamente sugli allori. Chissà a quali altri innovativi progetti sta puntando la mente fervida e curiosa di Roberto Conterno.<br /><strong>Il vino: Cascina Francia Barolo Docg<br /></strong>Il nome di Conterno è ben rappresentato dal mix di frutta ed eleganza del Barolo che ottiene dal vigneto Francia, il cru da cui storicamente (ma dal 2015 non più esclusivamente) provengono anche le uve per la famosa Riserva Monfortino</p><p><strong><br />Frescobaldi | Sieci, Pontassieve (Firenze)<br /></strong><a href="http://www.frescobaldi.it">frescobaldi.it</a><br />«Il nostro stile è far parlare la terra e la diversità dei territori», ripete sempre Lamberto Frescobaldi, alla guida di un’azienda capace come poche altre di coniugare una lunga e straordinaria storia con un approccio moderno e innovativo. E in effetti il motto che fa ben capire l’identità di famiglia è proprio “cultivating diversity”. Che vuol dire la capacità e la voglia di interpretare nel modo più rispettoso i terroir di otto diverse cantine in Toscana: dalla Tenuta Castiglioni, nella Val di Pesa, dove già nel XI secolo è iniziata la passione per l’agricoltura e il vino, a Castello Pomino, sulle alte colline dei contrafforti dell’Appennino, dove vengono prodotti il Benefizio Riserva, il Pinot Nero e il Leonia Pomino Brut. E dove si può anche soggiornare, così come nelle raffinate stanze di Castello Nipozzano, nella zona del Chianti Rufina, e CastelGiocondo, a Montalcino, a dimostrazione dell’attitudine all’ospitalità di Frescobaldi. La responsabilità sociale si esprime a Gorgona, minuscola isola-penitenziario dell’arcipelago toscano: da un vigneto ad anfiteatro di due ettari e mezzo nasce un vino, blend di vermentino e ansonica, prodotto grazie al lavoro a rotazione dei detenuti, assunti e retribuiti, che così possono avere una nuova opportunità di vita. Last but not least c’è Laudemio, il progetto di qualità dedicato all’olio extravergine d’oliva, oggi seguito da Matteo Frescobaldi.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Montesodi<br /></strong>Prodotto per la prima volta nel 1974, coltivato nell’omonimo vigneto a 400 metri di altezza, è un sangiovese in purezza: definito e fresco, con nuance speziate e balsamiche e un finale lungo e appagante.</p><p><strong><br />Gaja | Barbaresco (Cuneo) </strong><a href="http://www.gaja.com">gaja.com</a><br />È stato sempre avanti. Dinanzi a concorrenti, amici, ristoratori, viticoltori, enologi, nani e ballerine. Un italiano fiero di esserlo, capace di mostrare a tutto il Pianeta come il nostro Stivale non avrebbe da temere confronti con nessuno, una volta progettato il futuro con lungimiranza, respiro internazionale, capacità comunicative, marketing esemplare e strategie oculate in vigna e in cantina. Facile indovinare di chi si stia parlando: sì, trattasi di Angelo Gaja, che dall’alto dei suoi ottant’anni splendidamente vissuti è ancora lì a mandare segnali sulle diverse identità del nostro patrimonio così come sulla necessità di veder operare in totale sinergia piccoli artigiani e cantine dai grandi numeri, sognando una corazzata tricolore che muova compatta per la propria valorizzazione. Basterebbe ricordare, col senno di poi, la prima versione italiana di uno Chardonnay dal passo borgognone, il Gaia &amp; Rey, oppure l’uscita dal disciplinare del Barbaresco per i suoi storici cru (per poi tornare nella Docg solo pochissimi anni fa), al fine di proporre con l’indicazione Langhe prodotti dal linguaggio più internazionale. Ancora: un’immagine all’estero da far invidia, l’energia per intervenire sistematicamente su ogni tema d’attualità, l’aver mosso dalla cantina di famiglia di Barbaresco – oggi condivisa con i figli Gaia, Rossana e Giovanni – per mettere radici anche fra Etna e Toscana, il merito di essersi circondato di un team senza eguali. Ma quante ne combinerà ancora?<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Barbaresco<br /></strong>Senza nulla togliere alle splendide selezioni annualmente prodotte, il Barbaresco cosiddetto “base” rimane emblematico dello spirito aziendale: tipicità ben espressa, fattura impeccabile, leggibilità universale. Un colosso.<br /><br /><br /></p><p><em>foto <span class="aCOpRe">Cecchi</span></em></p>								</div>
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									<span class="elementor-button-text">Speciale Vino: le 50 aziende top del 2020</span>
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		Massimo Bottura: Rinascimento contemporaneo a Modena		</h3>
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		<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/speciale-vino-50-aziende-top-dellanno-2/">Speciale Vino: 50 aziende top dell’anno #2</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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		<title>Speciale Vino: 50 aziende top dell’anno #3</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/speciale-vino-50-aziende-top-dellanno-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[A cura Di Federico De Cesare Viola. Con Antonio Boco, Francesca Ciancio, Anita Franzon, Åsa Johansson, Fabio Turchetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 18:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[50 Cantine Top]]></category>
		<category><![CDATA[Cantine 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Innovazione. Export. Sostenibilità. Ospitalità. Sono questi i criteri con cui abbiamo scelto le cinquanta migliori aziende italiane dell’anno. Giacomo Conterno &#124; Monforte d’Alba (Cuneo) conterno.it È una storia scritta da uomini lungimiranti con una visione innovativa della tradizione e una ricerca della perfezione mai tradita, quella della famiglia Conterno di Monforte d’Alba, nelle Langhe. Nell’arco [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/speciale-vino-50-aziende-top-dellanno-3/">Speciale Vino: 50 aziende top dell’anno #3</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="65883" class="elementor elementor-65883" data-elementor-post-type="post">
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					<h1 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Speciale Vino: 50 aziende top dell’anno #3</h1>				</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Innovazione. Export. Sostenibilità. Ospitalità.
Sono questi i criteri con cui abbiamo scelto le cinquanta migliori aziende italiane dell’anno.</h2>				</div>
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									<span class="elementor-icon-list-text elementor-post-info__item elementor-post-info__item--type-author">
										A cura Di Federico De Cesare Viola. Con Antonio Boco, Francesca Ciancio, Anita Franzon, Åsa Johansson, Fabio Turchetti					</span>
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				<li class="elementor-icon-list-item elementor-repeater-item-0d7ae55 elementor-inline-item" itemprop="datePublished">
						<a href="https://www.foodandwineitalia.com/2020/12/27/">
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										<time>Dicembre 27, 2020</time>					</span>
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									<p><strong>Giacomo Conterno | Monforte d’Alba (Cuneo) </strong><a href="http://www.conterno.it">conterno.it</a><strong><br /></strong>È una storia scritta da uomini lungimiranti con una visione innovativa della tradizione e una ricerca della perfezione mai tradita, quella della famiglia Conterno di Monforte d’Alba, nelle Langhe. Nell’arco di appena tre generazioni, qui il Barolo è passato da vino sfuso a mito internazionale. Fu Giacomo a intuire, nel 1924, le potenzialità di un vino che, da subito chiamato Monfortino, meritava la bottiglia e non la damigiana. Cinquant’anni dopo il figlio Giovanni capì l’importanza di coltivare e vinificare le proprie uve: si deve a lui l’acquisto del prezioso vigneto Francia a Serralunga d’Alba. Oggi alla guida della cantina c’è Roberto Conterno che, con carattere piemontese e visione universale, ha ampliato gli ettari dell’azienda con l’acquisto dei cru Cerretta e Arione, quest’ultimo naturale proseguimento del vigneto Francia e lembo sudorientale della Docg. Nel 2018 l’azienda si allarga ancora con un’importante acquisizione nell’Alto Piemonte, a Gattinara. La storia lineare e il rigore nell’innovazione in ogni dettaglio tramite l’uso di macchinari di precisione assoluta, dalla vinificazione alla scelta del tappo perfetto per ridurre a zero il rischio di problemi legati al sughero, sono le chiavi del successo di Conterno. Ma una cantina come questa che – come da tradizione – è sempre proiettata verso il futuro non dormirà certamente sugli allori. Chissà a quali altri innovativi progetti sta puntando la mente fervida e curiosa di Roberto Conterno.