In una caldissima mattina di giugno, con il calore del sole che scioglie l’asfalto e rende faticoso anche fare pochi passi, mi dirigo verso il maestoso portone di Palazzo Orsini Taverna, dimora storica nel cuore di Roma, a breve distanza da piazza Navona. Nel cortile ombreggiato si trova Vio’s Cooking, lo spazio dedicato a eventi e cucina creato da Violante Guerrieri Gonzaga (che nel palazzo risiede) dove mi aspetta una colazione di metà mattina per assaggiare vini e spumanti.
Per fortuna, penso viste le condizioni atmosferiche al limite della sopravvivenza umana, si tratta dei vini dealcolati Franc Lizêr, la linea no-low alcohol su cui l’azienda friulana LEA Winery sta puntando molto, e che presenta a Roma accompagnando le etichette con un raffinato buffet in stile vintage.
La situazione mi fa riflettere: non è questo l’unico caso in cui l’idea di bere vino o altri alcolici – che pure apprezzo – mi avrebbe messa a disagio. Un pranzo di lavoro in cui bisogna restare lucidi e concentrati, un aperitivo al mare quando il sole è ancora alto, una cena a cui è invitato qualcuno che si astiene, e che non si vuole far sentire in difficoltà. Le motivazioni per non bere bevande alcoliche possono essere svariate: dettami religiosi, motivi di salute, gravidanze, una scelta di sobrietà o semplicemente una questione di gusto.
Ma anche chi ama il vino, e lo beve abitualmente, può trovarsi in situazioni in cui semplicemente preferisce non bere. O meglio: amerebbe farlo, avere un calice tra le mani, accompagnare i piatti con qualcosa di diverso dall’acqua o una bevanda zuccherata, ma vuole evitare i risvolti negativi dell’alcol. Così, diventa sempre più evidente – anche ai sommelier e F&B manager di hotel e ristoranti – che le alternative no alcol non vanno snobbate e guardate con sdegno, ma quanto meno conosciute e indagate con curiosità. A cominciare dall’assaggio.
Franc Lizêr, la scelta di LEA Winery
Così, tra un calice alla giusta temperatura di spumante Blanc de Blancs da Glera – vivace e dai delicati profumi di frutta bianca, che stupisce non solo per la freschezza ma soprattutto per l’equilibrio tra acidità e dolcezza, spesso nota dolente di questa tipologia – e uno di spumante Opale Rosé, ottenuto da un blend di Chardonnay e Merlot in cui emergono sentori di piccoli frutti rossi e rosa canina accompagnati da sensazioni agrumate, approfondiamo l’argomento con Eleonora Spadotto, responsabile commerciale di LEA Winery.
Fondata nel 2018 dalla famiglia Spadotto – il nome è un acronimo dei quattro figli, vale a dire Lucio, Lorena e Alessandro oltre a Eleonora –, si trova a San Vito al Tagliamento, nel cuore del Doc Grave friulana, e conta 132 ettari di cui 105 vitati e certificati biologici. La produzione comprende infatti anche le numerose etichette della linea “convenzionale” Blancjat: omaggio alla Cjase Blancje – la Casa Bianca, ovvero la dimora settecentesca che rappresenta il fulcro della tenuta – e alla grande tradizione vitivinicola, e di bevitori, del territorio friulano.
Ma, libera da eredità ingombranti che spesso appesantiscono i nomi più storici (contraltare ai maggiori sforzi comunicativi necessari e a una rete vendita da creare da zero), ha deciso di sperimentare e puntare molto sul progetto Franc Lizêr che, a dispetto dall’assonanza francese del nome, riprende il dialetto locale ed è autoesplicativo: vini “franchi e leggeri”, da bere senza troppe remore, ottenuti dalla dealcolazione – parziale, nel caso delle due etichette low alcol la cui gradazione si ferma a 6 % vol – tramite filtrazione a membrane selettive, una tecnica delicata che permette di preservare gli aromi varietali e la struttura del vino di partenza.

«Usiamo solo uve e vini di nostra produzione, per garantire la qualità e soprattutto la costanza», racconta Eleonora Spadotto spiegando anche come, vendemmia dopo vendemmia, abbiano imparato a lavorare in vigna per ottenere risultati migliori: ad esempio, modificando l’epoca di raccolta per evitare un’acidità eccessiva non sostenuta dall’alcol, ma anche una dolcezza troppo spinta. E, specifica, si tratta naturalmente di bottiglie che non prevedono invecchiamento, anzi hanno nella freschezza la loro cifra: riportano infatti in etichetta la data di scadenza e, una volta aperti, vanno conservati in frigorifero (dove conviene tenerli anche in attesa di aprirli) al massimo per tre giorni.
Dalle bolle alle versioni ferme

Nel mentre noi assaggiamo – con disinvoltura e senza chiedere un crachoir per sputare il vino – anche l’Opale spumante in versione bianca, Blanc de Blancs da uve Chardonnay dal perlage fine e persistente, con note aromatiche floreali, di mela verde e frutta tropicale, e l’Opale rosato fermo, spiccatamente floreale ma che deve forse ancora trovare il suo perfetto equilibrio.
E c’è pure un rosso: «Abbiamo fatto tantissime prove con i diversi vitigni, e quello che mi ha stupito di più è proprio il rosso dalla varietà piwi Merlot Khorus: è un vino un po’ ostico, molto tannico, ma quando viene dealcolato si ammorbidisce, pur mantenendo un carattere vinoso. Tanto che le vendite sono pari a quelle del bianco fermo, cosa piuttosto insolita per questa tipologia. Ed è molto apprezzato soprattutto in Asia», spiega Eleonora Spadotto.
Per ora, infatti, i mercati principali di Franc Lizêr – e dei vini dealcolati, in genere – sono quelli internazionali, e in particolare l’Oriente e il Nord Europa, che accolgono con interesse e apertura questo genere di proposta, mentre Stati Uniti e Canada offrono grandi potenzialità crescita. Molto meno entusiasti sono i Paesi del Mediterraneo, dove la tradizione vinicola è più forte: dalla Francia alla Grecia, contando naturalmente anche l’Italia che al momento, per la cantina friulana, rappresenta solo il 15% del mercato. Ma gli Spadotto non si lasciano scoraggiare: «Ci teniamo tantissimo, e vogliamo impegnarci per ampliare la quota e far conoscere e apprezzare questi prodotti anche da noi».