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L’architettura dell’effimero: Franco Pepe incontra il Messico di Paco Méndez

Viaggio sensoriale nel regno di Authentica tra mole sacrali, chipotle e la reinvenzione di un’icona mondiale sopra i tetti di Caiazzo.

Dovete immaginare un luogo che non è esattamente Pepe in Grani, anche se ne condivide le mura e l’indirizzo nel cuore di Caiazzo. Esiste un regno incantato, sospeso sopra i tetti del borgo, che risponde al nome di Authentica. Si tratta di un micro mondo dove il respiro si fa lento e la visione utopistica di Franco Pepe diventa una realtà tangibile per una manciata di fortunati ospiti alla volta, solitamente tra gli otto e i dieci. In questo spazio intimo, il tempo sembra subire una perturbazione, una sospensione che permette di vivere un’esperienza che esiste esclusivamente nel momento in cui la si attraversa. Qui, la ricerca di base si tramuta in innovazione pura, senza alcuna possibilità di replica, trasformando ogni serata in un pezzo unico di storia gastronomica che non verrà mai più riproposto.

L’incontro tra Franco Pepe e Paco Méndez

Potreste pensare che l’impasto sia solo una base, ma in Authentica esso diventa l’attore protagonista di un processo creativo tanto fitto quanto nitido. Dovete guardare al gesto di Franco Pepe non come a una semplice esecuzione tecnica, ma come a una sostanza capace di accogliere visioni: un impasto che resta tra i migliori mai assaggiati, frutto di una sapienza che permette a Pepe di infornare emozioni proporzionali al peso dei sogni respirabili in quel piccolo spazio. La tecnica si fa linguaggio e non si limita a sorreggere il condimento, ma dialoga attivamente con esso in un confronto fragile e irripetibile. Quando questo impasto incontra la mano di Paco Méndez, allievo dei fratelli Adrià formatosi al leggendario El Bulli e oggi alla guida del ristorante stellato COME a Barcellona, avviene una fusione tra tecniche diverse unite da una visione comune.
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Il concetto di dialogo effimero che anima queste serate rappresenta l’essenza stessa di un’esperienza che accetta di esistere solo nel momento esatto in cui viene consumata. Dovete immaginare questo dialogo come un incontro irripetibile tra due maestri che decidono di far convergere le proprie traiettorie in una dimensione sospesa. In questo contesto, il termine effimero descrive la natura di un’opera d’arte che nasce e muore attorno a quel bancone, destinata a perdersi in un etere di cose magiche di cui solo i commensali restano gli unici spettatori. Lo scambio si basa sulla capacità di Méndez di calare interi ecosistemi nel piatto con la disarmante naturalezza di una nonna che prepara il suo adobo, trovando nell’impasto di Pepe il tessuto connettivo ideale.
Se aveste l’opportunità di sedervi a quel bancone, osservereste un urto gentile tra due mondi geograficamente distanti, dove il contrasto tra gli ingredienti genera un’armonia spiazzante. La sostanza campana accoglie stratificazioni di ricordi e sapori che arrivano direttamente dai mercati speziati dell’America Latina; vi troverete a sperimentare una tensione continua tra materia e luce, dove i peperoncini di Méndez non cercano la potenza del piccante, ma esplorano zone d’ombra e profondità sensoriali in un gioco di equilibri fragili dove le croccantezze secche si alternano a grassi vellutati e acidità improvvise, come accade nell’asparago bianco con la provola o nella pizza fritta con la rubia gallega e i cetriolini.
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L’esempio più emblematico di questa contaminazione è la trasformazione della Margherita Sbagliata, una «Margherita molto sbagliata» come dice scherzosamente Pepe durante la serata e che io ho ribattezzato come “Margherita disonesta“. Perché una caratteristica della cena che ancora vi devo dire è tanto carina: il menu non esiste, è tutto improvvisato, creato per la prima e unica volta durante questa serata, e così il commensale si ritrova a scrivere il menu da solo. In questa disonesta dovete immaginare di vederne i lineamenti rimanere intatti mentre l’anima viene completamente riscritta: al posto della passata di pomodoro e della riduzione di basilico, la versione di Méndez e Pepe utilizza un succo di lattuga e una salsa di chipotle che apporta una nota fumosa e una complessità umami che si intreccia con la dolcezza vegetale della lattuga, creando una densità vellutata che vi lascerà con le mani che profumano di mais e la mente colma di visioni astratte: l’icona mondiale di Pepe si tinge dei fumi del Messico, ridefinendo il concetto di identità mediterranea.
L’aspetto più affascinante di questa esplorazione è la sensazione di essere inizialmente spaesati, rinunciando ai riferimenti classici per godersi il lusso di un sapore profondo. C’è una bellezza rara nel fare pace con l‘assenza di coordinate e godersi una delle esplorazioni più spinte che il panorama gastronomico mondiale possa offrire oggi nel mondo pizza. È un processo creativo dove il pizzaiolo infinito e lo chef immenso uniscono i propri linguaggi per creare una realtà che svanirà con l’ultimo morso come in un sogno. Quello che si respira da Authentica è un’emozione che nasce dal coraggio di uscire dalla propria zona di comfort per abitare quella di un altro, trasformando una cena in un privilegio inebriante e trascendentale

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Foto di Marco Paparo.

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