<br /><strong>Il vino: Cascina Francia Barolo Docg<br /></strong>Il nome di Conterno è ben rappresentato dal mix di frutta ed eleganza del Barolo che ottiene dal vigneto Francia, il cru da cui storicamente (ma dal 2015 non più esclusivamente) provengono anche le uve per la famosa Riserva Monfortino</p><p><strong> <br /></strong><strong>Gravner | Oslavia (Gorizia) </strong><a href="http://www.gravner.it">gravner.it</a><br />Una vita dedicata al vino, quello vero. Vero perché nasce da un approccio in movimento, tra errore e ricerca. Radici e libertà. Solitudine e contatto. Forse è per carattere, o forse perché la sua Oslavia è così vicino al confine goriziano con la Slovenia che gli sembra innato andare oltre. Josko Gravner non esita a prendere la strada più lunga quando gli altri indicano quella dritta. E se la strada non esiste, la crea: è stato lui a introdurre in Italia l’uso delle anfore e le lunghe macerazioni per i vini bianchi. Non segue e non ha mai chiesto di essere seguito; semmai accompagnato dalla figlia Mateja, presenza indispensabile in azienda. Josko Gravner è una contraddizione per alcuni, un’illuminazione per altri. Ha avuto il coraggio di lasciare la comodità e la sicurezza di ciò che conosceva per cercare un nuovo luogo dove sostare, ma non fermarsi. Quest’ultima è una parola che non gli appartiene: piuttosto un lògos platonico, inteso come un “discorso” e come “un procedere del pensiero”. Un cammino che lo porta in California e poi in Georgia. Nel primo caso per scoprire che la tecnica, se usata in modo sbagliato, non migliora ma toglie identità. Nel secondo per trovare le anfore in terracotta e una diversa connessione con la storia. Così una volta a casa ricomincia da capo: i vitigni internazionali lasciano il posto alla ribolla gialla e al pignolo; all’inizio vinifica senza solforosa, poi il cambiamento anche qui, perché una persona intelligente convive in modo costante col dubbio. Un dubbio che sparisce soltanto assaggiando i suoi vini profondi e nello stesso tempo semplici, perché privi di ogni cosa inessenziale.<br /><strong>Il vino: Ribolla Gialla Anfora Gravner <br /></strong>Impossibile non emozionarsi. Un vino profondo, coinvolgente e nello stesso tempo schietto che profuma di resina, fiori gialli, salvia, albicocca e buccia di arancia candita. Ricco, corposo ma con piedi ballerini. Un vino da bere in compagnia di amici con la giusta sensibilità.</p><p><strong><br />Guido Berlucchi &amp; Co | Borgonato (Brescia)<br /></strong><a href="http://www.berlucchi.it">berlucchi.it</a><br />Non molte aziende sono in grado di cambiare la storia di un territorio. Berlucchi l’ha fatto nel 1955 quando l’enologo Franco Ziliani ha proposto a Guido Berlucchi di creare uno spumante alla francese nella terra lombarda fino ad allora dedicata a pinot nero e vini fermi. Dopo alcune annate infelici, nel 1961 sono nate 3mila bottiglie Metodo Classico di pinot di Franciacorta e il destino della terra sulle sponde del lago d’Iseo è cambiato per sempre, diventando un nome conosciuto in tutto il mondo. Oggi l’azienda è in mano alla seconda generazione della famiglia Ziliani – Cristina, Arturo e Paolo – che senza sosta lavora per portare Berlucchi e la Franciacorta oltre il futuro. Mettersi in discussione e all’ascolto sono due caratteristiche che continuano a essere tra i tratti distintivi dell’azienda. Lo testimonia l’accurato lavoro fatto per rendere sostenibile ogni aspetto della produzione e dell’attività, con un progetto che include la natura e l’ambiente in cui le persone lavorano, oltre ai propri vini. L’ultimo tassello in questo senso è l’Academia Berlucchi, che ha la funzione di un’antica agorà dove persone provenienti da diversi ambiti scambiano idee su tematiche che spaziano dalla sostenibilità alla cura del territorio, il talento e l’innovazione. Insomma una realtà complessa e sfaccettata che ha la sua – affascinante – sede di rappresentanza a Palazzo Lana, residenza cinquecentesca della casa da cui discendeva Berlucchi, che ospita anche la fondazione da lui voluta e la cui visita è obbligatoria per ogni amante del vino.<br /><strong>Il vino: Palazzo Lana Extrême Franciacorta Riserva<br /></strong>Un vino ampio e complesso con note agrumate e di frutta candita, spezie dolci e pane tostato. Il perlage è finissimo e la freschezza precisa e ben equilibrata. Con la sua eleganza e longevità, rappresenta in pieno la filosofia dell’azienda.<br /><br /></p><p><strong>I Cacciagalli | Teano (Caserta) </strong><a href="http://www.icacciagalli.it">icacciagalli.it</a><br />Una mezzaluna e tre stelle, è questa l’immagine scelta per il marchio dell’azienda I Cacciagalli: un logo semplice che resta impresso, come il cielo che si scruta la sera a Teano. È anche il simbolo di un’agricoltura sana condotta in biodinamica nella provincia di Caserta, in tutti i trentacinque ettari della tenuta che produce non solo vino ma anche olio, nocciole e ortaggi. Il nome è quello dell’antica tenuta della famiglia di Diana Iannaccone, giovane agronoma: con il marito Marco Basco l’hanno restaurata un po’ alla volta – e l’opera continua – a partire dagli inizi degli anni Duemila. Così la masseria è tornata a rivivere: l’azienda vitivinicola con il vigneto di uve autoctone, la scelta della biodinamica anche in cantina, l’uso delle anfore (ce ne sono ben sessanta). A novembre 2019 ha aperto la locanda con camere e ristorante, anche qui nel rispetto delle regole della bioedilizia, come l’utilizzo (e riutilizzo) di materiali locali, dal tufo del vulcano spento di Roccamonfina al legno di castagno, di cui sono pieni i boschi. La cucina attinge dai prodotti aziendali e tra non molto potrà servirsi degli animali del nuovo allevamento della masseria: mucche, faraone, anatre, galline ovaiole. Per gli ospiti ci sono otto camere più un biolago al posto della classica piscina. Un ciclo sempre più integrato che porterà la sua esperienza all’esterno: I Cacciagalli formerà il personale agricolo di una cooperativa che ha iniziato a lavorare su terreni confiscati alle mafie nella zona di Teano.<br /><strong>Il vino: Pellerosa Roccamonfina Igt<br /></strong>Un rosato da aglianico che ha il nerbo di quest’uva e la trama minerale dei terreni vulcanici. Davvero sapido ma anche profumato, perfetto in tavola a tutto pasto.<br /><br /></p><p><strong>Kellerei Kaltern | </strong><strong>Caldaro sulla Strada del Vino (Bolzano) </strong><a href="http://www.kellereikaltern.com">kellereikaltern.com</a><br />Se non è agevole ripercorrere le tappe di una lunga storia – tante sono le fusioni, nel corso di oltre un secolo, che hanno creato questa cantina cooperativa altoatesina – è invece molto più facile riconoscere la qualità e lo stile dei vini, frutto non solo di un ampio (450 ettari) ed eccellente patrimonio di vigne ma anche della mano dell’enologo Andrea Moser, in azienda dal 2004. Mano che “disegna” vini di lago aggraziati, longilinei, succosi, di personalità ma sempre facili e piacevoli da bere. Cantina Kaltern è oggi un vero e proprio microcosmo – in cui convivono 650 soci conferitori – ed è l’esempio di come realtà da grandi numeri possano esprimere eccellenza e costanza produttiva e un’attenzione sincera alla sostenibilità, dimostrata concretamente dalla certificazione Fair’n Green. La direzione enologica, in questi ultimi anni, si è concentrata sui cru, con la linea Quintessenz (Kalterersee, Cabernet Sauvignon, Pinot Bianco, Sauvignon e Passito) al vertice della produzione. A proposito di schiava: Cantina Kaltern ha ribaltato anche il pregiudizio (giustificato da anni di discutibili tradizioni produttive nella zona) che circondava quest’uva, capace invece di esprimersi su altri registri di qualità e godibilità. La collezione di bottiglie è molto ricca e comprende, oltre ai classici, anche la linea biodinamica Solos, il progetto kunst.stück con le etichette d’artista e quello denominato XXX, ovvero il “parco giochi” dove Moser può liberamente sperimentare.<br /><strong>Il vino: Kalterersee Classico Superiore Leuchtenberg<br /></strong>Ottenuto da parcelle che arrivano fino a mezzo secolo di età, vinificato con tecnica moderna ma sobria, è limpidamente fruttato, pieno senza troppa densità, ideale compagno della tavola.