A Comacchio oggi arrivano appena il 2-3% delle anguille cieche che raggiungevano le valli tra gli anni Settanta e Ottanta. Stando a quanto riporta Il Post però, per capire perché la popolazione sia diminuita così tanto bisogna però seguire un viaggio che comincia e finisce a migliaia di chilometri di distanza, nel mar dei Sargassi.
È uno dei grandi paradossi dell’anguilla europea: è un animale molto studiato, ma alcuni dei momenti fondamentali della sua vita non sono mai stati osservati direttamente. Non è ancora stato visto un esemplare riprodursi nel mar dei Sargassi, nell’Atlantico settentrionale, né è stato osservato cosa accada alle anguille dopo la riproduzione. Gli scienziati hanno ricostruito il loro ciclo vitale attraverso indizi, osservazioni e sistemi di tracciamento, ma molte domande restano aperte.
Il progetto Lifeel, al quale partecipano anche i ricercatori dell’Università di Ferrara, studia in particolare l’arrivo delle giovani anguille nelle valli italiane. In primavera vengono raccolte e analizzate le cosiddette cieche, esemplari di pochi centimetri quasi completamente trasparenti. Un tempo se ne contavano migliaia nelle reti utilizzate per il monitoraggio; oggi i numeri sono molto più bassi.
Il viaggio dell’anguilla, dal mar dei Sargassi a Comacchio
Il ciclo dell’anguilla europea (Anguilla anguilla) comincia probabilmente nelle profondità del mar dei Sargassi, una zona dell’Atlantico compresa tra le Azzorre e le Antille. È lì che sono state trovate le larve più giovani, chiamate leptocefali: sono piccole, piatte e quasi trasparenti. Sottolineiamo il “probabilmente” proprio perché in realtà, pur sembrando assurdo, ancora non lo sappiamo con certezza.

Da quella zona inizia una migrazione oceanica che porta le giovani anguille verso le coste europee. Dopo una fase di sviluppo in mare, raggiungono estuari, lagune e fiumi. Alcune arrivano fino alle acque interne, mentre altre, come quelle studiate a Comacchio, rimangono nelle zone umide costiere.
Qui trascorrono gran parte della loro vita. Le cieche diventano prima anguille gialle, con il corpo serpentiforme e una colorazione tra il giallo e il grigio. Possono rimanere nello stesso ambiente per molti anni e nutrirsi di piccoli pesci, vermi, larve, rane, lumache e insetti. Poi, quando raggiungono la maturità, cambiano nuovamente aspetto: il dorso diventa scuro, il ventre argenteo e gli occhi si ingrandiscono.
Sono le cosiddette anguille argentine. A quel punto l’apparato digerente smette di funzionare e l’animale comincia a utilizzare le proprie riserve di grasso per affrontare il viaggio di ritorno verso il mar dei Sargassi. È probabilmente (di nuovo, non lo sappiamo con certezza) lì che avviene la riproduzione, prima della morte.
Perché le anguille stanno diminuendo
Il drastico calo della popolazione non ha una sola causa. Una delle principali è la perdita degli habitat. Dighe, centrali idroelettriche, bonifiche e altri sbarramenti hanno reso più difficile raggiungere molti dei luoghi in cui le anguille vivevano. Nel bacino del Po sono stati realizzati alcuni sistemi per permettere ai pesci di superare gli ostacoli, come scale di risalita e bypass fluviali, ma si tratta di interventi lunghi e costosi.

C’è poi la pesca, compresa quella illegale delle cieche. La domanda internazionale rimane elevata e le giovani anguille possono raggiungere quotazioni molto alte sul mercato nero. Dal 2010 l’Unione Europea vieta l’esportazione di anguille cieche al di fuori dei suoi confini, ma il traffico illegale continua a rappresentare un problema.
Anche il cambiamento climatico può interferire con il ciclo della specie. L’aumento delle temperature e le modifiche delle correnti oceaniche possono alterare le condizioni del lungo viaggio tra l’Atlantico e l’Europa. Anche piccoli cambiamenti nelle correnti possono significare migliaia di chilometri aggiuntivi o rendere più difficile trovare la rotta corretta.
A Comacchio gli effetti si osservano anche nel funzionamento delle valli. Il sistema dipende dall’equilibrio tra acqua dolce e acqua salata, temperatura, ossigenazione, vegetazione e presenza dei predatori. L’assenza dei periodi di gelo che un tempo caratterizzavano gli inverni modifica inoltre la protezione dei pesci nelle zone più profonde e rende più facile la predazione da parte dei cormorani.
L’anguilla è ancora un mistero
Per studiare una specie che attraversa mezzo mondo servono quindi strumenti particolari. I ricercatori dell’Università di Ferrara hanno utilizzato dispositivi di tracciamento e sistemi di rilevamento per seguire le anguille nel Mediterraneo. Finora sono riusciti a ricostruire le rotte per circa 200 chilometri nell’Adriatico: un risultato significativo, ma ancora lontano dal permettere di seguire l’intero viaggio.
La ricerca prova anche a risolvere il problema alla fonte, tentando di riprodurre l’anguilla in cattività. All’Università di Bologna il professor Oliviero Mordenti e il suo gruppo sono riusciti a ottenere la schiusa delle uova e a mantenere in vita i leptocefali per circa 40 giorni. Il passaggio successivo, ancora irrisolto, è riuscire ad alimentarli fino a portarli alle fasi successive dello sviluppo.