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Viaggio nei patrimoni Unesco: dove il cibo smette di nutrire e inizia a raccontare

Quali sono i beni immateriali dell'umanità legati al cibo? Vediamo insieme i più significativi con Elisabetta Moro, Franco Pepe e Karime Lopez.

Nelle cucine tradizionali il gesto conta quanto il risultato. È quando si spezza il pane, si assaggia una salsa, si corregge un piatto “a sentimento” che il cibo diventa racconto. L’Unesco, quando tutela una tradizione gastronomica, non certifica una ricetta né un sapore eccellente: riconosce una forma di vita. Sta affermando che quel modo di coltivare, cucinare e condividere merita di essere trasmesso, non archiviato. I patrimoni enogastronomici parlano meno di eccellenza e più di resistenza: alla standardizzazione, alla fretta, all’oblio. Raccontano comunità che continuano a riconoscersi attorno a una tavola, saperi che non stanno nei libri ma nelle mani, culture che sopravvivono attraverso gesti quotidiani. In un’epoca in cui mangiare è sempre più un atto solitario e distratto, l’Unesco ricorda che il cibo resta, prima di tutto, un atto collettivo: un linguaggio universale fatto di memoria, identità e tempo condiviso.

La nuova arrivata: la cucina italiana

C’è qualcosa di ironico nel fatto che la cucina italiana sia entrata nell’Unesco proprio nel momento in cui è meno “italiana” di sempre. Globalizzata, replicata, imitata, tradotta in migliaia di varianti spesso lontane dai contesti originari, è oggi un linguaggio planetario, più simile a un dialetto globale che a una tradizione locale. Ed è proprio questo paradosso ad aver reso possibile il riconoscimento: non un codice da fissare, ma un sistema imperfetto, mobile, continuamente riscritto. Una cucina che non esiste come entità unica, bensì come somma di infinite pratiche quotidiane. Non esiste una carbonara da difendere, né una pizza da canonizzare: esiste un modo di stare a tavola, fatto di tempi condivisi e relazioni informali.

Ciò che è stato riconosciuto è una pratica sociale in continua trasformazione. Una cultura che vive soprattutto nelle case, nata più dalla povertà che dall’abbondanza, costruita sull’arte di arrangiarsi, sull’uso creativo delle risorse disponibili. In Italia non esiste una ricetta identica ovunque, non perché manchi una tradizione, ma perché la tradizione coincide proprio con questa instabilità. La vera svolta del riconoscimento sta qui: per la prima volta non viene premiata l’eccellenza ma la normalità. L’Unesco non proclama la cucina italiana “la migliore del mondo”; la indica come uno dei pochi sistemi in cui il mangiare continua a essere un gesto sociale, un modo quotidiano per costruire legami.

La Dieta Mediterranea: un ecosistema umano

Se la cucina italiana è protetta come pratica relazionale, la Dieta Mediterranea ne rappresenta il precedente più potente e teorico. Quando nel 2013 viene iscritta tra i patrimoni immateriali, l’Unesco compie un gesto radicale: sposta l’attenzione dal piatto allo stile di vita, dal cibo come prodotto al cibo come sistema culturale.

Elisabetta Moro, docente di Antropologia culturale all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, attraverso il Museo Virtuale della Dieta Mediterranea ha raccolto centinaia di testimonianze: «Quello che mi ha colpito di più è che la Dieta Mediterranea è sempre fatta di convivialità e semplicità, due termini che tornano sistematicamente con un valore democratico: non è uno stile elitario, è per tutti. Inoltre, tutti gli intervistati danno grande importanza alla memoria, al cibo che ci riporta all’infanzia come tramite delle emozioni».

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In una delle interviste, racconta Moro, una signora si è messa a cantare e poi ha spiegato che secondo lei il cibo deve nutrire l’anima, altrimenti non serve a niente. La Dieta Mediterranea emerge così come una vera coreografia sociale, «Non insegna cosa mangiare, ma come dare senso a ciò che mangiamo: non a caso ci hanno parlato di memoria, di quell’affetto che nasce quando riassaggiamo i nostri piatti e ci tornano in mente l’infanzia, le persone che ne facevano parte e tutti i nostri affetti. Quindi con la Dieta Mediterranea il cibo diventa davvero un tramite delle emozioni e non un nutriente», conclude la professoressa. In questo senso, è forse il patrimonio che più chiaramente mostra come nutrizione e cultura siano inseparabili.

La soup Joumou: il cibo come libertà

Tra tutti i patrimoni gastronomici, la soup Joumou (zuppa di zucca) è forse il più esplicitamente politico. In questo caso, un piatto coincide con un evento storico preciso: la fine della schiavitù ad Haiti. La zucca veniva coltivata dagli schiavi, che la cucinavano per i padroni. Ma la zuppa era loro proibita. Prepararla senza poterla mangiare significava incarnare materialmente la disuguaglianza: chi produce non consuma, chi consuma non coltiva. Con l’indipendenza, quel divieto si rovescia.