<br /><br /></p><p><strong>Kettmeir | Caldaro (Bolzano) </strong><a href="http://www.kettmeir.com">kettmeir.com</a><br />Cento anni compiuti nel 2019 per la tenuta di Caldaro fondata appunto nel 1919 da Giuseppe Kettmeir, giovane commerciante di vini con spirito imprenditoriale. Dal 1986 parte di Santa Margherita Gruppo Vinicolo, l’azienda è un punto di riferimento dell’enologia sudtirolese soprattutto per quel che riguarda le bollicine: ha infatti contribuito – partendo dal metodo Martinotti/Charmat per focalizzarsi poi sul Metodo Classico, oggi lo standard dell’Associazione produttori spumanti Alto Adige – alla creazione di una “via altoatesina” alle spumantizzazione, la cui riscoperta in regione si deve proprio alla Grande Cuvée di Pinot Bianco Kettmeir, presentata alla Fiera del Vino di Bolzano nel 1965. Il tutto, mantenendo sempre alta non solo la qualità, ma anche l’attenzione alla sostenibilità ambientale e soprattutto al territorio, contribuendo a tutelare le specificità della vitivinicoltura di montagna: dal lavoro sulla zonazione dei vigneti più vocati alla valorizzazione del sistema rurale sudtirolese dei masi chiusi con Maso Reiner e Maso Ebnicher, dalle cui vigne arriva gran parte delle uve (pinot nero e chardonnay nel primo caso e müller thurgau nel secondo, dai vigneti eroici di alta collina dominati dal massiccio del Catinaccio) per la linea delle “Grandi Selezioni”. Una realtà da scoprire, possibilmente, andando a visitare questa bellissima terra e l’azienda, pronta ad accogliere i visitatori per degustazioni ed esperienze a tutto tondo.<br /><strong>Il vino: 1919 Riserva Extra Brut Alto Adige Doc<br /></strong>Uvaggio di chardonnay e pinot nero provenienti da vigne di alta e media collina, fermentati separatamente (il primo anche con un passaggio in barrique), una bollicina vivace ma allo stesso tempo avvolgente e voluttuosa.</p><p><strong> </strong></p><p><strong>La stoppa | Rivergaro (Piacenza) </strong><a href="http://www.lastoppa.it">lastoppa.it</a><br />D’acchito nessuno direbbe che già dalla metà dell’Ottocento queste zone del Piacentino avevano mostrato vocazione vitivinicola meritevole di ricerca e d’approfondimento. Salvo i più documentati addetti ai lavori, infatti, ci si era sempre focalizzati sulla predisposizione enologica di mostri sacri come Piemonte, Friuli e Toscana, prima di quei territori esplosi man mano come l’Etna dei giorni nostri. L’Emilia è stata sempre vista, tranne che da alcuni anni a questa parte, minata da pigrizia, immediatezza e semplicità fin troppo disinvolte. Invece qui, quasi due secoli fa, l’avvocato Giancarlo Ageno si dilettava già con i suoi Bordò e Pinò, per citarne qualcuno: vini realizzati per provare a somigliare a quelli che tanto piacevano a lui. Ci sarebbero voluti decenni, però, visto lo scetticismo di molti, affinché la famiglia Pantaleoni acquistasse La Stoppa – la tenuta di Ageno, 58 ettari di cui 30 a vigna ad Ancarano di Rivergaro – che dagli anni Novanta Elena Pantaleoni dirige insieme a Giulio Armani. Tanta la passione e l’attaccamento ai luoghi, che arrivare da lì alla certificazione biologica, alla mancanza di diserbo e di concimazioni, alle lavorazioni praticate soltanto a mano, alle fermentazioni spontanee e prive di lieviti aggiunti, sarebbe poi stata una sequenza ineludibile. Insieme al recupero di uve locali quali, fra le altre, ortrugo, barbera o bonarda: per una produzione volta sostanzialmente ai rossi, ma con deliziose divagazioni passite o botritizzate atte a chiudere dolcemente l’esperienza.<br /><strong>Il vino: Emilia Bianco Igt Ageno<br /></strong>L’eccezione bianchista alla regola rossista. Unico bianco secco della batteria aziendale, l’Ageno è fatto di malvasia di Candia, ortrugo e trebbiano: dopo macerazione sulle bucce e adeguata sosta in legno muove fra albicocca, sapidità e note piccanti, con decisa personalità.</p><p><strong> </strong></p><p><strong>Livio Felluga | Cormons (Gorizia) </strong><a href="http://www.liviofelluga.it">liviofelluga.it</a><br />Ben 102 anni, pressoché tutti operativi: è a questa notevole età che nel 2016 è scomparso Livio Felluga. Un apripista vero a partire dalla fine degli anni Cinquanta, quando acquistò a Rosazzo trenta ettari di appezzamenti ormai abbandonati: una costante, allora, per un territorio in cui bisognava tornare a credere dopo la seconda guerra mondiale. Felluga decise quindi che refosco, malvasia e tocai meritassero appieno di rivestire quelle colline, rappresentative di un Friuli che un giorno avrebbe fatto bella mostra di sé in etichetta: la carta geografica regionale che riveste le bottiglie, infatti, è da sempre simbolo della cantina. Come spesso accade, però, le nuove leve arrivano a scompaginare inizialmente i piani: così quando il primogenito Maurizio aprì nel 1974 al mercato americano, il patriarca sobbalzò. Comprensibile, forse: com’è però comprensibile che il nuovo arrivato stesse aprendosi al marketing e al pubblico internazionale. A quel punto serviva un vino capace di durare nel tempo, un bianco di classe e stoffa longeve. Il Terre Alte, ecco: un blend equilibrato di tocai, sauvignon e pinot bianco. Il campione che avrebbe insegnato il verbo giusto a tutti, un manifesto per il nuovo vino italiano. Elda, Andrea e Filippo sono gli altri operosi fratelli che man mano Maurizio s’è trovato accanto, per un lavoro a tutto tondo vincolato oggi a più di 150 ettari. Una famiglia d’altri tempi, come direbbe qualcuno, orgoglio del patriarca.<br /><strong>Il vino: Colli Orientali del Friuli Doc Illivio<br /></strong>Tra le tante etichette eccellenti, è doveroso ricordare il Maestro con quest’unione di pinot bianco, chardonnay e un minimo di picolit, a lui dedicata. Morbida, complessa e variegata, fra toni larghi e puntuti al contempo: di persistenza incrollabile.</p><p> </p><p><strong>Le Ripi | Montalcino (Siena)<br /></strong><a href="http://www.podereleripi.com">podereleripi.com</a><br />È uno dei progetti più dinamici dell’area di Montalcino, creato dall’amore per il bello e per il buono di Francesco Illy (dell’omonima famiglia triestina del caffè) e gestito da un team giovane sotto l’attenta guida di Sebastian Nasello, vincitore nel 2016 del premio Giulio Gambelli come miglior enologo sotto i 35 anni. La squadra di Podere Le Ripi si fa portavoce della vera cultura contadina, senza retorica o nostalgia, perché tutto qui ha carattere puramente toscano e un impatto etico ed estetico. Sono tanti, dunque, i motivi per cui tenere d’occhio quest’azienda agricola che si trova in un angolo di Toscana dominato da una bellezza sublime tra calanchi, vigneti, boschi e ulivi secolari. La conduzione delle vigne è biodinamica e la cantina aurea di recente costruzione è un esempio di bioarchitettura: oltre 750mila mattoni sono stati posati a mano per seguire le antiche concezioni di proporzione e armonia. Con la sua forma di spirale, l’edificio si avvita in questa terra come un cavatappi nel sughero e a mano a mano che si scende si arriva a toccare il cuore dell’azienda, percependone il battito e le vibrazioni positive. Segno distintivo di Podere Le Ripi è il vigneto Bonsai, il più fitto al mondo con viti piantate a soli 40 centimetri l’una dall’altra e una densità di 62.500 piante a ettaro. Altro vanto di questa cantina è l’ospitalità, che include la possibilità di organizzare diversi tour e di assaggiare, oltre ai vini, le prelibatezze dell’orto biodinamico.<br /><strong>Il vino: Bonsai Toscana Rosso Igt<br /></strong>Grazie all’altissima densità d’impianto, le radici sono costrette a scendere in profondità più velocemente per ricavare le sostanze nutritive che vanno ad arricchire il vino. Si ottiene così un sangiovese unico, un azzardo ben riuscito.