Colli Tortonesi

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Il fascino di un Derthona in cerca d’autore

Dall’anteprima tortonese una riflessione sull’identità di un grande bianco piemontese, cresciuto e affermatosi dopo aver rischiato l’estinzione. Assaggi molto variegati alla vigilia del varo della sottozona Derthona.

Proclamato dagli appassionati più affezionati “la più grande novità enologica degli ultimi 35 anni”, il Timorasso si rivela sempre più un grande vino in cerca d’autore. Non perché difetti di una identità forte, tutt’altro, ma tra gli assaggi dell’anteprima Derthona 2.0 non sembra agevole la comprensione di una linea coordinata tra i produttori per dare una ‘forma’ peculiare a quello che potremmo raccontare come il bianco fermo dalle potenzialità più ampie in terra di Piemonte.
Nessuno mette in dubbio l’unicità di ogni vino che – per dirla con Mario Soldati – “può paragonarsi soltanto a un essere umano e vivente, immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso”. Rimane però sottintesa la ricerca di un fil rouge che consenta di riconoscere il vino e (soprattutto) il vitigno.
Dagli assaggi all’anteprima Derthona due.zero, voluta dal Consorzio di tutela Vini Colli Tortonesi per celebrare il rinascimento di un territorio e di un vino che la critica internazionale celebra senza remore, emerge invece una molteplicità di espressioni in bottiglia che non aiuta a comprendere l’identità della produzione da Timorasso.

Derthona Due.Zero
Derthona due.zero, la manifestazione ideata dal Consorzio Tutela Vini Colli Tortonesi

Il gioco tra genetica e terroir

L’area dei Colli Tortonesi da cui viene il Timorasso è caratterizzata da asprezze e dislivelli, con vigneti disseminati tra aree boschive e colture di cereali. In questo contesto dominato dalla biodiversità, i terreni hanno una conformazione geologica simile a quella delle aree più vocate al mondo. E in presenza di una ricchezza di zolfo e litio fuori dal normale, il Timorasso – che geneticamente richiama il Sauvignon Blanc e in minima parte Nebbiolo e Vermentino – arriva vicino ai Riesling per mineralità e sentori idrocarburici.
In questo complesso gioco di influenze, suolo e Dna trovano una sintesi nel lavoro dell’uomo. «Il segreto è vinificare il Timorasso aspettandolo», rivela Valter Massa, che negli anni ‘80 del Novecento fu pioniere e trascinatore di una riscoperta del vitigno a rischio di estinzione. Se infatti nel 1987 meno di un ettaro era dedicato al Timorasso e ancora nel 2000 se ne contavano appena 3,5, la nouvelle vague l’ha portato oggi a quota 276 ettari con un ritorno decisamente interessante sul valore delle uve e dell’imbottigliato. Sull’onda di questo successo, il richiamo del mercato sembra però aver fatto dimenticare la necessità di tempo che accomuna il Timorasso ad altri due gioielli piemontesi come Nebbiolo e Gavi. E nei calici dell’anteprima i vini del millesimo 2020 si rivelano troppo acerbi, talvolta scomposti e in generale offrono una fotografia inattuale di un vino che spesso i produttori trattengono in cantina più a lungo per dargli il tempo di maturare e di esprimere la propria unicità.

Derthona, nome e longevità

Il valore del tempo dovrebbe essere recuperato con l’introduzione della futura sottozona Derthona, antico appellativo della città di Tortona, che consentirà di unire con un unico nome territorio, vino e vitigno. Si intravede infatti la conclusione del lungo iter che porterà all’identificazione di tre tipologie: Piccolo Derthona, Derthona e Derthona Riserva, dedicate esclusivamente al Timorasso.
«Un progetto importante per tutto il territorio, che intende valorizzare la longevità del Timorasso – rimarca il presidente del Consorzio Paolo Repetto – spostando a un anno la data di immissione in commercio, che sale a tre nel caso della versione Riserva. Inoltre, vengono fissate delle altitudini minime di impianto differenti per ognuno dei Comuni presenti nel disciplinare per valorizzare le peculiarità di un territorio molto vasto e che non può essere uniformato perché comprende ben 6 valli con climi differenti al suo interno».
Un bacino da cui verrà immesso sul mercato circa un milione di bottiglie con il nome Derthona in etichetta.

Un percorso identitario

È indubitabile che – come rivendica il presidente Repetto – «l’interesse nei confronti di questo vitigno è sempre molto alto e testimonia il grande lavoro che tutti i produttori stanno facendo per far emergere i suoi tratti distintivi che mostrano carattere e complessità, soprattutto con il passare del tempo, come i grandi bianchi del mondo». Non è però davvero scontata l’identità di un vino che abbia il profilo Derthona. E pur senza fare i rigoristi da commissione di degustazione, non sembra facile orientare il consumatore o il winelover tra le referenze 2020 dal profilo estremamente variegato: dalla spinta muscolare all’esile petillant, dall’acetica pronunciata alla mineralità rugginosa, tra dolcezze, frutto o riduzione. In questo senso, senza nulla togliere alla bellezza dello stile di ogni vignaiolo – una ricchezza preziosa – il Derthona potrebbe cercare una identità che ne racconti il vitigno e apra la strada alla sua vera vocazione: la longevità.

Assaggi multiformi

Difficile aspettarsi dunque percorsi lineari tra gli assaggi dell’anteprima 2020. Se da un lato il sorso La Colombera si rivela diretto, sapido, con una bella pienezza armonica che chiude in un finale amarotico, Oltretorrente si presenta nel calice con toni rugginosi e in bocca si dichiara minerale e sapido, attraverso una texture fitta. Nelle bottiglie di Enrico Mandirola il naso seduce per intensità minerale, mentre al palato emergono già eleganti spinte verso l’idrocarburo, tanto quanto nella spinta sulfurea e tonica delle referenze di Cantina Sociale di Tortona. Pulizia e linearità sobria negli assaggi di Vigneti Repetto e La Vecchia Posta trovano un contraltare nella spinta sulfurea in riduzione di Terralba o nel naso scomposto (probabilmente per eccesso di giovinezza) del vino firmato Vietti, che stupisce invece per nitidezza al sorso. Un “infante” Pomodolce esprime note fruttate eppure eleganti, con una bella pulizia, mentre Sassaia si rivela un giovane già vecchio, con intriganti elementi di mineralità e sapidità. Infine, una garanzia, l’assaggio firmato da Walter Massa sembra riassumere il gioco di frutto e mineralità che il Timorasso offre, pur scalpitando da pre-adolescente qual è.

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