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Cold brew: alla scoperta del caffè freddo più amato al mondo

Origini antiche, metodi moderni e segreti di preparazione per una bevanda che ha conquistato baristi e appassionati.

Negli ultimi anni, il cold brew ha conquistato la scena italiana: è ormai uno dei caffè più richiesti nei bar che propongono specialty coffee, sia in Italia che nel resto del mondo. Ma che cos’è, esattamente, il cold brew?

Si tratta di un caffè estratto a freddo, con un processo lento che può durare dalle 8 alle 24 ore. Proprio grazie a questa preparazione paziente e senza calore, il cold brew riesce a esaltare le componenti aromatiche e dolci della materia prima, offrendo un’alternativa meno amara, più morbida e profumata rispetto all’espresso o al caffè freddo tradizionale.

Oggi, il cold brew rappresenta una delle espressioni più interessanti e contemporanee della cultura del caffè: è la riscoperta di tecniche antiche — già in uso in Asia secoli fa — reinterpretate in chiave moderna, in linea con l’attenzione crescente per qualità e sostenibilità.

Conoscere le sue origini, il metodo di preparazione e le differenze rispetto alle versioni fredde più comuni aiuta ad apprezzarne davvero il valore e a sceglierlo con maggiore consapevolezza. In fondo, potremmo considerarlo quasi come un “tè di caffè”, per via della sua delicatezza e bevibilità, soprattutto per noi italiani, abituati a una visione più “ristretta” e intensa della bevanda.

Ecco perché il cold brew non è solo un trend estivo, ma una nuova chiave di lettura del caffè, capace di parlare a palati curiosi e aperti all’innovazione.

Storia del cold brew

Sebbene possa sembrare una moda recente, il cold brew affonda le proprie radici nella storia. I primi metodi di estrazione a freddo del caffè risalgono probabilmente al XVII secolo, quando i mercanti olandesi, per esigenze di conservazione e trasporto, iniziarono a preparare un caffè concentrato lasciando la polvere in infusione in acqua a temperatura ambiente per diverse ore.

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In Giappone, la tecnica fu adattata nella cosiddetta preparazione a goccia lenta, il Kyoto-style coffee, ancora oggi apprezzata per la sua eleganza e complessità aromatica. La variante nipponica si prepara facendo gocciolare lentamente acqua fredda sul caffè macinato, una goccia alla volta, per diverse ore. A differenza del cold brew classico, dove il caffè resta in infusione immerso nell’acqua per 12-24 ore, qui l’estrazione avviene per percolazione controllata, con un risultato ancora più pulito, delicato e complesso a livello aromatico. In Europa, invece, il caffè freddo rimase a lungo legato alla semplice pratica di raffreddare il caffè caldo.

È solo a partire dagli anni Duemila, grazie alla diffusione della cultura del caffè specialty, che il cold brew si afferma come bevanda autonoma, amata per la sua dolcezza naturale, la bassa acidità e la possibilità di essere consumato puro o miscelato.

Come si fa il cold brew coffee

A differenza del classico espresso, che viene estratto a pressione con acqua bollente, il cold brew si prepara immergendo il caffè macinato in acqua fredda o a temperatura ambiente per un tempo variabile tra le 12 e le 24 ore. Questo metodo di infusione prolungata consente di estrarre lentamente gli aromi più delicati e i composti dolci presenti nel caffè, riducendo l’amarezza e l’acidità tipiche dell’estrazione a caldo.

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La proporzione tra caffè e acqua può variare a seconda della ricetta e del risultato desiderato, ma in genere si utilizza una quantità di caffè superiore rispetto a quella prevista per il caffè filtro. Terminato il tempo di infusione, il liquido viene filtrato più volte per eliminare i residui e conservato in bottiglia in frigorifero.

Il cold brew si serve liscio, con ghiaccio o diluito con acqua, latte o bevande vegetali. In alcuni casi viene anche gasato per ottenere una versione sparkling. Così amato e versatile che sta diventando esso stesso un ingrediente per cocktail grintosi o per gelati innovativi.

Qual è il caffè migliore per il cold brew coffee?

La scelta della materia prima è determinante nella riuscita di un buon cold brew. Si prediligono miscele o monorigini dalla tostatura media o chiara, capaci di esprimere aromi floreali, fruttati o di cacao. Una tostatura troppo scura risulterebbe eccessivamente amara e priva della complessità aromatica valorizzata dal metodo a freddo.

Anche la macinatura fa la sua parte: deve essere piuttosto grossolana per evitare che il caffè diventi troppo amaro o astringente. Per questo tipo di estrazione, si scelgono spesso chicchi provenienti da Etiopia, Kenya o dall’America Centrale, noti per i loro profumi floreali, la freschezza e la leggerezza.

Caffè freddo vs cold brew coffee: qual è la differenza?

Spesso confusi, caffè freddo e cold brew coffee sono in realtà due bevande profondamente diverse, sia nella preparazione che nel risultato in tazza. Il caffè freddo tradizionale consiste nel raffreddare rapidamente del caffè espresso o filtro, servendolo poi con ghiaccio o shakerato. Questo metodo conserva buona parte delle caratteristiche del caffè a caldo, comprese l’acidità e l’amarezza.

Il cold brew, invece, nasce a temperatura ambiente o fredda, con un’infusione lenta che modifica il profilo organolettico della bevanda. Il risultato è un caffè più dolce, vellutato e meno aggressivo, con una persistenza aromatica più ampia. Anche il contenuto di caffeina può essere superiore, dato il lungo tempo di contatto tra acqua e polvere di caffè.

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