Su Alto

L’Antica Quercia: dieci anni di Su Alto

Dalle colline di Conegliano, la storia di un’azienda che ha trasformato il Colfondo in un manifesto identitario. Un percorso costruito sul rispetto del suolo e sull’idea che il vino debba riflettere fedelmente il luogo da cui nasce.

A Scomigo di Conegliano, sulle colline di Conegliano e Valdobbiadene, L’Antica Quercia respira un paesaggio in cui la natura si manifesta in tutte le sue forme. Qui, accanto alle vigne, vive un’antica tradizione di ceramica artistica, in un dialogo silenzioso tra mani, materia e territorio. È un luogo dove la terra non solo nutre, ma ispira. La tenuta, citata anche da Mario Soldati nel celebre Vino al Vino, deve il suo nome a una maestosa quercia secolare che sovrasta i vigneti. Non un semplice albero, ma il cuore pulsante dell’azienda oggi guidata da Claudio Francavilla, simbolo di radici profonde e di un’ombra che accoglie e protegge. Insomma, una sorta di faro vegetale che attraversa e unisce le generazioni.

Un organismo agricolo vivo e complesso

Antica Quercia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I 30 ettari dell’Antica Quercia formano un corpo unico: 20 sono vitati, il resto bosco, oliveto, frutteti – con un’attenzione speciale al melograno. Preparati, compost e sovescio nascono direttamente in azienda, alimentando una visione agricola circolare e armonica. In questo mosaico vivente, ci tiene a sottolineare Francavilla, «presto troveranno spazio anche gli animali, completando un ecosistema agricolo che non vuole sfruttare la natura, ma lavorare insieme a lei». In primavera poi, tra i filari è un’esplosione: fiori di pisello selvatico, trifoglio, senape, colza, ravizzone e avena attirano le api e nutrono il suolo, prima di essere interrati al culmine della loro vitalità. Nell’ecosistema aziendale si inserisce anche La Ghiandaia, un progetto di farm house esclusiva immersa tra i vigneti: una dimora di grande fascino, realizzata a partire da materiali di recupero e arricchita da una spa accogliente, pensata per offrire un’esperienza di autentico benessere.

Dagli anni Sessanta a oggi: una metamorfosi consapevole

La storia viticola del luogo risale agli anni Sessanta, ma è nel 2001 – proprio con l’arrivo della famiglia Francavilla – che prende forma il percorso attuale. Il vero cambio di passo arriva nel 2015, quando Claudio entra in azienda e ripensa l’identità visiva, il modo di fare vino e l’approccio stilistico: sottrarre per rivelare, lasciare spazio al luogo, far parlare il tempo. Nasce così il progetto del Colfondo Su Alto, oggi segno distintivo della cantina.

Su Alto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un percorso arrivato con la vendemmia 2025 al decimo anno, che Claudio Francavilla riassume così: «Consideriamo la nostra azienda un organismo agricolo: vigna, bosco, oliveto e frutteto contribuiscono allo stesso modo alla biodiversità. Il vino, anno dopo anno, è cambiato con noi, guidando le nostre scelte e migliorandoci nel farlo. Senza compromessi, anche in annate difficili o come nel 2023, quando la produzione di Su Alto è stata azzerata da un’incredibile grandinata». Insomma, un decennio che racconta la coerenza di una filosofia, l’assenza di scorciatoie, l’importanza del tempo come ingrediente fondamentale, rivelando anche – con la degustazione verticale di tutte le annate dal 2015 al 2024 – la sorprendente capacità evolutiva del Colfondo.

Su Alto: l’anima del progetto

Su Alto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fedele alla sua tipologia, ma profondamente identitario, Su Alto è un vino frizzante in cui la rifermentazione avviene direttamente in bottiglia, un metodo che ne conserva l’integrità e permette ai lieviti di depositarsi sul fondo, dando vita a una materia viva, dinamica, in continua trasformazione. Le uve Glera provengono da una selezione mirata sui pendii morenici, dove i suoli sciolti e ricchi di minerali favoriscono una maturazione equilibrata e un profilo aromatico essenziale ma profondamente espressivo.

L’imbottigliamento avviene in primavera, quando il vino viene chiuso con tappo a corona e avviato alla rifermentazione grazie al mosto dell’ultima vendemmia, gelosamente conservato a freddo per mesi. Questo gesto, apparentemente semplice, racchiude la filosofia produttiva di Su Alto: valorizzare ciò che la natura offre, senza interventi superflui, accompagnando il vino nel suo percorso senza forzature.

Il nome racconta un capitolo suggestivo della sua storia. Nelle prime annate, infatti, le bottiglie venivano trasportate ai piedi del Monte Civetta, nelle Dolomiti, dove riposavano per un lento affinamento in alta quota (cosa che accade ancora per una parte della produzione, cresciuta nelle quantità). Le escursioni termiche, l’aria rarefatta e il silenzio della montagna contribuivano a definire un carattere unico, quasi austero, che ancora oggi si ritrova nel profilo del vino: identitario, profondo, sorprendentemente longevo.

Su Alto chiede tempo e lo restituisce amplificato. Viene rilasciato solo due anni dopo l’imbottigliamento, quando ha raggiunto quella complessità armonica che lo distingue. Nel bicchiere si svela a poco a poco, raccontando la sua origine, il suo viaggio e la filosofia che lo ha generato: un vino che non cerca l’effetto, ma la verità del territorio e del tempo che custodisce.

 

 

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