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Mangiamo sempre le stesse verdure e questo è un problema

Uno studio internazionale individua oltre 1.480 specie commestibili e chiede di proteggere quelle meno coltivate per rendere le diete e l'agricoltura più diverse.

Pomodori, carote, cipolle, lattuga, cavoli e melanzane occupano una parte consistente dello spazio dedicato agli ortaggi nei supermercati e nelle nostre cucine. Ma nel mondo esistono almeno 1.480 specie di verdure commestibili e molte di queste vengono coltivate soltanto su piccola scala. Per un gruppo internazionale di ricercatori, questa concentrazione su poche colture rappresenta un problema per la biodiversità agricola e potrebbe rendere più difficile adattare i sistemi alimentari al cambiamento climatico.

Il tema è al centro di un rapporto pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, nel quale gli studiosi chiedono uno sforzo per «salvare, conservare e valorizzare» gli ortaggi che non vengono coltivati su larga scala. Tra gli esempi citati ci sono la pianta ragno in Africa, la zucca amara in Asia e il cavolo rosso nel Pacifico meridionale.

L’idea alla base dello studio è semplice: non basta aumentare la quantità di verdure coltivate, bisogna anche aumentare la varietà secondo Maarten van Zonneveld, scienziato agrario e responsabile della ricerca, al World Vegetable Center.

Il problema della perdita di biodiversità

Secondo i ricercatori, la biodiversità vegetale si sta riducendo rapidamente. Circa l’80% degli studi che hanno analizzato la perdita di diversità genetica delle piante ha registrato cali significativi nell’ultimo secolo. Anche le specie selvatiche imparentate con le colture agricole sono a rischio: tra i parenti selvatici di 79 importanti colture orticole analizzati per il loro rischio di estinzione, circa uno su quattro è minacciato.

Nel frattempo, la ricerca e il miglioramento genetico continuano a concentrarsi soprattutto sulle colture che hanno maggiore rilevanza commerciale, tra cui pomodori e peperoni. Le specie meno diffuse ricevono invece meno attenzione, nonostante alcune possano avere caratteristiche utili per l’agricoltura del futuro.

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Molte colture tradizionali e poco conosciute sono infatti adattate alle condizioni ambientali dei luoghi in cui vengono coltivate e, secondo gli studiosi, possono offrire anche quantità significative di vitamine e minerali. Preservare queste varietà significa quindi mantenere disponibile un patrimonio genetico che potrebbe diventare utile quando le condizioni agricole cambieranno.

«La biodiversità vegetale è una delle maggiori risorse al mondo per migliorare l’alimentazione e adattare l’agricoltura ai cambiamenti climatici», ha detto Colin Khoury, responsabile per la conservazione di Crop Trust. Il problema, secondo Khoury, è che questa risorsa si sta perdendo proprio mentre sarebbe più necessaria.

Mangiamo meno verdure di quanto dovremmo

La questione riguarda anche la dieta. Secondo i ricercatori, nel mondo si consuma in media circa il 40% di verdura in meno rispetto alla quantità raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il dato è ancora più alto nei Paesi a basso reddito, infatti si aggiunge il problema dell’accessibilità economica. I dati delle Nazioni Unite citati nello studio indicano che più di una persona su tre nel mondo non può permettersi una dieta nutriente.

Quattro priorità per salvare le varietà meno coltivate

La prima è la conservazione e il recupero delle varietà tradizionali di ortaggi e delle loro controparti selvatiche. La seconda riguarda l’ampliamento della ricerca, della selezione genetica e dell’accesso alle risorse genetiche.

Il terzo obiettivo è aumentare la produzione, la disponibilità e il consumo di una gamma più ampia di ortaggi. L’ultima priorità consiste invece nell’inserire la biodiversità vegetale nelle politiche agricole, sanitarie, educative, climatiche e di conservazione della biodiversità. Una parte di questo lavoro è già svolta dalle banche genetiche, che conservano i semi e mantengono disponibili le risorse genetiche delle colture.

Una parte importante della biodiversità necessaria, spiegano i ricercatori, esiste ancora nelle varietà tradizionali e nelle specie selvatiche a esse collegate. Il problema è riuscire a conservarla prima che vada perduta e, allo stesso tempo, renderla nuovamente parte dei sistemi alimentari.

La conseguenza potrebbe essere molto concreta: invece di trovare sempre le stesse verdure, nei campi, nei mercati e nelle cucine potrebbe tornare una parte di quella varietà vegetale che oggi esiste ancora, ma che consumiamo sempre meno.

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