<br /><br /></p><p><strong>Lungarotti | Torgiano (Perugia) </strong><a href="http://www.lungarotti.it">lungarotti.it</a><br />Quello dei Lungarotti è un progetto molto moderno, se osservato con lo sguardo di oggi; figuriamoci negli anni Sessanta quando è stato immaginato e avviato. I viaggi pionieristici, negli Stati Uniti e soprattutto in Francia, illuminarono gli occhi vispi di Giorgio Lungarotti, uno abituato a inventare il futuro più che seguire il corso lento delle cose. In men che non si dica, in una terra che usciva a fatica dalle secche della mezzadria, realizza una cantina capace di attirare l’attenzione della critica di mezzo mondo. Costruendo letteralmente un territorio, la sua denominazione, e anticipando di una trentina d’anni almeno le regole auree dell’enoturismo. Vino dunque, ma anche accoglienza, ristorazione, cultura. Da le Tre Vaselle, elegante albergo nel cuore di Torgiano oggi affidato a una gestione esterna, all’agriturismo Poggio alle Vigne, immerso tra alcuni dei più bei filari di proprietà. E poi il lavoro duraturo della Fondazione Lungarotti, presieduta dalla storica dell’arte e archivista Maria Grazia Marchetti Lungarotti, e l’opera visionaria del Museo del Vino (MUVIT) e di quello dell’Olio (MOO). Oggi al timone dell’impresa ci sono le sorelle Chiara e Teresa, che non smettono di seminare i valori di sempre e coltivare il futuro. Tra i progetti più recenti, la cantina di Montefalco, ovviamente votata all’accoglienza e agli eventi, e la crescente attenzione alla sostenibilità: dall’impianto a biomasse attivo già dal 2004 all’adesione al progetto V.I.V.A. (Valutazione dell’Impatto della Vitivinicoltura sull’Ambiente).<br /><strong>Il vino: Torgiano Rosso Docg Riserva Rubesco Vigna Monticchio<br /></strong>È l’emblema della cantina, il vino che ha disegnato l’Umbria nella mappa enologica mondiale. Figlio di un cru vocato di sangiovese che sfida il tempo con classe ed eleganza.</p><p> </p><p><em>foto <span class="aCOpRe">Gravner</span></em><br /><br /></p>								</div>
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									<span class="elementor-button-text">Speciale Vino: le 50 aziende top del 2020</span>
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		<title>Speciale Vino: 50 aziende top dell’anno #4</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/speciale-vino-50-aziende-top-dellanno-4/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[A cura Di Federico De Cesare Viola. Con Antonio Boco, Francesca Ciancio, Anita Franzon, Åsa Johansson, Fabio Turchetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 17:13:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Innovazione. Export. Sostenibilità. Ospitalità. Sono questi i criteri con cui abbiamo scelto le cinquanta migliori aziende italiane dell’anno. Masciarelli Tenute Agricole &#124; San Martino sulla Marrucina (Chieti) masciarelli.it Un destino che avrebbe fatto crollare chiunque. Marina Cvetic, moglie di Gianni Masciarelli scomparso nel 2008 a soli 52 anni, ha invece preso le redini dell’azienda senza [&#8230;]</p>
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									<p><strong>Masciarelli Tenute Agricole | San Martino sulla Marrucina (Chieti) </strong><a href="http://www.masciarelli.it">masciarelli.it</a><br />Un destino che avrebbe fatto crollare chiunque. Marina Cvetic, moglie di Gianni Masciarelli scomparso nel 2008 a soli 52 anni, ha invece preso le redini dell’azienda senza esitazioni. Da sola, con tre figli piccoli e un’azienda vinicola in espansione, ma con quella grinta che la contraddistingue e che l’ha portata a fare non l’impossibile, di più. Masciarelli, dove la componente femminile rappresenta più della metà del personale, è ormai un riferimento per l’intera regione d’Abruzzo. Dai 2,5 ettari vitati iniziali nel 1978, l’azienda ha saputo crescere fino ad arrivare agli attuali 320, che si trovano in 14 diversi comuni. Marina Cvetic punta sempre più sull’ospitalità per accogliere gli amanti del buon vivere e lo fa nell’elegante wine resort Castello di Semivicoli. Un posto che ha richiesto anni di restauro date le origini del 1600 ma che oggi offre ospitalità di altissimo livello: chi lo conosce, ci torna appena può. Qui c’è una grande cura a tutto tondo per riuscire nello scopo di trasmettere al meglio la cultura abruzzese; per esempio, tramite “La tavola di Gianni”, è possibile assaggiare ricette tradizionali abruzzesi abbinate ai vini. La nuova generazione è già entrata in azienda. La figlia maggiore Miriam Lee ha voluto creare un nuovo luogo di accoglienza, high-tech e a emissioni zero, che dovrebbe aprire tra poco. Perché se l’azienda Masciarelli è sempre stata attenta alla produzione di qualità, al futuro e all’ambiente non smetterà sicuramente ora.<br /><strong>Il vino: Montepulciano d’Abruzzo Riserva Doc Villa Gemma <br /></strong>Dalla prima annata, nel 1984, questo cru di montepulciano non ha mai smesso di conquistare nuovi palati. Ricco, profondo e denso, dal tannino morbido e setoso e un finale lungo ed equilibrato. Un vino per occasioni speciali.</p><p><strong><br />Masi Agricola | Sant’Ambrogio di Valpolicella (Verona) </strong><a href="http://www.masi.it">masi.it</a><br />La famiglia Boscaini ha contribuito a innalzare l’Amarone e altri vini veneti a raffinati esempi del made in Italy. Questo meritato successo è uno dei risultati degli oltre trent’anni di studio del Gruppo Tecnico Masi, una squadra di esperti in diverse discipline costantemente impegnata nella ricerca dell’eccellenza attraverso l’innovazione; grande importanza è stata data alle tecniche dell’appassimento e all’uso di varietà secondarie veronesi come l’oseleta. Vini come l’Amarone, il Recioto e il Ripasso (quest’ultima tipologia nacque nel 1964 proprio con il Masi Campofiorin) devono molto alle intuizioni di questa cantina che ha messo i suoi studi a disposizione di tutto il settore. Ma le radici nella Valpolicella Classica non hanno impedito a Masi di espandere e testare la propria esperienza in diversi territori italiani fino a raggiungere l’altro capo del mondo, unendo lo stile veneto con la natura argentina alle pendici del vulcano Tupungato. Tutte le tenute del gruppo si distinguono per il rispetto dell’ambiente e l’impegno a svolgere le proprie attività in modo sostenibile nelle varie fasi della filiera produttiva. Non da ultimo, la Masi Wine Experience rappresenta un progetto di ospitalità e di cultura che l’azienda propone al pubblico aprendo le porte di tutte le cantine e dei fruttai per l’appassimento e mostrando così, tramite percorsi esperienziali, i valori e la tradizione del pensiero scientifico alla base dei propri vini.<br /><strong>Il vino: Costasera Amarone della Valpolicella Classico Docg<br /></strong>La storia moderna dell’Amarone è indissolubilmente legata al percorso di Masi, la cui identità è contenuta in un sorso di questo vino fatto di stoffa e di velluto, forza e carezze, caratterizzato da un perfetto equilibrio tra struttura e alcolicità.<br /><br /></p><p><strong>Michele Chiarlo | </strong><strong>Calamandrana (Asti) </strong><a href="http://www.michelechiarlo.it">michelechiarlo.it</a><br />Il Parco artistico La Court di Michele Chiarlo è un riuscito esempio di land art tra le vigne del Monferrato. Il sentiero si snoda tra i filari e il visitatore non deve far altro che lasciarsi guidare dagli elementi naturali, siano essi presenti sotto forma di vite o di vita ricreata tramite l’ingegno di maestri come Emanuele Luzzati e Ugo Nespolo. Scenografie colorate e sognanti, installazioni ludiche, teste segnapalo che proteggono i filari e tante altre opere raccontano una e mille storie insieme, mentre si può tornare bambini scavalcando i poggi e riposando su una delle prime panchine giganti progettate da Chris Bangle. Sono colline vive, il cuore pulsante di un’azienda da sempre attenta alle pratiche sostenibili e alla profonda cultura del vino, ma soprattutto specializzata in tutte le principali uve piemontesi vinificate in purezza per mantenere l’integrità e la perfezione di ciascuna varietà. Barbera, nebbiolo, cortese, moscato e, negli ultimi tempi, anche albarossa (incrocio tra chatus e barbera) in questo caso non sono solo vitigni, ma i migliori biglietti da visita di un’azienda che, nonostante le dimensioni, non ha mai mancato l’appuntamento con la qualità. Anche nei nuovi progetti, come il Palàs Cerequio di La Morra, primo relais dedicato al Barolo, l’intento è quello di offrire un’ospitalità mai fine a se stessa ma che permetta una completa immersione nelle Langhe, dove tutto parla la lingua del nebbiolo in una delle sue più alte espressioni.  <br /><strong>Il vino: Cipressi Nizza Docg<br /></strong>È l’eleganza semplice, schietta e mai scontata della barbera a rappresentare la vera essenza di questa parte del Monferrato astigiano e della famiglia che tanto ha creduto nelle potenzialità del territorio.