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Da quando abbiamo cominciato a festeggiare con le bollicine?

Dall’antica Roma agli studi scientifici sulla fermentazione, l’evoluzione del vino effervescente attraversa secoli di cultura e tecniche di cantina.

Quando oggi brindate con un calice di Champagne o con uno spumante italiano, partecipate a una tradizione che affonda le radici molto prima dell’età moderna. Le bollicine nel vino non sono infatti una scoperta recente: tracce di bevande effervescenti compaiono già nelle fonti letterarie dell’antichità, anche se il percorso che ha portato alla nascita degli spumanti contemporanei è stato lungo e complesso. La tradizione di festeggiare con le “bollicine” ha radici antiche, ma è diventata un simbolo consolidato di celebrazione e lusso principalmente a partire dal XVII e XVIII secolo, consolidandosi poi nel XIX secolo.

Stappare una bottiglia con il “botto” divenne un modo per marcare momenti importanti e banchetti, diffondendosi come usanza per brindare alla prosperità. Nel corso dell’Ottocento, lo spumante ha iniziato a essere associato in modo definitivo ai brindisi di fine anno, alle feste e alle celebrazioni ufficiali, un’abitudine che ha consolidato il suo status di “vino delle feste” fino ai giorni nostri.

Le prime testimonianze di vini frizzanti nell’antichità

Già nel mondo romano esistevano vini descritti come “spumeggianti”. Il poeta Sesto Properzio citava nelle sue elegie il Falerno che “spumeggia dorato nei calici”, mentre Virgilio parlava di tini colmi di mosto ribollente durante la fermentazione. Anche Plinio il Vecchio, nella sua opera Naturalis Historia, descriveva vini serviti nei banchetti imperiali che presentavano una certa effervescenza.

I vignaioli romani avevano infatti osservato che la fermentazione poteva comportarsi in modo diverso a seconda dei recipienti utilizzati. Nei contenitori chiusi, l’anidride carbonica prodotta dai lieviti non riusciva a disperdersi e restava disciolta nel liquido, generando una leggera frizzantezza.

I vini della Champagne prima dello Champagne

Molti secoli dopo, nelle regioni del Nord-Est della Francia dove oggi si trova la Champagne, la viticoltura era già diffusa. Tuttavia i vini prodotti tra Medioevo e Rinascimento erano molto diversi da quelli attuali. Spesso si trattava di rossi chiari e poco strutturati, talvolta leggermente mossi ma considerati di qualità modesta.

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Il clima più freddo della regione creava inoltre un fenomeno che per lungo tempo fu percepito come un difetto. Durante l’inverno la fermentazione si interrompeva nelle bottiglie conservate in cantina; con l’arrivo della primavera riprendeva improvvisamente, producendo anidride carbonica e quindi pressione interna. Non era raro che i tappi saltassero o che le bottiglie si rompessero.

Il ruolo attribuito a Dom Pérignon

Secondo la tradizione, una svolta arrivò nel XVII secolo con il monaco benedettino Dom Pérignon, attivo nell’abbazia di Hautvillers. A lui viene spesso attribuito il merito di aver migliorato la qualità dei vini della regione e di aver contribuito a controllare la rifermentazione in bottiglia, anche attraverso l’uso di sistemi per fissare il tappo.

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In realtà lo sviluppo dello Champagne fu il risultato di diversi contributi tecnici. Un ruolo importante lo ebbe l’inglese Christopher Merret, che nel 1662 descrisse alla Royal Society un metodo per rendere frizzanti i vini aggiungendo zucchero prima dell’imbottigliamento. Il principio è simile a quello che oggi innesca la seconda fermentazione nello Champagne. Grazie al perfezionamento delle tecniche di produzione (metodo champenoise) e all’apprezzamento da parte delle corti europee (in particolare Luigi XV), lo Champagne divenne sinonimo di prestigio, lusso e celebrazione.

La spiegazione scientifica della fermentazione

Nel XIX secolo le conoscenze scientifiche permisero di comprendere meglio i processi che avvengono durante la produzione degli spumanti. Il chimico e microbiologo Louis Pasteur studiò il ruolo dei lieviti nella fermentazione alcolica e chiarì il meccanismo che porta alla formazione dell’anidride carbonica.

Queste ricerche contribuirono a rendere più controllabile il processo di rifermentazione in bottiglia, alla base del cosiddetto metodo classico. Proprio nell’Ottocento nacquero molte delle grandi maisons di Champagne che ancora oggi rappresentano un riferimento internazionale.

L’evoluzione degli spumanti italiani

Anche l’Italia ha avuto un ruolo significativo nello sviluppo delle tecniche di spumantizzazione. Nel XIX secolo l’imprenditore piemontese Carlo Gancia applicò il metodo classico alla produzione di vini spumanti nazionali, mentre Antonio Carpenè contribuì alla diffusione di queste tecniche nel Veneto.

Un’altra innovazione arrivò nel 1895 con il metodo ideato dall’enologo Federico Martinotti, direttore dell’Istituto sperimentale per l’enologia di Asti. Il sistema prevedeva la rifermentazione in grandi recipienti chiusi sotto pressione, poi perfezionato dall’ingegnere francese Eugène Charmat. Il metodo Martinotti-Charmat è oggi utilizzato per molti spumanti, tra cui il Prosecco.

Un brindisi che attraversa i secoli

La diffusione degli spumanti in Europa è quindi il risultato di un lungo percorso fatto di osservazioni empiriche, innovazioni tecniche e studi scientifici. Dalle prime descrizioni dei vini effervescenti nell’antichità fino alle moderne tecnologie di cantina, le bollicine hanno accompagnato l’evoluzione della cultura del vino.

Quando oggi brindate con uno Champagne o con uno spumante italiano, riprendete una tradizione che si è formata nel corso di oltre duemila anni, tra intuizioni dei vignaioli, contributi della scienza e trasformazioni del gusto.

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