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Dieci cose che (forse) non sapete sulla pasta

Origini antiche, leggende, metodi di cottura alternativi e curiosità storiche: come la pasta è diventata il simbolo dell’identità italiana e un alimento universale.

Il 25 ottobre si celebra il World Pasta Day, ma la storia del cibo più amato d’Italia affonda le radici in un passato ben più lontano. Tra aneddoti storici, scoperte curiose e interpretazioni contemporanee, la pasta continua a raccontare l’evoluzione del gusto e dell’identità italiana. La pasta racconta più di mille anni di storia, attraversando culture, tecniche e rivoluzioni alimentari. Dalla Sicilia medievale alla chimica contemporanea, rimane un simbolo identitario capace di unire innovazione e memoria. Un piatto che, più di ogni altro, continua a rappresentare l’Italia nel mondo.

Di seguito, dieci aspetti poco noti che spiegano perché questo alimento, semplice e complesso al tempo stesso, sia diventato un patrimonio universale.

1. Gli spaghetti non nascono in Cina

Il dibattito sulle origini è antico quanto la pasta stessa. I primi “spaghetti” erano chiamati vermicelli, e da secoli si discute se siano nati in Oriente o nel Mediterraneo. Le testimonianze più accreditate indicano che gli Arabi introdussero in Sicilia la tecnica della pasta secca, mentre una delle prime fonti scritte risale al 1154, in una “guida turistica” arabo-siciliana che descrive la produzione di vermicelli a Trabia.

Al tempo stesso, fonti classiche raccontano che anche i Greci e i Romani conoscevano impasti simili, come la lagana, una sfoglia di farina e lattuga fritta in olio d’oliva: antenata lontana delle moderne lasagne.

2. Da Genova a Napoli, il viaggio della pasta italiana

Tra il Duecento e il Trecento la pasta secca genovese era già una realtà produttiva importante. A Napoli, invece, divenne un alimento popolare solo a partire dal Cinquecento, venduta nei chioschi e consumata con le mani, liscia o con formaggio.

L’incontro con il pomodoro avvenne solo nel XIX secolo, quando gli scugnizzi napoletani iniziarono a condire i maccheroni con salsa, basilico e un pizzico di sale: la nascita della pasta “al pomodoro”, simbolo dell’Italia nel mondo.

3. Prima si impastava coi piedi

Fino all’Ottocento, l’impasto della pasta era un lavoro fisico collettivo. Come racconta la storica Julia della Croce, gli operai impastavano a piedi nudi, muovendosi a ritmo di mandolino. La tradizione durò fino a quando Ferdinando II di Borbone incaricò un ingegnere di progettare un sistema meccanico più igienico, inaugurando la modernità dell’industria pastaia.

4. Non piaceva a tutti

Non tutti hanno celebrato la pasta. Il filosofo Arthur Schopenhauer la definì “il cibo dei rassegnati”, mentre negli anni Trenta il Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti la considerava un ostacolo alla modernità. Nel Manifesto della Cucina Futurista, Marinetti propose persino di abolirla, ritenendola causa di pigrizia e decadimento virile.

Una provocazione destinata a fallire: poco dopo fu immortalato in un ristorante milanese, intento a mangiare proprio un piatto di spaghetti.

5. La cottura “scientifica” secondo la chimica

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Secondo il chimico Dario Bressanini, il segreto di una buona pasta non sta nell’attendere l’ebollizione. La cottura, spiega, dipende solo dalla temperatura, non dalle bolle. Il suo metodo consiste nel versare la pasta in acqua a 80 °C e scaldarla con il coperchio fino all’ebollizione, poi spegnere il fuoco: sette minuti dopo, la pasta è pronta. Un approccio più sostenibile, che riduce i consumi energetici senza alterare il risultato.

6. Quante paste esistono?

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Secondo le stime più accreditate, nel mondo si contano circa 350 formati di pasta, tra versioni artigianali e industriali. Ogni forma nasce con una funzione precisa: trattenere il condimento, resistere alla cottura o valorizzare una tradizione regionale.

7. Come riconoscere una pasta di qualità

La qualità si misura attraverso tre parametri principali: il contenuto proteico (non inferiore al 10,5% per la pasta di semola, 11,5% per quella integrale), la trafilatura in bronzo, che garantisce una superficie ruvida e porosa, e la temperatura di essiccazione, che influisce su sapore e valore nutrizionale.

Un indizio pratico? L’acqua di cottura: più è limpida, migliore è la tenuta della pasta.

8. Pastasciutta o pasta asciutta?

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Entrambe le forme sono corrette. L’aggettivo “asciutta” indica l’assenza di brodo, in contrapposizione alle minestre. La cottura al dente — in cui la pasta conserva una leggera resistenza — non è solo una preferenza culturale, ma anche una scelta salutare: favorisce una digestione più graduale dell’amido.

9. È stato il cibo degli esploratori

La pasta secca ha accompagnato marinai, mercanti ed esploratori grazie alla sua lunga conservabilità. Fonte di carboidrati e nutrienti, era facilmente trasportabile e si adattava a ingredienti locali, diventando un alimento essenziale nelle rotte commerciali del Mediterraneo e nelle esplorazioni oceaniche.

10. La materia prima

Il grano duro è l’ingrediente chiave della pasta italiana. Il suo equilibrio tra amido e proteine assicura elasticità e tenuta in cottura, due caratteristiche che distinguono la pasta di qualità da quella comune. Dalla selezione del grano alla molitura, ogni fase incide sul risultato finale, confermando la pasta come uno dei prodotti più tecnicamente perfetti della tradizione gastronomica italiana.

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