<br /><br /></p><p><strong>Monte Zovo | Caprino Veronese (Verona) </strong><a href="http://www.montezovo.com">montezovo.com</a><br />Centoquaranta ettari di vigneto tra Caprino Veronese (sulla collina di Zovo, dove ha sede la moderna cantina improntata all’ecosostenibilità, come tutta la produzione aziendale), Tregnago in Val d’Illasi (con il fruttaio per l’appassimento delle uve) e l’area di Desenzano, oltre il confine lombardo, dove la tenuta Le Civaie rientra nel Lugana Doc. Monte Zovo è il fiore all’occhiello della famiglia Cottini, che da quattro generazioni – oggi alla guida c’è Diego Cottini – si dedica al racconto in bottiglia del patrimonio enologico veronese, dal Bardolino all’Amarone: una grande tradizione alle spalle, con la perpetuazione di tecniche antiche, ma anche una profonda propensione all’innovazione, al rispetto ambientale (tutti i vigneti sono a conduzione biologica e certificati con lo standard Biodiversity Friend) e all’evoluzione dei mercati. Così, ad esempio, il Calinverno – etichetta di punta, uvaggio in cui le varietà veronesi corvina, corvinone e rondinella incontrano croatina e cabernet sauvignon – è frutto di un doppio appassimento, prima in vigna e poi in cantina. E l’ospitalità, che rappresenta una parte importante delle attività aziendali con visite, esperienze e serate di degustazione all’insegna della convivialità e degli abbinamenti gastronomici, è valsa il premio di Best of Wine Tourism come migliore impresa veronese per le politiche sostenibili nell’enoturismo.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Phasianus Corvina Rosato Verona Biologico Igt<br /></strong>Tributo alla biodiversità faunistica dell’anfiteatro morenico di Rivoli Veronese (l’etichetta rimanda al fagiano), è un rosato profumato, fresco e persistente della collezione aziendale Ispirazioni Naturali.</p><p><strong><br />Paltrinieri | Sorbara (Modena) </strong><a href="http://www.cantinapaltrinieri.it">cantinapaltrinieri.it</a><br />I Paltrinieri sono tra i protagonisti assoluti dell’universo Lambrusco, sponda Sorbara, e la loro opera tra le più incisive nel riposizionamento di questo vino, sia in termini stilistici che commerciali. L’idea è apparentemente semplice: uscire dalle storture del passato recente e recuperare i pezzi più puri della storia della varietà, rendendoli attuali. Nella realtà un percorso donchisciottesco, in perenne lotta con i mulini a vento del pregiudizio, possibile solo grazie alla competenza, alla determinazione e alla straordinaria sensibilità di questa famiglia. Pregi fortemente radicati in Alberto Paltrinieri che, con la moglie Barbara, conduce l’azienda fondata dal nonno Achille nel 1926. Sono stati loro, a partire dalla fine degli anni 90, a scommettere sul primo Sorbara in purezza, puntando tutto sull’anima di quest’uva così particolare. Da sottolineare che le vigne di proprietà si trovano nella zona del “Cristo”, tra i fiumi Secchia e Panaro, nome di peso tra i terroir modenesi. I Sorbara firmati Paltrinieri, a cominciare dai rifermentati naturali in bottiglia, sono dei vini nudi, incuranti del giudizio degli altri e orgogliosi di mostrare i propri tratti più autentici. Duri, vibranti e a volte sferzanti, essenziali e acidi ma incredibilmente saporiti e fini. Indimenticabili con una cucina di territorio che sembra fatta per loro.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Lambrusco di Sorbara Doc Radice<br /></strong>Anche se negli anni sono nate altre etichette di successo, come L’Eclisse, il Radice resta quella che più ha fatto comprendere, in una certa epoca storica, il progetto Paltrinieri e le enormi possibilità del Sorbara.</p><p><strong><br />Planeta | Menfi (Agrigento) </strong><a href="http://www.planeta.it">planeta.it</a><br />Non è raro sentire degli stranieri dire che vanno a trovare Planeta. Non l’Italia o la Sicilia; Planeta. Il mondo creato dalla famiglia che da 17 generazioni lavora nel mondo del vino attira persone da tutti i continenti. Le cinque tenute permettono di scoprire l’intera Sicilia. Dalla sede storica a Menfi all’Etna, fino a Capo Milazzo, Noto e Vittoria. L’azienda è stata capace di creare legami forti tra l’Isola e il resto del mondo grazie all’apertura non solo delle proprie case – cosa che avviene da più di venti anni, con una rete di ospitalità raffinata e autentica – ma più che altro mentale. Quello Chardonnay del 1995, che attirò l’attenzione dei critici internazionali, è un punto cardine per l’avvio del rinascimento del vino siciliano. Oggi saremmo in tanti a ringraziare Diego Planeta, da poco scomparso, per la sua capacità di visione e di mettere insieme il meglio che la più grande isola del Mediterraneo ha da offrire. Nonostante le origini nobili si definì un contadino: una dimostrazione del rispetto per la propria terra e per le persone che ci lavorano, trasmettendo il concetto che solo tramite lavoro duro e collaborazione si possono raggiungere le vette più importanti. Oggi l’azienda punta sempre più in alto, investendo sui giovani e sul sociale con diverse iniziative dedicate soprattutto ai meno fortunati. La sostenibilità è tra i temi più importanti che interessano l’azienda. Planeta è riuscita a creare un marchio senza frontiere capace di diffondere un concetto di bellezza ed eccellenza siciliana senza precedenti.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Planeta Chardonnay<br /></strong>Un’icona per la Sicilia intera. Le uve vengono dalle vigne storiche di Ulmo e Maroccoli, uniche per posizione e per  terroir. Un vino ricco e cremoso ma dalla bella freschezza e sapidità che lo rendono equilibrato e facile da abbinare a tavola.</p><p><br /><strong>Ruffino | Pontassieve (Firenze)</strong> <a href="http://www.ruffino.it">ruffino.it</a><br />Le storie del vino, in Toscana e ancor più in Chianti Classico, non sono mai da prendere alla leggera quanto a radici profonde. Quella di Ruffino è esemplare in tal senso: bisogna tornare indietro al 1887, anno in cui i cugini Ilario e Leopoldo iniziarono a dedicarsi al vino, per tracciare la nascita di quello che oggi è un gruppo con otto tenute e una produzione diversificata (suggellata dall’acquisizione dei 126 ettari a conduzione biologica di Poderi Ducali, in Veneto) e un brand di successo a livello globale, improntato su valori e metodologie quanto mai attuali: dalla tutela dell’ambiente e della biodiversità, con la progressiva conversione al biologico, alla responsabilità sociale con il progetto Ruffino Cares. Fino a un’ospitalità “immersiva” che ha come cornice la villa rinascimentale di Poggio Casciano, tra le colline dove nascono i Supertuscan aziendali come il Modus, con la cucina della Locanda Le Tre Rane, l’offerta della bottega ed enoteca e le stanze del nuovo Agriresort. Il tutto senza perdere l’identità di un territorio e di una tradizione vitivinicola cui tutto il mondo continua a guardare come modello – espressa dalle etichette “classiche” come il Chianti Classico Gran Selezione Riserva Ducale Oro e il Brunello di Montalcino Greppone Mazzi –, garantita anche dopo il passaggio della proprietà dalla famiglia Folonari (che fin dal 1913 aveva raccolto il testimone dai fondatori) al gruppo americano Constellation Brands.<br /><strong>Il vino:  Chianti Classico Gran Selezione Riserva Ducale Oro</strong><br />Prodotto solo nelle annate migliori, è un vino emblematico della storia e della qualità di Ruffino. Un classico dai profumi definiti e dal sorso morbido e intenso con un finale in crescendo.<br /><br /></p><p><strong>Salcheto | Montepulciano (Siena) </strong><a href="http://www.salcheto.it">salcheto.it</a><br />Una radice si trasforma nella mano che raccoglie dal sottosuolo le memorie e il nutrimento necessari per la pianta: è questo il logo di Salcheto, azienda agricola tra le colline di Montepulciano e simbolo di una Toscana dai vini nobili. La cantina, il cui nome è ispirato al torrente omonimo e ai salici che popolano il territorio, è oggi un esempio di innovazione tecnologica applicata alla sostenibilità non solo ambientale ma anche sociale ed economica. Grazie alla direzione illuminata di Michele Manelli la maggior parte dell’energia qui impiegata proviene da fonti rinnovabili, l’edificio è ricoperto da un giardino verticale che isola le pareti ed è energeticamente autonomo dal 2011. La luce naturale filtra dalle aperture sul soffitto ed è convogliata in cantina tramite un rosone di tubi e riverberi senza il bisogno di corrente elettrica. È questa la prima azienda al mondo ad aver certificato la Carbon Footprint di una bottiglia di vino. Bottiglia che, inoltre, è di un vetro più leggero proprio per limitare l’impatto ambientale ed è confezionata con un alternativo packaging riciclabile. Qui, poi, anche l’ospitalità è sostenibile: i visitatori possono avere prova diretta dell’alta tecnologia tutta incentrata in funzione del territorio circostante e al momento della degustazione i vini possono essere abbinati ai prodotti dell’orto. Infine, è anche possibile soggiornare nell’antico casolare adiacente alla cantina, dove sono state ricavate sei camere con vista privilegiata su Montepulciano.