Praglia

Dalla terra allo spirito: i vini monastici da Betlemme ai Colli Euganei

Riunite nella rete di Vini d'Abbazia, le produzioni legate a monasteri e comunità religiose mettono insieme lavoro agricolo, ricerca spirituale e tutela della biodiversità.

Lungo i secoli il vino ha seguito strade diverse da quelle del potere. Mentre i confini cambiavano, le dinastie cadevano e le guerre ridisegnavano l’Europa e il Mediterraneo, nei monasteri la vite continuava a essere potata secondo il ritmo delle stagioni e delle ore canoniche. I monaci copiavano manoscritti, preparavano medicamenti, coltivavano orti e vigneti con la convinzione che il lavoro fosse una forma di disciplina interiore. Così, il vino ha finito per custodire qualcosa che va oltre il raccolto di un’annata: la memoria di luoghi nei quali il tempo ha avuto un passo diverso e dove ogni vendemmia si è aggiunta alla precedente senza cancellarla.

Da questa eredità nasce oggi anche l’idea di rendere riconoscibili i vini prodotti nelle abbazie e nei monasteri attraverso un marchio comune. La rete di Vini d’Abbazia, che riunisce oltre trenta realtà e che ogni giugno trova a Fossanova il suo momento d’incontro, rappresenta il tentativo di dare una casa condivisa a esperienze disseminate tra l’Italia e altri Paesi, accomunate da una storia che non si misura soltanto con il valore economico di un settore ormai stimato tra i settanta e i novanta milioni di euro, ma soprattutto con il patrimonio culturale che ogni bottiglia continua a custodire.

Dietro queste etichette non si scoprono soltanto buoni vini ma pagine di storia, comunità che hanno attraversato i secoli e territori che hanno trovato proprio nella vite un modo per conservare la propria identità.

Cremisan: il vino come incontro e resistenza

Cremisan
Le vigne di Cremisan, a Betlemme

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima tappa conduce sulle colline di Beit Jala, alle porte di Betlemme, dove la cantina di Cremisan continua a produrre vino in una terra attraversata da ferite che sembrano non rimarginarsi mai. Nata alla fine dell’Ottocento per volontà del missionario italiano Antonio Belloni, che aveva dedicato la propria vita agli orfani cristiani della città, la cantina fu pensata come uno strumento capace di offrire lavoro e dignità insieme.

Ancora oggi quella vocazione rimane intatta, anche se il muro di separazione, le tensioni e le difficoltà quotidiane hanno reso ogni vendemmia un piccolo atto di resistenza. Il recupero di vitigni palestinesi come Hamdani, Jandali, Dabouki e Baladi – uva a bacca rossa da cui si ottiene anche una interessante versione rosé, caratterizzata da tannini decisi inseriti in un corpo solido – racconta la volontà di salvare una memoria agricola che rischiava di scomparire, mentre ogni bottiglia continua a sostenere scuole, attività educative e famiglie di una terra nella quale il vino conserva il significato più antico che possa avere: quello dell’incontro.

Vitorchiano, ora et labora

Vitorchiano
Le rogazioni delle suore di Vitorchiano tra le vigne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il silenzio assume invece un’altra forma nel monastero delle suore trappiste di Vitorchiano, nella Tuscia viterbese. Qui la regola benedettina viene vissuta, scandendo giornate nelle quali preghiera e lavoro si rincorrono. La viticoltura è diventata nel tempo una delle principali fonti di sostentamento della comunità e ha trovato una svolta decisiva quando le religiose hanno scelto di affidarsi ai consigli di Giampiero Bea, imboccando la strada di una coltivazione rispettosa della terra e delle sue stagioni.

Dai terreni vulcanici nascono Coenobium, Benedic e Coenobium Ruscum, vini che rifuggono ogni ricerca di spettacolarità perché raccontano soprattutto la pazienza di un lavoro quotidiano, compiuto lontano dai riflettori e fedele a un equilibrio costruito anno dopo anno.

Monte Oliveto Maggiore, dialogo tra passato e presente

Monte Oliveto
L’abbazia di Monte Oliveto Maggiore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le Crete Senesi sembrano un paesaggio modellato dal vento ma basta osservare con attenzione per capire quanta parte abbia avuto la mano dell’uomo. L’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore è il risultato di questa lunga alleanza tra natura e lavoro.

Quando Bernardo Tolomei scelse il deserto di Acona all’inizio del Trecento, trovò una terra aspra, difficile da abitare. I monaci olivetani la trasformarono lentamente, piantando vigne, olivi e boschi fino a farne uno dei paesaggi più riconoscibili della Toscana.

La grande cantina medievale conserva ancora oggi questo dialogo tra passato e presente: accanto alla lunga tradizione viticola convivono vigneti rinnovati e una produzione che guarda al futuro senza dimenticare che ogni filare affonda le proprie radici in oltre sette secoli di storia. A raccontarlo, tra le varie etichette, è soprattutto il Monaco Rosso: uvaggio di Cabernet Sauvignon, Sangiovese e Merlot, conserva uno stile forse antico ma sempre valido.

L’Abbazia di Praglia, tra rispetto ed equilibrio

Praglia
L’abbazia di Praglia, circondata dalle vigne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sui Colli Euganei l’Abbazia di Praglia custodisce un motto che attraversa il tempo con la semplicità delle cose essenziali: Bonum vinum purum. Quelle parole, ritrovate in documenti antichi, non sono rimaste una curiosità d’archivio ma hanno suggerito il recupero di vitigni autoctoni che rischiavano l’oblio.

La cantina quattrocentesca, ricavata sotto il chiostro, continua a essere il cuore di una produzione che unisce tecnologie moderne e rispetto della tradizione benedettina. Garganega, Moscato Giallo, Raboso e Merlot crescono su terreni vulcanici coltivati con attenzione alla biodiversità e persino alle api allevate nel monastero, quasi a ricordare che ogni equilibrio agricolo dipende sempre da una trama di relazioni invisibili.

A Praglia, anche la spumantizzazione riveste un ruolo importante. Con lo stesso tipo di cuvée composta da un terzo di Raboso, un terzo di Garganega e un terzo di Chardonnay si produce la linea metodo classico Domnus Abbas, che va dal Nature all’Extra Brut.

Bose, lavoro agricolo e ricerca spirituale

Bose
Le vigne del monastero di Assisi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La comunità di Bose, infine, rappresenta una pagina più recente della storia monastica ma non per questo meno significativa. Nata nel 1968 come esperienza ecumenica, ha trovato nel lavoro della terra una naturale prosecuzione della vita comune.

Nei vigneti del monastero di San Masseo, ad Assisi, ogni intervento segue i principi dell’agricoltura biologica e le uve vengono raccolte a mano prima di essere vinificate grazie alla collaborazione con una cantina del territorio. Dai filari nascono il Grechetto Assisi Dop, il Masseo e il Rubeum, vini che riflettono il carattere di una comunità nella quale il lavoro agricolo continua a essere parte integrante della ricerca spirituale.

Osservati insieme, questi monasteri raccontano una geografia che unisce Betlemme, la Tuscia, le Crete Senesi, i Colli Euganei e l’Umbria senza affidarsi a un’unica ricetta. Ogni comunità ha trovato una strada diversa per interpretare la vite e il vino ma tutte condividono la stessa convinzione: la terra non è un bene da sfruttare ma un’eredità da consegnare a chi verrà dopo.

 

 

 

Maggiori informazioni

Nella foto di apertura: l’Abbazia di Praglia

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