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Il prezzo delle fragole

Dietro alla frutta che arriva sui banchi e sulle nostre tavole spesso si nasconde lo sfruttamento dei lavoratori, mentre il biologico non sempre ripaga chi lo produce. È possibile ripensare la filiera agroalimentare sconfiggendo caporalato e speculazioni?

Siamo nella stagione ideale per fragole e ciliegie, ma anche di pesche e albicocche, e delle nespole che ormai sono presenze sempre più fugaci e spesso insapori. Ma, sempre più spesso, anche in piena stagione e tanto più per le primizie, il commento è sempre lo stesso: «Le ho comprate in gioielleria, per quanto le ho pagate». Ed è vero: il costo di frutta e verdura, insieme a quello di molti altri prodotti alimentari e non, è aumentato costantemente negli ultimi anni, rendendo difficile l’accesso a cibo sano e di qualità a chi si ritrova pensioni e stipendi bloccati a decenni fa.

Aumenti spesso giustificati almeno in parte da eventi innegabilmente problematici, come guerre e blocchi commerciali o energetici, ma che nella quasi maggioranza dei casi non arrivano nelle tasche di chi, quelle fragole, ciliegie o altro, le produce o le raccoglie, fermandosi invece ai “piani alti” della catena distributiva.

C’è, però, da fare anche un discorso inverso: quando ci sono le promozioni, e nei banchi dei supermercati si trovano i pomodori a 0,99 centesimi, prima di gioire bisognerebbe chiedersi da dove arrivano, come sono stati coltivati, e cosa si sta effettivamente pagando: «Probabilmente la confezione, il trasporto e la distribuzione, ma non certo il prodotto in sé. Proprio come, nel caso della moda fast fashion, 10 euro per una maglia coprono tutto tranne che il prodotto», avverte Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia e tra i relatori del talk La giustizia nella filiera agroalimentare che si è svolto domenica 8 giugno nell’ambito della manifestazione Buono e Bio in Festa, all’Orto Botanico di Roma, moderato da Emanuela Zennaro. 

Insieme a lei, per parlare di un tema quanto mai di attualità anche per i fatti di cronaca più recenti – il brutale assassinio di quattro braccianti agricoli arrivati in Calabria da Pakistan e Afghanistan ad Amendolara, bruciati vivi in una macchina da due “caporali” pakistani che procacciano lavoranti per aziende locali – c’erano la Presidente FederBio Maria Grazia Mammuccini e l’Europarlamentare Camilla Laureti (che è anche rapporteur del Parlamento Europeo sul regolamento biologico), mentre in un secondo tavolo si sono confrontati il presidente di NaturaSì Fabio Brescacin, il presidente della Cooperativa sociale Agricoltura Capodarco Salvatore Stingo (co-coordinatore del Tavolo “Economie solidali e servizi di comunità” del Consiglio del Cibo Roma Capitale), il presidente dell’associazione ambientalista Terra! Fabio Ciconte (che presiede anche il Consiglio del Cibo), e il presidente dell’Associazione No Cap Yvan Sagnet.

E pure Gennaro Giudetti, operatore ONU nei territori di Gaza che ha raccontato la sua esperienza nella Striscia negli ultimi due anni, rendendo evidente a tutti come le tematiche che riguardano il cibo e la sua mancanza, lo sfruttamento e l’oppressione, siano facce diverse ma comuni di un assetto economico e di potere fondato sullo squilibrio, ad ogni latitudine.

Il caporalato: un sistema criminale strutturale, non emergenziale

Al centro della discussione, e parte integrante di ogni riflessione su prezzi, costi e guadagni della filiera agroalimentare, c’è stato appunto il caporalato: un sistema incentrato sullo sfruttamento dei braccianti, spesso (ma non sempre) migranti irregolari che non potrebbero trovare lavoro altrimenti e vengono ricattati, impiegati in modo non regolarmente contrattualizzato, sottopagati e costretti a vivere in condizioni non dignitose – e talvolta anche drogati con oppioidi per aumentarne la resistenza fisica e ridurre la percezione della fatica, come emerge dalle testimonianze raccolte dall’attivista maliano Soumaila Diawara nei campi di Borgo Mezzanone, vicino a Foggia. Si parla di 200 mila lavoratori irregolari impiegati nell’agricoltura italiana, pari al 30% della forza lavoro dipendente, secondo il VII Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto-Flai CGIL.