<br /><strong>Il vino: Vecchie Viti del Salco Nobile di Montepulciano Docg<br /></strong>Sangiovese al 100%, imponente e gentile al tempo stesso, frutto di vigne di oltre 30 anni. È dedicato al progetto Alliance Vinum, un’alleanza tra sei cantine storiche della denominazione per riportare il Nobile di Montepulciano alla conquista dei mercati internazionali.</p><p><strong><br />San Leonardo | Avio (Trento) </strong><a href="http://www.sanleonardo.it">sanleonardo.it</a><br />Se è vero che etica ed estetica coincidono (come ripete sempre anche un grande chef italiano), quella dei Guerrieri Gonzaga è una cantina modello. Perché, innanzitutto, è bellissima: immersa nella natura generosa della Vallagarina in Trentino, con il borgo perfettamente conservato, la chiesa, il museo della civiltà contadina e Villa Gresti, l’aristocratica residenza di famiglia nascosta nel parco, circondata dai vigneti giardino. E poi perché l’azienda, che possiede 230 ettari di terreno, di cui 30 con vigneti a bacca rossa, ha ottenuto nel 2018 la certificazione biologica e anche quella della WBA-World Biodiversity Association, che attesta la sua attenzione alla biodiversità. Lo scorso anno il marchese Carlo Guerrieri Gonzaga ha festeggiato il traguardo della sessantesima vendemmia, una lunga e appassionata storia, sempre caratterizzata dalla cura e valorizzazione del territorio e dallo spirito innovativo. Nel 1982 nasceva – anche grazie alla consulenza di grandi enologi come Giacomo Tachis e più di recente Carlo Ferrini &#8211; quello che sarebbe diventato uno dei più celebri e apprezzati tagli bordolesi italiani, il San Leonardo, assemblaggio di cabernet sauvignon, merlot e carmenère. Di questa azienda – in cui oggi è impegnato a tempo pieno anche il figlio Anselmo Guerrieri Gonzaga, che è l’amministratore – colpisce la straordinaria costanza qualitativa, che si manifesta anche negli altri vini prodotti, dal Villa Gresti al Vette di San Leonardo, sauvignon blanc in purezza, al Riesling.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>San Leonardo<br /></strong>Icona della tenuta, è inconfondibile nella sua eleganza e complessità, con fresche note balsamiche e una lunghissima progressione speziata. Uno dei grandissimi rossi italiani.<br /><br /></p><p><strong>San Salvatore 1988 | Giungano (Salerno) </strong><a href="http://www.sansalvatore1988.it">sansalvatore1988.it</a><br />Giuseppe Pagano – ma tutti lo chiamano Peppino – è un omone con i piedi ben piantati nel Cilento, ma con la testa che ha sempre viaggiato lontano e anche piuttosto veloce. Albergatore a Paestum, è stato tra i primi a offrire ai turisti stranieri degli hotel all’altezza delle loro aspettative. Poi ha pensato che voleva essere come il padre e come il nonno, ovvero un viticoltore e un allevatore di bufale. L’azienda San Salvatore è questo, un ritorno alle origini fatto con il meglio che la tecnica e la tecnologia possano offrire oggi. Il vigneto è nato in coltivazione biologica da subito – nel 2007 – per poi passare in biodinamica: una scelta obbligata, secondo Pagano, perché solo la seconda si occupa realmente della salute dei suoli. La certificazione Demeter non c’è, perché obbligava la cantina a seguire un protocollo che Riccardo Cotarella, enologo della cantina, non avrebbe condiviso. Per il resto lo sguardo di Peppino è basso, perché è orgoglioso della terra che coltiva con corno letame e corno silice e con sovesci. Ci sono tre impianti fotovoltaici – cantina, stalle, ma anche hotel – che, insieme a quello di biogas che sfrutta il letame delle seicento bufale di proprietà, producono più energia di quanta se ne consumi. Gli animali, con un ettaro e mezzo di parco dove camminare e stendersi, danno un latte ricco di omega-3 che finisce nelle mozzarelle e nello yogurt di San Salvatore. Sono bufale contente, garantisce Peppino, tanto da essere diventate il simbolo delle etichette dei suoi vini.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Aglianico Rosato Paestum Igp “Vetere Limited Edition”<br /></strong>Fresco e sapido, il rosato da uve aglianico è protagonista di una limited edition davvero preziosa che ha in etichetta alcune delle icone più famose degli scavi di Paestum.</p><p> </p><p><em>foto <span class="aCOpRe">Paltrinieri</span></em></p>								</div>
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		A Natale pane e cappone		</h3>
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		Teglia romana con cappone e clementine		</h3>
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		Nove, nuova vita per il ristorante della Riviera di Ponente		</h3>
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		<title>Speciale Vino: 50 aziende top dell’anno #5</title>
		<link>https://www.foodandwineitalia.com/speciale-vino-50-aziende-top-dellanno-5/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[A cura Di Federico De Cesare Viola. Con Antonio Boco, Francesca Ciancio, Anita Franzon, Åsa Johansson, Fabio Turchetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 17:01:38 +0000</pubDate>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Innovazione. Export. Sostenibilità. Ospitalità.
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									<p><strong>Stefano Amerighi | Cortona (Arezzo) </strong><a href="http://www.stefanoamerighi.it">stefanoamerighi.it</a><br />Conosciutissimo tanto per il suo Syrah quanto per le posizioni ecologiche (nel senso etimologico della parola, di dialogo con la natura) Stefano Amerighi ha dato il suo nome all’azienda di Cortona, in provincia di Arezzo. Se gli si chiede da dove parte questa sua attenzione risponde dalle radici, ovvero dalla fattoria di famiglia, un organismo agricolo variegato fatto da viti, alberi da frutta, animali, ortaggi, cereali. «Ecco dov’è – spiega il vignaiolo – la differenza tra agricoltura biologica e agricoltura biodinamica: la seconda è articolata, la prima non sempre. Certo, il vino mi ha liberato dalle “catene” di un certo mondo che vedeva nella povertà dell’agricoltore un destino ineluttabile, ma siamo ancora davanti a un bivio: la specializzazione o la policoltura». Amerighi la scelta l’ha fatta tempo fa, introducendo in azienda le vacche chianine (che puliscono il vigneto dalle erbacce, producono letame per il compost e mettono al mondo vitelli da rivendere), le valdarnesi (galline ovaiole che beccano insetti e mangiano erba nell’uliveto), oltre duecento tipi di frutti antichi piantati 10 anni fa, cereali (messi a reddito anche con la produzione di una birra gueuze che uscirà per la prima volta nel 2021). Non fa tutto da solo ovviamente. La squadra è strutturata da anni ed è parte integrante di questo ecosistema: «La complessità è figlia anche delle competenze che hai contribuito a formare. Il contrario di ciò sono le cooperative: non conosci gli operai e non sai quanto vengono pagati».<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Syrah Stefano Amerighi <br /></strong>A detta di molti la migliore espressione di quest’uva in Italia. Saporito ed elegante grazie alla frutta rossa e alle spezie, affascinante sul finale che sa di tabacco.</p><p><strong><br />Tasca d’Almerita | Contrada Regaleali, Sclafani Bagni (Palermo) </strong><a href="http://www.tascadalmerita.it">tascadalmerita.it</a><br />Non è stata cosa da poco, in un momento in cui i numeri aziendali crescevano esponenzialmente (basterebbe ricordare fra gli anni Ottanta e i Novanta quante bottiglie di Regaleali Bianco e Rosso si stappassero), continuare a investire per innalzare ulteriormente l’asticella qualitativa. Ma Giuseppe Tasca D’Almerita, dopo aver preso in mano nel 1957 le redini della tenuta di famiglia (in quel di Regaleali, per l’appunto), prima punta alla valorizzazione delle uve autoctone (il Rosso del Conte, da nero d’Avola e perricone, è un “must”), poi inizia a pensare anche alle uve internazionali insieme al figlio Lucio, che lo affianca. Due capolavori come il Cabernet Sauvignon e lo Chardonnay (chi ricorda il mitico ’91, toccato persino dalla botrite?) metteranno in fila molti concorrenti celebrati ovunque: quella a base cabernet sarà inoltre la prima etichetta siciliana dove l’uva, impiantata nel 1979, muoverà in purezza. Nel 1998 il conte Giuseppe viene a mancare ma ad aiutare Lucio arrivano i suoi eredi, Giuseppe e Alberto, con i quali l’azienda celebrerà altri successi, dagli esordi sull’Etna all’esperienza di Salina con la Tenuta Capofaro: per continuare fra gli altri con il recupero dell’antico vigneto di grillo sull’isola di Mozia, in collaborazione con la Fondazione Whitaker. Senza dimenticare il protocollo SOStain, il primo programma di sostenibilità per la vitivinicoltura italiana, seguito in tutte le tenute Tasca: dalla vigna alla cantina, fino alle pratiche energetiche e alla massima attenzione alle competenze e alle risorse locali.