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Alla scoperta del fufu, il prodotto simbolo dell’Africa occidentale

Impasto ancestrale, identità collettiva e ritualità quotidiana tra storia, diaspora e nuovi immaginari digitali

Se vi capita di imbattervi in un video virale in cui una mano affonda in una zuppa densa usando una pallina bianca e lucida, state osservando il fufu, uno degli alimenti più rappresentativi dell’Africa occidentale. Ma definirlo “alimento” è già riduttivo. Il fufu non è soltanto ciò che si mangia: è il modo in cui si mangia, il tempo che si dedica al pasto, il rapporto fisico e culturale con il cibo.

In apparenza somiglia a un purè compatto, elastico, neutro nel sapore. Nella sostanza, è una delle strutture portanti di intere tradizioni culinarie in Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio e in molte altre aree dell’Africa occidentale, il fufu è ciò che rende possibile il piatto. Senza, zuppe e stufati perderebbero funzione, equilibrio e senso.

Cos’è davvero il fufu, al di là delle semplificazioni

Il fufu è un impasto caldo a base di ingredienti amidacei, soprattutto manioca, igname, platano o cocoyam. Gli ingredienti cambiano a seconda delle regioni e delle disponibilità locali, ma il principio resta invariato: creare una massa neutra, modellabile, pensata per accompagnare preparazioni intense e complesse.

Chiamarlo “pane africano” è una scorciatoia linguistica utile, ma imprecisa. Il fufu non si spezza, non si farcisce, non si mastica come un pane. È più corretto considerarlo uno strumento, una sorta di prolungamento della mano. La sua funzione primaria non è nutrire da solo, ma mediare il rapporto tra il corpo e il cibo.

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Foto da Wikipedia

Il fufu si mangia con le mani perché così è stato pensato. Si stacca un piccolo pezzo, lo si modella con le dita, lo si usa per raccogliere il condimento. Ogni boccone è calibrato, controllato, costruito.

Questo gesto non è secondario. È il punto in cui cultura, corpo e cucina si incontrano. In un contesto occidentale che spesso associa il mangiare con le mani a qualcosa di informale o infantile, il fufu ribalta la prospettiva: richiede attenzione, rispetto delle regole, consapevolezza del proprio corpo nello spazio del pasto.

Un sapere tecnico che nasce dalla necessità

La centralità della manioca nella storia del fufu racconta molto più di una scelta gastronomica. Questo tubero, introdotto in Africa a partire dal XVI secolo, è diventato fondamentale per la sopravvivenza di milioni di persone grazie alla sua resa elevata e alla resistenza alle condizioni climatiche difficili. Ma la manioca è anche un ingrediente complesso, potenzialmente tossico se non lavorato correttamente.

Il fufu nasce quindi come risposta tecnica a una necessità alimentare: fermentare, cuocere, pestare per rendere sicuro ciò che non lo è. Nel tempo, questa tecnica si è trasformata in rituale, trasmesso oralmente, affinato nelle cucine domestiche e condiviso all’interno delle comunità. Preparare il fufu non è mai stato un gesto solitario: è lavoro collettivo, spesso femminile, che scandisce la quotidianità.

Dal villaggio al feed: il fufu nell’era dei social

Negli ultimi anni il fufu ha attraversato un nuovo confine, quello digitale. TikTok, Instagram e YouTube lo hanno trasformato in pasto virale, spesso attraverso video di “prime volte”, reazioni esagerate e confronti culturali. Questa esposizione ha avuto un doppio effetto: da un lato ha semplificato e talvolta banalizzato il piatto, dall’altro ha aperto uno spazio di visibilità inedito per la cucina africana.

Il successo del fufu sui social non è casuale. La sua consistenza, il gesto del mangiarlo, il contrasto tra neutralità visiva e intensità del contesto lo rendono perfetto per un linguaggio audiovisivo. Ma dietro la viralità resta una verità più profonda: il fufu funziona perché è autentico, perché non è stato pensato per piacere, ma per servire.

In un momento storico in cui il cibo è sempre più storytelling, il fufu rappresenta un controcanto potente. Non è decorativo, non è individualista, non è performativo per natura. Chiede tempo, chiede contesto, chiede rispetto. Non si lascia capire subito, e forse è proprio questo il suo valore.

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