Global Brooklyn

Docente di Food Studies alla New York University, Fabio Parasecoli ci racconta le osservazioni e le riflessioni sui luoghi del cibo al centro del libro che ha curato insieme a Mateusz Halawa.

global brooklyn

Avete avuto anche voi l’impressione, viaggiando per lavoro o per piacere, che molti locali in giro per il mondo – ristoranti, bar, e negozi consigliati da guide, esperti, e social media – abbiano spesso un’aria familiare, quasi li aveste già visti da qualche altra parte? Stimolati da questa osservazione, insieme al mio collega Mateusz Halawa dell’Accademia delle Scienze di Polonia ci siamo messi ad osservare un po’ più da vicino il fenomeno che abbiamo poi descritto come “Global Brooklyn”. Ci siamo accorti subito che non si trattava solo di design ma anche di cambiamenti nel gusto, nella comunicazione, nel servizio, e negli atteggiamenti delle persone coinvolte, inclusi i clienti. E dato che si tratta di un fenomeno globale, abbiamo chiesto a studiosi, designer e operatori del settore di osservarlo lì dove vivono. Il risultato è un libro che spazia da Brooklyn (quella vera, a New York City) a Copenhagen, Rio de Janeiro, Tel Aviv, Accra, e Melbourne, per citare solo alcuni dei luoghi esplorati.

Questo genere di luoghi era originale e divertente, qualche anno fa. Diverso e fresco, comunicava la voglia di vivere il cibo a misura d’uomo, in modo più sostenibile, per creare spazi di condivisione. E poi grande attenzione alle piccole produzioni, agli artigiani, a quelli che lavorano con le mani ma che capiscono anche l’importanza di un servizio rilassato, piacevole e professionale. In Italia hanno fatto parte di quella prima ondata locali come Open Baladin e poi l’Osteria di Birra del Borgo, a Roma, ma locali simili erano stati aperti anche a Torino, Milano, Bologna… Abbiamo chiamato questo stile “Global Brooklyn” perché viene spesso descritto così, anche dai protagonisti stessi. In realtà gli elementi costitutivi della sua estetica hanno un’origine più diversificata, dal punk di Londra al grunge di Seattle, dall’interesse tutto californiano per gli ingredienti locali al gusto postindustriale (e post socialista) di Berlino. La preponderanza dei media americani di certo ha svolto un ruolo non secondario nell’identificazione dello stile con il quartiere di New York City e la sua popolazione hipster.

Nel corso degli anni l’approccio si è ovviamente evoluto e, in parte, omologato, così che ora lo si riconosce abbastanza facilmente: materiali riciclati, sedie e tavoli spaiati e di seconda mano, vecchi oggetti fuori dal loro contesto originale, illuminazione con lampadine semplicemente appese ai fili elettrici. Gli impianti di birrificazione, i macchinari per il concaggio del cioccolato, i forni per il pane, gli attrezzi per l’estrazione del caffè diventano componenti centrali dei luoghi di consumo. I locali tendono ad aprire in spazi che hanno avuto una storia precedente, magari collegata con la produzione e il commercio: vecchi magazzini e officine, fabbriche dismesse, stazioni in attesa di smantellamento le cui infrastrutture – dagli impianti elettrici alle tubature – non vengono nascoste ma, anzi, trasformate in elementi estetici.

Per questo, in molte città l’espansione di Global Brooklyn ha accompagnato l’avanzata della gentrificazione di interi quartieri industriali e popolari, causando non pochi problemi a livello sociale. Con l’arrivo di locali e negozi alla moda, gli a­tti e il costo della vita inevitabilmente aumentano: la soddisfazione delle preferenze dei nuovi abitanti mette in secondo piano i bisogni di chi in quei quartieri ci sta da una vita. Avvolto nella nostalgia per un passato che non si è in realtà vissuto, l’approccio mostra una certa predilezione per l’analogico, lavagne che riportano l’offerta del giorno scritta con gessi colorati e caratteri divertenti, piante ovunque, e menu che a volte richiedono un certo sforzo d’interpretazione e conoscenze avanzate. Altamente instagrammabile, lo stile Global Brooklyn si è trasformato in un regime estetico transnazionale di consumo urbano i cui fruitori partecipano e contribuiscono alla circolazione e uniformizzazione senza precedenti di stili visivi, pratiche e valori, soprattutto tramite i social media.