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Sicilia Doc Grillo Mozia <br /></strong>Dai vigneti ad alberello del grillo sull’isola di Mozia si vendemmiano le uve trasferite sulla terraferma con apposite barche, per proseguire poi il viaggio in camion refrigerati verso Regaleali. Agrumi, sale, iodio: un bianco unico, sia per origini sia per caratteristiche.<br /><br /></p><p><strong>Tenuta di Valgiano | Capannori (Lucca) </strong><a href="http://www.valgiano.it">valgiano.it</a><br />L’idea di Valgiano è stata ed è così forte da riuscire a travalicare i confini della tenuta. Un’evoluzione iniziata negli anni Novanta, mai sospesa e tantomeno finita, capace di diventare un messaggio per un intero territorio e decine di altre realtà. Se oggi si parla di distretto della biodinamica, facendo riferimento alle colline lucchesi, molto del merito è dei protagonisti di questa storia. Che hanno avviato e puntellato un progetto chiarissimo, capace di esaltare i caratteri di un luogo magnifico attraverso un profondo senso di comunità. Al vertice Moreno Petrini e Laura di Collobiano, affiancati da Saverio Petrilli. Molto vicino ad Alex Podolinsky, padre della biodinamica moderna, Petrilli unisce sensibilità, buone pratiche agricole e ragioni scientifiche, stando sempre ben attento alla misurabilità degli interventi. Tra questi, varie tisane e il famoso “preparato 500”, cioè lo sterco di vacca messo in un corno e sotterrato all’inizio dell’inverno, per essere tirato fuori in primavera. Un processo che scatena un’incredibile attività biologica e un grande numero di microrganismi,  tanto da farne un efficace dinamizzante per il terreno. Lontano da ogni esoterismo, la biodinamica praticata a Valgiano è un metodo rigoroso, fulcro di un sistema che mette al centro le ragioni della natura e le reali esigenze umane, oltre che fornire la base per dei vini che sono diventati un riferimento assoluto per stile e identità, anche ben oltre i confini nazionali.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Colline Lucchesi Doc Tenuta di Valgiano<br /></strong>Un vino che rende accessorie le uve utilizzate per esaltare il carattere del territorio d’origine e un’idea stilistica di fondo che cresce di vendemmia in vendemmia.<br /><br /></p><p><strong>Tenute Dettori | Sennori (Sassari) </strong><a href="http://www.tenutedettori.it">tenutedettori.it</a><br />La quintessenza della Sardegna: opinioni forti e natura selvaggia, senza barriere e con un grandissimo senso di libertà che richiede rispetto. Queste sono le prime sensazioni quando visiti le Tenute Dettori nella Romangia, fertile spicchio di Logudoru tra Sassari e Castelsardo. L’azienda di Alessandro Dettori lascia aperte le porte del proprio mondo senza seguire mode o mercati. Qui c’è un’apparente semplicità che richiede un lavoro costante e una continua ricerca di conoscenza. Per i visitatori è come entrare in un mondo incantato che dà nuove prospettive al quotidiano, spesso saturo di cose superflue. Invece qui ci sono il mare e le colline con la macchia mediterranea. E tu nel mezzo. La vista dall’agriturismo e ristorante – Kent’annos, come il tradizionale augurio sardo di lunga vita – a Sennori, in provincia di Sassari, è un’immagine che difficilmente ti abbandonerà: dal cru di Badde Nicolosu al tramonto sul mare che guarda alla Corsica. La sera viene servita una cena composta di minimo dieci portate (il porceddu sardo è immancabile) che soddisfa anche i palati più sofisticati. L’accoglienza è schietta, diretta e senza fronzoli: convince se hai la mente aperta. Esattamente come i vini, fatti con vitigni tradizionali come cannonau, monica, vermentino, pascale e moscato, senza aggiunte o manipolazioni. Vini sinceri che cambiano di anno in anno e, pur non seguendo le tendenze del mercato, sono attesi da un pubblico sempre più ampio.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Romangia Bianco Igt Renosu Dettori<br /></strong>Un vino bianco fatto con uve tradizionali da bere a fiumi durante serate estive conviviali. Frutta matura mescolata con la macchia mediterranea. Salato e dolce nello stesso tempo. La vicinanza al mare aggiunge quel tocco di sapidità che completa il quadro. Schietto, onesto e libero come la filosofia stessa dell’azienda.</p><p><strong><br />Torrevento | Corato (Bari) </strong><a href="http://www.torrevento.it">torrevento.it</a><br />Castel del Monte, il maniero dalla forma ottagonale fatto costruire da Federico II di Svevia, dà il nome ad alcune delle più famose Doc e Docg pugliesi e domina da circa otto secoli le terre del Parco Rurale dell’Alta Murgia. In questo territorio ricco di eccellenze sorge la cantina Torrevento, impegnata da quasi un secolo nella tutela e valorizzazione del patrimonio storico e ambientale che la circonda. Il lavoro di Francesco Liantonio, oggi al timone dell’azienda di famiglia, parte dal senso etico e dal rispetto per la terra tramite pratiche agricole sane certificate da Equalitas, azienda che si occupa di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Torrevento controlla una superficie vitata di 500 ettari e si concentra sulla produzione di vini da vitigni autoctoni di tutta la Puglia: negli anni Novanta fu la prima a credere nel nero di Troia in purezza con il vino Vigna Pedale. Questa e altre etichette hanno raggiunto meritati successi in Italia e all’estero consacrandone il ruolo di ambasciatrice dei vini pugliesi nel mondo. La cantina si trova a Corato, in provincia di Bari, ed è aperta al pubblico tramite vari percorsi di visite e degustazioni guidate in quella che era l’antica stalla del monastero benedettino del ‘600 che oggi ospita la sede aziendale. Ma la storia qui va a braccetto con le tecnologie più all’avanguardia che, per esempio, consentono di certificare la tracciabilità del vino e del suo percorso dalla vigna al calice attraverso un QR-code in etichetta.<br /><strong>Il vino: Ottagono Castel del Monte Nero di Troia Riserva Docg<br /></strong>Un’etichetta dedicata al Castel del Monte ma anche al vitigno nero di Troia che dona alcune tra le sue migliori espressioni proprio a partire da un vigneto ai piedi della fortezza ottagonale Patrimonio Unesco.<br /><br /></p><p><strong>Tramin | </strong><strong>Termeno sulla Strada del Vino (Bolzano) </strong><a href="http://www.cantinatramin.it">cantinatramin.it</a><br />Che la coltivazione della vite e il vino siano parte integrante della cultura e del paesaggio altoatesini lo dimostrano le origini di quella che è oggi una delle più importanti realtà cooperative della regione (e dunque d’Italia), con 260 ettari e 180 famiglie legate dalla cura attenta delle vigne e del territorio e dall’obiettivo di valorizzare un patrimonio unico. Tutto inizia infatti nel 1898 per volere del parroco Christian Schrott e di alcuni viticoltori della zona. Nel 1971 la fusione con la Cantina Sociale di Egna (nata nel 1893) segna l’importante ampliamento della realtà e un ulteriore radicamento territoriale, mentre risale al 1989 la svolta qualitativa decisiva. Un percorso – tuttora in atto – di crescita costante suggellato dall’arrivo, nel 1991, dell’enologo Willi Stürz il cui lavoro sarà riconosciuto dalla critica e da numeri sempre più importanti. Ma è soprattutto negli ultimi venti anni che Tramin punta in maniera sempre più decisa su un’innovazione non solo tecnologica ma ad ampio raggio, culminata con l’inaugurazione, nel 2010, della nuova sede della cantina: un edificio moderno ma perfettamente integrato, se non connaturato, nel paesaggio, una struttura-scultura – totalmente ecocompatibile – a firma dell’architetto Werner Tscholl. È così che Tramin, già nota per i grandi vini bianchi che si fanno sempre più complessi e affascinanti, diventa a tutti gli effetti “la casa del Gewürztraminer”, vitigno aromatico che qui trova alcune delle sue espressioni migliori.