Chianti Classico, tra storia e terroir

Un grande protagonista – il sangiovese – e un territorio circoscritto ma dalla grande diversità, che trova espressione in vini dal carattere unico. Il Consorzio Chianti Classico ha presentato a Roma una degustazione di 12 etichette Gran Selezione dell’annata 2016 condotta da Ian D’Agata. Una vendemmia straordinaria – coincidente con i 300 anni dell’istituzione della zona geografica – che ne racconta le potenzialità espressive.

Chianti Classico

Per gli addetti ai lavori e gli appassionati di vino, il Gallo Nero – storico simbolo dell’antica Lega Militare del Chianti – è un’icona inconfondibile che rimanda immediatamente a un territorio e una denominazione ben precisa, il Chianti Classico.

La più antica d’Italia, per la precisione, per lo meno nella sua versione ante litteram. Risale infatti al 24 settembre 1716 la decisione del Granduca Cosimo III di delimitare i territori toscani più vocati alla produzione di vini di qualità, con un apposito bando che sanciva i confini di questa precisa zona tra Siena e Firenze e contesa tra le due città da tempi ancor più remoti, come racconta la leggenda medievale del gallo nero che permise agli scaltri Fiorentini di vincere una sfida contro i Senesi conquistando maggior estensione territoriale. Cosimo gettava così le basi per la distinzione tutta enologica tra Chianti e Chianti Classico, DOCG autonoma dal 1996.

Data invece al 1924 la nascita del Consorzio per la difesa del vino tipico del Chianti, dal 1932 Consorzio Vino Chianti Classico, che riunisce 510 aziende del territorio (di cui 351 imbottigliatrici) rappresentando il 96% della produzione locale. Presieduto da Giovanni Manetti – a capo dell’azienda Fontodi – il Consorzio è attore fondamentale del prestigio della denominazione nel mondo; ed è da anni impegnato nella tutela e nella valorizzazione del marchio ma anche nella crescita qualitativa del territorio, ad esempio con rese sempre più ridotte e una forte propensione alla sostenibilità e all’agricoltura biologica.

Nasce così la Gran Selezione: frutto di annate ed etichette selezionate dai singoli produttori e rispondenti a stringenti criteri e regole produttive, si situa all’apice della piramide qualitativa del Chianti Classico (che comprende anche le etichette Annata e Riserva). Non un superfluo e autoreferenziale riconoscimento ma una precisa indicazione di qualità per i consumatori tanto che l’indicazione, nata solo cinque anni fa, oggi rappresenta già il 6% della produzione totale ed è utilizzata da 136 aziende consociate.

E proprio alcune delle più interessanti etichette Gran Selezione dell’annata 2016 – non solo ricorrenza del tricentenario del bando di Cosimo III ma soprattutto una vendemmia eccezionale, un “dono di madre natura” come lo definisce Manetti che, grazie alla fortunata combinazione di eventi climatici ha dato vita a vini di grande struttura ma incredibilmente freschi e potenzialmente longevi – sono state al centro della bella degustazione romana condotta da Ian D’Agata che, con dovizia di particolari e suggestioni, ha raccontato non solo la stoffa ma soprattutto la grande diversità del terroir del Chianti Classico.

Dalle sfaccettature di esposizioni, altitudini e suoli – alberese, galestro, macigno toscano, argilla – e dalle diverse interpretazioni personali dei singoli vignaioli, emergono così le infinite potenzialità del vitigno principe della regione, il sangiovese. In passato spesso messo in secondo piano dai più possenti vitigni internazionali che lo affiancavano nei tagli “bordolesi”, oggi appare sempre più spesso come unico protagonista (magari accompagnato da piccole percentuali di altri autoctoni) di vini che ne mettono in risalto la versatilità e la capacità di raccontare sottozone molto diverse, dalle inedite e spiccate acidità espresse da Greve in Chianti all’eleganza inconfondibile di Radda o San Casciano.

Tanto che, racconta Manetti anticipando le prossime iniziative del Consorzio, saranno introdotte in etichetta le specifiche menzioni geografiche legando precise tipologie di vini al nome del villaggio di riferimento, come avviene in Francia. «Sempre di più, per noi, la qualità si esprime nelle parole d’ordine di autenticità e territorialità», spiega Manetti. «Oggi che si producono buoni vini praticamente in tutto il mondo, l’unica chiave è la differenziazione; e l’unico fattore non trasferibile e non replicabile è il territorio». E quello del Chianti Classico, in cui le vigne quasi scompaiono tra boschi e colline ma sanno trovare la propria essenza in ogni singola situazione, ha davvero pochi rivali.

