Design challenge: reinventare lo chandelier

La “luce delle feste” per antonomasia, ripensata da tre grandi designer, accende di atmosfera tre ambienti molto diversi tra loro - food hall, boutique hotel e ristorante di lusso

chandelier

Se volessimo ridurre lo chandelier a una mera descrizione tecnica potremmo trincerarci dietro la definizione di “lampadario”, ovvero di “un complesso e decorato corpo illuminante pensato con un attacco al soffitto per garantirne la sospensione”. Eppure ciò che questa tipologia di lampada porta con sé è proprio il sogno del fasto e l’idea della festa. Inoltre offre un servizio poiché esprime la funzione di illuminare uno spazio per ricevere. I bracci di uno chandelier hanno nel corso della storia ospitato candele, luci a gas e a olio, lampadine elettriche e oggi i LED.

L’origine etimologica è chiara: dal latino “candelabrum” al francese arcaico “candere” mentre il lemma inglese adottato da quasi tutte le lingue del mondo risale al 1736. Il glossario classificatorio dei lampadari è ricco e dettaglia un bizzarro catalogo: a cascata, a torta nuziale, a borsa, a festone o a mongolfiera, per il volume che ricordano; veneziano o boemo per la provenienza dei cristalli ornamentali; olandese o inglese per i metalli utilizzati; medievale, gotico o neoclassico per il periodo storico al quale appartengono o a cui si rifanno in epoca contemporanea.

Quando tra il 2009 e il 2011 Francisco Gomez Paz e Paolo Rizzato furono chiamati da Luceplan a realizzare una nuova tipologia di chandelier, la loro ispirazione fu guidata da un’idea forte e provocatoria che scuoteva la tradizione con non poche innovazioni. I designer pensarono di riproporre la magia degli antichi lampadari, quelle scenografiche ma pesanti, fragili e costose costruzioni di cristallo con un’interpretazione fatta di sofisticate tecnologie moderne e nuovi materiali. Una serie di sottili lenti Fresnel piane e in materiale plastico, ottenute con micro prismatura impressa su policarbonato, consente un potere diottrico equivalente a quello del vetro (senza tuttavia i vincoli di ingombro, spessore e peso) e riduce l’elevata luminanza della fonte moltiplicandone, nel contempo, la luce infinite volte, fino a ricreare un gradevole effetto di piccoli riflessi. Un risultato sorprendente e fantastico grazie alla natura e alla geometria delle sottili lenti, capaci di catturare e di rifrangere la luce del giorno o dell’ambiente. Perciò Hope – questo il nome della lampada – è stata scelta per illuminare gli spazi del ristorante all’interno della sede romana di Eataly. Qui la luce naturale proveniente dalle ampie vetrate industriali è rilanciata e amplificata, così che il lampadario vive di vita nobile e funzionale anche ad apparecchio spento.

La funzione dello chandelier contemporaneo sta nel mostrare l’estetica del suo manufatto tecnico: la utilizza in maniera strumentale per offrire personalità e carattere a uno spazio. Così è successo alla colazioni del resort Borgo dei Conti, in Umbria, illuminata dal modello 2097 di Gino Sarfatti. Pensato per Arteluce, oggi è prodotto distribuito da Flos. Quando questa lampada fu disegnata era il 1958: anche allora il designer volle rivisitare ciò che la tradizione aveva imprigionato per lungo tempo in qualcosa che non rispondeva più ad alcun canone. La 2097 esprime le virtù del disegno industriale. Le lampadine sono a vista e i cavi danno forma alla struttura del corpo della lampada, i raggi orizzontali e non sovrapposti l’uno all’altro conferiscono un movimento verticale al volume.

La contemporaneità è fatta anche di esempi che proseguono lungo la strada della fantasmagoria dove luce, materiali, allestimento e design degli interni danno vita a esempi di chandelier che nulla hanno da invidiare ai lampadari storici in dimore del passato. Il ristorante dell’hotel Morpheus di Macao si è affidato alle cure dello chef francese Alain Ducasse che ha scelto il terzo piano dell’edificio progetto da Zaha Hadid Architects per ambientare il suo nuovo locale. Ducasse desiderava uno spazio all’insegna della luce e per questo ha indicato l’interior designer francese Jouin Manku. Il brief è stato perentorio: «Prima della cucina, c’è la natura». È così che Manku ha iniziato a schizzare una foresta di bambù dove l’illuminazione naturale filtrasse tra i tronchi creando giochi di luce e ombra, aprendo anfratti e schermando situazioni. Manku si è poi rivolto a Lasvit, l’azienda ceca che negli ultimi dieci anni ha ridato splendore e impulso al mercato degli chandelier in cristallo di Boemia. Il risultato della triangolazione fra Ducasse, Manku e Lasvit ha convinto per la carica immaginifica e visionaria. Lo spazio del ristorante è decorato da uno chandelier ambientale di 625 “bambù” illuminati. Lo chef pluristellato ha dichiarato in un’intervista che «il segreto sta nel creare ricette, nel ricercare prodotti, nel lavorare gomito a gomito con i designer per scegliere come arredare la tavola e definire lo stile del servizio… Io che alla fine cucino tutto il giorno, credo sia ancora fondamentale concentrarsi sulla creazione».

Foto di Frank Huelsboemer

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