Per Massimiliano Alajmo, la cucina è un atto di ascolto: della materia, dei ricordi, delle lezioni dei maestri che lo hanno formato e che continua a portare con sé. La tecnica c’è, solidissima, ma non pesa mai. È un gesto leggero, curioso, da eterno ragazzo che cerca la poesia nelle cose semplici.
Nato a Padova nel 1974, cresciuto tra profumi di famiglia e un Dna fatto di ospitalità, Max impara presto che il gusto è un linguaggio. E va a cercarne i dialetti altrove: Moena, Veyrier-du-Lac, Eugénie-les-Bains. Torna con disciplina, sensibilità e uno sguardo che non smetterà più di allenare. «Amo portare con me insegnamenti di grandi maestri, per tale ragione mi sento un allievo privilegiato», dice, con la calma di chi sa che imparare è un verbo infinito.
Nel 1993 è accanto alla madre, Rita Chimetto, nella cucina che l’anno prima aveva conquistato la stella Michelin. Un anno dopo è lui a guidarla, appena ventenne, mentre il fratello Raf dà ritmo alla sala. Da lì in poi Le Calandre accelera: seconda stella, terza stella, e Max che diventa il più giovane chef al mondo a toccare la vetta. Ma il traguardo, per lui, è sempre un punto da cui ripartire. Così arrivano libri che sono quasi manifesti, progetti che intrecciano cucina e design, ristoranti che si moltiplicano senza perdere un filo di coerenza.
La cucina di Alajmo è un gioco serio: leggerezza che nasce da rigore, intuizioni che sembrano immediate e invece hanno radici profonde, un’idea di italianità che non serve dimostrare perché è già tutta lì, nella purezza degli ingredienti. Oggi supervisiona quattordici ristoranti, dalla Laguna al Marocco fino alle navi di lusso Crystal. In ogni piatto c’è un equilibrio raro tra ricerca e memoria, precisione e stupore. È per questo che Max è diventato un Maestro di Cucina: non per ciò che ha fatto, ma per come continua a farlo.
Monograno Felicetti
Fondato nel 1908 e ancora guidato dalla famiglia del fondatore (oggi c’è la quinta generazione in azienda), il Pastificio Felicetti produce pasta d’alta quota in Val di Fiemme, unico in Europa sopra i 1.000 metri. L’azienda si distingue per le sue scelte di campo: il biologico, l’uso esclusivo di semole italiane, l’uso responsabile dei terreni e le celebri linee monovarietali definiscono una qualità apprezzata da chef e appassionati. Con oltre 100 formati e una produzione che raggiunge 35 mila tonnellate l’anno, Felicetti esporta in 50 Paesi. Innovazione e sostenibilità guidano anche i nuovi pack in carta 100% certificata e lo stabilimento di Molina, alimentato da trigenerazione.