Dal punto di vista dell’offerta, gli imprenditori di Global Brooklyn si rivolgono ai conoscitori e agli appassionati, presentando vini naturali, monocru di cioccolato e birre artigianali. E se i clienti conoscitori non sono, c’è sempre chi è pronto a spiegare, a fare assaggiare. La preferenza per i sapori “naturali”, offerti in alternativa e opposizione alle caratteristiche dei prodotti industriali di massa, si ritrova negli aromi fermentati della kombucha e nei sentori di una tazza di caffè third o anche fourth wave. In ogni caso, è un approccio sempre progettato con cura, anche quando – e forse soprattutto – vuole apparire casuale e raffazzonato. Il design si estende dagli oggetti all’ambiente, al servizio e all’esperienza nella sua totalità.

Un rinnovato interesse per l’autenticità e l’artigianato si scontra con le realtà delle disuguaglianze sociali e delle dinamiche di un mercato del lavoro che mette in discussione stabilità e piani a lungo termine per le generazioni più giovani. Le materialità progettate di Global Brooklyn e i servizi che cercano di offrire spontaneità in contesti postindustriali riflettono la celebrazione dei mestieri manuali. Non è raro che chi fa birra, macina carne per le salsicce, o impasta il pane in locali Global Brooklyn abbia studiato e abbia scelto di lavorare nell’enogastronomia per passione e, a volte, per cambiare il mondo nella direzione di una maggiore sostenibilità, sensibilità ambientale e anti-corporativizzazione. Le contraddizioni sono evidenti: l’interesse per gli aspetti locali si scontra con la standardizzazione globale, l’intellettualizzazione del rapporto con il cibo con l’apprezzamento del lavoro manuale, la creatività con l’attenzione ai trend internazionali. Questo fa sì che diversi elementi dello stile si ritrovino anche nelle lobby di boutique hotel e in altri ambienti con fini puramente commerciali.

Ma allora è tutto solo moda? Non necessariamente. Dopo tutto, sono le persone, le loro scelte e la loro passione che fanno il successo di un locale o di un negozio. Prendere in prestito elementi di un vocabolario estetico noto e cool può servire ad attrarre clienti: quello che conta, poi, è l’offerta reale.

 

IL LIBRO
Lampadine a bulbo, pallet usati come divanetti, tubi a vista, armamentario per estrarre il caffè – rigorosamente specialty – in ogni modo possibile, birre artigianali e ingredienti genuini. Nato in opposizione alla standardizzazione delle grandi catene, un certo genere di spazi legati al cibo ha finito per diventare a sua volta un “clichè” estetico – e non solo – diffuso in tutto il mondo: da New York a Riga, da Milano a Varsavia. Fabio Parasecoli e Mateusz Halawa, esperti di Food Studies, indagano questo nuovo regime estetico transnazionale di consumo urbano, battezzato “Global Brooklyn”, e provano a definirne origini, contorni, ambizioni e prospettive prestando particolare attenzione al design per comprendere le nuove culture gastronomiche e tracciare una mappa di questa “identicità decentralizzata”. Il risultato è un’interessante opera di antropologia collaborativa, grazie a contributi di colleghi da ogni continente, completata da una gallery di immagini online.

Global Brooklyn
Designing Food Experiences in World Cities
Fabio Parasecoli, Mateusz Halawa
Bloomsbury Academic, 2021

foto L’Osteria di Birra del Borgo

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