Centinaia di quintali di capperi che salpavano verso il continente, terrazzamenti dorati di grano e un’intera comunità che viveva di terra. Fino al dopoguerra le Eolie non erano uno sfondo da cartolina estiva, ma una vera potenza agricola. «Non si trattava solo di autosussistenza: si produceva abbastanza da esportare. Le merci partivano per Milazzo e per altre destinazioni», racconta Luigi Mazza, socio del Magazzino di Mutuo Soccorso Isole Eolie, l’associazione che promuove l’Orto Sociale insieme alla Fondazione Sanlorenzo. «Ho parlato con l’ultimo grande esportatore di capperi di Leni: mi raccontava numeri incredibili. In appena due generazioni, però, gran parte di questo patrimonio si è perso».
È da questa ferita identitaria che sulla più grande delle sette eoliane nasce l’Orto Sociale, con l’obiettivo di strappare i terreni incolti all’abbandono per restituirli a chi ha voglia di sporcarsi le mani. Un’operazione che va ben oltre la rigenerazione sociale: qui si parla di terroir, biodiversità e riscatto gastronomico.
Anforeta e Perciasacchi: i grani che sfidano il vento eoliano
In un panorama agricolo globale sempre più omologato, Lipari risponde attingendo alla memoria genetica della Sicilia. Nei campi sottratti all’incuria si seminano due varietà di grano ricche di carattere: il Perciasacchi, il classico grano duro della tradizione siciliana, imponente e strutturato, e l’Anforeta, un grano tenero antico e meno noto, rivelatosi una vera e propria benedizione per l’isola. La sua particolarità? Cresce basso. Questa caratteristica anatomica gli permette di piegarsi ma non spezzarsi sotto le raffiche di vento che sferzano costantemente l’arcipelago, garantendo il raccolto anche nelle annate più difficili.
Il risultato atteso è una farina biologica macinata a pietra, ottenuta senza irrigazione artificiale e senza alcun trattamento chimico. Un concentrato di farina “eroica” venduto a 4,50 €/kg attraverso il GAP (Gruppo di Acquisto Popolare) locale, che permette di tracciare ogni singolo chicco dalla semina alla tavola.
La svolta dei legumi e il ritorno delle lenticchie
L’ambizione della rete eoliana non si ferma ai cereali. Da quest’anno, l’Orto Sociale ha riacceso i riflettori su un’altra coltura simbolo delle piccole isole del Mediterraneo — da Ustica a Linosa, passando per Pantelleria: la lenticchia.
Coltura frugale, capace di prosperare in terreni aridi e vulcanici, la lenticchia era stata quasi del tutto abbandonata a causa della complessità della sua raccolta manuale. Riportarla nei piatti di Lipari significa recuperare una sapienza contadina fatta di pazienza e rispetto per i ritmi della natura, offrendo una materia prima dal profilo organolettico unico, introvabile nella grande distribuzione.
Gastronomia come atto d’identità
Come ricorda Paolo Arena, presidente del Magazzino di Mutuo Soccorso: «Il nostro territorio sarà sempre fortemente legato al turismo, ed è anche giusto così: è una risorsa che ci ha sottratto all’isolamento e alla povertà. Ma un’economia legata al turismo, concentrato nei tre o quattro mesi estivi, comporta anche il rischio di perdita di identità. Investire nell’agricoltura, anche attraverso piccoli progetti come questo, non salverà da sola l’economia delle Eolie, ma ci permette di diversificare, allungare la stagionalità del lavoro, mantenere vive le tradizioni del territorio e creare un rapporto più consapevole tra comunità, ambiente e turismo».
Progetti come questo dimostrano che l’enogastronomia delle isole non deve essere un semplice fondale per turisti estivi, ma un ecosistema vivo. Riportare il pane locale, la farina viva e le lenticchie al centro della tavola significa fare cultura del cibo.
«L’Orto Sociale di Lipari è un esempio significativo – commenta Cecilia Perotti, che guida Fondazione Sanlorenzo insieme al fratello Cesare e al padre Massimo –: recupera terreni e pratiche agricole, ma soprattutto ricostruisce un legame tra persone, territorio e memoria. È proprio questa capacità di generare comunità e nuove opportunità che vogliamo sostenere attraverso il nostro impegno a favore delle piccole isole italiane».