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La storia del picnic è incredibilmente legata a uno dei quadri più famosi del mondo

Scoprite la storia del picnic: origine del nome, tradizione francese e diffusione in Inghilterra e in Europa tra convivialità e cultura gastronomica.

Lo abbiamo fatto tutti almeno una volta: una tovaglia sul prato, tante cose buone da mangiare (a volte pure troppe), qualcosa da bere e la bellezza dello stare insieme. Questo è il picnic. Un gesto semplice, un momento conviviale che rafforza i legami tra le persone e che, a volte, ci fa perfino conoscere volti nuovi. Ma vi siete mai chiesti il significato del suo nome? E da quand’è che gli esseri umani si riuniscono in gruppo per mangiare a terra? Il termine deriva dal francese e stava a significare “piluccare”, poi col tempo il tutto si è evoluto. La pratica del picnic ha invece origini molto più antiche e trasversali, con testimonianze che risalgono già all’epoca classica. I banchetti rurali all’aperto erano comuni nell’antica Grecia e a Roma, dove i cittadini si ritrovavano nei pressi di santuari o lungo le strade consolari durante le festività pubbliche, portando con sé alimenti semplici come pane, formaggi e vino. Vediamo insieme tutte le curiosità di questa usanza comune che sta diventando sempre più di moda.

Che cosa significa “picnic”?

L’etimologia del termine picnic affonda le radici nella lingua francese. La parola compare per la prima volta nel 1692, all’interno del volume Origines de la Langue Française di Tonyville, con la forma piquenique. Si trattava di un termine colloquiale, formato dall’unione di piquer, verbo che significava “spiluccare” o “prendere piccoli bocconi”, e nique, parola usata per indicare una cosa di poco conto o un pasto frugale.

Il significato originario, dunque, rimandava all’idea di consumare cibi leggeri, presi un po’ qua e un po’ là, in compagnia. Una consuetudine che in principio si svolgeva al chiuso, tra amici o famiglie riuniti per banchetti informali in cui ciascuno contribuiva portando qualcosa da mangiare. Solo in seguito il picnic si è legato all’esperienza all’aperto, trasformandosi in rito conviviale e occasione di evasione.

Il lemma è stato successivamente adottato in inglese come picnic, e diffuso in Europa attraverso le cronache di costume e i romanzi ottocenteschi. La Treccani conferma questa derivazione, precisando che il termine è giunto in italiano mantenendo la grafia francese originaria (quindi senza trattino), e indica propriamente il pranzo all’aperto con cibi freddi e bevande, consumato in compagnia in contesti informali.

La storia del picnic: dalle origini antiche alla consacrazione borghese nell’arte di Manet

La pratica del picnic affonda le radici in epoche molto antiche, con testimonianze che risalgono già all’età classica. Nell’antica Grecia e a Roma era consuetudine organizzare banchetti all’aperto durante le festività pubbliche o nei pressi di santuari, consumando alimenti semplici e facilmente trasportabili come pane, formaggi, frutta e vino. Questi momenti univano la dimensione rituale e religiosa al piacere della convivialità, facendo dell’atto del mangiare insieme all’aria aperta una forma di aggregazione popolare e informale.

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Nel Medioevo la pratica assunse caratteri diversi. In particolare in Francia, dove le battute di caccia nobiliari si concludevano con pranzi campestri collettivi, in cui il cibo veniva disposto su teli o tovaglie distese nel verde. In quel contesto il pasto rurale diveniva occasione per rafforzare rapporti di potere e alleanze, pur mantenendo un’atmosfera di svago e intrattenimento. La miglior diplomazia si fa a tavola (o a terra in questo caso) da molti secoli.

Fu però nel XVII secolo che la consuetudine prese la forma che più si avvicina al picnic moderno. In Francia comparve il termine piquenique, con la Rivoluzione francese e la successiva apertura dei giardini pubblici ai cittadini di ogni ceto, il picnic si trasferì definitivamente all’aperto, diventando un’attività borghese, informale e popolare. Questo passaggio sociale e culturale è ben documentato anche da Claudia Roden nel suo saggio “Picnics and Outdoor Feasts: From Ancient Times to the Modern Table” (2021), in cui viene ricostruita l’evoluzione del pasto all’aperto dall’aristocrazia medievale alle abitudini borghesi ottocentesche.

