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Dentro l’illusione del cibo perfetto: come si costruiscono le pubblicità che vi fanno venire fame

Gelati che non si sciolgono, cereali sempre croccanti e hamburger stratificati al millimetro: il lavoro invisibile dei food stylist tra set, materiali non commestibili e postproduzione

Siamo tutti affascinati dalle pubblicità, dagli spot, e a volte siamo delusi quando vediamo il prodotto tra le nostre mani. Ma come si fa a fotografare un gelato senza che si sciolga o come si tengono croccanti i cereali immersi nel “latte”? La risposta è che spesso non state guardando né gelato né latte. Nelle pubblicità alimentari l’obiettivo è costruire un’immagine stabile, desiderabile e ripetibile sotto luci molto calde e in tempi lunghi di set. La commestibilità è secondaria rispetto alla resa visiva. Qui entra in gioco il food styling: un mestiere che progetta l’illusione del cibo perfetto, tenendo insieme chimica, fotografia e regia.

Che cosa fa davvero un food stylist

Vi capita di associare il food stylist a uno chef con pinzette, ma il suo lavoro non è “cucinare”: è governare superfici, volumi e consistenze perché risultino leggibili e appetitose in camera. Deve conoscere come i materiali reagiscono a calore, tempo e manipolazione. L’obiettivo è tradurre indicazioni del regista e del cliente in visioniconcrete: cremosità, croccantezza, lucidità, colore saturo, sezioni nette. Non esiste un manuale ufficiale: si impara in bottega, vicino a professionisti esperti, sperimentando fino a trovare la soluzione più stabile per quel set specifico.

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Le riprese ravvicinate richiedono controllo totale e tempi lunghi e questo è davvero complesso. Prendiamo ad esempio il cioccolato liquido che è sensibile a pochi gradi di differenza; yogurt e creme si afflosciano e perdono brillantezza; la mozzarella rilascia acqua e inzuppa ciò che tocca. Se dovete rifare la stessa azione decine di volte, il cibo vero degrada, cambia forma e colore. Per questo si cercano sostituti con aspetto identico ma comportamento prevedibile, capaci di reggere ore sotto le luci senza cedere.

Sostituzioni “invisibili”: latte che è colla, gelato che non è gelato

È la parte che sorprende di più. Per simulare il latte si usano miscele dense e bianche, spesso a base di colla vinilica, che non ammorbidiscono i cereali e rimangono lucide. Il cioccolato è spesso una vernice fluida colorata che cola sempre allo stesso modo. Gelati e semifreddi diventano impasti stabili a temperatura ambiente, capaci di tenere la pallina perfetta per ore. Yogurt e creme si rimpiazzano con gelatine o composti collosi non commestibili, perfetti per dare corpo uniforme e riflessi regolari. Purtroppo questo è l’unico modo per garantire ripetibilità e controllo su ogni fotogramma.

Per fare tutto ciò non basta una batteria di pentole. Servono pinzette di precisione, pennelli, sverniciatori, coloranti tecnici, colle, spray lucidanti, stecchini e supporti in spugna per dare volume ai panini e distanziare gli strati. Molti materiali arrivano da settori lontani dalla cucina: negozi per dentisti, ferramenta, fornitori di effetti speciali. Non esiste uno standard fisso: ognuno si costruisce una cassetta degli attrezzi in base al proprio metodo e alle esigenze del set, la cassetta può cambiare anche di volta in volta.

Mettere il cibo in movimento: colate, cadute e “volo” degli ingredienti

Per aumentare l’appetibilità si anima il cibo: colate di salse, granella che cade, strati di hamburger che si ricompongono. Queste sequenze richiedono elementi costruiti appositamente: bracci meccanici, guide, robot e piccole macchine di scena pensate da attrezzisti, tecnici degli effetti speciali e visual engineer. Il punto più complesso in queste foto, come nel fine dining, è la ripetibilità: ottenere la stessa curva e lo stesso tempo di caduta per decine di take, così da scegliere il momento migliore o combinarne più di uno in montaggio.

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C’è un secondo grande capitolo: le riprese “live action”, con persone che mangiano o brindano. Qui non potete barare: il cibo dev’essere vero, manipolabile e commestibile con il piatto che deve essere identico ogni volta che serve, deve mantenere colori e consistenze sotto luci calde. Gli studi specializzati hanno cucine interne; i prodotti che richiedono lavorazioni lunghe si impostano nei giorni precedenti, mentre dolci e lievitati spesso si assemblano in set.

Anche con tutta questa cura, l’immagine finale passa dalla postproduzione: si correggono piccoli difetti, si uniformano riflessi, si regolano toni e saturazioni. Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha influenzato le aspettative: reference generate al computer fissano un canone a volte irrealistico.

Perché questi trucchi funzionano sulle persone

Funzionano perché parlano direttamente a scorciatoie percettive che il cervello applica quando valuta il cibo. Con questo tipo di spot state simulando sensazioni con regole preconsce, che l’immagine sa attivare con precisione.

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Vi orientate con indicatori visivi semplici e affidabili. La lucentezza uniforme suggerisce umidità e succosità; i contrasti netti fanno apparire gli spigoli più croccanti; la saturazione del colore segnala freschezza, ricchezza di sapore. Sono correlazioni imparate nel tempo: un frutto spento sembra più vecchio; una superficie opaca comunica secchezza; un impasto dalla texture irregolare sembra mal riuscito. I set costruiscono versioni “pulite” di questi segnali, eliminando rumori visivi che nella vita reale confondono: briciole fuori posto, riflessi sporchi, macchie; vi danno un cibo “ideale” più che un cibo vero.

Da anni in tv c’è lo spot di un cioccolatino che fa un primo piano di una colata di cioccolato con viscosità costante che trasmette densità e calore. Il cervello integra il suono immaginato e il tatto previsto a partire dalla dinamica visiva: curve fluide e ripetibili inducono aspettative alte e fanno venir voglia di acquistare il prodotto.

Infine c’è la promessa di controllo. Un hamburger che non si schiaccia, con strati ben distanziati, con salse che non sporcano: ordine e pulizia comunicano affidabilità del prodotto. Quando li vedete ripetuti li traducete in fiducia: ciò che appare sempre sotto controllo sarà prevedibile anche all’assaggio. È un ragionamento istintivo, ma sufficiente a guidare l’attenzione, creare desiderio e facilitare la scelta tra alternative simili.

Tutto ciò è etico?

Sapere che ciò che vedete non coincide quasi mai con il prodotto acquistato può generare scetticismo. Le pubblicità non promettono commestibilità dell’immagine ma un’idea: cremosità, croccantezza, succosità. Voi potete leggere questi codici con maggiore consapevolezza, senza rinunciare al piacere della visione.

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