Le alghe vengono spesso raccontate come una novità. È un equivoco piuttosto recente, nato dal fatto che per molti consumatori occidentali il loro ingresso nella dieta è passato soprattutto attraverso il sushi, gli integratori e il superfood. Ma in realtà le mangiamo da molto più tempo e sono meno esotiche di quanto immaginiamo come riporta uno studio di Nature. Le alghe fanno parte dell’alimentazione umana da millenni, e anche in Europa sono state consumate fin dalla preistoria. Il punto, quindi, non è capire se le alghe siano un new food. Non lo sono affatto. Il punto semmai è capire perché oggi le percepiamo così, nonostante una storia alimentare lunghissima che parte dalla preistoria, attraversa le coste del mondo e arriva fino al Medioevo europeo.
Le alghe si mangiavano già nella preistoria
Le prove più interessanti su questo punto arrivano dall’archeologia biomolecolare. Negli ultimi anni diversi studi hanno mostrato che i nostri antenati consumavano alghe e piante acquatiche già migliaia di anni fa, dal Mesolitico al Medioevo. Significa che non stiamo parlando di una risorsa alimentare scoperta tardi o arrivata da fuori, ma di un cibo che l’essere umano conosce da tempi remotissimi. Per le comunità costiere preistoriche, del resto, raccogliere alghe era un gesto relativamente semplice: erano disponibili, accessibili, nutrienti e non richiedevano coltivazione. In un mondo privo di agricoltura organizzata, tutto ciò che poteva essere raccolto facilmente lungo le rive aveva un valore enorme.

Le alghe erano dunque una forma di nutrimento pratica e diretta, parte di un rapporto con il mare che non si limitava al pesce o ai molluschi. La costa offriva molto più di quanto oggi siamo portati a immaginare, e le alghe rientravano pienamente in quella economia di raccolta.
Eppure per molto tempo abbiamo pensato che il consumo di alghe fosse rimasto marginale o quasi assente nelle diete europee antiche, soprattutto rispetto alle tradizioni asiatiche. In realtà i biomarcatori rintracciati nella placca dentale di 74 individui provenienti da 28 siti, dalla Scozia alla Spagna, mostrano che alghe rosse, verdi e brune, insieme ad altre piante acquatiche d’acqua dolce, furono consumate in modo diffuso e per un arco di tempo molto esteso.
Questo significa due cose: la prima è che gli europei mangiavano alghe già circa 8mila anni fa; la seconda è che continuarono a farlo anche dopo la cosiddetta rivoluzione neolitica, cioè dopo l’introduzione dell’agricoltura. È un punto importante, perché per molto tempo si è dato per scontato che la nascita dell’agricoltura avesse rapidamente sostituito il ricorso alle risorse marine raccolte in natura ma non è così e le tracce arrivano fino all’Alto Medioevo. Questo sposta in avanti di molto la cronologia abitualmente immaginata e costringe a rivedere un vecchio schema: le alghe non appartenevano solo alla dieta di popoli lontani o di fasi arcaiche dell’umanità, ma anche a segmenti concreti dell’alimentazione occidentale per secoli.
Perché poi le abbiamo quasi dimenticate
Se le alghe sono state così presenti nel passato, perché oggi in Europa sembrano una scoperta recente? C’è stato un lungo processo di marginalizzazione che ha accompagnato l’affermazione dell’agricoltura e, più avanti, la definizione di gerarchie molto rigide tra i cibi.

Con la nascita di sistemi agricoli più stabili, la produzione di cereali, ortaggi e altre colture terrestri ha reso meno centrale il ricorso alle risorse spontanee del mare. Non è successo ovunque nello stesso modo né con la stessa velocità, ma la direzione generale è stata questa. Il cibo coltivato, conservabile e inserito in cicli stagionali più controllabili ha progressivamente guadagnato centralità.
Le alghe, che pure non scomparvero mai del tutto, finirono col tempo ai margini. In alcune aree del Nord Europa continuarono a essere raccolte e regolamentate, come in Islanda, Irlanda e Bretagna. Altrove, invece, il loro consumo si rarefece, fino a diventare episodico o associato a momenti di scarsità, il che peggiorò la reputazione delle alghe visto che venivano mangiate quando non c’era nient’altro. Nel XVIII secolo le alghe erano già percepite come cibo di carestia e questo spiega la frattura culturale che ancora oggi condiziona il nostro sguardo.
L’Asia le ha mantenute centrali
In Asia invece le alghe hanno mantenuto la propria centralità gastronomica e tutt’oggi hanno una presenza forte sia nei menu dei ristoranti sia nelle case delle persone. Giappone, Corea, Cina e molte altre culture del Pacifico hanno sviluppato nei secoli usi articolati, forme di conservazione, distinzioni tra specie e vere e proprie tradizioni culinarie basate sulle alghe. Per questo oggi tendiamo a percepire le alghe come un ingrediente importato. In realtà è più corretto dire che le abbiamo reimparate a guardare attraverso altri sistemi gastronomici, dopo averne dimenticato una parte della nostra storia.