LA DEGUSTAZIONE

Dodici le etichette presentate in degustazione: per un’annata, quella del Tricentenario, che il Consorzio definisce la migliore del terzo millennio, almeno rispetto a quanto finora prodotto.

Una batteria interessantissima, in effetti, suddivisa fra alcuni campioni scelti da Ian D’Agata in funzione delle loro diverse provenienze: dodici Gran Selezioni 2016 rappresentative dei differenti microcosmi e microclimi del Chianti Classico, atte a porre in rilievo le peculiarità dovute ad altitudini diverse e a tipologie di terreno più o meno limose, ciottolose o calcaree.

Ad aprire le danze il comune di Greve in Chianti, in provincia di Firenze. Prima con I Fabbri (500 metri sul livello del mare) da cui un vino proveniente da un contesto di rara bellezza, alto e molto fresco, caratterizzato soprattutto da fresca succosità, sapidità marcata, tannino compostissimo e salivazione costante (indice di buona acidità), e a seguire con il Vigna Vecchia di un’azienda risalente al 1979, Vecchie Terre di Montefili (stessa altitudine): proveniente da un mélange di botti grandi e piccole, dal tipico ribes rivela anche caratteri agrumati ma un legno ancora da assorbire pienamente, conferente timbri appena tostati e vanigliati.

Castellina in Chianti, nel Senese, comune più caldo e secco del precedente, è stato protagonista del secondo focus, muovendo in prima battuta dai 320 metri d’altezza della Tenuta di Lilliano: per un risultato anche in questo caso ancora marcato dalla botte grande, con rimandi finali al tè nero e alle spezie dolci. La Riserva di Fizzano di Rocca delle Macìe (300 metri s.l.m.), dal suo canto, affinato fra botti da 30-35 ettolitri e barrique, è risultato piuttosto rassicurante e ben fatto: forse fin troppo lineare, però, prevedibile ed accademico.

Ecco poi Gaiole in Chianti, nella parte ovest del contesto senese, posto a 500 metri d’altezza in un territorio assai complesso e variegato. La Gran Selezione Rialzi della Tenuta Perano (Frescobaldi), che dei suoi 30 mesi d’affinamento ne vede 24 in barrique, manifesta una tipicità ben espressa e un timbro gusto-olfattivo relativamente dolce (in senso lato), mancando un filo di concentrazione ulteriore. Nel San Lorenzo del Castello di Ama, invece, si fanno sentire sia la quota di merlot (13%) sia l’uso di barrique nuove, per un 22% del legno totale: il risultato, comunque affascinante, denota toni scuri di grafite, sabbia e caffè, oltre al substrato di confettura di frutti rossi e neri. Probabilmente, piaccia o meno, il vino con l’impronta organolettica più internazionale.

La raffinatezza dei vini di Radda in Chianti apre la seconda metà della degustazione: in primis con il Vigna il Corno del Castello di Radda (400 metri s.l.m.), di classe estrema. Frutti di bosco, viola e prugna, quindi ricordi floreali e di anice: elegantissimo, per 15 gradi di alcolicità supportati magnificamente. Suo rovescio della medaglia, pur interessante, il Coltassala del Castello di Volpaia (450 metri e innanzitutto un luogo da visitare senza se e senza ma): con toni più scuri e criptici e appena più rudi e contrastati, ancora parzialmente da attendere.

Castelnuovo Berardenga è stato prima rappresentato da San Felice e dal suo Poggio Rosso, originato da vitigni poco al di sotto dei 400 metri d’altezza, e che dopo 20 mesi di sosta in botti da 500 litri risulta ancora un po’ chiuso e silenzioso, quindi dal Colonia di Fèlsina: in questo caso frutto di appezzamenti ruotanti attorno ai 450 metri e rivelatosi più nitido in bocca che al naso, ancora marcato dagli oltre trenta mesi di barrique nuove.

Per gli ultimi due campioni si è tornati dalle parti di Firenze. Ad iniziare da Barberino Tavarnelle e dal rappresentante locale, in questo caso il Casa Emma dell’omonima azienda, per quella che lì è stata l’ultima vendemmia dalle viti più vecchie. Altitudine (480 metri) ben espressa nel bicchiere, grazie anche a 36 mesi in botti di rovere antico da 10 ettolitri e ad una sapidità accattivante e di grande croccantezza.

Dopodiché, a chiudere i giochi, La Sala (siamo a San Casciano Val di Pesa) e il suo Torriano. Da una cantina risalente alla fine del XIII secolo un esemplare davvero degno delle conclusioni, per una degustazione come non se ne vivono tante: sinuoso, femmineo, suadente e articolato, un vino di classe.

 

    

 

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