La cucina di Vincenzo Russo sembra nascere da una corrente che unisce cielo e terra senza soluzione di continuità. Classe 1995, oggi resident chef di Bluh Furore (1 stella Michelin), all’interno del Furore Grand Hotel in Costiera Amalfitana, Russo incarna a pieno la nuova cucina mediterranea.
«È un riconoscimento importantissimo», racconta a proposito del premio come miglior chef under 35, «queste cose portano sempre un ritorno di clientela e per me è la cosa fondamentale», parole che indicano idee chiare e una visione limpida di ciò che davvero conta nella ristorazione. Non è un caso se nel suo lavoro si percepisca la lezione dei grandi: Cannavacciuolo e Bartolini su tutti, figure che per Russo sono state fari e modelli. Bartolini lo è tuttora, perché supervisiona il lavoro del giovane.
L’identità di Russo è ben visibile al Bluh, in un’analisi costante del territorio e dei suoi ritmi. «Siamo attenti ai piccoli fornitori, alla selezione della materia prima. È da qui che nasce tutto, dal territorio che ci ospita». Un approccio che si ritrova in ogni piatto, in cui lo chef evita il folklore e concentra la sua attenzione su tecnica, eleganza e gusto.
Esempio palese? Il Festival di Pomodoro, un omaggio alla Campania: «Tante tipologie diverse completate dal totano di Praiano, che diventa contorno, la parte grassa e dolce del piatto». È ambizioso Russo, ma non supponente: stri e provare a eguagliarli. Ogni giovane dovrebbe avere una guida e il sogno di superare quel determinato mentore».
Allo stesso tempo è lucido sul futuro, il suo obiettivo non ha a che fare con i riconoscimenti: «Voglio il ristorante pieno tutti i giorni. Voglio cucinare, fare da mangiare per davvero: niente eccessi ma una cucina che abbia gusto, sostanza ed estetica». È la determinazione quieta di chi, affacciato sulla terrazza di Furore, cucina ogni sera un pezzo di Costiera senza mai farsi travolgere dal suo mito. Russo la racconta con rispetto e modernità, lasciando che siano i sapori – nitidi, essenziali, profondi – a parlare al posto suo.
Frantoio di Sant’Agata d’Oneglia
Passione, tradizione e un legame profondo con il territorio guidano dal 1827 il Frantoio di Sant’Agata d’Oneglia, dove la famiglia Mela produce olio extravergine da olive taggiasche con la stessa cura di un tempo, unita a tecnologie moderne.
Le olive, raccolte in anticipo e frante in giornata, danno vita a un olio intenso e fragrante, affiancato da olive da tavola e specialità come paté, pesto e conserve. Tutta l’attività produttiva del frantoio ha un ciclo di lavorazione completo, che riduce al minimo lo scarto.
La sostenibilità è centrale: pannelli solari e macchinari 4.0 definiscono il lavoro. Dal 2020 l’e-shop porta l’“oro ligure” direttamente nelle case dei clienti.