Tra tante demonizzazioni e allerte che rendono il cibo e il vino un campo minato per la salute umana – anche se, in molti casi, la moderazione sembrerebbe essere la via giusta per vivere sani ma anche felici –, finalmente dalla scienza arriva una buona notizia per i buongustai, e soprattutto per chi ama i formaggi.
Uno studio prospettico approfondito, basato su dati raccolti in 25 anni e pubblicato sul sito di peer-review (vale a dire in cui esperti del settore valutano la validità e qualità di un lavoro scientifico prima della pubblicazione) internazionale Neurology, ha di recente confermato infatti che il consumo di formaggi grassi – vale a dire, con un contenuto di grassi saturi uguale o superiore al 20% – è associato a minor rischio di demenza, cosa che non accade invece con il consumo di formaggi magri o “low fat”. La notizia è stata ripresa dal New York Times, e poi da numerose altre testate di tutto il mondo: nei casi migliori, evitando titoloni ad effetto e potenzialmente ingannatori.
Questo non vuol dire infatti che una dieta a base di Gorgonzola, Fontina e mascarpone sia sana e raccomandabile: si tratta comunque di cibi squisiti ma dal contenuto calorico importante e potenzialmente legati allo sviluppo di colesterolo “cattivo”. Ma vale comunque la pena approfondire il discorso.
Lo studio in Svezia
Basato sui dati raccolti in Svezia dal gruppo di ricerca Malmö Diet and Cancer nel corso di oltre 25 anni, lo studio iniziato negli anni Novanta ha coinvolto 27.670 partecipanti volontari (età media 58,1 anni, di cui il 61% di sesso femminile) e ha indagato appunto la correlazione tra il consumo di formaggi di diverso tipo e insorgenza di demenza, Alzheimer e demenza vascolare (causata da un ridotto flusso di sangue al cervello). I consumi dei partecipanti sono stati analizzati con un metodo valutativo comprensivo che includeva un diario alimentare settimanale, un questionario e un’intervista approfondita, e poi dei controlli dello stato di salute a distanza di anni, nel 2014 e nel 2020.
I risultati complessivi mostrano che il consumo di almeno 50 grammi al giorno di formaggi grassi e panna era associato con un rischio ridotto di demenza e demenza vascolare, rispetto a un consumo ridotto a meno di 15 grammi al giorno. Il consumo di formaggi e panna “low fat”, come anche di latte e latte fermentato (di ogni tipologia) e burro non ha mostrato correlazioni con la demenza.
Quanti sono 50 grammi al giorno?
Vale la pena notare che 50 grammi di formaggio grasso (tendenzialmente, stagionato) corrispondono all’incirca due fette, pari alla quantità settimanale raccomandata in Italia, da incrementare però con formaggi freschi e latticini fino a 275 grammi a settimana in totale.
Negli Stati Uniti, invece, la dose quotidiana è di circa 40 grammi, e le linee guida raccomandano 3 porzioni di latte e derivati al giorno, indicando la preferenza per prodotti fat-free or low-fat; ma, sottolinea l’articolo, a quanto pare nel 2026 Robert F. Kennedy Jr., il segretario della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti d’America, si appresta a rivoluzionare le linee guida federali in fatto di alimentazione dando via libera ai grassi, con possibili conseguenze sulla salute degli americani.
Alcune osservazioni da fare
Tornando allo studio svedese, ci sono alcune osservazioni da fare: al di là del fatto che, a quanto pare, le indagini sulle abitudini alimentari dei partecipanti era stato fatto solo nella fase iniziale, e a distanza di anni ci si è limitati a riscontrare o meno se fosse insorta una delle patologie indicate senza valutare se nel tempo tali abitudini fossero cambiate. Va poi preso in considerazione lo stile alimentare generale: ad esempio, se il formaggio – che oltre al grasso contiene vitamine e minerali preziosi – sostituisce altri cibi potenzialmente più pericolosi, come la carne rossa molto grassa o processata, può effettivamente aiutare; mentre andrebbe valutato il consumo di altri prodotti più salutari, come legumi, verdure, pesce, olio extravergine d’oliva o frutta.
E, osserva un medico intervistato dal New York Times, ha un peso naturalmente anche la qualità del formaggio che si mangia: un conto è infatti un prodotto artigianale e dell’alto profilo nutrizionale, come molti formaggi nostrani ed europei, e un altro sono quelli ultraprocessati, e spesso mangiati come ingredienti di pizze, panini e altro fast food, come è più diffuso negli Stati Uniti.
Le conclusioni
Infine, va soprattutto sottolineato che lo studio indica – e conferma altre evidenze simili, già riscontrate in passato – che il consumo di formaggio “non è associato” con una maggiore insorgenza di problemi neurologici come Alzheimer o demenza, ma non garantisce un rapporto di causa-effetto. In sostanza, il formaggio non provoca queste patologie, e c’è una correlazione statistica significativa tra il suo consumo e la loro assenza (che potrebbe, però, anche essere legata a concause e stili di vita).
In conclusione, dite pure addio al sogno di ingozzarvi di formaggi buonissimi “per motivi di salute”; sarà sempre più raccomandabile avere una dieta basata su cereali, legumi, ortaggi, frutta e grassi “buoni”, come quelli del pesce o dell’olio. Ma, tornando all’assunto iniziale, forse se dovete scegliere tra il concedervi un pezzo di formaggio buonissimo qualche volta a settimana o vaschette di fiocchi di latte low fat presi dal banco frigo del supermercato, la prima opzione potrebbe essere la migliore anche per il vostro cervello.