Può sembrare lontano dai nostri schemi, può sembrare caotico, confusionario, perfino rumoroso questo posto ma se la scelta di un giornale gastronomico è consigliare posti in cui si mangia bene e in cui si sta bene, allora Ego Sushi non può che entrare nel novero di questi ristoranti. La trattoria giappoitaliana di Napoli non cerca legittimazione, punta direttamente al piacere. Entrate, ordinate, assaggiate: capite subito che qui non c’è interesse nel dimostrare nulla, se non una cosa molto semplice, ovvero farvi stare bene mentre mangiate.
La leggerezza della consapevolezza
Il quartiere in cui sorge questo locale, il Vomero, difende i propri confini con orgoglio e fa lo stesso con la propria identità gastronomica. Un orgoglio così arroccato che a Napoli si ironizza su cosa “sia o non sia” il Vomero, facendo nascere delle pagine ironiche leggendarie (cercate @napoli.centrale.official e divertitevi). Ego è nei pressi di Piazza Medaglie d’Oro, quindi dovrebbe essere “purosangue” vomerese (ma non ci metterei la mano sul fuoco, ci sono sempre gli integralisti) ma compie un gesto sacrilego per i concittadini: mescola diverse culture senza chiedere il permesso. Non è sushi bar, non è trattoria, non è fusion nel senso più abusato del termine. È un cortocircuito culturale consapevole, che usa la forma giapponese per raccontare un immaginario profondamente napoletano e, più in generale, italiano.

L’approccio alla ristorazione da parte di Vittorio Lucci e Mario Marino, i titolari di Ego, è dichiaratamente ludico. Qui si gioca e lo si fa con una leggerezza che ricorda quasi un cinepanettone. Viene in mente quella linea sottile tra serio e faceto che attraversa la cultura pop, dove il linguaggio si fa accessibile senza perdere profondità. Ego si muove esattamente su quel crinale. Non a caso lo stesso profilo Instagram del locale è una piattaforma di video divertenti realizzati per promuovere il locale nella maniera meno convenzionale possibile: ci potete trovare attori, cantanti, personaggi del web, giornalisti, colleghi ristoratori che si mettono in gioco (ormai storica la collaborazione video con Pastena) e chi più ne ha più ne metta.
La sala racconta già tutto prima ancora dei piatti. I Lego sono ovunque, non come semplice elemento decorativo ma come manifesto: costruire, scomporre, ricombinare. Supereroi, installazioni, dettagli che dialogano con le opere di Danilo Pergamo, un artista e vignettista partenopeo dal talento abbagliante che piano a piano sta balzando agli onori della cronaca con lo pseudonimo di DaniloPè. A dispetto del nome del locale, questo binomio crea un ambiente che non prende mai la via dell’autoreferenzialità. È un luogo vivo, attraversato da energia, dove il design non è mai sterile ma funzionale a un’esperienza emotiva precisa.
Come si mangia da Ego Sushi
Quando arrivano i piatti però il gioco si fa serio. Perché sotto la superficie ironica c’è una struttura gastronomica che regge. Restando sul citazionismo da social: pensate a Barbascura, è uno dei migliori divulgatori scientifici d’Italia ma sembra quasi un comico. Ci mette mesi per fare un video documentandosi come un docente ma solo chi è disposto a leggere sotto la superficie fatta di tatuaggi e anelli ne coglie davvero l’essenza. Ego fa il divulgatore della cucina allo stesso modo.

Gli involtini primavera (chiamati smezzatini) diventano contenitori di memoria: parmigiana, pasta e patate, pizza di scarole, persino la braciola. La tecnica applicata a un’idea chiara. Il risultato è spiazzante all’occhio e rassicurante al palato perché sono tutti deliziosi e al primo morso non potete che sgranare gli occhi.
Il cosiddetto “temakiello” merita un discorso a parte: prende la forma del temaki e la porta nel territorio del cuoppo napoletano, creando un ibrido che funziona perché parla due lingue contemporaneamente. È street food travestito da sushi, o forse il contrario. In ogni caso, è uno dei passaggi più intelligenti del menu: esteticamente è bruttino, molto monocromatico, ma l’assaggio è wow e ricorda per davvero entrambi i piatti delle due culture. Discorso simile anche per i gyoza, un po’ spessi ma dal grande sapore: le versioni di terra al ragù napoletano e alla genovese sono esplosive, quelle di mare con i polipetti alla luciana e la zuppa di cozze sono più delicate e forse perfino più piacevoli.
I maki sono il terreno dove la fantasia del locale si spinge più avanti. Aglio, olio e peperoncino; peperone ‘mbuttunato; pizza fritta: suggestioni che potrebbero scivolare nella caricatura e che invece trovano un equilibrio sorprendente. Non tutto è perfetto, e non deve esserlo. Alcuni piatti sono più centrati di altri, ma il punto non è la perfezione. È il gusto, nella sua accezione più diretta, quasi infantile. Quella capacità di dire “è buono” senza bisogno di sovrastrutture.

Ego è, in fondo, una piccola lezione per la critica gastronomica contemporanea. Costringe a mettere da parte certe rigidità, certe liturgie del giudizio. Ricorda che la cucina non è solo tecnica, racconto, territorio, ma anche piacere immediato. E che questo piacere, quando è autentico, non ha bisogno di giustificazioni.
La genesi del progetto aiuta a comprendere questa libertà. Nato come sushi bar tradizionale, Ego evolve dopo un’intuizione legata a un’esperienza personale di Vittorio Lucci: al suo papà (purtroppo scomparso ma presente nel locale sotto forma di Funko Pop) quel tipo di cucina non piaceva. E allora Lucci si è arrovellato per rendere la cucina giapponese accessibile a chi, culturalmente, ne è distante. Da qui l’idea di “fregare il cervello” usando forme note per introdurre sapori familiari. Un processo che, nel tempo, si è trasformato in linguaggio autonomo.
Non sorprende allora il successo trasversale del locale. Coppie, gruppi di amici, famiglie, perfino una clientela più anziana che qui trova un punto di contatto inaspettato. È un ristorante democratico nel senso più nobile del termine, capace di parlare a pubblici diversi senza abbassare la qualità della proposta.

A rafforzare questa identità è arrivato anche il riconoscimento televisivo, prima con la presenza di David Rocco, storico divulgatore di National Geographic in Nord America, poi con la vittoria del format “Pazzi di Sushi” su Food Network condotto da Rosy Chin. Un passaggio mediatico che certifica, se ce ne fosse bisogno, la capacità di Ego di stare dentro il racconto del cibo senza snaturarsi.
Alla fine, Ego funziona perché non si prende troppo sul serio, ma prende sul serio quello che conta davvero. La materia prima è curata (grande qualità del prodotto ittico, per parafrasare il tormentone del ristorante), le esecuzioni sono solide, l’idea è chiara ma, soprattutto, è davvero divertente passare del tempo qui dentro. Tutto il resto è contorno, divertimento, linguaggio.