Nel Salento, una delle aree europee più colpite dalla Xylella fastidiosa, si sta osservando un fenomeno che fino a pochi anni fa sembrava impossibile. In alcune zone della provincia di Lecce, ulivi quasi completamente disseccati hanno ripreso a sviluppare foglie e, in alcuni casi, a produrre olive. La notizia, riportata da il Post in un articolo di Francesco Gaeta, sta attirando l’attenzione della comunità scientifica perché introduce una variabile inattesa in uno scenario finora considerato irreversibile.
Cos’è la Xylella e cosa sta accadendo in Puglia
La Xylella è il batterio responsabile del cosiddetto disseccamento rapido dell’olivo, una patologia che blocca il flusso di acqua e nutrienti all’interno della pianta, portandola progressivamente alla morte. Dal 2013 ha colpito circa dieci milioni di alberi in Puglia, con danni economici stimati intorno ai due miliardi di euro. Non esiste, allo stato attuale, una cura riconosciuta e validata, e la strategia principale resta il contenimento della diffusione.
Il fenomeno osservato nel Leccese viene definito dagli studiosi come “resilienza”. Non si tratta di una guarigione né dell’eliminazione del batterio, che continua a essere presente nella pianta, ma di una risposta allo stress che consente all’albero di ricostruire in parte la chioma e tornare a produrre. Questa dinamica è stata documentata attraverso immagini satellitari e analisi NDVI, un indice che misura l’attività fotosintetica della vegetazione.

Al momento non esiste una spiegazione scientifica sulle cause di questa ripresa. Secondo quanto ricostruito dal Post, in alcune aree gli agricoltori hanno adottato strategie molto diverse tra loro. C’è chi ha puntato su pratiche agronomiche di base, come il miglioramento del suolo e l’uso di concimi organici, senza ricorrere a nuovi trattamenti. In altri casi è stato applicato un protocollo sperimentale a base di rame, zinco e acido citrico, noto come “protocollo Scortichini”, dal nome di uno dei ricercatori coinvolti.
Tuttavia, diversi studiosi invitano alla prudenza nell’attribuire un rapporto diretto di causa-effetto tra questi interventi e la resilienza osservata. Una delle ipotesi più accreditate riguarda piuttosto la diminuzione della popolazione dell’insetto vettore, la sputacchina, responsabile della trasmissione del batterio da una pianta all’altra. Una minore densità di insetti ridurrebbe i casi di reinfezione, permettendo alle piante di stabilizzare l’infezione e manifestare una parziale ripresa.
Secondo Donato Boscia, ricercatore emerito del CNR citato dal summenzionato giornale online, questa riduzione dipenderebbe da una combinazione di fattori ambientali ancora non completamente quantificabili. Anche Vincenzo Verrastro, del CIHEAM di Bari, sottolinea che la presenza diffusa di alberi spogli potrebbe aver abbassato il numero di insetti vettori per unità di superficie, ma che mancano dati sistematici per dimostrare il fenomeno su larga scala.
Un elemento di particolare interesse riguarda l’olio prodotto dagli ulivi “rinati”. Le prime analisi di laboratorio, condotte su varietà tipiche come Ogliarola salentina e Cellina di Nardò, mostrano un aumento del contenuto di polifenoli, composti naturali con funzione antiossidante: paradossalmente quest’olio sembra addirittura più salutare. Secondo Francesco Paolo Fanizzi, docente all’Università del Salento, questo cambiamento chimico potrebbe essere legato allo stress della pianta, che reagisce aumentando le sostanze di difesa. Storicamente l’olio salentino era caratterizzato da un profilo più dolce e meno ricco di polifenoli, mentre oggi si osserva un possibile spostamento verso caratteristiche diverse, ancora da confermare su campioni più ampi e nel lungo periodo.
Nel frattempo l’epidemia non si è arrestata. La Xylella continua a diffondersi verso nord, con nuovi focolai individuati nel Barese, nel Foggiano e nelle Murge. In Puglia sono oggi presenti tre varianti del batterio, con livelli di aggressività differenti. La Regione applica un sistema di zone con regole diverse, che vanno dalla gestione della convivenza nelle aree endemiche agli abbattimenti obbligatori nelle zone di contenimento, secondo quanto previsto dalla normativa europea.
Il caso del Salento non cambia, per ora, l’impostazione generale delle politiche fitosanitarie. Rappresenta però un dato nuovo, che apre interrogativi sulla capacità di alcune piante di adattarsi all’infezione e sulle possibili implicazioni agronomiche, economiche e qualitative per il futuro dell’olivicoltura pugliese. Si tratta di un fenomeno reale ma ancora privo di una spiegazione definitiva, che richiede ulteriori studi prima di poter essere considerato una strategia replicabile.