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Il vino e tutto quello che cresce intorno: perché la biodiversità riguarda anche il bicchiere

Luigi Fiorentino, presidente del NBFC, ci spiega come tutelare i vigneti, recuperare varietà dimenticate e avvicinare ricerca e produttori.

«Il vino si fa nel vigneto più che in cantina». Per Luigi Fiorentino, presidente del National Biodiversity Future Center (NBFC), proteggere ciò che vive tra i filari e intorno alle viti è una responsabilità che riguarda tutto il settore. Nella nostra intervista parla di boschi, insetti utili, varietà dimenticate e conoscenze contadine, ma anche di controlli e del contributo che la ricerca può offrire alle aziende. «Quando l’uva viene trasportata in cantina ha già il suo carattere, già si sa il vino in che direzione va».

Il territorio, nelle sue parole, comprende tutte queste relazioni. «Tutto ciò che di naturale c’è intorno al vigneto dobbiamo proteggerlo». L’Italia, ricorda, possiede una grande biodiversità: conservarla significa occuparsi anche delle specie che accompagnano la coltivazione, oltre che della vite.

Che cosa dimostrano le certificazioni

Come si capisce se un’azienda sta lavorando bene? Fiorentino chiede di prestare più attenzione ai risultati. Secondo il presidente del Centro nazionale per la biodiversità, le verifiche sui metodi di produzione, compresa la lotta integrata, si concentrano sull’osservanza delle regole previste. «Quello che manca è una verifica sul campo, una verifica concreta: vedere se effettivamente quel risultato è stato raggiunto». Un limite che considera comune anche ad altri settori: «Questa è una caratteristica un po’ di tutti i controlli che abbiamo nel nostro Paese».

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Luigi Fiorentino, presidente del National Biodiversity Future Center

Per stabilire quali benefici una cantina dovrebbe documentare, propone di coinvolgere i ricercatori. «Questo dovrebbe essere il compito di una ricerca congiunta tra il Centro nazionale per la biodiversità e i produttori». Si dovrebbe partire dalle condizioni dei vigneti e dalla loro gestione, valutando il rapporto tra la coltivazione e le altre specie presenti nell’area. È su questi aspetti che vorrebbe costruire criteri di valutazione condivisi con le aziende.

I vitigni salvati dai produttori e da chi li ha raccontati

Molte varietà locali sono arrivate fino a noi grazie a chi ha continuato a coltivarle. «Noi abbiamo tanti vitigni autoctoni, tipici delle zone e di singole porzioni di terreno», osserva Fiorentino. Alla loro conservazione hanno contribuito anzitutto gli agricoltori, ma anche «il giornalismo che ha valorizzato quel prodotto, i ristoratori che ne usufruiscono nelle loro attività, tutta la filiera che lavora per far emergere anche i vitigni più particolari».

Coltivare un vitigno autoctono, però, è sufficiente a tutelare la biodiversità? «No, significa fare biodiversità ma non basta a tutelarla. Si salvaguarda una porzione del patrimonio genetico della vite», spesso frutto di moltissimi anni di selezione da parte degli agricoltori e di adattamento. La cura dell’ambiente nel quale cresce richiede altrettanta attenzione perché fa tutto parte del prodotto finale.

Per una piccola cantina che voglia cominciare, il suo consiglio è recuperare la memoria del luogo: capire quali uve venivano coltivate, parlare con chi conosce la storia agricola, ascoltare le persone anziane. E cercare «vitigni di cui si sono perse le tracce». «Prima di tornare a coltivarli, occorre dunque ricostruirne la storia, raccogliendo conoscenze che rischiano a loro volta di scomparire».

Che cosa può offrire la ricerca

Quanto sappiamo del rapporto tra biodiversità e caratteristiche del vino nel bicchiere? «Questo è un ambito di grandissimo interesse che merita di essere ampliato», risponde Fiorentino. È uno dei temi sui quali invita le aziende a lavorare con il Centro: «Ho lanciato l’invito alle imprese e ai consorzi di costruire una partnership su programmi specifici di ricerca». Il proposito è «fare cose concrete insieme per partire».

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Il NBFC può mettere a disposizione «una rete di scienziati, tra le più estese d’Europa, con oltre duemila ricercatori e professori che prima lavoravano ognuno per conto proprio e oggi sono integrati nel Centro». A queste competenze si aggiunge il laboratorio nazionale. Per i produttori interessati, le possibilità vanno dall’ingresso come soci o partner agli accordi su singoli programmi, da definire in base alle esigenze delle imprese, anche al di fuori della ricerca.

Quando gli chiediamo dei costi della tutela e dei benefici economici misurabili per una cantina, il presidente richiama soprattutto una responsabilità verso il futuro. «La biodiversità è nella nostra Costituzione riformata nel 2022: una tutela nell’interesse delle prossime generazioni». Le aziende, aggiunge, hanno anche la possibilità di far conoscere questi temi a un pubblico più ampio. «Un produttore che valorizza questi aspetti fa anche comunicazione della scienza». Un compito importante per «costruire una coscienza collettiva di interesse e cura per la biodiversità, soprattutto oggi che è un valore fondante della Costituzione».

Se visitate una cantina, potete chiedere al produttore di mostrarvi questo lavoro. Fiorentino partirebbe da una domanda: «Mi fai vedere i vigneti?». Poi chiederebbe di conoscere le specie presenti: «Mi fai conoscere tutta la biodiversità che hai intorno al tuo vigneto? Me la spieghi? Mi fai capire cosa c’è?».

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