Se pensate al mate, l’immaginario corre immediatamente verso Buenos Aires, Montevideo, i calciatori sudamericani con la bombilla in mano e i pomeriggi infiniti passati a condividere una calabaza. Quello che difficilmente vi aspettereste, però, è di trovare la stessa scena nel cuore della Calabria, tra i monti del Cosentino, in un borgo di poco meno di tremila abitanti dove il mate non è una moda, ma una tradizione radicata da oltre un secolo. Lungro è probabilmente l’unico luogo in Europa in cui il mate non è percepito come esotico, bensì come qualcosa di profondamente locale, quasi identitario.
Il mate come appartenenza
Questa bevanda a Lungro è un gesto quotidiano, una pratica sociale, un rituale che scandisce il tempo e le relazioni. In provincia di Cosenza si beve mate come altrove si beve caffè: mai da soli, sempre in compagnia. Non è una bevanda funzionale, ma relazionale. È un oggetto sociale prima ancora che alimentare.
Per capire davvero il mate di Lungro bisogna uscire dalla logica del prodotto e entrare in quella della storia. Lungro è uno dei principali centri arbëreshë d’Italia, cioè appartiene a quella minoranza di origine albanese insediata nel Sud della penisola a partire dal Quattrocento, in fuga dall’avanzata ottomana nei Balcani. Gli arbëreshë hanno conservato nei secoli lingua, rito religioso bizantino, tradizioni culinarie e una fortissima cultura comunitaria. Una cultura fondata sulla condivisione, sul vicinato, sulla socialità come valore strutturale. È in questo humus che il mate ha trovato terreno perfetto.

Il legame con il Sud America nasce molto più tardi, tra fine Ottocento e primo Novecento, quando molti lungresi emigrano in Argentina per lavoro. Lì entrano in contatto con la yerba mate e con il rito della mateada, che non è semplicemente bere una bevanda calda, ma sedersi in cerchio, passarsi lo stesso recipiente, parlare, stare insieme. Quando una parte di questi emigranti rientra in Calabria, porta con sé non solo la nostalgia, ma un’intera pratica culturale. Il mate torna a Lungro come un oggetto migrante, ma viene immediatamente adottato come se fosse sempre stato lì.
Da quel momento in poi il mate diventa parte integrante della vita quotidiana del paese. Si beve in famiglia, tra amici, nelle case, nei bar, nelle piazze. Lungro viene spesso definita, non a torto, la capitale europea del mate. Esiste un museo dedicato e ogni anno il primo agosto si celebra una giornata interamente consacrata a questa bevanda.
Importante sottolineare che il mate di Lungro è identico a quello sudamericano. Si utilizza yerba mate ottenuta dalle foglie essiccate e tostate di Ilex paraguariensis, pianta originaria di Paraguay, Brasile e Argentina. L’infusione produce una bevanda dal profilo aromatico erbaceo, amaro, leggermente tostato, con una spiccata componente tannica. È un gusto che divide: o lo si ama, o lo si respinge.
Anche il rito è rimasto sorprendentemente fedele all’originale. Si usa la calabaza, a Lungro chiamata kungulli in arbëreshë, la bombilla metallica con filtro, l’acqua calda ma non bollente. Il recipiente passa di mano in mano senza essere lavato tra un sorso e l’altro.
Oggi, mentre il mate conquista il mercato globale come superfood, bevanda energizzante, alternativa al caffè, a Lungro continua a esistere in una dimensione completamente diversa. Non è lifestyle, non è trend, non è branding. È una pratica lenta, domestica, profondamente analogica.