Il primo gennaio del 1804, la Joumou diventa il primo pasto della libertà, un gesto simbolico che trasforma un cibo di esclusione in un cibo di appartenenza. Nella motivazione ufficiale dell’Unesco del 2021 si parla di «simbolo del rifiuto di un sistema di oppressione e discriminazione», ma anche di rafforzamento dell’identità culturale e della coesione sociale. Il piatto non serve solo a ricordare il passato, ma a tenere insieme il presente, soprattutto nella diaspora haitiana. La Joumou introduce una verità scomoda: il cibo può essere anche una forma di resistenza. Non dice soltanto che mangiare insieme è bello, ma che mangiare insieme è un diritto conquistato.

Il Washoku: l’armonia con la natura

Dopo Haiti, il Washoku giapponese entra come un contrappunto silenzioso e quasi meditativo. Qui il cibo diventa una forma di pensiero. Quando nel 2013 l’Unesco lo riconosce, non certifica una cucina nazionale nel senso occidentale del termine, ma una visione del mondo fondata sull’equilibrio tra uomo e ambiente. Al centro di tutto c’è la materia prima. La stagionalità diventa una forma di rispetto, un modo per accettare i limiti imposti dalla natura invece di forzarli. I sapori restano netti, mai sovrapposti, perché l’obiettivo è rendere fruibile e leggibile ogni ingrediente, in maniera sacrale. Anche l’estetica segue questa logica: piatti piccoli, spazi vuoti, colori essenziali.

Come dice Jude Law nel sorrentiniano The Young Pope “L’assenza è presenza, il fondamento del mistero”, ed è ciò che permette al pieno di esistere. In un panorama gastronomico dominato dall’eccesso, dalla performance e dall’accumulo, il Washoku propone un’altra idea di lusso: la misura e la coabitazione tra uomo, natura e, soprattutto, tempo.

La cucina messicana: il futuro è nel passato

Nel 2010 l’Unesco riconosce la cucina tradizionale messicana come “modello culturale completo”. Anche in questo caso non abbiamo una collezione di piatti iconici, ma un sistema che unisce agricoltura, ritualità, nutrizione e trasmissione del sapere. Al centro c’è la milpa, il sistema agricolo basato su mais, fagioli e peperoncino: una forma di biodiversità funzionale, che garantisce equilibrio nutrizionale e sostenibilità ecologica.

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Karime López, prima chef messicana stellata Michelin da Gucci Osteria a Firenze e oggi alla guida del ristorante fine dining Xaak all’interno del Xcaret Arte Hotel in Messico, riassume questo patrimonio in un gesto: «La nixtamalizzazione, per me, più che una tecnica è un atto di memoria. Nell’alta cucina il rischio è trasformarla in scena. Io cerco di proteggerne la funzione originaria». Il trattamento del mais con la calce serve a renderlo nutriente e vivo. «Quando entra nei miei piatti, entra come struttura, non come ornamento». Fondamentale è anche il ruolo delle Mayoras, le donne custodi del sapere: «Non mi considero proprietaria di quel sapere, ma sua mediatrice». L’innovazione, qui, non nasce dalla rottura, ma dalla continuità consapevole.

L’arte del pizzaiuolo: il gesto diventa patrimonio

Nel caso della pizza, l’Unesco ha protetto chi la fa. Non il prodotto, ma il gesto: l’Arte del Pizzaiuolo Napoletano, sancita nel 2017. Franco Pepe, titolare di Pepe in Grani a Caiazzo e uno dei migliori pizzaioli al mondo, ci spiega la sua visione di tradizione che sopravvive con l’artigianalità: «Impastare a mano è la mia identità. La tecnologia serve all’uomo, ma va dosata, altrimenti si perde il senso del fare».

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La manualità diventa progetto: dare forma all’impasto significa renderlo unico, non replicabile, sottrarlo alla standardizzazione industriale. Con la sua “Margherita Sbagliata” e il recupero di ingredienti come il pomodoro riccio e l’oliva caiazzana, Pepe ha trasformato il pizzaiolo in una sentinella del territorio, una figura che lavora sulla tecnica e che diventa custode della biodiversità e della memoria agricola. In questo modo un pizzaiolo che affonda le proprie radici nella ferrea tradizione della pizza verace, è riuscito a far evolvere un progetto enorme che oggi porta visitatori da tutto il mondo nel borgo vicino Caserta.

E sul futuro è netto: «Il prossimo passo non è un altro riconoscimento, ma la formazione delle nuove generazioni. Oggi non basta conoscere l’impasto, serve una visione a 360 gradi sulla cucina e sul territorio». Perché il vero patrimonio, alla fine, non è la pizza: è la capacità di trasmettere un mestiere che resta umano, imperfetto, vivo.

Maggiori informazioni

Foto cover: la Devozione di Peppe Guida

Foto di Alessandra Farinelli.

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