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Luigi Salomone torna in pista e apre in un monastero del Cinquecento

Lo chef torna a casa insieme alla compagna Silvana Di Domenico e inaugura il suo primo ristorante in proprio. «Voglio ripensare il fine dining», questa la promessa per il nuovo progetto.

Luigi Salomone aprirà l’8 ottobre il suo primo ristorante a Cimitile, nel Napoletano, all’interno di Villa Lenzi, complesso ricavato dall’antico monastero di San Francesco di Paola. Al suo fianco ci sarà Silvana Di Domenico, compagna dello chef e restaurant manager, con la quale aveva già condiviso precedenti esperienze professionali.

Per Salomone è il primo progetto imprenditoriale dopo un percorso trascorso nell’alta ristorazione campana, dalla stella Michelin conquistata a Piazzetta Milù di Castellammare di Stabia dove fu lo chef più giovane della Campania a ricevere il macaron, all’esperienza più recente a Re, Santi e Leoni di Nola. Il nuovo indirizzo porta semplicemente il suo nome: Luigi Salomone Ristorante. Una scelta chiara e precisa, perché lo chef vuole fare le cose a modo suo.

Un ristorante dentro un monastero del Cinquecento

Villa Lenzi occupa gli spazi dell’antico monastero di San Francesco di Paola, la cui costruzione iniziò nel 1587. Il progetto del ristorante, firmato dall’architetto Fabio Cioffi, recupera le antiche stalle e la cantina del complesso per destinarle alla sala gastronomica, mentre l’ex refettorio sarà utilizzato per eventi.

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L’intervento cerca di conservare la struttura e i materiali preesistenti, adattandoli alle esigenze di un ristorante contemporaneo. Anche la cucina utilizzerà alcuni elementi legati alla storia dell’edificio, tra cui un forno a legna del Cinquecento, affiancato da una brace progettata su misura.

L’offerta partirà con tre percorsi degustazione, attraverso i quali Salomone intende mettere a fuoco una cucina costruita soprattutto sulla materia prima e sul repertorio gastronomico campano, lasciando alla tecnica un ruolo funzionale alla riconoscibilità dei sapori.

«Con questo progetto ho voluto dare una forma precisa alla mia identità gastronomica, costruita attorno alla materia prima, alla riconoscibilità dei sapori e al patrimonio culinario campano», spiega lo chef. «Tecnica, ricerca e sperimentazione devono contribuire a rendere il gusto più nitido, profondo e leggibile».

Una cucina meno formale

Uno degli obiettivi dichiarati da Salomone è allontanarsi dall’idea di un’alta ristorazione necessariamente rigida nel servizio e nella costruzione dell’esperienza. Il rigore tecnico resta centrale, ma senza trasformarsi in un elemento percepito dall’ospite come eccessivamente formale.

«Credo sia arrivato il momento di ripensare il fine dining, superando l’idea che la complessità tecnica debba necessariamente tradursi in formalità», dice. «Voglio che chi si siede alla mia tavola possa riconoscere il valore del lavoro che c’è dietro, senza che questo diventi un peso nell’esperienza».

La stessa impostazione guiderà il lavoro di Silvana Di Domenico in sala, chiamata a costruire un servizio che possa cambiare ritmo e livello di interazione a seconda del tavolo. «Cucina e sala devono parlare la stessa lingua, pur mantenendo competenze, responsabilità e identità distinte», spiega.

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