Le virtù teramane di mare del Palmizio ad Alba Adriatica

Il mare in una “callara”: come Il Palmizio ha riscritto il mito delle virtù teramane

Ad Alba Adriatica, Valerio Di Mattia e Yelena Kovalyova sfidano la tradizione del primo maggio. Un’architettura gastronomica da 50 ingredienti che trasforma il quinto quarto di pesce nel nuovo rito della costa.

Se passeggiate sul lungomare di Alba Adriatica, potreste pensare che i ristoranti siano tutti figli della stessa brezza marina. Poi, però, incrociate Il Palmizio e capite che non è il classico chalet pieds dans l’eau – a separare l’insegna dalla battigia ci sono i due marciapiedi di viale Marconi. Eppure il mare non è mai stato così vicino. Questa è una casa del gusto aperta tutto l’anno, una sfida che Claudio Di Mattia lanciò nel 1980 e che oggi il figlio, Valerio, porta avanti con una passione che definire contagiosa è poco.

Yelena Kovalyova e Valerio Di Mattia

Entrare qui significa affidarsi alle mani di Yelena Kovalyova, originaria della Siberia, moglie di Valerio e cuoca capace di muoversi tra i fornelli con una sensibilità rara. Il suo è un approccio fatto di studio e stupore: arrivata in Abruzzo, Yelena è rimasta folgorata dalla rigogliosa bellezza del verde locale, una varietà cromatica e botanica che nelle sue terre d’origine è una rarità assoluta. Questa meraviglia si è trasformata in tecnica sotto la guida della madre di Valerio, dalla quale ha appreso i segreti della cucina teramana e quella manualità d’altri tempi che oggi è il marchio di fabbrica del ristorante.

Una geografia del sapore

Il brodetto già deliscato

Valerio ama raccontare la tavola attraverso il territorio. Vi spiegherà, ad esempio, che il suo brodetto è un esercizio di equilibrio geografico: si sta a metà strada tra l’anima di San Benedetto e quella di Giulianova. Il risultato è un piccolo rito che arriva in tavola bollente, nel coccio, con i pesci aggiunti uno alla volta per rispettare i tempi di ognuno. Niente lische, solo polpa, poi peperone, poco pomodoro che spinge a fare la scarpetta senza indugiare e quel tocco di aceto per rinfrescare il palato.

«Non si può codificare né industrializzare», commenta l’oste che ricorda come questa preparazione sia soggetta a ciò che il mare e la terra concedono in quella precisa settimana. «Noi abbiamo sempre il brodetto in menu: è il secondo più venduto. Si può scegliere di aggiungere gli spaghetti così da renderlo un piatto unico».

Tra i primi del momento c’è lo Spaghetto con seppia di nassa e il suo nero. Non è una semplice ricetta di mare, ma un manifesto di pesca sostenibile. La nassa è uno strumento antico: una trappola che permette alle uova di rimanere protette all’esterno mentre il pesce entra, garantendo un prelievo che non stressa l’animale e rispetta i cicli biologici.

La trippa di rana pescatrice

Insieme alla seppia, il menu esplora tagli meno nobili, come nella Trippa di rana pescatrice. È una preparazione che lavora sulle consistenze, dove la materia prima viene cucinata con pomodoro, aneto e maggiorana. L’uso delle erbe aromatiche serve a bilanciare la callosità della pescatrice, restituendo un sapore pulito che richiama tradizioni rurali, ma con una matrice puramente marina.

L’attesa del primo maggio: le virtù che non ti aspetti

In questo angolo d’Abruzzo, a fine aprile, l’aria in cucina è più elettrica del solito. In provincia di Teramo, il primo maggio è il giorno sacro delle virtù, quel piatto magico che celebra la fine dell’inverno unendo gli avanzi della dispensa alle prime foglie di primavera. Ma al Palmizio, Valerio e Yelena hanno fatto qualcosa di “inafferrabile”: hanno tradotto questa lunga e lenta preparazione in una lingua marina.

Nella provincia teramana le virtù si preparano nella “callara”: il grande calderone di rame o di acciaio che un tempo veniva posto sul fuoco vivo per accogliere decine e decine di ingredienti diversi in segno di solidarietà e abbondanza. Tradizionalmente è un piatto di recupero: «Non esiste un vero e proprio disciplinare su come farlo perché varia in base alla stagione e alla famiglia che lo prepara. C’è addirittura chi mette il tortellino: sono tutti indizi che fanno capire come questa ricetta sia ancora una tradizione viva». Se nell’entroterra è un inno alle abitudini contadine e alle proteine di origine animale, al Palmizio hanno tradotto questo mito in una versione marina che è un capolavoro di complessità. Valerio sorride quando parla della preparazione: giorni di lavoro e circa 50 ingredienti diversi. Cinquanta.

Non è solo un mix di pesci, è una “prospettiva” diversa. Al posto del musetto o dell’orecchio di maiale, troverete la grassezza della ventresca di tonno, la consistenza tenace dei lumache di mare o della trippa di rana pescatrice, razza, seppie e moscardini. E poi i legumi: quattro o cinque tipi di fagioli (anche fritti per dare croccantezza al boccone), tre tipi di lenticchie, piselli e fave sia in versione secca sia fresca, ceci e cicerchie. Il mondo vegetale interviene con l’orto, tra indivia e lattuga, ma anche anche con la sua dote floreale di acacia, borragine, rosolaccio (alias papavero rosso) e finocchietto. Un errore in uno solo dei cinquanta passaggi e bisogna ricominciare da capo.

È una sfida alla modernità perché, in fondo, affondare il cucchiaio in questa callara significa celebrare l’antico patto di sopravvivenza tra la zappa e la rete: quel baratto silenzioso tra l’ortolano e il marinaio che, oggi come allora, trasforma la povertà di ieri nel patrimonio gastronomico più prezioso del nostro Adriatico.

Maggiori informazioni

Il Palmizio
Viale Guglielmo Marconi, 160, 64011 Alba Adriatica (TE)
instagram.com/ilpalmizio.ristorante

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