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Da Emilio, Roma com’era prima che ce ne accorgessimo

In questa trattoria nel quartiere Trieste-Salario la cucina casalinga resiste alle mode, al tempo e persino ai social.

Ormai è una frase fatta, tra l’altro è pure scientificamente scorretta ma a noi non importa e la usiamo lo stesso, scusandoci anzitempo per la ridondanza: Da Emilio è un ristorante che non potrebbe esistere nel 2026 ma lui non lo sa ed esiste lo stesso. Ma perché diciamo questa cosa? Non ha social network, non ha una comunicazione, non insegue il consenso né la narrazione modaiola del “posto autentico”. Eppure, o forse proprio per questo, riempie la sala anche di lunedì sera, in una zona di Roma dove la ristorazione è spesso più elegante che popolare. Qui l’autenticità non è una posa: è una condizione.

Come si mangia da Emilio ai Parioli

Via Alessandria, quartiere Trieste-Parioli. Intorno palazzi borghesi, architetture razionaliste, un’idea di Roma benestante e composta. Dentro, invece, una trattoria che sembra rimasta ferma a un tempo preciso per una naturale continuità, non per artefatto. L’insegna è dimessa, la porta anonima, l’illuminazione essenziale. I menu sono fogli A4 infilati nelle classiche buste di plastica da cartoleria, con alcune voci barrate e un secco “NO” scritto a matita accanto ai piatti non disponibili. È così da sempre. Se cercate online dei vecchi articoli troverete la stessa identica descrizione ma noi non possiamo non far notare le stesse cose perché queste piccolezze, che altrove sarebbero dei difetti e le racconteremmo come sciatteria, qui hanno un senso. Tutto è immutato: nessun aggiornamento, nessuna modernizzazione forzata. Solo la cronaca quotidiana della cucina.

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Da Emilio è una trattoria romana nel senso più letterale del termine. Non interpreta, non rilegge, non alleggerisce. Cucina come si è sempre cucinato nelle case dei romani, con porzioni generose, sapori netti, una grammatica che non ammette troppe mediazioni. Il concetto di “comfort food” qui non serve: è semplicemente cibo che sazia, consola, accompagna. Mangiate una cacio e pepe come si deve, asciutta, concreta, senza la cremosità che oggi sembra obbligatoria. Una pasta che chiede la scarpetta senza vergogna. Concedetevi la trippa poi perché ne vale la pena: arriva franca, profonda, piena, e vi ricorda che la cucina romana nasce dalla necessità prima che dal piacere estetico.

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Non tutto è ecumenico, ed è giusto dirlo. Alcune ricette restano ancorate a un’idea personale e non negoziabile di tradizione. L’amatriciana, ad esempio, non cerca consensi universali: la cipolla c’è, il guanciale non sempre è memorabile, ma il piatto esiste perché è sempre esistito così. Molti si lamentano delle cipolle perché la dittatura dei social ha reso inaccettabile ogni sorta di difformità ma se chiedete in giro, noterete che moltissime famiglie romane e altrettante trattorie storiche ancora oggi la usano. Qualcuno magari ha paura di dirlo (sì, paura, perché siamo impazziti con le regole del cibo) ma la cipolla ce la mette. Da Emilio non corregge la storia per piacere di più. La racconta per come la conosce.

Il servizio è confidenziale: vi portano i piatti e tolgono i cestini del pane, riempiono bicchieri e intanto parlano. Non per intrattenere, ma per prendersi cura. In sala c’è chi non apre nemmeno il menu perché lo conosce a memoria. C’è chi torna per mangiare esattamente lo stesso piatto da vent’anni. E c’è pure chi perde decine di minuti nell’ordinazione perché invogliato dai tanti piatti sfiziosi presenti in carta (letteralmente un foglio di carta in questo caso).

Alle pareti, fotografie e cornici raccontano una Roma che non esiste più se non in questi luoghi. Aldo Fabrizi, che abitava poco distante, pranzava qui ogni giorno, sempre allo stesso tavolo, puntuale alle tredici. Non è un aneddoto messo lì per costruire fascino: è un fatto che spiega tutto. Fabrizi cercava esattamente questo tipo di cucina, questo tipo di umanità. Una cucina che non vuole stupire ma rassicurare, che non cerca la perfezione tecnica ma la continuità ma questa è un’informazione che potete trovare online o se ne parlate con i titolari: all’interno non ci sono foto di vip, ospiti famosi o quant’altro; c’è solo la storia della famiglia titolare.

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Il menu cambia ogni giorno, ma entro un perimetro ben definito. Gricia vecchia scuola, abbacchio alla cacciatora, carciofi alla romana generosi di olio e mentuccia, carbonara, amatriciana, agnolotti col sugo, quadrotti con le lenticchie, perfino l’introvabile stracciatella in brodo.

Il conto resta coerente con il contesto attuale, senza illusioni nostalgiche: intorno ai 35-40 euro per mangiare dall’antipasto al dolce. Non è poco, per un posto del genere ma è il prezzo di una trattoria che non ha cambiato pelle per sopravvivere.

Maggiori informazioni

Da Emilio
Via Alessandria, 129 Roma

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