Un sistema – concordano tutti gli intervenuti al dibattito che si occupano da vicino di questi temi – che è ormai strutturale e molto difficile da debellare, nonostante esistano leggi e strumenti “su carta” per contrastarlo: c’è, ad esempio, la legge 199 del 2016 –  all’epoca approvata anche sull’onda della tragica morte di Paola Clemente ad Andria nel 2015, mentre era al lavoro come bracciante in un vigneto – che ha anche riformato un precedente articolo del codice penale ridefinendo il reato e punendo non solo i “caporali”, vale a dire gli intermediari illeciti spesso anche loro immigrati, ma anche i datori di lavoro che sfruttano i lavoratori approfittando del loro stato di bisogno o di vulnerabilità. Eppure non viene applicata nelle sue linee fondamentali, mancando soprattutto i controlli sulle aziende agricole (ce ne sono, naturalmente, anche di virtuose) e l’applicazione dell’indice di coerenza, che permette di controllare la congruità tra quanto è grande l’azienda, quanto produce e quante ore lavoro sono necessarie.

Ci sono, o meglio ci sarebbero stati, i fondi del PNRR – 200 milioni – per eliminare i ghetti e garantire alloggi dignitosi ai braccianti. E dei risultati si sono visti, ad esempio per quel che riguarda i pomodori, che fino a qualche anno fa erano additati come i prodotti più “insanguinati” della nostra agricoltura: come ricorda Ciconte, oggi la gran parte del raccolto in Puglia e Calabria avviene con le macchine, mentre le fragole e in generale la frutta più delicata, ha bisogno della raccolta manuale.

Così come, sottolinea ricordando altri tristi fatti di cronaca come la morte del bracciante indiano Satnam Singh in seguito a un incidente dei campi, avvenuta nel 2024 in provincia di Latina, o una recente vicenda simile nella “ricca e civilissima” provincia di Vicenza, non si tratta di un problema esclusivo del Sud Italia: in entrambi i casi, i datori di lavoro invece di soccorrerli li hanno abbandonati a loro stessi. A non funzionare poi, come hanno sottolineato molti intervenuti, è il decreto flussi: la legge Bossi-Fini, da rivedere anche secondo il suo firmatario ancora in vita, produce irregolarità e determina condizioni di ricatto dei lavoratori, e ignora il fatto che oggi l’agricoltura italiana senza manodopera straniera non possa andare avanti.

La tutela del lavoro agricolo

Yvan Sagnet attivista e scrittore camerunese – con No Cap ha voluto proporre un’alternativa al caporalato, fornendo quei servizi che sono essenziali tanto alle aziende quanto ai lavoratori, garantendo contratti, paghe eque e alloggi: «Bisogna attivare una rete del lavoro agricolo di qualità: il sistema del caporalato risolve problemi oggettivi e concreti, come quello di trovare la manodopera e di gestire il reclutamento e il trasporto nei campi: non sarebbe certo possibile raggiungere il “luogo di lavoro” con i mezzi pubblici, e non ci sono indirizzi da mettere sul navigatore», afferma Sagnet, raccontando come sia accaduto così anche per i ragazzi di Amendolara, che erano diretti a lavorare a Scanzano Ionico, in Basilicata, dove nel Metapontino in questa stagione crescono soprattutto fragole ma che ha la fortuna di una produzione agricola lunga quasi 11 mesi e dunque ha bisogno di molti lavoratori.

«Il contesto agricolo ha delle sue dinamiche, ha bisogno di velocità soprattutto per i prodotti più deperibili. Allora, ci sono tre aspetti sul tema dell’organizzazione delle campagne che vanno affrontati immediatamente: il tema degli alloggi, il tema del trasporto e quello dell’intermediazione legale di manodopera», spiega con un pragmatismo che sembra molto più saggio tanto di chi grida all’invasione e alla sostituzione etnica quando di chi si straccia le vesti davanti alle morti più atroci ma non fa nulla per evitarle.

E a proposito di iniziative concrete: NaturaSì ha lanciato una campagna di comunicazione in cui spiegare esattamente come vengono ripartite le “quote” del prezzo finale di frutta e ortaggi – dai finocchi alle pesche – evidenziando la remunerazione del lavoro ma anche il ruolo di “custodi di paesaggi e territori” dei contadini (e Brescacin avvisa anche che gran parte delle aziende che producono in biologico o comunque con sistemi virtuosi, stanno affrontando tempi duri e sono a rischio fallimento).

Terra! è impegnata dal 2008 a livello locale, nazionale e internazionale in progetti e campagne sui temi dell’ambiente e dell’agricoltura ecologica. E proprio in occasione dell’appuntamento romano organizzato da Comune di Roma, FederBio e Slow Food Italia – che ha contato oltre 5 mila presenze, 50 produttori e rappresentanti da 11 Comuni – è nata anche la rete italiana delle politiche del cibo locali, che unisce le città italiane impegnate nelle politiche del cibo (a cominciare dalla Capitale) in un’alleanza che sancisce la volontà di lavorare insieme, condividendo strumenti, modelli di governance e pratiche amministrative. Quanto a ognuno di noi, possiamo cercare i prodotti, freschi e trasformati, con il bollino NoCap, ad esempio. E non smettere mai di farci domande sul cibo che mangiamo.

 

 

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foto Shutterstock/Michele Ursi

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