La rucola è una pianta erbacea spontanea del Mediterraneo, oggi onnipresente sulle tavole italiane, ma per secoli è stata considerata un alimento pericoloso, tanto da essere vietata per legge in alcune parti della penisola. Il motivo non aveva nulla a che fare con l’agricoltura o con la salute, ma con la morale: la rucola era ritenuta eccessivamente afrodisiaca, capace di risvegliare desideri giudicati sconvenienti e di minare l’ordine sociale.
Perché la rucola era ritenuta così pericolosamente afrodisiaca?
Oggi la si associa a insalate fresche, pizze e piatti sfiziosi, ma la sua storia è tutt’altro che innocua. Il nome scientifico, Eruca vesicaria, rimanda a una pianta antica, conosciuta e utilizzata già nel mondo greco e romano. Proprio lì nasce il sospetto che l’ha accompagnata per secoli. Autori come Dioscoride Pedanio, medico e botanico greco del I secolo, attribuivano alla rucola la capacità di stimolare il desiderio sessuale. I Romani non erano meno espliciti: Columella la consigliava come rimedio contro l’apatia coniugale, mentre Ovidio la definiva apertamente un’erba lussuriosa.
Questa fama non si è mai davvero dissolta. Anzi, nel tempo si è stratificata, trasformandosi in un vero e proprio pregiudizio culturale. Nel Talmud, uno dei testi fondamentali dell’ebraismo, la rucola compare come simbolo metaforico di libertà sessuale e comportamento disinibito. Non è citata come alimento, ma come segno, come allusione. In una parabola costruita su un fitto scambio di ortaggi simbolici, la rucola rappresenta il libertinaggio femminile, mentre altre piante evocano la punizione, il disgusto o la clemenza. È una narrazione che dice molto su come, già in epoca antica, i vegetali fossero caricati di significati morali e spesso associati al sesso.

Questo immaginario attraversa il Medioevo e arriva fino all’età moderna. Durante il Rinascimento, alcuni erboristi tornano a descrivere la rucola come stimolante dei sensi, mentre la medicina popolare la guarda con sospetto. In un’epoca in cui il cibo è anche strumento di disciplina sociale, tutto ciò che può alterare il comportamento viene osservato con attenzione. Non sorprende, quindi, che la rucola finisca nel mirino delle autorità.
Il caso più eclatante riguarda il Regno delle Due Sicilie. Negli ultimi decenni della dominazione borbonica, viene emanato un provvedimento che vieta la coltivazione e la vendita della rucola in diverse province del Mezzogiorno. È una misura difficile da immaginare oggi, ma perfettamente coerente con la mentalità dell’epoca. La rucola cresce spontanea, è resistente, si diffonde facilmente: controllarla diventa una questione di ordine pubblico più che agricola. Il divieto colpisce in modo particolare i monasteri francescani e domenicani, che spesso coltivavano erbe officinali e spontanee nei terreni annessi ai conventi.
L’idea che un’erba potesse favorire la promiscuità o indebolire la disciplina morale appare oggi quasi grottesca, ma all’epoca era presa sul serio. La rucola diventa così il capro espiatorio di un disagio più ampio, legato al controllo dei corpi, in particolare di quelli femminili, e alla paura del desiderio come forza destabilizzante. È lo stesso meccanismo che, in altre epoche, ha colpito caffè, cioccolato, spezie e perfino la lattuga, accusata di effetti opposti ma ugualmente sospetti.
Il divieto, naturalmente, ebbe vita breve. La rucola era troppo diffusa, troppo facile da reperire e troppo radicata nelle pratiche alimentari locali per essere eliminata davvero. Continuò a crescere ai margini dei campi, nei terreni incolti, negli orti privati. In alcuni casi si instaurò una sorta di economia informale, in cui la popolazione tollerava e proteggeva la coltivazione clandestina, spesso in cambio di altri beni alimentari. La legge, ancora una volta, si scontrava con la realtà quotidiana del cibo.
Col tempo, il pregiudizio si è attenuato, ma non è scomparso del tutto. Ancora oggi, in alcune zone del Sud meno scolarizzate, sopravvive l’idea che la rucola sia “forte”, non adatta a tutti, soprattutto alle donne. È l’eco lontana di una diffidenza antica, sedimentata più nella cultura locale che nella conoscenza scientifica. Del resto, l’idea di un cibo afrodisiaco è priva di fondamento medico (di qualsiasi cibo), ma continua a esercitare un fascino potente.
La storia della rucola parla del rapporto tra alimentazione e morale, tra natura e controllo sociale, tra piacere e paura. E ricorda che ciò che oggi consideriamo normale, o addirittura salutare, in altri tempi poteva essere visto come una minaccia. Anche per questo, forse, vale la pena guardare con un po’ più di attenzione ciò che mettiamo nel piatto: perché il cibo, prima ancora di nutrire, racconta chi siamo stati.