Un cocktail bar in centro perfetto a Roma è quasi tabù. Nessuno lo dice, ma (quasi) nessuno nemmeno lo fa. Certo, per i nottambuli c’è il Jerry Thomas, e ultimamente i bar d’hotel in centro hanno conosciuto restyling e timide fioriture, ma sembrano indirizzati più a un pubblico internazionale che a quello romano. Ci ha pensato Patrick Pistolesi a spezzare la maledizione, aprendo il suo nuovo Drink Kong Campo Marzio, fresco bar d’hotel di Casa J.K. Place Roma, camere di lusso in via dei Prefetti, a due passi da via Condotti e piazza di Spagna.
Siamo andati alla serata di pre-apertura, in una scintillante atmosfera patinata di festa e fiumi di drink. L’aspettativa era alta, così come la curiosità: come sarebbe stato il fratello di uno dei bar italiani più osannati degli ultimi anni e che, forse, più di tutti, a Roma e in Italia ha cambiato le regole del gioco? Quanto gli sarebbe assomigliato, e quanto diversa sarebbe stata la sua anima?

Se da un lato entrare nel centro della Capitale con un mezzo equivale a guardare scorrere la propria vita alla ricerca di un parcheggio, dall’altro è pur vero che parcheggiando poco più distante, la passeggiata per arrivarci riassetta l’animo in una condizione buona e giusta che guarda alla Dolce Vita. Sembra una sciocchezza, ma i romani ben conoscono il problema: è forse il secondo motivo (dopo il turismo selvatico) per cui centro e cocktail bar non sono amici. Quindi, inseriamo di diritto la passeggiata come la primissima esperienza di Drink Kong Campo Marzio. Per rimanere in tema, citando un luogo tanto legato a questo bar, è come un giardino giapponese: non conta solo quello che c’è, ma anche quello che va oltre, che spazia e quindi ingloba in potenza.

E poi c’è il bar vero e proprio. Superata un’immancabile porta a vetri, si apre uno spazio multidimensionale dove ad accogliere c’è un salottino con tanto di locandina originale del film Lost In Translation e rossi tubi neon; in una sala più appartata sulla destra, troviamo l’immancabile scritta al neon “Drink Kong” (questa volta giallo e non azzurro come in quel di Rione Monti) e, di fronte, un impressionante bancone nero e lucido lungo otto metri (!), fratello di quello del bar originale, sormontato però da una bottigliera fatta di scaffali di cristallo che arrivano alla luna. Per dovere di cronaca, gli ambienti sono stati curati dall’architetto Roberto Antobenedetto (che ha firmato, tra gli altri, anche Baccano) e con la direzione artistica dello Studio Lord Z, che ha realizzato anche tutte gli aspetti grafici.

In sostanza, si capisce facilmente che si è dentro Drink Kong, però più “ripulito”, con le stesse velleità da Blade Runner mescolate all’amore per il Giappone, ma dall’aspetto più lussureggiante. «Questo posto per me rappresenta una forma di maturità», ci ha detto Patrick Pistolesi. «Dopo anni a costruire un’identità molto forte, sentivo il bisogno di accessibilità, di aprire, di fare un passo verso la condivisione. È un modo per dire che Kong non è solo un luogo, ma un linguaggio che può coesistere anche in altri contesti». Come, appunto, quello di un hotel del centro di Roma.
«A Roma il bar d’hotel spesso è stato percepito come qualcosa di distante quasi respingente, poco vissuto dalla città», continua Pistolesi. «Io credo invece che debba diventare un luogo poroso, aperto, dove le persone entrano non per necessità ma per scelta. Elegante ma non intimidatorio. Tecnico ma non complicato. Che parla al viaggiatore e al romano. Se riesci in questo, il bar diventa spazio vivo. E Roma ne ha davvero bisogno, di spazi vivi».
Una versione di Drink Kong più raffinata, quindi. I richiami al bar fratello sono tanti e palesi, forse in una chiave di riproducibilità che può aprire le porte ad altri Kong? I drink sono, però, in questo locale di Campo Marzio, decisamente più semplici e da una parte ammiccano a quelli più celebri dell’indirizzo di Monti, mentre dall’altra restano fedeli alla tradizione dei cocktail classici.

Nella sezione “Drink Kong’s Heritage Collection” troviamo il Canova (gin e cordial mediterraneo) e il Gaijin (whisky, ananas, latte e miso); tra i classici, invece, oltre a Daiquiri o Perfect Manhattan, spunta una parte dedicata all’aperitivo con il Cardinale o l’Adonis e, soprattutto, una carta di cinque Martini Cocktail, dal Gibson al Vesper e, perché no, pure uno col caviale. «Volevo un grande ritorno al classico, soprattutto al Martini Cocktail, mio grande amore. Affiancato da alcuni drink riconoscibili di Drink Kong. Non è un esercizio creativo fine a sé stesso, è quasi un lavoro di traduzione. Stiamo traducendo il nostro mondo in una lingua più leggibile, più immediata, ma sempre coerente».
La sala si riempie fino a quasi esplodere, arrivare dall’altra parte del bancone significa strusciarsi su decine di esseri umani che bevono e fanno festa. Resta un poco il rammarico di non avere visto qualcosa di nuovo, di assolutamente diverso, di cui la città ha un gran bisogno. Ma è anche bene vedere una linea continua: otto metri di bancone che uniscono Monti a via dei Prefetti.