<br /><strong>Il vino: Troy Chardonnay Riserva Alto Adige Doc<br /></strong>Dalle vigne di Sella, attentamente vendemmiate a mano, nasce questo affascinante bianco in cui le note di frutta tropicale si sposano a un carattere decisamente alpino, ricco di mineralità montana, succoso ed elegante.<br /><br /></p><p><strong>Velenosi Vini | Ascoli Piceno </strong><a href="http://www.velenosivini.it">velenosivini.it</a><br />Angela Piotti Velenosi – abruzzese di nascita, marchigiana di adozione – è conosciuta come la “signora del vino piceno” per la verve comunicativa e l’impegno con cui guida da 35 anni l’azienda fondata con l’allora marito Ercole Velenosi. Ed è anche grazie a lei se oggi le Marche trovano il loro posto nella mappa geografica dei winelovers internazionali (e anche italiani, a dirla tutta), con il nome di Velenosi – e quello di alcuni altri vignaioli – sulla bandierina. Con il supporto di enologi di valore come Attilio Pagli, è riuscita a valorizzare vitigni autoctoni come il pecorino (di cui realizza un’interpretazione insolita e affascinante, il Rêve) e a far andare di pari passo numeri e qualità: 145 ettari vitati di proprietà più quelli in affitto, circa due milioni e mezzo di bottiglie prodotte ogni anno ed esportate in 52 Paesi, tra vini di facile beva e punte di diamante come il Roggio del Filare. Senza mai smettere di porsi nuovi obiettivi: dalla linea biologica alla tenuta abruzzese di Controguerra, da cui nasce tra gli altri il Verso Sera, Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG. L’imperativo resta guardare avanti, nel segno della famiglia: dal 2019 la figlia Marianna, laurea alla Bocconi ed esperienza triennale in Svizzera, è la responsabile marketing e controllo di gestione. L’ha raggiunta il fratello maggiore Matteo, enologo, rientrato dalla Borgogna con un dottorato in biologia delle fermentazioni: porta la sua firma l’annata 2020, con le sperimentazioni sulle fermentazioni in bottaia e il bâtonnage manuale per il Rêve.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Roggio del Filare Rosso Piceno Superiore Doc<br /></strong>Blend di montepulciano e sangiovese, prende il nome dall’immagine evocativa di un raggio di sole che filtra tra le vigne. Affinato in barrique nuove per 18 mesi, è avvolgente ed elegante con note di frutti rossi maturi e spezie.<br /><br /></p><p><strong>Venissa | Venezia </strong><a href="http://venissa.it">venissa.it</a><br />«La Laguna non ha nulla da invidiare al Canal Grande». Parole di Matteo Bisol, quasi un manifesto programmatico. Probabilmente con questa idea in testa, più di dieci anni fa, ha creato il progetto Venissa nella laguna di Venezia: vino, ristorazione, ospitalità diffusa e chissà cos’altro ancora. Soprattutto, un contenitore di concetti diventati molto concreti quali sostenibilità, responsabilità sociale, accoglienza. Nel 2002 inizia l’avventura sull’isola di Mazzorbo con la riscoperta della dorona, l’uva bianca della laguna che era praticamente scomparsa. Gli anziani di quella che chiamano la “Venezia Nativa” ancora se la ricordano, oggi dà vita a un vino raro e quasi da collezionisti. L’etichetta Venissa diventa per i Bisol il grimaldello per entrare – in punta di piedi – in un microcosmo bellissimo e fragile. Il Ristorante Venissa, l’Osteria Contemporanea, il Wine Resort, l’albergo diffuso a Burano sono tutte attività che coinvolgono le persone del posto: i pescatori che accompagnano i turisti a conoscere le tecniche di pesca, gli artigiani del merletto che svelano i segreti del ricamo, i vogatori che insegnano la voga alla veneta, i battiloro che mostrano come i metalli preziosi si trasformano in lamine sottilissime. L’orto cresce a pochi centimetri dall’acqua – l’elemento al centro di tutto – ed è qui che ha origine la cucina di Chiara Pavan e Francesco Brutto, chef del ristorante stellato. «Anche questa è sostenibilità – sottolinea Matteo – tenere in vita una cultura locale, farle riscoprire l’orgoglio di appartenenza».<br /><strong>Il vino: Dorona Venusa<br /></strong>Frutto della seconda selezione delle uve dorona – e di un percorso diverso in cantina rispetto al Venissa, con macerazione più veloce e affinamento in cemento di due anni – si contraddistingue per una grande freschezza e mineralità.<br /><br /></p><p><strong>Vigneti Massa | Monleale (Alessandria)<br /></strong>Anarchico ma pronto a chiamare (ovviamente come provocazione) uno dei suoi vini Montecitorio, controcorrente ma capace di far squadra riunendo attorno a sé – in una zona, quella delle Valli Tortonesi, che è un giacimento enogastronomico decisamente sottovalutato – un gruppo di vignaioli che ha recuperato e salvato dall’oblio, mettendolo anzi sotto ai riflettori internazionali, il Timorasso: uva e vino ultra-locali, tradizionalmente usato come vino da taglio, ha dimostrato grazie al loro lavoro di poter essere un grande bianco da invecchiamento, pronto a sorprendere nelle diverse interpretazioni che ognuno ne ha dato sotto l’ombrello della “autodenominazione” Derthona, cui nel 2014 è seguito il riconoscimento della Doc Colli Tortonesi. Alla guida dell’azienda di famiglia fondata nel 1879 – Vigneti Massa – oggi Walter conduce 30 ettari di vigna di uve autoctone (oltre al timorasso ci sono cortese, moscato bianco, barbera, croatina e freisa), con un approccio etico che lo spinge a guardare tanto al passato quanto al futuro, in un inedito mix di ancestralità legata alla terra e al rispetto della natura e dei suoi ritmi, e uso razionale della tecnologia. Come dimostra la collaborazione con il gruppo multinazionale Guala Closures per sperimentare, primo in Europa, l’innovativa tecnologia NFC NěSTGATE e la piattaforma blockchain collegata per garantire l’autenticità del vino e della sua origine come dato oggettivo e non poesia.<br /><strong>Il vino:</strong> <strong>Derthona Sterpi<br /></strong>Complesso e potente, con sensazioni minerali e di idrocarburi, è una sontuosa interpretazione di Timorasso e uno dei grandi bianchi italiani.</p><p><strong><br />Zidarich | Duino-Aurisina (Trieste) </strong><a href="http://www.zidarich.it">zidarich.it</a><br />Con il suo approccio schietto, radicale e senza compromessi, Zidarich è un baluardo di purezza e identità nell’affascinante territorio del Carso triestino. Basta una visita nella sua cantina scavata nella roccia, frutto di dieci anni di incredibile lavoro, o uno sguardo alle vigne che paiono tuffarsi nel mare, per comprendere quanto questo sia vero. Ed è proprio la roccia che caratterizza i suoli della sua terra ad aver convinto Benjamin a sperimentare un contenitore incredibile, arcaico e moderno al tempo stesso: una botte di pietra! Certo, la vinificazione in materiali di questo tipo ha origine in epoca preistorica ma l’intuizione arriva cercando qualcosa di alternativo al legno, che potesse legare ancor più l’azienda al territorio d’origine e valorizzare le risorse locali. Cominciano così le ricerche, grazie al prezioso lavoro di alcuni artigiani del posto che, tentativo dopo tentativo, arrivano a dare forma ad un tino unico, fatto di 5 pezzi di marmo impilati ed assemblati. Un risultato pazzesco. È qui che Zidarich lavora una parte della sua vitovska, uva simbolo del Carso. Una volta raccolta, diraspata e messa nella vasca di pietra, avvengono le fermentazioni spontanee e la macerazione del mosto sulle bucce, per circa 18 giorni. Infine il vino passa nelle botti di rovere e da lì in bottiglia. Così nasce il Kamen: pietra, appunto.<br /><strong>Il vino: Kamen<br /></strong>Vino incredibilmente simbolico che unisce i suoli del Carso, la sua varietà simbolo (vitovska), e la fermentazione in tini di pietra.</p><p> </p><p><em>foto <span class="aCOpRe">Cantina Tramin</span></em></p>								</div>
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		Omaggio ad Andrea Paternoster: il menu dei mieli		</h3>
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		<p>L'articolo <a href="https://www.foodandwineitalia.com/speciale-vino-50-aziende-top-dellanno-5/">Speciale Vino: 50 aziende top dell’anno #5</a> proviene da <a href="https://www.foodandwineitalia.com">Food and Wine Italia</a>.</p>
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