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Matcha: una tradizione sotto pressione secondo il Times

Domanda internazionale, contraffazioni e assenza di regole mettono in difficoltà i produttori giapponesi

La crescente domanda globale di matcha ha ufficialmente superato la capacità produttiva giapponese, favorendo contraffazioni, pratiche commerciali opache e una progressiva perdita di riferimenti culturali e qualitativi. Il New York Times ha analizzato il problema lanciando un grido d’allarme: bevete meno latte matcha se volete preservare questa tradizione. Un paradosso: se siete appassionati, dovete cominciare a diminuire le dosi.

Il matcha in crisi da tempo

Nel corso di quattro secoli, il Giappone ha costruito attorno al matcha una cultura fondata su armonia, rispetto, purezza e tranquillità. Oggi, nel giro di pochi anni, l’esplosione della domanda internazionale ha messo sotto pressione questo equilibrio, trasformando un prodotto di nicchia in una merce globale soggetta a carenze, speculazioni e frodi.

Il matcha, nella sua accezione tradizionale, è un tè verde in polvere ottenuto da foglie coltivate all’ombra per settimane, raccolte a mano, cotte a vapore ed essiccate prima di essere macinate lentamente con macine di granito. È un processo lungo e costoso, pensato per una produzione limitata. In Giappone, infatti, il matcha rappresenta una quota minoritaria del consumo nazionale di tè, largamente dominato dal sencha. Per decenni è rimasto legato quasi esclusivamente alla cerimonia del tè e a un pubblico ristretto.

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Negli ultimi cinque anni, però, il matcha ha conosciuto una diffusione senza precedenti fuori dal Giappone come sottolinea il New York Times. Sui social network, in particolare su TikTok, è diventato un simbolo di stile di vita alternativo al caffè. Nei menu delle caffetterie ha assunto un ruolo centrale, spesso declinato in bevande dolci, fredde o aromatizzate. Oggi il Giappone esporta oltre la metà del matcha che produce e negli Stati Uniti le vendite al dettaglio sono cresciute a doppia cifra nel giro di pochi anni.

La domanda ha superato rapidamente l’offerta disponibile, soprattutto per il matcha di prima raccolta primaverile, considerato il più pregiato. Questo squilibrio ha aperto spazio a comportamenti opportunistici lungo tutta la filiera. Aziende storiche giapponesi, attive da secoli, segnalano un aumento di prodotti contraffatti o di qualità inferiore venduti come matcha autentico, spesso attraverso piattaforme di e-commerce e marketplace digitali. In alcuni casi si tratta di tè verde comune macinato finemente, in altri di polveri prodotte fuori dal Giappone ma presentate come tradizionali.

Il problema è aggravato dall’assenza di una regolamentazione condivisa sull’etichettatura. Al di fuori del Giappone non esistono definizioni ufficiali per espressioni ampiamente utilizzate come “grado cerimoniale” o “grado barista”, categorie nate in ambito commerciale e prive di riconoscimento normativo. Anche il termine matcha è diventato ambiguo, applicato a prodotti coltivati e lavorati in paesi diversi dal Giappone, dalla Cina all’Africa orientale, fino all’Oceania.

Nel frattempo, il mercato continua a espandersi. Grandi catene internazionali registrano crescite significative delle vendite di bevande a base di matcha e investono in nuove linee di prodotto. Nelle principali città europee e nordamericane aprono locali specializzati, mentre il colore verde intenso è diventato un elemento ricorrente nel marketing del settore beverage. Questa apparente abbondanza, però, contrasta con le difficoltà segnalate dai produttori giapponesi, che faticano a soddisfare le richieste senza compromettere standard qualitativi e tempi agricoli.

Secondo operatori storici del settore, il matcha non può essere prodotto su larga scala senza alterarne le caratteristiche. Le foglie destinate alle qualità più alte provengono da raccolti limitati e non sono sostituibili nel breve periodo. L’aumento della domanda, anziché incentivare semplicemente una maggiore produzione, sta generando stress economico e culturale per aziende che non hanno come obiettivo primario la crescita globale.

La pressione del mercato ha anche effetti indiretti sulla cultura del tè in Giappone. L’uso massiccio di matcha di alta qualità in bevande zuccherate e preparazioni industriali riduce la disponibilità per la cerimonia del tè, pratica ancora centrale nella trasmissione di valori culturali e formativi. Per chi studia il chadō, la “via del tè”, la scarsità della materia prima rappresenta un problema concreto, oltre che simbolico.

Il matcha resta un prodotto agricolo e culturale profondamente legato al contesto in cui nasce. La sua trasformazione in fenomeno globale solleva interrogativi sulla sostenibilità del modello attuale e sulla capacità del mercato di distinguere tra qualità, imitazione e marketing. Comprendere cosa c’è dietro una tazza di matcha significa oggi confrontarsi non solo con una tradizione secolare, ma anche con le contraddizioni della domanda alimentare contemporanea.

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