Succede che a Napoli nasca un locale che non si limita a fare quello che tutti si aspettano da una vineria. Si chiama Informale e già il nome sembra suggerire leggerezza, spontaneità, quasi un gioco. Eppure dietro questa leggerezza si cela un progetto profondo, fatto di idee chiare e di scelte coraggiose. Non il solito tagliere, non la fritturina per accompagnare il calice: qui ci si è voluti complicare la vita. Pane al lievito madre con burro al miso, porri arrostiti con lime e pepe nero, pulled duck con gel al lime e kimchi: ogni piatto è pensato per sorprendere, mai per riempire.
Chi varca la soglia di questa wine bar trova un’atmosfera che è davvero un mood, come dicono loro. C’è l’aria di una casa vissuta, quadri e cornici che non sembrano arredamento ma frammenti di memoria collettiva. Una bagnarola blu accoglie le olive, come quelle del bucato di una volta. Ogni dettaglio è un piccolo sorriso che precede il brindisi.
Il mood: ironia e autenticità
Entrarci è come ritrovarsi in un salottino elegante, ma con le pareti che respirano cultura pop e buona ironia partenopea. Quadretti vintage si mescolano a immagini ironiche che evocano la napoletanità più verace (con un surplus di immagini di Maradona). Il claim dice tutto: “Vini buoni e piatti essenziali”, un mix di spontaneità e cura che conquista.

Il posto è carino, informale (sì, lo diremo spesso in questo articolo perché sono stati bravi a centrare la propria mission), e in grado di mettere a proprio agio i clienti. Non a caso troverete spesso e volentieri qualcuno accovacciato all’ingresso, sullo scalino creatosi tra la strada e la vetrina d’ingresso, anche se ci sono delle sedie vuote: è il mood del locale, una sigaretta in piazza con gli amici con del buon vino al posto della birretta da 33 cl. Alla location, se proprio dobbiamo trovare un problema, però quello delle sedie è abbastanza evidente: le sedute non comodissime portano a pensare più a un pasto fugale e veloce che a una degustazione vera e propria.
Informale non solo serve vino e cibo, ma crea atmosfera. È un posto in cui vi sentirete accolti e coccolati senza pesi, dove gli chef stellati possono ritrovarsi a cena senza l’ingombro del proprio status, cosa che accade spesso nei locali in giro per l’Italia, perché qui la convivialità è la lingua comune. È un mash up tra freschezza creativa, artigianalità seria e semplicità autentica, nato da un’intuizione notturna e cresciuto fino a diventare punto di riferimento al Vomero.
Chi c’è dietro il bancone (e in cucina)
Il progetto porta la firma di Gianpaolo Russo, ex avvocato con un passato da chef in Canada, Nicola Doria con sua moglie Katarina Kostadinovic, e della coppia Dario Gallo e Natalia Quaglietta, già anime del ristorante Essencia, altro indirizzo che vi consigliamo di segnare in agenda, sempre a Napoli. Un gruppo che ha scelto la via più difficile: investire nella qualità, nell’artigianalità e nell’idea che un wine bar possa essere anche laboratorio creativo.

Eppure, nonostante la complessità dei piatti, resta un’aria leggera. Si ride, si beve, ci si sente a casa. È la magia di un luogo che si chiama “Informale” ma che lavora con un rigore quasi ossessivo, trasformando ogni servizio in un gesto quotidiano e insieme irripetibile.
La carta dei vini è ampia ma non pensata per impressionare: serve a invitare, a incuriosire, a farvi perdere piacevolmente tra un calice di Crémant e un Erbaluce raro, fino a un Franciacorta di eleganza classica. Qui il vino non accompagna soltanto: dialoga con il cibo, lo provoca, lo esalta.
Ogni scelta è un gesto informale nella forma ma formale nella sostanza: serate di degustazione, bottiglie che si aprono al calice, abbinamenti proposti con garbo e senza cattedre. È convivialità, senza mai rinunciare alla competenza.
La vera sorpresa, però, resta la cucina. Si passa dalla semplicità perfetta di un Pan con tomate – un gesto d’amore per il pane, l’olio e il pomodoro – a piatti più complessi come la melanzana arrostita con mandorle e Parmigiano o il porro alla brace con crema tostata e tuorlo grattugiato. Sapori che non gridano ma si stratificano, che rimangono impressi senza invadere. I panificati, in particolare, sono un vero gioiello perché Doria è uno dei migliori e più importanti panificatori d’Italia. E poi l’anatra, cotta lentamente fino a diventare pulled duck, infilata in un bun morbido e resa spiazzante da un kimchi pirotecnico. Una scelta che racconta bene la filosofia della casa: la volontà di non accontentarsi mai del già visto. Tra i piatti simbolo, le Croquetas de jamon e la Focaccia alle patate con topping di cipolle sono lo sfizio perfetto.
In questo equilibrio tra gioco e fatica, tra rigore e convivialità, ci sono echi che vanno oltre la cucina. Nel fruscio dei calici si ritrova la calma che Nikola Jokić, fresco campione NBA, sintetizzò così la notte del titolo: «The job is done. We can go home now» (il lavoro è finito, andiamo a casa ora). Un modo per dire che il lavoro fatto bene non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. È la stessa energia che riconoscete qui, tra un bicchiere di vino e un piatto pensato con cura. Perché a volte, in una città che corre e ride come Napoli, basta un gesto semplice e informale per sentirsi finalmente al posto giusto.