Da sempre, il ramoscello d’olivo è emblema di pace e rinascita, e portatore di speranza: una simbologia antica, che affonda le sue radici nei racconti biblici e nella mitologia greca, da Omero fino alle Olimpiadi, e che rimanda alle radici profonde di questi alberi millenari che continuano a gettare nuove foglie nonostante il passare del tempo e gli eventi circostanti, mostrando una resilienza rara anche in natura. Ci sono poi luoghi dove il continuare a curare gli alberi, a considerarli propri fratelli (o protettori) silenziosi e a raccoglierne i frutti diventa un vero e proprio atto di resistenza.
Accade in Cisgiordania, nelle aree rurali di quella parte di Palestina chiamata al-Daffah in arabo e che viene definita anche West Bank, vale a dire la sponda occidentale del fiume Giordano (dall’altro lato sorge la Giordania) e rientra prevalentemente nella cosiddetta Area C, che secondo gli Accordi di Oslo (1993) doveva essere controllata dalla Autorità Nazionale Palestinese e che invece resta di fatto sotto il controllo israeliano: qui, già da tempo le comunità agricole devono fare i conti con le limitazioni all’accesso all’acqua e con danneggiamenti e confische delle proprietà da parte dei coloni, spesso supportati o comunque tollerati dall’esercito israeliano, che riguardano non solo le case ma anche le coltivazioni: molti alberi d’olivo sono stati bruciati o sradicati, atti di violenza fisica e simbolica che mirano a colpire anche le radici della popolazione locale.
Una situazione di negazione al diritto alla terra che dall’ottobre 2023, e nell’ultimo anno in particolare, è aumentata in modo drastico: secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), durante la scorsa stagione di raccolta delle olive, tra ottobre e novembre 2024, si sono verificati oltre 225 attacchi da parte dei coloni israeliani, con più di 2.500 ulivi distrutti, aggressioni e furti di attrezzi agricoli, in particolare nelle province di Ramallah, Jenin, Nablus e Hebron. Una «strategia di lungo corso che oggi ha raggiunto la sua fase più estrema, con l’obiettivo di costringere i contadini ad abbandonare la terra», come spiega Issa Al-Shatleh, vicepresidente dell’Arab Agronomists Association.
Olivi e cultura di pace
Per supportare gli olivicoltori palestinesi e contrastare quello che viene definito un vero e proprio agricidio, è nato così “Olivi – Cultura di Pace in Palestina”, gemellaggio tra Italia e Cisgiordania che promuove un’alleanza tra olivicoltori del Mediterraneo al fine di rafforzare i legami di solidarietà tra produttori, cooperative e territori e sostenere attivamente la resilienza agricola in Palestina, a partire dal ripristino degli oliveti danneggiati e dall’impianto di nuovi oliveti in aree meno a rischio. Lanciata in concomitanza con l’avvio della raccolta delle olive, iniziata il 15 ottobre, la campagna è coordinata dall’ong padovana ACS – Associazione di Cooperazione e Solidarietà e dall’organizzazione palestinese Arab Agronomists Association, mentre a sostenerla è una rete articolata di realtà italiane e palestinesi impegnate nella cooperazione internazionale, nell’agricoltura responsabile e nella promozione della giustizia economica e sociale.
«I promotori di questa campagna sono organizzazioni, cooperative e aziende che da molti anni sostengono concretamente le filiere agricole palestinesi, promuovendo attività quotidiane di supporto tecnico alle comunità rurali, campagne etiche e prezzi solidali per garantire reddito dignitoso ai produttori, pratiche agricole conservative e trasparenza ai consumatori», spiega Nicola Manno, agroecologo e cooperante di ACS Italia. «Non si tratta soltanto di commercio equo e solidale, ma di un impegno concreto per l’autodeterminazione delle comunità palestinesi. L’adesione a questa campagna si traduce in azioni reali: gli agricoltori promuovono iniziative di solidarietà nei loro territori e, dove possibile, viene applicato un sovrapprezzo solidale ai prodotti. I fondi raccolti vengono destinati direttamente alle organizzazioni agricole palestinesi impegnate nella difesa del territorio e nella ricostruzione degli oliveti danneggiati».
Un supporto fattivo, dunque, che può coinvolgere anche i consumatori, a partire dalla campagna di crowdfunding: una donazione di cinque euro permette l’impianto di un ulivo di tre anni, che darà nuovi frutti per la prossima annata: ma l’invito è esteso anche a comunità, aziende e istituzioni, per diffondere e sensibilizzare più persone possibile al tema, creare progetti di marketing solidale e gemellaggi con Comuni italiani solidali.
Partecipare alla raccolta delle olive
Ma questa non è l’unica iniziativa a riguardo: se sono diverse le Ong e associazioni che invitano gli attivisti europei ad andare di persona in Cisgiordania e partecipare alla raccolta delle olive, dando una mano concreta ma soprattutto un segnale di vicinanza e testimonianza delle difficili condizioni in cui avviene, cercando di proteggere la terra e gli olivi (e i contadini) dagli attacchi: è il caso, ad esempio, di Faz3a o Green Olive Collective, mentre Rabbis for Human Rights (RHR) dal 1988 coinvolge attivisti israeliani, in particolare rabbini e studenti rabbinici ispirati dagli insegnamenti etici del giudaismo. Ma anche in questi pochi giorni dall’inizio della raccolta, ci sono stati ugualmente attacchi e alcuni attivisti-raccoglitori stranieri sono stati allontanati.
È attiva dal 1996, prima nel villaggio di Majd al-Kruma e dal 2005 a Kafr Kanna, città araba della Galilea (oggi parte di Israele) che rimanda alla biblica Cana, Sindyanna of Galilee: organizzazione senza scopo di lucro guidata da donne arabe e israeliane, opera secondo i concetti di “business for peace” e Fair Trade. Impiegando lavoratori provenienti dalla Cisgiordania e favorendo l’adozione di pratiche biologiche negli oliveti israeliani e palestinesi, Sindyanna vende i prodotti realizzati da agricoltori e artigiani arabi della Galilea presso il proprio centro visite e in una rete internazionale di negozi (nel Regno Unito, ad esempio, si trovano da Ottolenghi e da Lush, mentre non sono ancora presenti in Italia), reinvestendo i proventi nella formazione delle donne arabe in Israele.

Anche se il simbolo che dà il nome all’associazione è la quercia (Quercus Calliprinos) diffusa in Palestina, altrettanto nota come simbolo di longevità, radicamento e resistenza, il prodotto principale è l’olio extravergine d’oliva, affiancato dal mix di spezie za’atar, sciroppo di carruba, mandorle, miele, saponi e artigianato tradizionale. La cultivar tradizionale Souri, dalla resa non ottimale dal punto di vista quantitativo e qualitativo, è stata soppiantata da varietà come Barne’a (sviluppata in Israele), Coratina e Picual, alla base di prodotti come l’Extra Hopeful Olive Oil, l’Extra Positive Olive Oil o l’Extra Social Olive Oil, mentre l’Extra Peaceful Olive Oil è biologico e l’Extra Unified Olive Oil è il blend. Le piante di Picual, in particolare, crescono nell’idilliaco Scottish Grove nella Valle di Jezreel, dove il primo novembre è in programma – dopo due anni di assenza a causa dei tragici eventi – la consueta giornata di “raccolta sociale”: con la speranza di ritrovare la pace, tra gli olivi.