Ci vediamo a Rimini! Nelle prime settimane dell’anno è la frase più frequente che si sente pronunciare tra coloro che bazzicano il comparto della birra artigianale. Quello con Beer and Food Attraction (15-17 febbraio) è un rito irrinunciabile, non solo per birrai, publican e distributori, ma anche per chi racconta questo mondo sempre in fermento. A rendere ancor più interessante il tutto è la concomitanza con il concorso Birra dell’Anno.
Birra dell’Anno 2026

Organizzato da Unionbirrai (l’associazione di settore), Birra dell’Anno è ormai giunto alla sua ventunesima edizione e vede coinvolte decine di giudici internazionali, chiamati a valutare alla cieca centinaia di birre, divise in 46 macro categorie brassicole: dalle classiche chiare a bassa fermentazione fino alle produzioni più originali e complesse che prevedono passaggi in legno e fermentazioni spontanee. Ad aggiudicarsi più medaglie sono stati i ragazzi di Birra dell’Eremo, realtà di Assisi, capitanata dal birraio Enrico Ciani, che si è dunque “laureata” Miglior Birrificio dell’Anno.
Quali sono stati i trend nel 2025
Beer and Food Attraction è stata l’occasione anche per la presentazione di Italian Craft Beer Trends 2025, il report annuale curato dalla testata Cronache di Birra, che analizza le tendenze della birra artigianale italiana. Tra queste c’è l’ascesa delle NoLo, ovvero birre che presentano una gradazione alcolica al di sotto della soglia psicologica del 4%. Un segmento considerato anche nel concorso Birra dell’Anno: una delle categorie in gara riguardava infatti le birre con gradazione inferiore all’1,2%, limite italiano sotto il quale si può parlare di analcolica. I pugliesi di Birranova sono stati mattatori con un oro e un argento, mentre il bronzo è stato assegnato a Crak.
Secondo Andrea Turco, direttore di Cronache di Birra e curatore del report: «Presumibilmente anche il 2026 sarà un anno tendenzialmente cauto, che mostrerà il consolidamento dei trend già emersi negli ultimi mesi: conferma delle birre a bassa
gradazione alcolica, pur senza tassi di crescita roboanti; predilezione per tipologie facili da bere e per le basse fermentazioni».
La previsione sulle NoLo è confermata, a un occhio attento, anche girando tra i banchi della fiera. Diverse erano le spine che riportavano diciture tipo micro helles, micro ipa, light lager, tra le altre. Anche i “campioni” di Birra dell’Eremo si sono cimentati in una IPA da 1,2% particolarmente convincente anche grazie alla spillatura manuale a pompa, che consente alla parte maltata di bilanciare meglio quella luppolata.
Più Low che Zero
La cosiddetta “profezia che si autoavvera” è un fenomeno sociologico per cui una previsione risulta talmente convincente da influenzare le persone coinvolte, fino a contribuire concretamente alla sua stessa realizzazione. Un esempio classico, proposto dal sociologo Robert K. Merton, che ha teorizzato il concetto nel 1948, è quello della banca ritenuta sull’orlo del fallimento: il timore diffuso induce i correntisti a ritirare i propri risparmi, generando così quel comportamento collettivo che può effettivamente provocarne il collasso. Nel caso delle birre analcoliche, ma il discorso potrebbe estendersi anche ai vini e alle bevande in generale, non è da escludere che si stia assistendo a un meccanismo analogo.
A forza di ripetere che il futuro sarà “astemio”, si rischia di orientare il mercato, spingendo gli operatori del settore verso scelte strategiche e investimenti significativi in tal senso. Eppure il quadro appare meno sobrio di quanto si racconti: basti pensare alla magnificenza del padiglione della fiera di Rimini dedicato a distillati e mixology. Nel caso della birra artigianale, poi, la questione si complica ulteriormente. Innanzitutto ci sarebbe da confrontarsi con le soglie adottate in diversi Paesi europei (spesso 0,5% vol.), rispetto all’1,2% previsto dalla normativa italiana; ma soprattutto questi prodotti, essendo privi di quel conservante naturale che è l’alcol, per ragioni di sicurezza alimentare necessiterebbero di un trattamento di pastorizzazione, pratica incompatibile con la definizione legale di “birra artigianale”.
La diffusione delle birre low alcol sembra allora configurarsi come una sorta di reazione immunitaria del “movimento”: un modo per intercettare le esigenze (presunte o reali) del mercato senza snaturarsi e, soprattutto, senza affrontare investimenti potenzialmente azzardati come l’acquisto di un pastorizzatore. Anche perché, tolta una nicchia della nicchia che ricerca prodotti realmente a zero alcol, che non può consumare nemmeno le cosiddette analcoliche, il resto dei bevitori “virtuosi” può orientarsi verso low alcol da circa 2 gradi, verosimilmente anche con maggiore soddisfazione.