A fissare nell’immaginario collettivo europeo il picnic come simbolo della modernità urbana e borghese fu però soprattutto l’arte figurativa, e in particolare la pittura francese del XIX secolo. Un’opera su tutte, “Le Déjeuner sur l’herbe” di Édouard Manet, esposta per la prima volta nel 1863 al Salon des Refusés di Parigi, segna una svolta non soltanto nella storia della pittura moderna ma anche nella rappresentazione del picnic come pratica sociale.

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Il dipinto raffigura due uomini in abiti borghesi seduti sull’erba accanto a una donna nuda e a un’altra in abiti leggeri che si bagna in un torrente poco distante. Sul prato, una tovaglia bianca ospita frutta, pane e una bottiglia di vino, richiamando gli elementi essenziali del pasto campestre. Più che un picnic tradizionale, Manet mette in scena un momento di socialità scomposta e sospesa, mescolando quotidiano e provocazione. La nudità femminile, la gestualità naturale dei personaggi e il contesto verdeggiante alludono a una borghesia nuova, capace di appropriarsi degli spazi naturali un tempo riservati all’aristocrazia. Il cibo, nel dipinto, non è semplice accessorio di scena: diventa simbolo di libertà moderna e di un convivio informale che rompe con le convenzioni morali e sociali. Lo stesso fatto che il pane sia spezzato, la frutta sparsa e la bottiglia di vino aperta suggerisce un pasto già iniziato, vissuto con una libertà gestuale che nell’arte accademica coeva era assente.

Le Déjeuner sur l’herbe fu opera di enorme scandalo per la critica dell’epoca, non tanto per il tema conviviale quanto per il suo linguaggio pittorico innovativo e per l’esplicita rottura con le convenzioni narrative e morali. Tuttavia, proprio questo dipinto contribuì a codificare nella cultura visiva europea il picnic come rito moderno, terreno di libertà personale, evasione urbana e sperimentazione sociale.

Altre opere contemporanee, come i dipinti di Monet, Renoir e Cézanne, rafforzarono ulteriormente questa iconografia del pasto all’aperto, ma fu Manet a restituirgli un valore simbolico e culturale inedito, facendone un frammento di modernità sociale e artistica.

Da allora il picnic non è più soltanto un modo per mangiare all’aperto, ma un gesto carico di significati: occasione di aggregazione spontanea, rivendicazione dello spazio naturale come luogo pubblico e rituale di convivialità laica, che dal XIX secolo a oggi mantiene intatta la propria capacità di reinventarsi.

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Finora siamo rimasti in Francia però ma questa pratica è tradizionale anche in Inghilterra. Anzi, a dirla tutta, è proprio in Gran Bretagna che il popolo si appropriò per primo del passatempo nel 1800 e lo rese un valore culturale e sociale codificato. Durante l’epoca vittoriana i picnic diventarono occasione mondana per la nobiltà e la borghesia, inseriti all’interno di eventi sportivi, concerti e manifestazioni pubbliche.

Il picnic veniva celebrato come simbolo della vita agreste idealizzata e della fuga dalla città industrializzata. Le prime guide gastronomiche dell’epoca raccontano i posti migliori in cui mangiare all’aperto. Il picnic entra anche nei romanzi, come “The Picnic Papers” di Charles Dickens, opere che documentano le ricette e le usanze tipiche dei pranzi all’aperto inglesi, tra sandwich, tè freddo e tortini di carne.

Da lì, il modello britannico si diffuse progressivamente nel resto d’Europa, divenendo popolare soprattutto tra fine Ottocento e inizio Novecento, anche grazie alla moda dei viaggi fuori porta e all’invenzione di cesti da picnic attrezzati, oggi veri oggetti di culto per collezionisti.

In Italia, il picnic si è radicato come tradizione familiare e popolare, spesso legata a feste patronali, Pasquetta e gite domenicali. La consuetudine di pranzare all’aperto con pietanze semplici preparate in casa si è mantenuta viva fino ad oggi, arricchendosi di prodotti tipici e vini locali.

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